giovedì 29 luglio 2010

FILM & TELEFILM * ECCO CHI SONO I PIU' GRANDI DOPPIATORI ITALIANI

Avere una voce arcinota e un volto che non conosce (quasi) nessuno, può generare qualche frustrazione. Per questo «Sorrisi» oggi ha deciso di fare giustizia, regalando un’inedita ribalta ad alcuni tra i più grandi doppiatori italiani. E ai lettori, ovviamente, la gioia di entrare davvero nel loro mondo. I big ai quali i nostri «consentono» di recitare, in tv o al cinema, li vedete per una volta fotografati in piccolo, accanto a loro. Non lo ammetteranno mai, ma è la più grande rivincita per un orgoglio che si nutre solo di sonoro.
Il primo incontro è quasi rituale: Sergio Di Stefano, calda e leggendaria voce italiana del «Dr. House». Alla faccia del razionalismo scientifico, si presenta all’appuntamento con tre cornetti anti-jella. Uno classico, rosso, appeso al collo; un altro minuscolo, da passeggio, attaccato al braccialetto; l’ultimo, ultra-ricurvo e trendy, che ballonzola dalla cintura. Avesse con sé anche due pacchetti di sale grosso, parrebbe il cugino del mago Do Nascimento. «Guardi che la jella colpisce. Becca eccome, e bisogna difendersi» dice. «C’è parecchia gente che mi vuole male. Persone invidiose. Questo cornetto alla cintura me l’hanno scalfito, a furia di tentare di colpirmi». La prima, grande sorpresa è che la voce di House detesta i medici. «Ci vado, come tutti, ma l’indispensabile. Un amico medico mi disse: “Sandro, non ammalarti: se non ti ammazza la malattia, ti ammazza il medico”. E io sto alla larga. Medicine? Prendo un po’ di Optalidon, ogni tanto, per il mal di testa. Anche in tv: pronuncio i nomi di malattie complicatissime, ma non ci capisco quasi niente, è solo mestiere. E preferisco così: spesso sono cose terrificanti e - pare - verissime».
Single incallito, è convinto che il suo personaggio finirà prima o poi a letto con la dottoressa Cuddy. E dice di non trattare i suoi colleghi come House fa con quelli dello staff. «Non credo che se vivesse in Italia House lavorerebbe per la sanità pubblica. Forse metà e metà: ha bisogno di guadagnare. Però lei se lo immagina in un ospedale italiano? Con quel carattere non potrebbe neppure fare il consulente a “Elisir”. Lì ci vuole esibizionismo e pazienza».
Doppiatore tra i più rappresentitivi della sua generazione («Il più rappresentativo, detto con immodestia. Lo scriva, sono il più bravo. Scherzo, ma mica tanto»), Di Stefano è un mite. Ma infila il suo mitico guanto di lattice quando si tratta di telefonare ai direttori di rete. «Se su Canale 5 vedo in onda serie ed episodi del «Dr. House» in ordine semi-casuale, mi viene la rabbia!» dice. «Penso: poveri spettatori, che confusione! Ma che ci posso fare? Ho anche alzato la cornetta per chiamare qualche dirigente, ma niente: in tv conta solo il profitto». Quanto tempo serve per preparare un episodio? «Neppure un secondo: arriviamo in sala, c’è un leggìo, e facciamo al volo, in sequenza, gli “anelli”: pezzi da un minuto, 40 secondi, con in genere due battute e due risposte. Ci pagano a righe lette e gli spot sono a parte. È facile. Noi doppiatori siamo molto fortunati e sopravvalutati. Siamo solo un tramite fra l’autore e il pubblico, niente di più. Riempiamo una faccia vuota. Il segreto per lavorare bene sono gli occhi. Bisogna guardare quelli più che le labbra, e saper cogliere l’intenzione. House non è il mio capolavoro: fu “Mephisto”, nell’81, la voce di Klaus Maria Brandauer. E poi Jeff Bridges ne “Il grande Lebowski”. In tv, la serie “Hunter”». E poi il cattivo per antonomasia: John Malkovich. «Mi piace fare quello che non sono. Essendo buono di natura - purtroppo - dare voce ai cattivi mi scatena l’adrenalina».

IZZO, LA SENSUALITA'
Quarant’anni appena compiuti e  un’eredità impegnativa: quella di papà Renato. «È lui che mi ha trasmesso questa passione, fin da quando avevo sei anni. Senza dire niente a nessuno, mi preparava minuziosamente a casa e poi mi portava in sala. Facevo il lavoro alla perfezione e gli altri si stupivano della bravura di questa bambina. Lui era orgogliosissimo. Un giorno fui io, ingenuamente, a scoprirgli il gioco».
Giuppy Izzo è la voce della dottoressa Meredith Grey (l’attrice Ellen Pompeo) in «Grey’s Anatomy». «Quando me lo proposero» dice «capii subito che sarebbe diventato un successo. Con le sue voci-pensiero, ogni episodio diventa un piccolo trattato di filosofia della vita. Meredith è una di tutti i giorni, non certo un’eroina: non è disegnata sul modello vincente, dalle situazioni esce con difficoltà. In comune abbiamo molte cose, e mi piace il suo non essere sempre in prima linea. Ci sono giorni in cui entro in sala e dico ai colleghi: “Vi avviso che oggi mi sento molto Meredith...”.
Già voce di Loreli in un’altra serie cult come «Una mamma per amica», Giuppy Izzo ha nel suo carniere anche Renée Zellweger, doppiata in «Bridget Jones», «Chicago», «Miss Potter» e nel recentissimo «In amore niente regole».
«Il doppiaggio per me» continua «è fedeltà al testo e all’interpretazione, non puoi farne una cosa tua. Per questo cerco sempre di rifare le voci nel modo più vicino all’originale. C’è della morbosità, in questo. Per Meredith rispetto anche le pause delle sue voci-pensiero: se sono state pensate così, vanno tenute così. Quando doppi sei nel buio di una stanzetta, ti puoi muovere poco, e a volte ci sono scene concitate; ed è vero che in quei casi la voce viene diversa. Una volta mi capitò persino di fare una scena coricata per terra, per ricreare la stessa situazione in cui si trovavano i personaggi del film. Non serve una bella voce, ma l’interpretazione: se fai una scena drammatica, o ti emozioni davvero, oppure non viene, come gli attori sul set». Sposata con un pubblicitario, Fabrizio Conti, Giuppy ha due figli di 14 e 9 anni, e la sua vera passione segreta sono i profumi. «In materia faccio corsi, leggo di tutto, in realtà io sono quasi un naso».

PANNOFINO, IL MISTERO
«Lo amo molto. È un attore ordinato, preciso, chiaro, molto serio». Un po’ statico, forse... «Meglio statico che niente. E poi mi agevola il lavoro: doppiarlo è più semplice rispetto ad altri che si perdono in un sacco di fastidiosi birignao».
Francesco Pannofino (nella foto, tratta da «Boris») difende senza esitazioni il suo Gil Grissom (ovvero William Petersen), ombroso protagonista di «CSI: Crime Scene Investigation», la serie che ha sdoganato, anche in Italia, il genere RIS e dintorni aprendo la strada a un filone. Gli presta la voce da otto-nove anni. «Faccio il doppiatore dal ‘77» continua «e fra le mie voci più note ci sono George Clooney, Denzel Washington, Tom Hanks in “Forrest Gump”, Daniel Day-Lewis e Antonio Banderas». Difficile, oggi, andare al cinema e non imbattersi nel suo timbro caldo. «Quando sono in sala i momenti più esilaranti sono gli errori, miei e dei colleghi. Quelli che piazzano le virgole dove non ci sono: “Guardi l’Orsa, maggiore!”. Piccole distrazioni. Con l’età anche la presbiopia non aiuta e finisci col leggere una cosa per un’altra. Oppure la battuta di un altro, magari per scoprire che si adatta perfettamente al tuo personaggio. D’altra parte quelli che non sbagliano sono pericolosi. Una volta stavo doppiando una serie di documentari e dopo ben sei pagine, mezz’ora di lavoro circa, ci siamo accorti che stavamo mettendo un testo sbagliato su un altro argomento. Non so se mi spiego». Avendo un’ugola d’oro, si guadagnerà anche molto bene... «Abbastanza, tanto da potersi muovere con mezzi propri. Però è un lavoro a rischio, nessuno ti garantisce l’occupazione. Vieni chiamato a seconda del talento e delle esigenze, e si può restare fermi. Quello del doppiaggio non è però un mondo chiuso: questo è il classico luogo comune. È vero, ci sono tradizioni di famiglia, qualche parente o amico che entra e non si sa se rimarrà, ma vedo anche giovani sconosciuti che si avvicinano. Molti rinunciano subito, perché oggi non c’è tanto tempo per imparare; si vuole arrivare subito e la tecnica diventa un extraterrestre». Come nella trama di un film, Pannofino ha fatto nell’89, proprio in sala di doppiaggio, l’incontro della sua vita: quello con la moglie Emanuela Rossi. La voce di Michelle Pfeiffer ed Emma Thompson. Hanno un figlio di 10 anni, Andrea. Non ha ancora reclamato un microfono.

D'AMATO, FORMA E SOSTANZA
Per aiutarti a capire i tic del suo personaggio, la maniacale Bree Van De Kamp (Marcia Cross) di «Desperate Housewives», la napoletana Franca D’Amato cita Eduardo De Filippo: «Chi cerca la vita, trova la forma; chi cerca la forma, trova la morte». Attrice di lungo corso, ha debuttato in tv ai tempi di «Al Paradise» (1984) di Antonello Falqui. «Fu divertente» ricorda «vinsi anche un Telegatto, ebbi alcune offerte, ma smisi subito: venivo dall’Accademia, e avevo il terrore di finire a contare i fagioli nel vaso di vetro in un programma del pomeriggio». Poi le sale di doppiaggio e la folgorazione formato Desperate: «Bree è esilarante e Marcia Cross strepitosa nel ruolo di colei che vuole essere perfetta a tutti i costi: come moglie, madre, donna di casa. E poi perfetta non è, con un marito che la tradisce e i figli che la odiano e si drogano. Insomma, c’è il delirio dietro la ricerca della forma. Inevitabile che noi donne un po’ ci si riconosca, in una così: quando ci arrabbiamo perché non riusciamo a essere come vorremmo, sempre al top. In questa società che ti impone di essere perfetta a tutti i costi, a casa, sul lavoro. Anche a 45-50 anni. Altroché spompata: la vita comincia lì. Devi essere sexy e pure rimorchiare, non vorrai che dicano che sei finita?».
Nel borsino di voci di Franca ci sono Juliette Binoche , Helen Hunt, Madonna e Julianne Moore. La direttrice di doppiaggio Maura Vespini una volta quasi la torturò. «Stavamo facendo “The Hours” e io ero una Moore prima giovane e poi molto invecchiata, a 65 anni circa. Per rendere la voce dell’età avanzata mi misero in bocca prima un po’ di merendine, poi pezzetti di fazzoletti di carta. Non contenta, Maura mi teneva alla base del collo per immobilizzarlo. Alla fine ho girato tutta la scena con le mascelle e parte della testa legate con un nastro adesivo per i pacchi».

(TV SORRISI E CANZONI - GIUGNO 2008)

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