lunedì 12 marzo 2012

IL LUCIO DALLA PENSIERO * «QUAND'ERO PICCOLO, VOLEVO FARE IL CANE»

 «Quando ero piccolissimo, volevo fare il cane».

«Sento Dio in me, anche se a dirlo così ti pigliano per folle. Il destino lo sento come una sorta di marketing celeste. Penso Dio come Ingmar Bergman nella sceneggiatura di “Conversazioni private”».

«Mai stato comunista. Sono sempre stato di sinistra e credente. L'errore della sinistra è stato di rivendicare una superiorità morale che il mondo non le garantisce più».

«I veri poeti sono come i bastardi. Tutti li accarezzano, ma nessuno li vuole in casa».

«Quanto alla possibilità di considerare qualcuno il mio successore, no, non trovo nessuno. E poi non sono di facile riproducibilità. Cambio continuamente, cambio troppo spesso».

«Non ho mai programmato una famiglia. Le mie storie d’amore non sono raffinate, neanche violente, spesso casuali».

«Concepire un figlio è un grande momento di speranza, e ammiro chi ha ancora il coraggio di questa speranza in un mondo di fuoco come quello di oggi».

«Quando scrissi “L’anno che verrà” mi pareva inevitabile che qualcuno sarebbe sparito. Eravamo alla vigilia del sequestro Moro».

«Oggi non si può pensare di essere solo un cantante. Nella vita il fatto che si canti è saltuario, è un fenomeno isolato; sono le allodole che cantano sempre. Così ogni mio progetto va oltre la musica».

 «Per essere un vero artista, devi essere un po’ sciamano. Il presente è frammentato e devi poter capire dove ci porta. Io ho sempre visto il tempo come un’onda, concepisco il futuro come un’eco che viene dal passato, anzi penso che sia lo spostamento in massa del passato».

«Mia madre faceva la sarta. Quando avevo quasi dieci anni, nel ’53, una cliente la pagò con una casa alle Tremiti. Cominciai a passarvi tutte le estati. Ricordo quando mi dettero una maschera subacquea; ero un bambinetto e vidi per la prima volta il mondo del mare. Piante, coralli, rocce. Che grandissima emozione; fu come un pugno in faccia, come il primo bacio. Molti anni dopo, pescando nella mia nebulosa, scrissi “Come è profondo il mare”».

«Quando cominciai a suonare non avrei mai pensato di fare il cantante. Ero come un invasato, il jazz mi aveva preso; suonare per me era sacro e quando mi accadde di trovarmi al fianco di Chet Baker o Bud Powell mi sembrò d’impazzire di gioia. Sono un trasgressivo. Vado a istinto, uso il clarinetto in modo anomalo. Per suonarlo davvero bisogna saper fare Mozart».

«Mi si ruppe la barca. Ero tra Sorrento e Capri, mi ospitarono degli amici proprietari dell’albergo dove morì il grande tenore Enrico Caruso. Per tre giorni sentii raccontare la storia del maestro e di quella ragazzina a cui dava lezioni di canto e di cui era innamorato. Mi raccontavano di come, in punto di morte, gli fosse tornata una voce così potente che anche i pescatori di lampare la sentivano e tornavano nel porto ad ascoltarla. “Caruso” è nata così».

«La tv è come un caminetto con il pubblico che ci si mette di fronte e gli attori, o chiunque vada davanti alle camere, diventano come i ceppi che bruciano nel camino».

«Mi piace invecchiare. Più vado avanti e più sono curioso. Non credo nella morte, agli amici dico sempre che è solo la fine del primo tempo».

«Se dovessi fare l’analisi chimica della mia esistenza, sarebbe la musica a scorrere sopra ogni altra cosa. Per me la musica è tutto, da trent’anni dormo ascoltandola. In tutte le mie case ho uno stereo, un iPod o un lettore che rimangono accesi tutta la notte, e se qualcuno li spegne, io mi sveglio. È la musica che mi fa entrare nel resto della vita».

(TV SORRISI E CANZONI - MARZO 2012)

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