martedì 31 agosto 2010

QUANDO LA VITA IRROMPE NELLA FINZIONE DEI REALITY SHOW

Secondo il medico è solo un piccolo eczema, niente di grave...» dice Dalila sfiorando le macchioline rosse sul viso del suo adorato Aaron. Nel minuscolo residence dai colori pastello, aggrappato alle colline di Cannes, dove si è «trasferita da due mesi», cioè da quando è nata la creatura, Dalila Bennour maneggia con disinvoltura biberon e latte in polvere. La ragazza francese che sostiene di avere avuto un figlio non riconosciuto da Massimiliano Muzio, il giovane milanese che è su Raidue in cerca de «La sposa perfetta», ormai ha deciso di «andare sino in fondo». «Non voglio soldi, l’ho detto e ripetuto. E non mi è piaciuta l’aggressione verbale subita in diretta da Ambra, la mamma di Max, che considero una persona quantomeno strana. Continua a sottolineare che loro hanno molti soldi. Ma io che cosa posso farci? A me interessa solo che venga riconosciuta la paternità di mio figlio, che avrei preferito fosse nato intenzionalmente, da un amore vero, e non da una storia occasionale. Ma è andata così. Sono stata accusata di avere mentito, è questa è un’onta per la mia famiglia». Intanto, cellulare alla mano, mostra il registro delle chiamate fatte e ricevute, il testo di un sms inviato, sgrana un rosario di date e dettagli. E aggiunge: «Ora ho chiesto alla compagnia telefonica il tabulato per dimostrare che ciò che dico è vero. Poi, quando Massimiliano finirà il reality, faremo il test del Dna».
Non ha avuto una vita facile, Dalila. 28 anni, ragazza di origine «ebreo-tunisina» dal sorriso che si accende e si spegne repentinamente, come il sole della perla della Costa Azzurra quando le nubi hanno voglia di rompere le scatole, da cinque lavora «nell’ufficio amministrazione di un grande magazzino di alimentari»; e ora gliene toccano tre di aspettativa. «Avevo iniziato studiando Medicina all’Università, ma un tumore si è portato via mia madre. Sono entrata in crisi e dopo due anni ho abbandonato, non riuscivo a continuare con quella materia. Con mio padre, invece, non ho più rapporti da molto tempo. Ho tre fratelli più giovani, e quello di 18 anni vive con me, lo cresco io».
Così come Dalila è stata cresciuta e aiutata da zio Guy, 45 anni. «Quando finisce questo reality?» si informa lui. «Massimiliano è giovane, un ragazzo, posso capire tante cose. Ma voglio che mi guardi negli occhi e mi ripeta che mento quando dico che con lui ci siamo  sentiti, che lui sapeva. Per il resto, questo bimbo è la nostra felicità». «Vogliamo farne un calciatore» conclude sorridendo. «La prossima Coppa del mondo dev’essere nostra. Ci pensi tu a Materazzi, vero Aaron?». Qui Dalida s’infiamma, estrae il cellulare, e fa partire il video cult con il leggendario colpo di testa di Zidane nella finale Francia-Italia.

(TV SORRISI E CANZONI - MAGGIO 2007)

LA SPOSA (IM) PERFETTA

Quando la vita sfonda la porta di un reality show, regno per eccellenza del verosimile televisivo, può capitare un corto circuito. Lo stesso che è accaduto a «La sposa perfetta» di Raidue, nel momento in cui a «Sorrisi» è toccato il delicato compito di raccontare la storia di Dalila Bennour, 28 anni, commessa di Cannes che asserisce di avere avuto un figlio non (ancora) riconosciuto da Massimiliano Muzio, giovane concorrente del programma, rinchiuso da settimane in una tele-villa con mamma Ambra, altri concorrenti e una rosa di potenziali mogli ideali. Chi segue noi e la trasmissione condotta da Roberta Lanfranchi e Cesare Cadeo ha probabilmente già letto o visto le prime fasi di questa storia, fatta di nuda cronaca che si fa - giocoforza - largo in video, di sorprese televisive da batticuore e di un diritto alla privacy forzatamente ridimensionato quando si accetta di restare 24 ore su 24 spiati dalle telecamere. Mercoledì 9 maggio è andato in onda quello che immaginiamo sia l’ultimo capitolo della vicenda: uno scontro al vetriolo fra Ambra, l’energica mamma di Massimiliano, e Dalila, giunta apposta a Milano dalla Francia con il piccolo Aaron, bimbo di due mesi e mezzo, per raccontare di persona la sua verità. Sì, perché quello che in tivvù non è stato detto è che la ragazza francese si trovava non a centinaia di chilometri di distanza, ma in un hotel di via Mecenate, a sei minuti d’auto dagli studi dove va in onda la trasmissione. Un eventuale incontro con Ambra, qualora l’atmosfera si fosse rasserenata, sarebbe stato possibile. Invece, dopo la visione di un filmato della fascia pomeridiana de «La sposa perfetta», in cui la signora sfogava la sua rabbia repressa contro Dalila, gli animi si sono ulteriormente accesi. Ambra, pur ritenendo ancora «incredibile» tutta la vicenda, ha rimproverato a Dalila eccessiva «disinvoltura» sul piano sessuale, di non essersi fatta viva con lei e di aver strumentalizzato la vicenda parlando prima ai giornali e comparendo in tv. Dalila, ferma sulle proprie posizioni, ha ribadito di aver parlato mesi fa con Massimiliano, che le avrebbe espresso felicità per la nascita di Aaron, sostendo che anche i familiari fossero a conoscenza della cosa. Poi il silenzio, e la visione casuale di madre e figlio, loro sì tutti i giorni in tv, su un canale satellitare. Scintille, insomma, anche se sia Dalila che Massimiliano hanno confermato alla fine di volersi sottoporre quanto prima a un test del Dna per chiarire una vicenda che potrebbe a questo punto avere, al termine del programma, un finale quasi lieto. Almeno per il bimbo.
La puntata è stata contraddistinta anche da un’altra vicenda, scaturita da una segnalazione di una lettrice al nostro sito, www.sorrisi.com. Sara, giovane concorrente del programma propostasi come moglie ideale, aveva nascosto ad Andrea, il ragazzo col quale flirtava a «Villa la Suocerina» di aver partecipato due anni fa, scarsamente vestita, a «Sexy boxy», reality di Odeon tv. Anche in questo caso, musi lunghi e delusione per omessa verità.
«Compito di chi fa un reality» dice Tiziana Martinengo, nello staff autorale «è proprio quello di comporre un cast valido e poi saper proporre in modo efficace gli eventi, anche collaterali, che possono emergere dai protagonisti delle storie. Nel caso di Massimiliano, abbiamo preferito evitare di forzare un incontro diretto in studio fra Dalila e Ambra».

(TV SORRISI E CANZONI - MAGGIO 2007)

lunedì 30 agosto 2010

MUAMMAR GHEDDAFI, UN TIPO DA COMMEDIA ALL'ITALIANA

Muammar Gheddafi, il riccone protervo e un po' kitsch che viene da noi poveracci a fare (e sparare) cazzate indisturbato in nome dei supremi interessi economici che si porta appresso, ricorda molto la trama di una grande commedia all'italiana. Immaginiamo un Gassman o un Sordi dei bei tempi, che cosa avrebbero potuto fare vestendo quei panni. Sarebbe stato bello vedere Risi o Monicelli, alle prese con un copione così. 
Certo, se ci aspettiamo che lo faccia Neri Parenti...

domenica 29 agosto 2010

«GIUSTIZIA PRIVATA» * UN THRILLER PER CHI E' DI BOCCA BUONA

Clyde Shelton (Gerard Butler) è a casa tranquillo quando una maledetta sera due ladri fatti come i fuochi artificiali di Scorrano irrompono a casa sua, lo malmenano e gli uccidono moglie e figlia. Stupirsi è dir poco quando il buon Clyde si rende conto che, riconosciuti e arrestati i due delinquenti, il pubblico ministero Nick Rice (Jamiee Foxx), pur di vincere parzialmente la causa, è costretto a patteggiare: il che significa mandare uno dei due sulla sedia elettrica, e far scontare all'altro - tra parentesi il vero assassino - appena cinque anni di prigione.
"Viuleeeenza, tremenda uiulenza!", avrebbe detto Abatantuono. Passano 10 anni e il mite Shelton si trasforma in una spietata macchina per uccidere. Dopo aver fatto schiattare tra atroci sofferenze il condannato, si dedica all'altro, che squarta personalmente con voluttà. Poi, una volta arrestato, passa a tutti gli altri, col nobile piano di sconfiggere "il sistema".


Gerard Butler, che in una scena compare di spalle tutto nudo per mostrare il fisicaccio di spartana memoria, cerca di nobilitare un thriller un po' prevedibile nella scrittura, che recupera e si salva grazie al ritmo e a qualche effettaccio pulp sulla scia di "Saw" e "Seven". La pulita regia di F. Gary Gray fa del suo meglio, anche se le piccole incongruenze di copione e le forzature consumate sull'altare del "vendetta, tremenda vendetta!" sono parecchie, e faranno storcere il naso ai patiti dei thriller a prova di sbugiardamento. Qui siamo più dalle parti della rassicurante action esplosiva per bocche buone che dei sublimi intrighi alla Hitchcock.

venerdì 27 agosto 2010

FABRIZIO FRIZZI * «DOPO LA CRISI SONO RINATO GRAZIE A CARLOTTA MANTOVAN»

Questa intervista a Fabrizio Frizzi, non è firmata. Non perché l’autore se ne vergogni più del solito, ma perché stavolta, proprio come nei «Soliti ignoti - Identità nascoste», il quiz di Raiuno rivelazione dell’estate, i detective dovreste essere voi lettori. Indovinando (e purtroppo non è detto che alla fine sia un piacere) la faccia di chi l’ha scritta. Insieme a quelle di altri nove amici del conduttore, tornato alla grande in video dopo un periodo buio dal quale ha faticato non poco a uscire. Oltreché entusiasta del proprio lavoro, Fabrizio è ancora inguaribilmente innamorato, e si scioglie come un gelato al sole quando racconta, con inedita ricchezza di particolari, della sua Carlotta Mantovan. Una storia-scommessa che gli ha cambiato la vita.

Fabrizio, se le do della classica «brava persona», se la prende?
«No, me la prendo se mi dà del buonista, etichetta che non mi appartiene. Cerco solo di vivere bene il rapporto con gli altri, e detesto in particolar modo la furbizia».
Mai provato il desiderio di trasformarsi per un’ora in Terminator?
«A 18 anni, nel mio quartiere, Montemario, a Roma, quando mi trovavo alle prese con gruppetti di picchiatori di estrema destra. Non che mi fossi mai schierato politicamente, ma questi erano violenti con chiunque. Lì avrei voluto davvero far del male».
E in tv, negli ultimi anni, con tutti i torti che ha subìto?
«No, oggi ho imparato a farmi scivolare le cose addosso. Ho imparato che mugugno, rabbia e rancore covato sono cose che fanno solo male».
Può capitare a tutti di non imbroccare un direttore...
«Ma guardi però che con Fabrizio Del Noce, a Raiuno, ora c’è un rapporto di rinnovata e ritrovata armonia...».
Che cosa è cambiato? Proprio una sua clamorosa intervista a «Sorrisi» sancì la rottura...
«Me la ricordo bene. Ci siamo chiariti, fu un malinteso. Ora non la darei più, quell’intervista. D’altra parte fu fatta col cuore sanguinante dopo le critiche per “Miss Italia”. Non sono mai riuscito a essere insincero. E poi, posso dirle una cosa?».
Dica.
«Ammetto, a posteriori, che forse un mio ciclo si stava esaurendo: i miei programmi del sabato sera, “Scommettiamo che?”, un certo Frizzi col copione sempre in mano doveva cercare forse nuove strade. Bisogna avere il coraggio di cambiare in tempo. Ma è difficile, quando hai programmi che funzionano. Se lo fai, dicono che sei pazzo. Se non lo fai, avresti dovuto farlo. Certo, è meglio che a decidere di smettere sia tu e non qualcun’altro per te».
Che cosa ha provato dopo essere stato messo da parte?
«Mi sono chiuso ulteriormente in me stesso per molto tempo, la mia cronica timidezza è tornata un po’ troppo a galla, insieme con l’ipersensibilità. Un brutto periodo».
Poi, la rinascita. Grazie a che cosa e a chi?
«A Carlotta, senz’altro, e in parte anche e a un modo diverso di affrontare le cose: mi sono dimenticato di aver condotto show per 15 anni in prima serata su Raiuno, e armato di coraggio e umiltà ho accettato consciamente cose che molti miei colleghi forse non avrebbero fatto, come andare tra i concorrenti di “Ballando con le stelle”. E poi le serate benefiche in giro per l’Italia: pagate poco, ma un’esperienza viva e unica».
Il lavoro in seconda fila usato come terapia, insomma.
«In realtà non ho mai smesso di lavorare: ho fatto “Come sorelle” per Mediaset, che andò così così. Poi “Piazza Grande” di Michele Guardì, con i molti chiari e qualche scuro del nostro rapporto. E infine “Cominciamo bene” per Raitre, programma che dà grandi soddisfazioni e che in autunno arriverà alla terza edizione».
E le abitudini nel quotidiano?
«Mi sono dato una regolata: dormo almeno sei ore ogni notte, sennò mi parte la “brocca”, vado a fare la spesa, seguo i miei interessi con due collaboratori. Ma in un regime di vita regolare».
Beh, non bari: Frizzi è sempre stato un «regolare»...
«Caratterialmente, sì. Ma prima vivevo in modo più scostante e di certo non sarò mai un saggio. Ora credo di essere tornato alla mia forma migliore, quella del Fabrizio dei tempi di “Tandem”, quando dovetti affrontare la botta terribile della morte di mio padre. L’ho sognato proprio stanotte...».
Lei ha successo perché è un conduttore non invasivo, che si sottrae. Mentre Bonolis diventa ingrediente saporito del piatto, e si aggiunge.
«In “Soliti ignoti” ho scelto questo registro, ma se mi fosse rischiesto, potrei cambiare. Sono al servizio di uno show, in caso di necessità posso avvicinarmi a corde più brillanti, attoriali, o da spalla, come Paolo o Fiorello».
A quasi 50 anni, che cosa vuole?
«Un figlio, la famiglia... Quella veramente l’ho già, con Carlotta, ma vorremmo sposarci entro un anno e mezzo. Prima dobbiamo avere una casa nostra. L’abbiamo trovata, finalmente, insieme vedendo in tempi diversi la stessa inserzione, ma va sistemata. Viviamo insieme da me, in un appartamento in zona Camilluccia, troppo piccolo. Avessimo un figlio, potrebbe stare solo nella vasca da bagno. Sarebbe pulitissimo, ma non mi parrebbe carino piazzarlo lì».
Con Rita Dalla Chiesa, perché finì?
«Non andavamo più molto d’accordo. Però, intendiamoci: è stato un rapporto importantissimo durato 15 anni».
Invece con Carlotta la differenza d’età è ribaltata, rispetto a Rita...
«Sì, Carlotta è più giovane di me di 24 anni, e siamo insieme da cinque, da quando ne aveva 19».
Qualcuno nelle vostre famiglie ha remato contro?
«All’inizio tutti ci avranno presi per pazzi, avranno pensato che non durasse. Ma nessuna aperta ostilità. Oggi c’è chi si stupisce del fatto che siamo ancora insieme».
Se Carlotta la sera vuole andare in discoteca, e Fabrizio è schiantato sul divano?
«Lavora anche lei moltissimo. In genere non succede, sarà capitato cinque volte. Se posso, l’accompagno volentieri. Altrimenti, va con i suoi amici o i colleghi di Sky. Il mio augurio è solo che si diverta».
Perché non fate servizi fotografici insieme?
«Per scaramanzia. Mai fatti sinora - e non so neppure se ne faremo, chissà -, ed è andata bene. Non vorremmo che portasse sfortuna».
La sua compagna è gelosa della splendida Belen Rodriguez, che conduce con lei «Circo Massimo», su Raitre?
«Belen è molto riservata, sulle sue, e non si è creata fra noi un’amicizia dietro le quinte. Cosa successa invece con Natasha Stefanenko, per esempio. E poi perché Carlotta dovrebbe essere gelosa? Siamo insieme e innamorati, non ne ha motivo».
Che cosa le ha dato questo amore giovane?
«Grande forza, concretezza, più saggezza; e l’appoggio per rimettermi in gioco. Carlotta è grande: una voce piccolina e una grinta notevole. Dolcissima e premurosa, attenta a ogni dettaglio».
La compagna ideale...
«Mi è andata bene, e ogni giorno faccio gli scongiuri sperando che duri. Fortunatamente continuo a vedere quella luce nei suoi occhi. Dovesse spegnersi, mi preoccuperei, mi fermerei. Ma se si innamorasse di un altro, non avrebbe che da dirmelo».
Certo, sarebbe dura...
«Non mi ci faccia pensare...».

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2007)

THE MINIS * IL BASKET DEI «NANI A CANESTRO» È UN'IDEA ITALIANA

Si può essere nani e avere obiettivi decisamente smisurati. Per esempio, tentare di vincere il primo torneo di basket di Venice Beach (California) giocato contro atleti «normodotati». Magari avvalendosi dell’aiuto di un cestista tra i più affermati, come l’eccentrico Dennis Rodman. 
Ve lo anticipiamo: è quello che accadrà ai quattro mini-protagonisti di «The Minis - Nani a canestro», commedia scritta e diretta dall’italianissimo Valerio Zanoli ma sfornata dalla mecca del cinema Usa. Nelle sale italiane il 2  novembre, ci permetterà di fare la conoscenza di Roger (Joe Gnoffo), che vuole guadagnarsi la stima di suo figlio Chris, deriso dai compagni di liceo a causa dell’altezza di papà; di Chevy (Gabriel Pimentel), impegnato a conquistare il cuore della bella Natalia; di Nick (Bradley Laise), che ha il problema di essere accettato dalla società e dai genitori, e di George (Dana Woods), desideroso di rendere felice sua moglie, anche lei nana, e ottenere il dovuto rispetto per l’intera categoria.
Scontrarsi con le leggende del basket Nba oppure formare una piramide umana per sfondare a canestro saranno soddisfazioni non da poco per i nostri amici, tutti col complesso - e le inevitabili difficoltà - legate al fatto di dover guardare sempre il prossimo dal basso verso l’alto.
Nato in provincia di Bergamo il 7 novembre 1977 e uscito dalla University of Southern California (la stessa di Spielberg, Lucas, Zemeckis e Howard), il regista Valerio Zanoli è anche autore della sceneggiatura: «L’idea» racconta «mi è venuta nel 2002, alla fine degli studi, fra l’ilarità generale. Da allora ho iniziato ad avviare iniziative di marketing e a raccogliendo soldi, soprattutto in Italia, per girare il film. Che alla fine è costato cinque milioni di dollari e che al momento è già piazzato in 235 sale. Si ride con i nani, non sui nani, sulla scia della tipica figura americana dell’underdog, lo sfortunato che mettendosi d’impegno riesce a riscattare la propria condizione e ad avere successo».
Patrocinato dal Coni, dalla Federazione Italiana Pallacanestro e approvato dall’associazione Little People of America, che tutela i nani residenti negli States, il film ha anche un sito internet (www.the-minis.com), tramite il quale il pubblico può dare il proprio contributo alla realizzazione della pellicola. Con un concorso, che si chiude il 10 settembre, è possibile inviare col proprio cellulare o una videocamera un breve filmato per suggerire ai nani alcune mosse vincenti. Le migliori, saranno inserite nel montato italiano del film.

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2007)

ROBERTA BETA * «IL GRANDE FRATELLO ORMAI E' UN CASTING, E TARICONE UN NEOLOGISMO»

«Il mio ricordo di Pietro Taricone è più che affettuoso. Giocava a fare lo spavaldo, il Guerriero, ma era un ragazzo meraviglioso, e crescendo aveva fatto uscire ancora di più questo suo lato caratteriale. Non c’era niente di studiato: lui voleva davvero essere Bruce Willis o Russell Crowe, e i suoi confessionali non erano recitati, lo faceva per se stesso. Ormai il Grande Fratello è un enorme casting di personaggi low cost per la tv, ma ai nostri tempi tutto era spontaneo. Taricone è il simbolo stesso del GF, un neologismo più che un concorrente. Credo sia nei dizionari. Uno tra i pochi a non finire nel dimenticatoio, insieme con Luca Argentero».                                   Roberta Beta

PIETRO TARICONE * ECCO LA POESIA CHE AVEVA TATUATA SUL POLPACCIO


Ecco la poesia che Pietro Taricone aveva tatuata sul polpaccio. È tratta dalla raccolta «La voce a te dovuta», dello spagnolo Pedro Salinas:

Il tuo modo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio. [...]
Mai parole o abbracci mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi; tu, no.
E sto abbracciato a te senza chiederti nulla,
per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire, con domande, con carezze,
quella solitudine immensa, d'amarti solo io.

giovedì 26 agosto 2010

ECCO CHE COSA PROVA UN ASTRONAUTA QUANDO È IN ORBITA SULLA LUNA

Dal racconto dell'astronauta italiano PAOLO NESPOLI (nella foto tratta da Wikipedia)

LA PREPARAZIONE
«Servono da due a quattro anni di addestramento di base, e a un anno dal volo inizia quello con il tuo vero equipaggio. Bisogna amalgamarsi e conoscere pregi e difetti degli altri. Servono un po’ di palestra, tutti gli esami medici del caso, e per il cibo non c’è una regola particolare, salvo nei sette giorni di totale quarantena prima del decollo, per evitare possibili contagi. È consigliabile però non mangiare troppo per evitare problemi».

IL TURISMO SPAZIALE
«Vedo bene l’idea delle passeggiate nello spazio, il turismo spaziale per tutti non mi pare un’utopia; magari non nei tempi ravvicinati dei quali si parla oggi, ma più in là. Ora le cose sono ancora estremamente complesse e costose. Sarebbe bello, invece di fare una settimana ai Caraibi, alle Maldive o Sharm, pianificare una vacanza o una luna di miele standosene a guardare all’ingiù. Quando qualcuno riuscirà a costruire un bell’albergo nello spazio e a rendere totalmente sicuri i voli, sono certo che questo business diventerà molto fiorente. Oggi si è visti come all’epoca dei pionieri sulle macchine volanti, come quelli che mettevano assieme quattro pezzi di legno, si lanciavano e cadevano dopo 300 metri. Gente che butta soldi e mette la propria vita a rischio».

IL DELICATISSIMO DECOLLO
«Il decollo e l’atterraggio sono fasi molto delicate, non a caso due incidenti dello Shuttle sono avvenuti in questi frangenti. In otto minuti si arriva dalla superficie della terra a 400 chilometri in orbita, viaggiando a 28.000 chilometri all’ora. È come partire da Milano per arrivare a Roma dieci minuti dopo, percorrendo 7 chilometri al secondo. L’accelerazione è fortissima per 3-5 minuti, 3G, ma non ti ammazza. I piloti dei caccia che fanno evoluzioni sono sottoposti a sollecitazioni molto maggiori. Sembra di stare seduti su un’enorme bomba che invece di esplodere e distruggere tutto, dirige l’esplosione verso il basso, proiettandoti in alto. In meno di 40 secondi sei già lì che punti lo spazio a 1200 chilometri all’ora. Come montagna russa, non è niente male. Oltretutto il peso è notevole: sette persone d’equipaggio e il carico di un pullman».

CHE COSA SI PROVA IN ORBITA

«Quando arrivi in orbita non c’è più la forza di gravità, e cominciano le difficoltà. Il sistema vestibolare, che dà il senso dello spazio e dell’equilibrio, è fortemente scombussolato. Servono un paio di giorni per ambientarsi. Sei in caduta libera, senti una sensazione di instabilità, come quando scendi le scale e sbagli a posare il piede su uno scalino che non c’è. Ecco, nello spazio vivi per 15 giorni perennemente in questa situazione. Bevi qualcosa e senti come una bolla di liquido che ti si agita nello stomaco. Ti sembra di non essere del tutto o posto e ti muovi un po’ pensando di risolvere il problema, che invece non si risolve perché il  fluido dentro di te è, come te, in sospensione».

L’ASSENZA DI GRAVITA’
«Dopo un po’ comunque ti abitui e stai bene. E se sguardi dai finestrini vieni ripagato dalla vista superba. Ci sono un’alba e un tramonto ogni ora e mezza, 16 al giorno. Credo che i turisti dello spazio impazzirebbero per cose come questa. Poi continua la vita di bordo: ti togli la tuta e fluttua all’insù. Appoggi un oggetto e sulla Terra rimane lì, oppure cade disegnando una parabola. In orbita invece se non stai attento te lo ritrovi ovunque. Infatti molte cose si fissano col velcro. E ti muovi senza accorgertene: può capitare di girarsi dopo qualche minuto sopresi nel vedere i compagni a testa in giù, senza accorgersi che in realtà sei tu che ti sei mosso. In compenso puoi spostare da solo e agevolmente un oggetto da 300 chili. Cosa impensabile sulla terra. L’assenza di peso è una cosa stranissima. Una volta stavamo pranzando in tanti attorno a un tavolino da un metro per uno. Non c’era più un posto. Beh, facile: mi sono messo a mangiare piazzato in sospeso sopra il tavolo, come Mary Poppins. Bisogna uscire anche dagli schemi mentali terrestri».

ANCHE FARE PIPI’ DIVENTA UN PROBLEMA
«Per i bisogni fisiologici c’è un bagno, molto piccolo, con un water che ha bocchette di aspirazione che immediatamente fanno sparire tutto. Si fa quindi pipì dentro l’aspiratore, che va centrato bene perché quel piccolo bagno dovrà essere usato per 15 giorni da sette persone, e non ci si può permettere che si spargano germi. A me è capitato più volte di verificare che, per comodità, riuscivo a fare pipì molto meglio stando con la testa all’ingiù».

TURNI MASSACRANTI
«Si lavora circa 14-15 ore al giorno con una tabella di marcia rigorosissima. Ci sono otto ore di sonno e un paio di libertà al giorno, divise in due spazi da un’ora circa, al mattino e alla sera. Servono per fare colazione, sistemarsi, controllare la mail, fare persino qualche telefonata dalla stazione spaziale internazionale. Oppure ascoltare musica o fare esperimenti con questa micro-gravità».

AL RITORNO, MUSCOLI ATROFIZZATI
«A stare in orbita ci si abitua molto velocemente, il corpo si adatta presto. Altri problemi fisici ci sono al rietro sulla terra. I muscoli tendono ad atrofizzarsi, bisogna fare fisioterapia, anche se qualche esercizio l’abbiamo sempre fatto anche lassù. Per noi si trattava soltanto di 15 giorni, ma alcuni colleghi si fermano anche sei mesi, e per loro è decisamente più dura: il cuore non deve più lavorare contro la forza di gravità, e praticamente se ne va in vacanza. Morale: quando torna prende una bastonata. Poi, in assenza di peso, il corpo sente di non aver più bisogno dello scheletro e inizia a smantellarlo. Le ossa si indeboliscono e sono frequenti fra gli astronauti, così come fra le donne in menopausa, i casi di osteoporosi. Si studia infatti anche molto come contrastarla. Si può perdere anche l’1% del peso osseo, durante un volo. Percentuale notevole. E poi, senza la forza di gravità, la spina dorsale si distende naturalmente. Io mi sono alzato di tre centimetri. Al ritorno torna a dover sopportare il vecchio peso. Bisogna quindi evitare il rischio di schiacciamenti di vertebre e altri problemi. Quando ho posato il piede sulla terra al ritorno, tremavo.  I muscoli erano indolenziti, e l’equilibrio in difficoltà. Per un po’ mi sono sentito come se fossi in piedi su una barchetta in mezzo all’oceano».

SOLO DUE ORE PER TORNARE
«Per tornare ci vogliono due ore, atterrando in Florida, a Cape Kennedy, e anche quella è un’esperienza. Il motore dell’andata, al ritorno non c’è più. Ti restano soltanto i freni. Che si surriscaldano, quindi non vanno usati troppo. Per due-tre minuti scendendo sei come circondato da una fiamma ossidrica, a temperature incredibili. E devi centrare un punto preciso. È come scendere da una montagna altissima con un’auto senza motore, provvista solo di freni, mantenendo però la spinta necessaria per arrivare a parcheggiare a Torino in piazza Castello, al posto numero 45. Le ali dello Shuttle sono i freni che ti servono per non precipitare. Infatti gli americani lo chiamano: “Un mattone con le alette”».

NEI VILLAGGI TURISTICI ATTENZIONE A IRINA PALMARE, LA SINGLE AL CELLULARE

È istituzionalmente sola. Ma col tempo si è fatta anche un (bel) po’ sòla. Dentro e fuori. E infatti sbarca al villaggio turistico in perfetta solitudine, con coordinato così composto: valigia enorme, valigia media, trolley e sfizioso beauty. Si ferma solo da sabato a sabato, ma quel che conta è far volume. Non si è piazzata una trousse fra i denti tipo cane da riporto solo perché ciò le impedirebbe di parlare. E di questo proprio non può fare a meno. Una volta aggiudicatasi «la camera migliore del villaggio» (la prima che le assegnano alla reception la fa sostituire di dafault, ma in casi estremi è sufficiente anche solo vantarsi di averla fatta sostituire), è pronta per il debutto.
Le tipe così, in presunta carriera, asciutte, generosamente sarcastiche, che svolazzano sulla quarantina, sono il glorioso modello Irina Palmare. Irina si riconosce a colpo d’occhio da due particolari: arriva in vacanza - al mare, meglio se destinazione esotica - già più abbronzata di un mandingo, con top bianco dal vertiginoso scollo. E soprattutto ha sempre fra le mani (anche in canoa) il suo Blackberry o l'iPhone d'ordinanza. Da lì il soprannome. L’oggetto in sé, in spiaggia, non sarebbe indispensabile, ma Irina giura di non poterne fare a meno. «Non me ne parlare, è un inferno: ogni tanto devo ceckkare la mail. E poi, sai, chiamano di continuo. Oh, ma sarò mica indispensabile? Che nervi: non potete lasciarmi andare via tranquilla una settimana?». È la frase di rito. Ovviamente non la caga nessuno per tutto il soggiorno, ma sarai mica così stronzo da farglielo notare?
Irina ostenta (spesso simula) snobismo fino al midollo. Anzi, al midollino della poltrona del bar dove prende posto - inamovibile - con la sigaretta fra le dita dall’«ape time» sino a notte fonda. In piscina ha conosciuto e blindato due androgine «amiche» un po’ bruttarelle che non vedrebbero l’ora di farla saltare in aria col Semtex. Ma non fa fine «e poi - dai - in fondo la vediamo solo una settimana...». Così si sciroppano per 18 ore al giorno i suoi racconti. In genere Irina sparge quintali di letame sui club che hanno già avuto la fortuna di ospitarla. Ti spiega quanto sia «infrequentabile» la Taverna di Skrotoulos a Santorini; quanti «cafoni» popolino il villaggio «Baia delle sirene gaudenti» di Simeri; quanto siano sopravvalutate certe strutture francesi; quanto siano «da rivalutare» certi villaggi turchi nei quali, d’istinto, non avresti mai messo piede. Il sospetto è che il ricordo si faccia più roseo in presenza di animazione trombante italiano. Irina verso le 23 non è più snob e te la darebbe anche a rate, TAN 0%, TAEG 0%.
Se non vai in camera sua, nel prossimo villaggio distribuirà la tua foto dicendo a tutti che sei irrimediabilmente «frocio».

RAOUL BOVA * TORNA A NUOTARE PER FICTION (E NON PER AMORE)

È stato, a 16 anni, campione italiano di nuoto, e ora si tuffa in piscina col suo fisico statuario. «Sorrisi» ha sorpreso Raoul Bova, impegnato a Roma tutto agosto sul set di «Come un delfino», film tv in due puntate che andrà in onda nell’autunno prossimo su Canale 5. Nel cast, anche Paolo Conticini. «Vestirò i panni» racconta «del manager di Raoul, che impersona un ex nuotatore impegnato ad allenare un gruppo di ragazzi di una comunità». La casa famiglia si trova in Sicilia, e il fiero nuotatore Bova è alle prese con Barbora Bobulova (un giudice minorile che tratta i casi più difficili), e la passione per uno sport che spesso può rappresentare anche la salvezza per alcuni giovani disadattati. Nel cast figurano anche Ricky Memphis (un sacerdote che è anche responsabile della comunità) e Maurizio Mattioli. Nessuna storia d’amore in vista per Raoul. Soltanto amicizia e sana competizione.

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2010)

mercoledì 25 agosto 2010

PARIS HILTON E IL LADRO ARMATO DI COLTELLI

Un ladro armato di coltelli ha tentato di entrare nottetempo nella villa di Paris Hilton. Avrebbe potuto portarle via tutto, tranne la sua verginità.

martedì 24 agosto 2010

giovedì 19 agosto 2010

DARIA BIGNARDI * «HO FATTO ANCHE LA CAMERIERA E LA COMMESSA»

Se hai la missione di intervistare barbaricamente Daria Bignardi, proprio come fa lei a «Le invasioni barbariche» (a proposito: il talk torna dall’8 febbraio alle 21,30 su La7), ti devi procurare per prima cosa una birra media. La stessa che la nostra serve, con studiata naturalezza, alla «vittima» di turno. Poi sederti, taccuino alla mano, e affrontare il suo sorriso al vetriolo.

Daria, lei è molto intelligente, ormai si è capito. E’ proprio il caso di insistere?
(Scoppia a ridere) «Non sono intelligente, è che mi dipingono così, come disse Jessica Rabbit».
La famosa birra che dà ai suoi ospiti serve: 1) A metterli a proprio agio. 2) A fare pubblicità occulta. 3) A far passare il messaggio che lei è un’intellettuale alla mano.
«La birra nacque per caso: la chiese un intervistato, poi un altro. Ora è un gesto rituale».
Che non serve a smorzare l’immagine della Bignardi snob, quindi...
«Non è una cosa pensata. In camerino a fine trasmissione la bevo davvero. Sono una da birra, non da champagne».
Quando lei lo lanciò, il «Grande Fratello» era qualcosa di rivoluzionario. Ora è diventato?
«Un programma normale. Vedibile, come tutto o meglio quasi tutto in tv, ma non fosse per curiosità professionale, non lo guarderei».
E’ vero che all’epoca, lavorando per Canale 5, rete familiare, voleva dare l’immagine della fatina buona?
«Non ho mai pensato all’immagine che davo, anche perché ognuno è quello che è, quindi più di tanto... Semmai ho sempre più alluso a una certa protervia».
Pizza e karaoke con Berlusconi o film coreano sottotitolato con Veltroni?
«Ahimé, film coreano con Veltroni...».
Antonio Ricci la vuole come inviata a «Striscia», con Staffelli e Ghione. Accetta?
«Non ne sarei capace. Gli telefonerei dicendo: Antonio, guarda, non è proprio il caso».
Si dice che «Le invasioni barbariche» le subiscano soprattutto i suoi poveri redattori…
«È vero. Niente sfuriate, ma sono esigente: cambiamo idea mille volte, discutiamo 200 volte, non è un programma riposante».
Si sente un direttore di giornale?
«Di fatto lo sono, non c’è una grande differenza. Quella la fa il mezzo. Ho diretto Donna: andavo in redazione con scarpe basse e maglionaccio. Lo faccio anche qui, solo che il venerdì sera c’è il travestimento per lo studio: tacco a spillo, e si va in scena».
Chi le ha rifiutato un’intervista barbarica?
«Celentano, Fiorello, Veronica Berlusconi, Tremonti, Berlusconi stesso, D’Alema... Tanti, ma in genere non bruscamente: prendono tempo, rimandano».
Lo ammetta: è segretamente innamorata di Raz Degan. Ogni tre puntate lo intervista, da solo o con Paola Barale…
«Nego. L’ho invitato in alcune occasioni funzionali al programma. Lui e lei sono forse la cosa più lontana che esista dal mio mondo, ma sono spettacolari, non banali, non si sposano, non fanno figli, viaggiano, niente programmi di lavoro a lungo termine. L’antitesi della coppia borghese».
Perché quando qualcuno viene attaccato in tv da un altro programma, poi viene a farsi intervistare da lei? È affidabile, o concorda le domande?
«Ma quando? È successo solo con Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia. Erano due anni che le stavo addosso e ne ha profittato per dire: “Va beh, vengo”. Concordare le domande, poi... L’80% delle persone che intervisto non le ho mai viste né sentite prima».
Com’è che le cose più micidiali le chiede sempre con il migliore dei suoi disarmanti sorrisi?
«Perché non c’è mai niente di così tremendo se si usano gentilezza e ironia. Cose morbose, comunque, mai».
Luoghi comuni. Bignardi sa fare benissimo tv, e i giornali un po’ meno. Come la vede?
«La mia esperienza da direttore è stata disgraziata: mi hanno chiamata a fare un giornale che stava chiudendo da 10 anni, non c’era un budget, io non sapevo da che parte cominciare, non ero sgamata e soprattutto non sapevo che cosa fosse la moda e i meccanismi della pubblicità. Come contenuti penso di avere fatto un bellissimo giornale: per fare la presuntuosa potrei citare quattro testate che oggi hanno cose prese di sana pianta da Donna».
Sulla classica torre ci sono il suo geniale creatore, Giorgio Gori, e Antonio Campo Dall’Orto, il suo illuminato direttore a La7. Deve buttarne uno dandogli – sempre sorridendo - un paracadute che non si aprirà. Chi sceglie?
«Che cattiveria... Mi pesa molto, sono affezionatissima a entrambi, ma sarò gerarchica e aziendalista: butto Giorgio».
Mentre decide chi lanciare arrivano Staffelli e Ghione e fanno saltare la torre. Lei sopravvive ma è televisivamente sola. C’è un posto a Tele Voghera International. Accetta?
«Diciamo che ne approfitto per dedicarmi all’arte e all’amore».
Ha mai avuto difficoltà ad arrivare a fine del mese?
«Sì, più o meno fino a nove anni fa, sino al “Grande Fratello”. E poi a 19 anni, dopo la maturità classica, ho lavorato in un albergo facendo di tutto: servivo ai tavoli, lavoravo alla boutique, al bar, in segreteria. A Londra ho fatto la commessa...».
Briatore accetta un’intervista esclusiva, ma solo se lei in cambio fa la ragazza immagine per un mese al Billionaire.
«Non ho il fisico, non penso che ce la farei. E poi, in discoteca no».
Che cos’ha Maria De Filippi che lei non ha?
«Molto. Per esempio è ancora più appassionata di me al suo lavoro. Io stacco anche per lunghi periodi, da maggio a settembre. Lei mi pare veramente innamorata del mezzo. Io ho fughe anche in altri mondi. Me la vedrei direttore di un network. Mi sembra una che ne capisce di tv. Io la faccio, ma non potrei dirigere una rete».
Le affidano «Uomini e donne» e il tronista è Umberto Eco. Da chi lo fa corteggiare?
«Gli piacerebbe credo Emmanuelle De Benedetti, elegante, intellettuale, ma anche Barbara Spinelli. E perché no, Raffaella Carrà. Una signora autorevole, capace».
Quando è stata l’ultima volta che ha fatto il trenino a una festa ballando Disco samba?
«Mai fatto, ma spero che mi capiti prima o poi».
Luoghi comuni. È stata dura sopportare l’arrivo di Ilaria D’Amico a La7 per fare un programma giornalistico trendy.
«Questa scemenza se l’è inventata qualche maschilista: è la cosa più falsa del mondo, io e Ilaria ci ridiamo sopra. Mi è anche simpatica».
Soluzione salomonica: lei è quella bella e la D’Amico è quella brava. Le va bene?
«Magari! Sì, sì mi piacerebbe molto».
E’ vero che con Chiambretti vi sopportate a fatica?
«Una volta ho fatto una sciocchezza con Piero, che giustamente se l’è segnata. Per lavoro e famiglia, mi ero allontanata dalle logiche della tv, e lui mi aveva invitata a “Markette”. Accettai, ma il giorno prima gli diedi una sòla. Non ricordo, ma avevo veramente un casino. Se lo fanno a me, ora mi arrabbio molto, è una cosa che crea grossi problemi. Ha ragione, non ci sono giustificazioni: gli impegni vanno mantenuti».
Chi ha tirato il pacco a lei, invece?
«Cecchi Gori, che la mattina ha detto che non sarebbe venuto. Ma un po’ da lui te l’aspetti...».
Ci sono Giuliano Ferrara e Maria Giovanna Maglie che stanno lottando nel fango. Si butta nella mischia e cerca di separarli, o si siedi a godersi lo spettacolo?
«La seconda che ha detto, non potrei mai separarli».
Quanto ha giovato alla sua immagine pubblica l’essere entrata nella famiglia Sofri?
«Casomai il contrario. Sa che i Sofri non sono molto amati... Non siamo così sotto i riflettori, e poi sono sette anni che io e Luca stiamo insieme e io lavoro già da molto tempo prima».
Ha mai rigato l’auto di un vicino di casa indisponente?
«Iooo? Beh, ma no: atti di vandalismo, proprio no».
Pistola alla tempia: trova finalmente un editore disposto a pubblicare...
«Beh, diciamo che c’è la fila fuori...».
Ok, ma mi faccia finire: le pubblica il romanzo della sua vita. E’ bellissimo, sarà un cult...
«Chiaro, è mio, non potrebbe essere diversamente...».
Ok, ma l’editore è pazzo e pretende che il libro sia anonimo. Nessuno saprà mai che è suo. Lo pubblica comunque?
«Se sapessi scriverlo, sì».
Per amore della cultura?
«No, del prodotto: mi piacciono le cose ben fatte. Ma non so scriverlo, quindi...».
Un marmista fan della D’Amico incide il suo epitaffio non autorizzato: «Qui giace Daria Bignardi: una media alla spina». Come la prende?
«Ok, mi piace essere associata alla birra. E poi almeno da morti è giusto essere se stessi...».
Mi delude: pensavo resuscitasse, eliminasse il marmista e cambiasse la parola «media» in «grande».
«No, sbaglia. Piccola, semmai. Non vede la corporatura? Sono così minuta...».

(TV SORRISI E CANZONI - GENNAIO 2008)

ANTONELLO VENDITTI HA VISTO UN DISCO VOLANTE

Antonello Venditti ha confessato al Corriere della sera di aver visto - all'età di «cinque-sei anni» - un disco volante. Sono i suoi dischi che - da parecchi anni (di certo più di cinque-sei) - non volano più.

ANCHE PAOLO CONTE HA FATTO PUBBLICITA' ALLA COCA-COLA

Forse non tutti sanno che, così come gli attori americani non disdegnano l’Italia per qualche peccatuccio pubblicitario semi-clandestino (vedi George Clooney, John Malkovich e Dustin Hoffman per il caffè, ma anche Nicole Kidman per Sky, gli orologi di Andy Garcia, la pasta di Gerard Depardieu, John Travolta in prestito a Telecom e Christopher Lambert vignaiolo) anche da noi c'è qualcuno che fa il percorso inverso. Si immagina con la stessa discrezione richiesta dai colleghi d'oltreoceano. Persino lo schivo Paolo Conte, pochi anni fa, ha ceduto buona parte di un suo capolavoro, la celeberrima «Via con me», per la colonna sonora di un lungo spot Coca Cola dal gusto molto europeo mandato in onda negli Stati Uniti, anche nei cinema. Gli americani gradivano, e gli italiani non se ne sono manco accorti.

GLI AMERICANI? OSSESSIONATI DALLE PREVISIONI DEL TEMPO

Immaginate Fabrizio Summonte e Didi Leoni che, sul finire del Tg5 delle 13, dopo un fragrante servizio su un nuovo tipo di biscotti anti-colesterolo, tornano in onda dallo studio, euforizzati, e si ritrovano sulla scrivania un vassoio dei citati biscotti. Della marca non si parla più, ma i due iniziano a servirsi avidamente – per 30 secondi abbondanti – commentando a bocca piena: “Come li trovi, Fabrizio?”. “Niente male, Didi, niente male. Se poi è vero che fanno anche così bene alla salute…”. L’inquadratura si allarga e il meteorologo Mario Giuliacci entra in campo, si avvicina, e domanda: “Posso assaggiare?”. “Stai scherzando? Prego”. Ormai è una festicciola in famiglia.“Uhm… Deliziosi. Ehi, voi due: attenti a non esagerare, però”. “Tranquillo, Mario. Tu, piuttosto: preferisci continuare a mangiare, oppure vuoi dirci quale tempo avremo domani?”. Risate ipocaloriche diffuse.
Da noi – per ora – è fantascienza. In America, ordinaria amministrazione. Così come la conduzione in coppia dei tg: sempre uomo e donna, meglio se bianco/a e persona di colore. Non politico, ovviamente. In Italia è (era) una prerogativa del notiziario creato da Mentana. Negli Usa, un classico. Ed essendo gli americani ossessionati dalle previsioni del tempo, l’arrivo del meteorologo (mai fredda voce fuori campo, sempre di persona, con il supporto di elaborazioni grafiche di rara efficacia) serve anche a spezzare la tensione dopo una sfilza di notizie difficili da digerire. Più il meteorologo è buffo e rintronato (nella foto la versione inglese), meglio è. Nessun riferimento a persone operanti in Italia.

LE TELEVENDITE IN AMERICA? (MOLTO) PEGGIO CHE DA NOI


Chi storce il naso di fronte alle nostre televendite di pentole e materassi, dovrebbe fare un salto negli Stati Uniti: qui su alcune reti – anche non insignificanti e nel pieno pomeriggio, mica a tarda notte - vanno in onda per ore, a ciclo continuo, le proposte commerciali più disparate: madre e figlia (in America mamma deve sembrare sempre più giovane, sennò non le vedrai mai muoversi in coppia) che si contendono collane e miracolose creme anti-età; La Bibbia in dvd – versione condensata – supportata da mezz’ora di interviste stile “I fatti vostri”; signori in là con gli anni che urlano come forsennati e ridono da soli per piazzare l’ultimo modello di jeep radiocomandata, guidandola fra gli ostacoli in un intero mega-studio a disposizione.
Essendo noi italiani – agli occhi degli americani - quei simpatici furbacchioni che se la cavano un po’ ovunque (soprattutto ai fornelli, è chiaro), la marca Alfredo Pizza garantisce in uno spot di poterla scaldare a casa, trovandola “buona come quella del fast food” pizzettaro sotto casa. E almeno su questo mi permetto di dubitare.

PLATINETTE * «SOGNO DI FARE L'ASSESSORE ALLA CULTURA A PARMA»

Sono il trait d’union fra Renata Tebaldi e Lady Gaga: figurarsi se non posso occuparmi di intrattenimento in municipio!» Mentre lo dice, sudando una in più delle classiche sette camicie per le vie di una Parma nei confronti della quale ostenta sfacciata confidenza, Mauro Coruzzi realizza il suo sogno: assessore (alla cultura) per un giorno. Lasciata nell’armadio l’ingombrante mise di Platinette, l’alter ego televisivo, si accorge così di avere almeno una cosa in Comune (nel senso di sede municipale) con la drag queen più famosa d’Italia: lo stesso giovane sindaco, che ha voglia di collaborare. «Intendiamoci, noi un assessore alla cultura l’abbiamo già, ed è molto bravo» dice il primo cittadino, Pietro Vignali, alla guida di una lista civica di centrodestra «però credo che i consigli di Mauro potrebbero essere utili a una città che vive giustamente aggrappata alle proprie storiche vocazioni, ma che su questo fronte può fare ancora molto».
«E pensare che alle elezioni avevo appoggiato la lista concorrente a quella di Vignali…» continua Coruzzi. «Non farei mai politica a livello nazionale, anche se sono stato corteggiato per molto tempo dai radicali, più insistenti di Facebook. Del resto ho avuto la loro tessera per vent’anni. L’unica cosa che potrei fare è l’assessore, ma a livello locale». Detto, fatto. Ma com’è Parma? «Un po’ snob, a volte. Piena di biciclette che costano più dei fuoristrada. Ci chiamano “la piccola Parigi”, e anche molte espressioni dialettali sono mutuate dal francese. Eppure non abbiamo il coraggio di crederci davvero. Se lo siamo, perché non trasformiamo una volta l’anno Viale Martiri della Libertà, lo Stradone, i nostri Champs Elysées, in una sfarzosa Pigalle in miniatura, con qualcosa che somigli al Moulin Rouge? Tra le altre cose che ho in mente, c’è la finale di un grande torneo di bocce da giocarsi nei corridoi del Palazzo della Pilotta (il nome deriva da pelota), restituito così alle origini, ai tempi di quella pazza di Maria Luigia d’Austria». E lo snodo cruciale della musica? «Lirica a parte» dice Coruzzi «anche qui siamo convinti che basti un festival jazz d’estate, con strumentisti chiamati da ogni minuscola isola caraibica, per accontentare tutti. Non è così. Gli appuntamenti andrebbero ripensati. E il Teatro Regio, fiore all’occhiello, non può morire solo sotto il peso di ricche signore imparruccate. Fuori dalla città, tanta gente non gode di questa bellezza: sono molto proletario in senso sovietico, in questo. La cultura alta va contaminata, sennò muore. Vedrei bene anche qualche talento adatto uscito da “Amici”, su questo palco».
Pronto a debuttare come opinionista leggero («Non so ancora se nei panni di Platinette, ormai sento sempre più spesso il bisogno di svestirmi») nella prossima edizione di «Mattino 5», Coruzzi ha un altro sogno nel cassetto: «Dal momento che Parma ha visto nascere sia le sorelle Fontana, gente che ha vestito Liz Taylor e Audrey Hepburn, che Matteo Cambi, un ragazzotto geniale che si è inventato una margherita a sei petali, l’ha piazzata su una maglietta, e alla fine vendeva anche l’acqua minerale con quel marchio da 150 milioni di fatturato, accarezzo l’idea di una mostra dedicata alla nostra moda. Certo, Cambi ha fatto una fine diversa rispetto alle sorelle Fontana, ma è proprio questo il punto: riflettere su quelle immagini, quel percorso, ci aiuterebbe anche a capire l’evoluzione della nostra società».

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2010)

venerdì 13 agosto 2010

CARLO CONTI * «IO RACCOMANDATO? LAVORAVO GIA' PRIMA DI QUALUNQUE DIRETTORE»

«Ba-na-na! Carlo, se vvòi venì bbene ‘n fotografia devi da dì “ba-na-na” mentre quello scatta!».
La signora seduta in platea negli studi romani della Dear, dove si registra «L’Eredità», ha il tono perentorio di chi ne sa una più della buonanima di Helmut Newton. Carlo Conti, l’uomo che non conosce pallore, si gira, la guarda perplesso, ma non coglie il prezioso spunto. Poi torna a concedersi al nostro fotografo con un sorriso smagliante ma senza uso di «Ba-na-na!».

Conti, lei è sempre così abbronzato perché teme di essere un personaggio incolore?
(A denti strettini) «Eh eh... No, adoro il sole e ho la pellaccia scura. Non vivo la fase del rosso, come tutti gli umani: passo dal bianco al nero totale. Non ho cellule, ma piccoli pannelli solari».
Teme più il calo dell’audience o quello della melanina?
«Sono due grossi problemi. L’audience la vivo in maniera serena, e sentirmi con la pelle giusta mi dà serenità».
Ha mai fatto nero qualcuno?
«Mai fatto a botte, anche da bambino: semmai separavo la gente. Con la parola si può mediare, risolvere tutto».
Che cosa si dice la mattina guardandosi allo specchio?
«Ringrazio Dio di essermi svegliato e di avere la salute. E mi ritengo fortunato: faccio con lo stesso entusiasmo il mestiere che sognavo da bambino».
Un santo. Ma subito dopo aggiunge: quanto sono bello!
«No, solo sereno. E fisicamente non mi piaccio. Controllo magari di non essere troppo pallido. Mi piaccio come persona e mi piace il mio percorso di vita: partito da zero, ho saputo costruire».
Macché: lei si piace così tanto che si inviterebbe a cena da solo.
«Mai. Mi piace semmai la compagnia di una bella donna, con la quale potersi confrontare. Bella e intelligente».
Ha paura di qualcosa?
«Della follia e della cattiveria. Mi fa molta paura la facilità con cui la gente oggi dà di matto. Anche a un semaforo quando non sei partito subito al verde. Gente che urla. È inquietante, sempre tutto un tono sopra, per non dir peggio».
La più colossale scemata che abbia fatto in tv.
«Aver scambiato Annibale per Scipione».
Questa l’ha detta. Parliamo di programmi.
«Non rinnego niente. Quando li ho fatti ci credevo. È troppo facile poi parlarne male... Gli errori servono a costruire il tuo oggi: l’esperienza è fatta anche di sbagli».
Molto saggio. Intanto però un titolo non me lo dice...
«Mannò, anche se penso a “Il gladiatore”, un quiz del 2001 che non andò benissimo, fu però piazzato poi in Grecia, Svezia, Spagna. Avevamo sbagliato solo la collocazione oraria».
È vero che accetta tutti i programmi che le danno?
«Falso. Me li scelgo io, li plasmo, me li coccolo. Non mi affidano mai uno show. Sono sempre il capo progetto di ciò che faccio: accetto solo se ho carta bianca».
È vero che la cosa più rischiosa che abbia fatto in vita sua è stata la ceretta?
(Ride di gusto) «No, manco quella e non la farò mai. Sarebbe come perdere l’abbronzatura. Posso al limite sfoltire un po’ la peluria d’estate per evitare che mi faccia ombra. Sa com’è...».
Lo vede? «Il gladiatore» non le assomigliava perché non ha niente in comune con Russel Crowe. Nel 2003 però ha fatto «I raccomandati». Questo titolo le somiglia di più?
«Per niente. Altrimenti non ci avrei messo 10 anni ad arrivare alla Rai. Il mio curriculum è: lavoro, gavetta, mestiere. Se porti a casa risultati, il pubblico ti premia, ci sei  e ci resti».
Il direttore di Raiuno, Del Noce, in pubblico bacia tutti i suoi conduttori: Fiorello, Baudo... Quando tocca a lei?
(Guardingo) «No, beh... A me non è mai capitato. Può succedere, ci starò attento. Essendo tradizionalista, ho preferito quando in tv mi hanno baciato Carol Alt e la Marini».
Se lui un domani fosse trasferito alle Poste, lei che è il suo preferito lavorerebbe ancora in Rai?
«Questa del preferito è una cosa inventata che sento dire da più parti... Io vivo a Firenze, fuori dalle logiche e dai salotti romani. Lavoro da sempre, da prima di quasiasi direttore. Il giorno dell’avvicendamento mi presenterò al nuovo dicendogli: questo sono io e questi i miei programmi».
È nato artisticamente con Pieraccioni. Che cosa sarebbe oggi senza di lui?
«Niente di diverso. La cosa più importante che abbiamo fatto insieme io, Leonardo e Giorgio Panariello è stata la gavetta vera: dai sette ai 7000 spettatori nelle sagre di paese. Poi ognuno è diventato quel che è diventato nel proprio settore e sono rimasti rapporti professionali occasionali. Io e Leonardo siamo fratelli. La prima volta che ho detto “Signori: Leonardo Pieraccioni” era il 1982».
Vi siete trovati.
«Avevo capito che c’era questo fermento, in Toscana, e davo vita a trasmissioni circondandomi di giovani comici. Ero l’Arbore della situazione...».
Li ha scoperti lei, dunque, come direbbe Baudo...
«Sì... E lavoravo in una discoteca, l’Aloha, che era diventata il nostro “Zelig”. Andavo anche in giro a trovare gli sponsor. Lì eravamo dei re. Poi è venuta Roma a cercare noi, non il contrario».
Piace ai giornalisti?
«Ad alcuni sì, anche perché chiacchiero molto nelle interviste».
Allora come mai per assegnare questa il nostro direttore ha dovuto fare un’estrazione in sala mensa?
(Sinceramente provato) «Sììì? Davvero? Nessuno voleva farla? Mamma mia, è una cosa tristissima...».
Scherzavo. È vero che quando circola qualche foto di gossip che la riguarda, è concordata con i paparazzi?
«Macché, è una follia. Faccio di tutto per sparire. Andai solo una domenica a pranzo, d’inverno, con le mia ex fidanzata, a Sabaudia. Errore: lì ci sono i ristoratori che chiamano immediatamente i paparazzi. Cosa che non mi succede a Cecina o Follonica. Fu intaccata la mia privacy vera. Ci rimasi male». 
Quanto guadagna all’anno?
(Molto imbarazzato) «Ohibò, questo nun si puoddire. Perché, bisogna?».
Sarebbe un bel gesto.
«Guadagno più che bene. Credo di essere tra i meglio pagati in azienda, ma copro tanti spazi, do tanti programmi, quindi... Però cifre non ne faccio».
Per i giornali lei è il «Medioman» della tv. Lo dica che non ne può più.
«Col tempo passa tutto. È solo il giudizio della gente che conta, i numerini della mattina dopo. E quelli ci sono su tutti i programmi che faccio. E poi sarebbe folle mettersi una maschera».
Nel preserale con «L’eredità» batte regolarmente la concorrenza. Merito suo o del programma?
«Pilota e macchina sono ugualmente importanti. Programma e personaggio. Come per Schumacher e la Ferrari».
Si paragona a Schumacher?
«No, assolutamente. Parlo di prodotto e conduttore. “L’eredità” era già un buon prodotto e le ho dato il mio taglio».
Altri grandi del preserale sono stati Bonolis, Fiorello...
«Beh, Bonolis andò bene con “Tira e molla”. Fiorello poverino invece con “Superboll” si incartò proprio contro il mio “In bocca al lupo”».
Caspita, Carlo Conti: quello che ammazzò Fiorello...
«Io non ho ammazzato nessuno... E poi Fiore è straordinario. Può capitare. Lui deve andare a ruota libera, non può essere imbrigliato in un quiz».
Sogna la Bellucci. In attesa che si liberi per lei, chi frequenta?
«Da quando mi sono lasciato con Francesca, nessuna».
Refrattario?
«No, assolutamente. Mi piace conoscere donne, frequentarle... E piano piano costruire con quella con la quale ci sono maggiori affinità».
Leggevo che lei lascia tutte le sue donne perché a un certo punto vuole restare solo con sé stesso.
«È la sintesi della sintesi. Arrivo a un punto in cui la voglia di stare da solo supera quella di costruire in due. Forse l’amore non è più come all’inizio. Però ogni volta con dispiacere: è un grande fallimento. Sempre più spesso, oggi, lo vivo così. Anche perché preferisco stare solo, piuttosto che avere una fidanzata solo per averla. Nel momento in cui comincio a investire, a metterci tempo, non riuscire è un fallimento. Specie quando ti rendi conto che la persona che hai lasciato vale molto, non si trova tutti i giorni dietro l’angolo».
Ci siamo, è ancora innamorato di Francesca.
«Se fossi immamorato starei con lei».
Senso di colpa?
«No, dispiacere per se stessi. Le persone sono tante, ma quelle giuste ben poche. E più passa il tempo, più l’incastro è difficile, vai a vedere 1000 sfaccettature. A 18 anni sopporti; a 40 ancora qualcosa, a 45 ancora meno».
Obama o Hillary?
«Bella sfida. Forse per il mondo sarebbe più sconvolgente un presidente di colore».
Ne ha persino più di lei.
«Affinità cromatiche. Ma in Italia mi piacerebbe molto avere quanto prima una presidente donna, una grande come Tina Anselmi».
Si dice che soffra perché non le fanno fare Sanremo.
«Figurarsi: qualcuno se la prende perché non pongo mai come condizione nei contratti l’avere anche Sanremo».
Sta finendo di condurre «I migliori anni». Non sarà che il pubblico tv i suoi migliori anni li ha vissuti senza di lei?
«Assolutamente. E l’ha dimostrato scegliendo in questa gara fra decenni gli Anni 70 e 80. La tv dei pionieri. Ma anche oggi, via, non è tutto da buttare».

(TV SORRISI E CANZONI - FEBBRAIO 2008)

PIPPO BAUDO * TUTTO SUL RE DEI CONDUTTORI (PUNTO PER PUNTO)

NOMI
Ne ha ben tre: Giuseppe Raimondo Vittorio.

IL DEBUTTO
A sei anni, a teatro, nel ruolo del figlio di Santa Rita.

ZIA ROSA
La sua prima compagna di giochi. A carnevale si vestiva da uomo, lo prendeva per mano e uscivano a fare baldoria.

BELGIORNO
Attenzione, non Bongiorno. È il nome del principe che impersonò nel suo primo, vero spettacolo, l’operetta «Fioralba», interpretata al suo paese, Militello Val di Catania, nell’agosto 1946.

PRESENTATORE
La sua prima conduzione risale al 1960. È il programma «La guida degli emigranti».

LIBRI CALDI
A «Domenica in» (dal 1979) quando inventò la promozione di un libro con l’autore ospite in studio, nei giorni successivi quel titolo vendeva dalle 20 alle 60 mila copie in più. In ambito editoriale era temuto e osannato.

DURAN DURAN
Tramò per tirarli giù dal letto, in piena notte, a Sanremo ‘85. Sua figlia Tiziana, fan scatenata di Simon Le Bon, pretendeva di conoscere i rockettari del momento, superospiti al Festival. Per arrivare nella stanza del suo idolo si travestì da cameriera. Carràmba, che sorpresa! Il «gancio», chiaro, era papà.

CARATTERE
Chi lo conosce bene, lo descrive come la tipica personalità «bipolare», che passa da momenti di malinconia (durante i quali è mitissimo e arrendevole) ad altri di inarrestabile esaltazione. Durante i primi, smette di tingersi i capelli; nei secondi, rimette mano alla tintura.

PENSIONE HELIOS
Il suo primo rifugio quando si trasferì dalla Sicilia a Roma. Pagava 50.000 lire al mese.

LITIGI
Tra i personaggi con i quali ha avuto litigi o polemiche memorabili ci sono l’ex presidente Rai Enrico Manca, Vittorio Sgarbi, Alba Parietti, Iva Zanicchi e Zucchero.

RENATO ZERO
Per due-tre anni, verso la metà degli Anni 80, non si è mai capito bene perché, non voleva saperne  di invitarlo in trasmissione.

12.000 EURO
Dal momento della separazione da Katia Ricciarelli sino alla quantificazione del suo patrimomonio (sul quale si favoleggia), li ha corrisposti mensilmente a titolo provvisorio all’ex moglie.

CITTADINO ONORARIO
Nonostante sia quasi patrono di Sanremo, nel 2002 è stata la cittadina di Sori, in provincia di Genova, a rendergli merito.

MANAGER RADIOFONICA
È il lavoro attuale della 37enne figlia Tiziana (avuta da Angela Lippi), che in passato ha transitato nella discografia.

GLI AMORI
Con Angela Lippi si è sposato nel 1970. La loro unione è durata quattro anni. Poi è stato legato alle attrici Adriana Russo (dal 1981 all’82) e Alida Chelli, dall’82 all’85. Il matrimonio con Katia Ricciarelli è durato dall’86 al 2004.

IL FIGLIO SEGRETO
È il musicista Alessandro Formosa, nato nel 1962 da una relazione con Mirella Adinolfi, e vive in Australia. L’ha riconosciuto il 23 febbraio 2000 dopo un test del Dna.

BONOLIS
I due non si sopportano granché. La ruggine risale al dietro le quinte di Sanremo 2004: Bonolis conduceva; Pippo avrebbe dovuto essere direttore artistico, ma alla fine rinunciò. Convivenza impossibile.

1968
L’anno del suo primo Sanremo. Lo condusse con Luisa Rivelli, soffiandolo a Mike.

ARMSTRONG
Al suo debutto sanremese si fece notare strappando la tromba di mano a Louis Armstrong, che - finito il suo brano in gara - preso dall’entusiasmo voleva suonarne un altro.

PENSIONATO
È ufficialmente in pensione da sette anni: l’Enpals (ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo) gli versa 2.100 euro al mese.

FORNELLI
Nell’attico che ha in pieno centro a Roma c’è una signora che cucina per lui da 30 anni.

SEGRETARIA
La sua storica e inseparabile, Dina Minna, fu uno dei grandi motivi di gelosia per Katia. In Rai la chiamano «Bau-Dina».

TIMIDEZZA
Può andare in onda in mondovisione senza fare una piega, ma fra i suoi incredibili pudori c’è quello di non riuscire a provarsi un vestito mentre qualcuno lo guarda.

WALTER CHIARI
È il personaggio dello spettacolo che l’ha più colpito per bellezza, cultura, ricerca lessicale e comicità.

SARDEGNA
In estate, da 18 anni, si trasferisce in una casa costruita nelle rocce di granito in località Torre delle Stelle, a 20 chilometri da Cagliari. Tutto intorno, ginepri, oleandri e lentischio.

IL PALAZZACCIO
Quando nel 1988, pentito, lasciò all’improvviso Mediaset, dovette pagare una forte penale, cedendo alla controparte un intero stabile all’Aventino, a Roma. Da allora nell’ambiente viene chiamato «Palazzo Baudo».

«MY WAY»
È la sua canzone preferita e l’ha vista nascere, all’epoca di «Settevoci» (‘66). Claude François gliela fece sentire, e Paul Anka la cantò.

SENSO DI COLPA
Ha molte proprietà (terreni, agrumeti, ecc.), ma la sua mania è investire in immobili. Ritiene che ciò sia frutto di un senso di colpa per compensare il fatto che - da piccolo - mamma Innocenza fu costretta a vendere casa per mantenerlo.

AVE NINCHI
Pensa sia la donna con maggior senso dell’umorismo che abbia conosciuto.

IL PADRINO
È stato padrino al battesimo di Rebecca, figlia di Heather Parisi. 

ATTENTATO
Nel 1991 un’ala della sua villa a Santa Tecla, in Sicilia, fu fatta saltare in aria con 20 chili di dinamite.

DONNE
Da sempre, gli fanno paura. Non prende mai l’iniziativa se non ha chiari segnali di via libera.

IRENE GRANDI
Si è amaramente pentito di avere bocciato la sua «Bruci la città» alla scorsa edizione del Festival.

MISURE
Alto 1,88 cm, ne ha 54 di circonferenza cranica. Le gambe sono lunghe 104 cm., le braccia 70 e le spalle 49. Calza il 45.

CAPELLI
In un’intervista ha svelato tutto sulla sua celeberrima capigliatura. Iniziò a perdere i capelli a 24 anni. Ha portato il parrucchino dal 1970 al ‘72. Tentò poi il trapianto di quelli sintetici, con fastidiose crisi di rigetto, e infine passò all’autotrapianto microchirurgico, risolutivo. Cinque interventi in due anni. Gli sono stati innestati sul capo 4000 capelli prelevati di lato.

PASTI
Adora mangiare: spaghetti alle vongole o pomodoro e basilico; manzo alla brace, spigola bollita, carciofi alla giudea, filetti di baccalà, fiori di zucca, fritto di paranza, misto frutti di bosco, cannoli. Nel bicchiere, vino bianco secco.

AMICI
I suoi più cari sono quattro: il giornalista Micio Tempio, il cugino Filippo Fascetta e due medici: Sergio Di Giacomo e Giuseppe Rosati.

TELECAMERE

Racconta ancora di quando, per curare le sue corde vocali malate, gli misero, ironia della sorte, una telecamera anche in gola.

LAUREA
La sera prima di laurearsi in Giurisprudenza presentò una selezione di Miss Italia a Erice. Per essere in tempo a Palermo la mattina dopo viaggiò di notte, su un carretto della frutta, disteso tra arance e verdura.

SE TI ALZI NON VALE
Ai tempi di «Domenica in», l’edizione del Tg1 in onda poco prima dell’inizio del programma tentò di soffiargli il superospite Julio Iglesias. La sua redazione aveva fatto di tutto per averlo, corteggiandolo per mesi, fra Miami e le Bahamas. Pippo lo seppe e avvisò Julio, che - già seduto davanti al giornalista - salutò e se ne andò.

SPORT
In gioventù ha giocato a calcio ed è stato persino alzatore a pallavolo. Tifa Juventus e Catania.

MOONLIGHT
È il nome dell’orchestra con la quale, nel 1959, in veste di pianista e cantante, si è visto per la prima volta in tv.

ASPIRAZIONI
Avrebbe voluto diventare direttore d’orchestra e attore teatrale.

TENTATO «SCIPPO»
Fra le tante richieste ufficiali che negli anni ha ricevuto a proposito di Sanremo, ce n’è una di «trasferimento della manifestazione» da parte del Principato di Monaco.

LA PROFEZIA
Esiliato dalla Rai, Biagio Agnes lo richiamò in azienda dopo che un’anziana signora, incontrata al cimitero, gli disse: «Biagio, tu a’ da fa turnà Pippo, altrimenti muori».

VITE PARALLELE
Se non avesse fatto tv, dice che sarebbe diventato avvocato civilista.

ATTORE
Ha recitato in tre film: «Il suo nome è donna rosa» (‘69), «W le donne» (‘70) e «Sono un fenomeno paranormale» (‘85).

CAMEI TV
Nel 1990 ha interpretato, in costume, il padre di Lucia ne «I promessi sposi» del trio Lopez-Marchesini-Solenghi, su Raiuno.

CRISI
A Sanremo, nel 1984, deve far fronte alla prima crisi in diretta: una protesta degli operai dell’Italsider, che ospita sul palco.

COLPI BASSI
Quelli che gli assestano Roberto Benigni e Fiorello a Sanremo 2002. Lui se la ride. L’anno dopo sarà baciato dalla Littizzetto.

(TV SORRISI E CANZONI - FEBBRAIO 2008)

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