giovedì 17 maggio 2012

UMBERTO TOZZI * «NON AMO I TALENT SHOW: CREANO SOLTANTO INTERPRETI»

 «Anche perché io sono un po’ il quinto Beatles, no?».
Che lo pensi davvero o meno, mentre un sorrisetto malizioso gli percorre il viso, Umberto Tozzi – nel dubbio – la butta lì. Sornione.
E a pensarci bene, un debito di riconoscenza verso questo signore che ha consegnato alla storia della musica italiana capolavori come «Ti amo» e «Gloria», firmati in coppia col compianto Giancarlo Bigazzi, bisogna averlo. Volenti o nolenti.
Da oggi, Tozzi è nei negozi e su iTunes (già al terzo posto) con «Yesterday, Today», doppio album che esce a sette anni da «Le parole», ultimo lavoro per Cgd. Stavolta sul piatto ci sono 11 inediti e 18 successi riarrangiati, nel rispetto del Tozzi style. Il posto di Bigazzi (al quale è dedicato l’album, con citazione nel booklet: «A Giancarlo, per aver condiviso con me un lungo cammino di… Gloria») è stato preso idealmente dal figlio del cantautore: «Gianluca, 26 anni, che non mi somiglia pegnènte ma cucca un casino lo stesso».

Tozzi, com’è cambiato nel tempo il suo modo di lavorare?
«Il modo di pensare e fare musica non è cambiato. Ci sono stati anni in cui non sentivo di avere cose forti da dire, e sono stato zitto. Nella mia carriera si sono alternati grandi successi, e anche vistosi insuccessi. Qui ho sentito per la prima volta dopo tanto tempo una forte ispirazione. Ho preso Greg Mathieson, che già collaborava con me ai tempi di “Gloria”, e l’ho fatto impazzire per cercare di amalgamare il più possibile le sonorità dei due cd. Gli arrangiamenti sono volutamenti asciutti, e il più possibile vicini a quelli di quegli anni. Soprattutto per i tre pezzi classici: “Ti amo”, “Tu” e “Gloria”».

Un nuovo best era nell’aria da tempo…
«Sì, anche perché mi ero stancato di sentire la mia vocina da ragazzino nei dischi, e qualcuno ha avuto la bontà di dirmi che canto meglio oggi».

Il nuovo tour parte il 22 maggio da Lille, in Francia, e c’è una sola data italiana, il 7 settembre a Bari. Come mai?
«In realtà vorrei riuscire a fare almeno 3-4 date fra Milano e Torino, la mia città, nei teatri. Quel calendario è stato fatto sei mesi fa. All’estero lavorano diversamente da noi, con grande anticipo. In Italia le date si fissano anche all’ultimo momento. Farò anche la Spagna, e sto programmando anche un tour francese, fra gennaio e marzo del 2013».

Come vede i nuovi fermenti politici (o antipolitici) che stanno scuotendo l’Italia?
«Confesso di non aver mai seguito molto né la politica, né i partiti. Non è qualunquismo. È che in tanti anni, con tutti i Governi che si sono succeduti, non ho mai visto qualcuno che secondo me fosse in grado di risollevare questo Paese. Tanta gente, e soltanto casini mai risolti».

Vive a Montecarlo da anni. È sereno?
«Ho la fortuna di abitare in un posto meraviglioso. E sì, ho raggiunto una considerevole serenità, che mi consente di lavorare in pace. Sino a qualche tempo fa ero più arrabbiato, sia verso la mia professione, sia verso chi la gestiva. Da quando sono nonno, mi sono tranquillizzato».

È vero che Pino Daniele doveva produrla, ma poi non se n’è più fatto niente?
«Non mi risulta. Abitavamo vicini, a Roma, ma con lui non si è mai parlato di questo. Ho collaborato con Raf ed ero felicissimo, perché veniva dal vivaio di Bigazzi. E negli anni scorsi anche con Masini. Sono aperto alle collaborazioni, che credo facciano bene alla musica. Mai come Dalla, però, che aveva la mentalità della condivisione».

È aperto ma a quanto pare non accetta la proposta di Al Bano, che la vuole coinvolgere con Toto Cutugno in un mega tour a tre voci in Germania. Snobismo?
«Non è detto che prima o poi non si faccia, sa? Non c’è nessuna preclusione, sono due grandi artisti. Il problema era la mia richiesta di avere sul palco un’orchestra sinfonica. Se troveremo un accordo, perché no?».

Qual è l’inedito che ama di più, di quest’album?
«“Come stai?”, una ballad che non mi stanco di riascoltare. È quello che mi dà più emozione».

Qual è l’eredità che le ha lasciato Bigazzi?
«Mi piace scrivere canzoni semplici. E Bigazzi è stato il mio grande maestro, in questo. Anzitutto mi ha insegnato a mettere le note insieme, cosa che ignoravo. Mi ha insegnato a semplificare le melodie, senza mettere diminuite e cose strane che amavo molto, e con più la maggiori, per intendersi. È stata una collaborazione felice, al di là di tutto, e la sua scuola mi è servita. E poi mi pungolava e stimolava: sono notoriamente pigro e orso. Giancarlo ogni tanto mi chiamava e diceva: “Forza, dai, troviamoci e facciamo qualcosa”. Queste canzoni guardano al passato anche come lunghezza: non più di 3 minuti e mezzo, come una volta. Come la vecchia scuola di Giancarlo, ma con mio figlio che in qualche modo cerca di rinverdirne i fasti».

Il suo disco meno fortunato?
«“Il grido”, del ‘96. Non a caso parlavo di “Facce di angeli lividi”. Uno tra i cd più invenduti della mia carriera».

Crede sia davvero possibile rifare qualcosa che rinverdisca i fasti delle sue pietre miliari?
«No, penso di no.  Quei pezzi erano troppo forti, e ancora oggi amatissimi dalle nuove generazioni, che li conoscono a memoria. Li considero irripetibili. Del resto, se Paul McCartney fosse stato in grado di rifare “Yesterday”, l’avrebbe fatto. Io ho avuto alti e bassi. Poi c’è una quota di pubblico di affezionati alla tua musica che ti segue anche nel disastro, ma è un’altra cosa».

Come giudica i talent show?
«I ragazzi purtroppo oggi sono sfortunati, perché hanno solo quelli come momento di aggregazione e di visibilità. Noi facevamo musica nei club e nelle cantine. Oggi, un giovane che esce e non imbrocca il primo singolo, rischia seriamente di non arrivare al secondo».

Meglio i talent del nulla, no?
«La cosa veramente negativa è che in quei contesti sono solo interpreti, di fatto. È una triste verità. Prima o poi se vuoi emergere o restare, dovrai scriverla, una canzone. Prendiamo Noemi, la rossa: è forte, ha un bel timbro. Ma noi abbiamo bisogno di autori. Gli autori sono stati la fonte delle più grandi libidini emozionali della nostra vita».

Farebbe bene anche al Festival di Sanremo…
«L’unico modo per ricreare quelle belle atmosfere, sarebbe prendere bravi autori, chessò, come Maurizio Fabrizio, e chiuderli in casa finché non hanno cacciato la canzone giusta».

Guarda qualcosa, in tv?
«Ho visto tutte le puntate di “Una grande famiglia”, tranne l’ultima, ieri, causa lavoro. Ma me la sono fatta raccontare. Ogni tanto seguo anche “Matrix” o “Porta a porta”. Altrimenti fiction, o documentari del National Geographic».

L’Italia è stata abbastanza generosa con lei?
«Non mi lamento, anche se forse un po’ più di attenzione l’avrei meritata. Però mi sono consolato con un successo e brani così forti, all’estero, che hanno compensato tutto il resto».

E le case discografiche?
«Da quelle non ti devi aspettare niente: quando lasci una major, se hanno il tuo catalogo, fanno di tutto, senza rispetto alcuno: compilation, raccolte… Ma non è un problema solo mio, intendiamoci».

(TV SORRISI E CANZONI - MAGGIO 2012) 

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