giovedì 26 agosto 2010

ECCO CHE COSA PROVA UN ASTRONAUTA QUANDO È IN ORBITA SULLA LUNA

Dal racconto dell'astronauta italiano PAOLO NESPOLI (nella foto tratta da Wikipedia)

LA PREPARAZIONE
«Servono da due a quattro anni di addestramento di base, e a un anno dal volo inizia quello con il tuo vero equipaggio. Bisogna amalgamarsi e conoscere pregi e difetti degli altri. Servono un po’ di palestra, tutti gli esami medici del caso, e per il cibo non c’è una regola particolare, salvo nei sette giorni di totale quarantena prima del decollo, per evitare possibili contagi. È consigliabile però non mangiare troppo per evitare problemi».

IL TURISMO SPAZIALE
«Vedo bene l’idea delle passeggiate nello spazio, il turismo spaziale per tutti non mi pare un’utopia; magari non nei tempi ravvicinati dei quali si parla oggi, ma più in là. Ora le cose sono ancora estremamente complesse e costose. Sarebbe bello, invece di fare una settimana ai Caraibi, alle Maldive o Sharm, pianificare una vacanza o una luna di miele standosene a guardare all’ingiù. Quando qualcuno riuscirà a costruire un bell’albergo nello spazio e a rendere totalmente sicuri i voli, sono certo che questo business diventerà molto fiorente. Oggi si è visti come all’epoca dei pionieri sulle macchine volanti, come quelli che mettevano assieme quattro pezzi di legno, si lanciavano e cadevano dopo 300 metri. Gente che butta soldi e mette la propria vita a rischio».

IL DELICATISSIMO DECOLLO
«Il decollo e l’atterraggio sono fasi molto delicate, non a caso due incidenti dello Shuttle sono avvenuti in questi frangenti. In otto minuti si arriva dalla superficie della terra a 400 chilometri in orbita, viaggiando a 28.000 chilometri all’ora. È come partire da Milano per arrivare a Roma dieci minuti dopo, percorrendo 7 chilometri al secondo. L’accelerazione è fortissima per 3-5 minuti, 3G, ma non ti ammazza. I piloti dei caccia che fanno evoluzioni sono sottoposti a sollecitazioni molto maggiori. Sembra di stare seduti su un’enorme bomba che invece di esplodere e distruggere tutto, dirige l’esplosione verso il basso, proiettandoti in alto. In meno di 40 secondi sei già lì che punti lo spazio a 1200 chilometri all’ora. Come montagna russa, non è niente male. Oltretutto il peso è notevole: sette persone d’equipaggio e il carico di un pullman».

CHE COSA SI PROVA IN ORBITA

«Quando arrivi in orbita non c’è più la forza di gravità, e cominciano le difficoltà. Il sistema vestibolare, che dà il senso dello spazio e dell’equilibrio, è fortemente scombussolato. Servono un paio di giorni per ambientarsi. Sei in caduta libera, senti una sensazione di instabilità, come quando scendi le scale e sbagli a posare il piede su uno scalino che non c’è. Ecco, nello spazio vivi per 15 giorni perennemente in questa situazione. Bevi qualcosa e senti come una bolla di liquido che ti si agita nello stomaco. Ti sembra di non essere del tutto o posto e ti muovi un po’ pensando di risolvere il problema, che invece non si risolve perché il  fluido dentro di te è, come te, in sospensione».

L’ASSENZA DI GRAVITA’
«Dopo un po’ comunque ti abitui e stai bene. E se sguardi dai finestrini vieni ripagato dalla vista superba. Ci sono un’alba e un tramonto ogni ora e mezza, 16 al giorno. Credo che i turisti dello spazio impazzirebbero per cose come questa. Poi continua la vita di bordo: ti togli la tuta e fluttua all’insù. Appoggi un oggetto e sulla Terra rimane lì, oppure cade disegnando una parabola. In orbita invece se non stai attento te lo ritrovi ovunque. Infatti molte cose si fissano col velcro. E ti muovi senza accorgertene: può capitare di girarsi dopo qualche minuto sopresi nel vedere i compagni a testa in giù, senza accorgersi che in realtà sei tu che ti sei mosso. In compenso puoi spostare da solo e agevolmente un oggetto da 300 chili. Cosa impensabile sulla terra. L’assenza di peso è una cosa stranissima. Una volta stavamo pranzando in tanti attorno a un tavolino da un metro per uno. Non c’era più un posto. Beh, facile: mi sono messo a mangiare piazzato in sospeso sopra il tavolo, come Mary Poppins. Bisogna uscire anche dagli schemi mentali terrestri».

ANCHE FARE PIPI’ DIVENTA UN PROBLEMA
«Per i bisogni fisiologici c’è un bagno, molto piccolo, con un water che ha bocchette di aspirazione che immediatamente fanno sparire tutto. Si fa quindi pipì dentro l’aspiratore, che va centrato bene perché quel piccolo bagno dovrà essere usato per 15 giorni da sette persone, e non ci si può permettere che si spargano germi. A me è capitato più volte di verificare che, per comodità, riuscivo a fare pipì molto meglio stando con la testa all’ingiù».

TURNI MASSACRANTI
«Si lavora circa 14-15 ore al giorno con una tabella di marcia rigorosissima. Ci sono otto ore di sonno e un paio di libertà al giorno, divise in due spazi da un’ora circa, al mattino e alla sera. Servono per fare colazione, sistemarsi, controllare la mail, fare persino qualche telefonata dalla stazione spaziale internazionale. Oppure ascoltare musica o fare esperimenti con questa micro-gravità».

AL RITORNO, MUSCOLI ATROFIZZATI
«A stare in orbita ci si abitua molto velocemente, il corpo si adatta presto. Altri problemi fisici ci sono al rietro sulla terra. I muscoli tendono ad atrofizzarsi, bisogna fare fisioterapia, anche se qualche esercizio l’abbiamo sempre fatto anche lassù. Per noi si trattava soltanto di 15 giorni, ma alcuni colleghi si fermano anche sei mesi, e per loro è decisamente più dura: il cuore non deve più lavorare contro la forza di gravità, e praticamente se ne va in vacanza. Morale: quando torna prende una bastonata. Poi, in assenza di peso, il corpo sente di non aver più bisogno dello scheletro e inizia a smantellarlo. Le ossa si indeboliscono e sono frequenti fra gli astronauti, così come fra le donne in menopausa, i casi di osteoporosi. Si studia infatti anche molto come contrastarla. Si può perdere anche l’1% del peso osseo, durante un volo. Percentuale notevole. E poi, senza la forza di gravità, la spina dorsale si distende naturalmente. Io mi sono alzato di tre centimetri. Al ritorno torna a dover sopportare il vecchio peso. Bisogna quindi evitare il rischio di schiacciamenti di vertebre e altri problemi. Quando ho posato il piede sulla terra al ritorno, tremavo.  I muscoli erano indolenziti, e l’equilibrio in difficoltà. Per un po’ mi sono sentito come se fossi in piedi su una barchetta in mezzo all’oceano».

SOLO DUE ORE PER TORNARE
«Per tornare ci vogliono due ore, atterrando in Florida, a Cape Kennedy, e anche quella è un’esperienza. Il motore dell’andata, al ritorno non c’è più. Ti restano soltanto i freni. Che si surriscaldano, quindi non vanno usati troppo. Per due-tre minuti scendendo sei come circondato da una fiamma ossidrica, a temperature incredibili. E devi centrare un punto preciso. È come scendere da una montagna altissima con un’auto senza motore, provvista solo di freni, mantenendo però la spinta necessaria per arrivare a parcheggiare a Torino in piazza Castello, al posto numero 45. Le ali dello Shuttle sono i freni che ti servono per non precipitare. Infatti gli americani lo chiamano: “Un mattone con le alette”».

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