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martedì 27 novembre 2012

ALDO, GIOVANNI E GIACOMO * «IMPIGRITI NOI? SIAMO I COMICI PIU' PROLIFICI D'ITALIA»

Spingi, mollichina!» Che tradotto in siciliano stretto si dice «Ammutta muddica». Ovvero il titolo dello show con cui i battaglieri Aldo, Giovanni e Giacomo tornano a teatro dopo ben sei anni. Sedersi con loro al tavolo di una trattoria milanese, è un concentrato di irripetibili emozioni.


Come la mette un comico quando deve far ridere, quando attorno c’è ben poco da ridere?
Aldo: «Il comico attinge dove c’è più disgrazia. Finché non è censurato va bene, e nel disastro ci sguazza».
Se vi eleggessero Presidenti della Repubblica, quali colleghi nominereste senatori a vita?
Giovanni: «Maurizio Crozza».
Aldo: «Ficarra, che mi ha confidato il suo sogno di diventare un giorno sindaco di Palermo; mi farà assessore».
Giacomo: «Teo Teocoli».
Anche se è noto per essere un po’ irrequieto?
Giacomo: «Perché non conosce Crozza e Ficarra! Non è che il comico dev’essere per forza pulitino, ordinatino...».
Voterete per Beppe Grillo?
Aldo: «Sì».
Giovanni: «Sì, voterò il Movimento 5 stelle».
Giacomo: «No».
Questo nuovo show ha un titolo un po’ complicato...
Aldo: «È solo complicato da dire. Significa: spingi, mollichina!  Che vuol dire diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche in un momento un po’ complicato per tutti. Vedrà che diventerà popolare come “Prisencolinensinainciusol” e “Supercalifragilistiche...».
Il successo, negli ultimi anni, vi ha un po’ impigrito?
Giovanni: «È l’età, che ci impigrisce...».
Giacomo: «Smentisco. Noi siamo i comici più prolifici d’Italia: dal ‘92 abbiamo fatto quattro spettacoli, sette film, partecipazoni tv...».
Aldo: «È vero, rispetto all’attesa che c’è, usciamo meno».
Veniamo allo show, diretto da Arturo Brachetti, come il precedente «Anplagghed». Come sarà?
Giovanni: «Una serie di quadri, di sketch, nei quali si riderà a modo nostro. Seguiti anche dietro le quinte da alcune telecamere, che mostreranno quel che succede come se fosse improvvisato. Ovviamente non è così, ma ricorda “Rumori fuori scena”».
Sempre vittime e carnefici, ribaltando di volta in volta i ruoli?
«Certo. Ci saranno per esempio tre pazienti in ospedale: due sfigati e uno molto ricco, che si scoprirà aver fatto licenziare gli altri due; ma anche tre topi da laboratorio, sottoposti a ogni sorta di allucinante esperimento; e due sminatori, alle prese con una bomba molto sofisticata, che tentano di disinnescare con un robottino, Giacomo, che è peggio di loro; infine, un tatuatore killer - che modestamente sono io - con un assistente che non ama i tatuaggi e Aldo come vittima. Il tutto nel negozio di una cinese, Silvana Fallisi, che vende e ripara di tutto».
 Finita la tournée, che debutta a Pavia il 30 novembre, lo show andrà in tv, su Canale 5, a fine 2013. Ma per vedere il trio ancora al cinema, bisognerà aspettare l’anno dopo.

(TV SORRISI E CANZONI - NOVEMBRE 2012)

lunedì 26 novembre 2012

21/12/12 * FINISCE IL MONDO: CONFESSIAMO LE NOSTRE MAYALATE

21 dicembre 2012, prevista fine del mondo. 
L'occasione è di quelle ghiotte: confessare i propri peccati. Mica roba da sottovalutare. La Chiesa, per esempio (non pinco pallo), ci campa di rendita da duemila anni e rotti.
E se davvero sotto Natale i Maya ci regaleranno la tabula rasa, forse vale la pena di iniziare a vuotare il sacco. Forse è il momento di spiattellare le proprie «Mayalate», grosse o piccole che siano. Non devono per forza essere questioni di sesso o di corna. Ne basta una. Può anche trattarsi del dispetto al vicino di casa, o della porcata al collega. Basta togliersi il peso prima di steccare.
Il tutto non deve avvenire al cospetto di un prete, ovviamente. Sarebbe troppo banale e di scarsa soddisfazione. Meglio sul web, su Facebook, su Twitter. Anche in modo anonimo, sotto questo post, giusto per togliersi la soddisfazione e cautelarsi nel caso quei simpaticoni degli antenati messicani abbiano organizzato lo scherzone cinese. Un'enchilada coi fiocchi.
Dice, ok ma comincia tu. Ok, comincio io. Dico la prima che mi viene in mente: una volta ho scientemente rigato la carrozzeria di una persona malvagia. Dico il peccato, il peccatore lo sapete, ma consentitemi almeno di omettere la vittima. Adesso tocca a voi. Il giorno del giudizio è vicino: non facciamoci cogliere impreparati.

RENZI, LO SPAVENTA-GRILLO: UN MODELLO DI DESTRA CHE S'IMPONE A SINISTRA

Alle radici della buona affermazione di Matteo Renzi alle Primarie del Centrosinistra, ci sono essenzialmente tre motivi: 1) La freschezza anagrafica e comunicativa dell'uomo, a fronte del modello politico bersaniano che è e viene percepito come stantio, vuoi per l'età, vuoi per la lunga militanza politica. 2) Il pronunciamento a favore del sindaco di Firenze da parte di una fetta di personaggi dello spettacolo e di opinion leaders in grado di orientare l'elettorato nelle ultime fasi. 3) Renzi ha un'impronta sostanzialmente più scaltra e decisionistica, quindi di fatto è un modello di destra, che si impone a sinistra. Dove evidentemente molti si sono stancati dell'inconcludenza manifestata in questi anni da chi li rappresentava. Non mi stupirei se al ballottaggio una fetta di elettori tradizionalmente di destra andasse a votarlo. Un po' per sostenere un vento di cambiamento (Renzi è l'unico che può dare qualche pensiero a Beppe Grillo e al M5S), un po' perché il centrodestra sembra ormai completamente allo sbando. Comunque la si veda, l'inizio del superamento degli schieramenti secondo me è da vedere come un dato positivo.

venerdì 23 novembre 2012

ROUTE 66 * DALL'ORRENDA SPRINGFIELD AL FASCINO DISCRETO DI ST. LOUIS

Ho sempre amato Springfield in questa stagione: umidità al 238%, e la sensazione che se porti qui uno zombie, poi dice che si annoia. È la città che ha tutta l'aria di essere clinicamente morta finita sotto la scure della satira dei Simpson; c'è anche tanto di centrale termonucleare perfettamente riprodotta nel cartoon e la sera niente - assolutamente niente - da fare. Il destino dei tanti Homer locali, è segnato. I 305 chilometri di strada che da Chicago ti portano a Springfield, ricordano la Cassanese, coi suoi bei capannoni a scorrere. O certi vialoni di un comune a caso a nord di Milano. Tanto sono tutti uguali. Lungo il tragitto, ho visto anche un autoarticolato che trasportava mezza casa. Letteralmente. Una sezione di casa segata in due. Probabilmente, l'altra metà gliela consegnano al rogito e poi il tipo se la incolla dove vuole. 
La gloria di Springfield è Abramo Lincoln. C'è l'aeroporto Lincoln, il centro studi Lincoln, il museo Lincoln, il posto dove Abramo Lincoln ha fatto l'amore per la prima volta pizzicando la sua fidanzata nelle parti intime con quella bella barbetta sbarazzina. Fatti venire in mente una cosa che Abramo Lincoln può avere fatto, e qui in qualche modo c'è un posto dove la ricordano. Di sicuro non ha dormito al Red Roof Inn. 50,36 dollari a notte, wi-fi alla spera in Dio, colazione solo caffè in piedi alla reception, e il tacito accordo col ragazzo del bancone di non fare controlli col luminol sulle lenzuola, perché sennò poi bisogna chiamare i Federali e isolano la stanza col nastro giallo come "scena del crimine".
Chicago è una ragazza elegante ma un po' fredda, che non se la tira ma solo perché le porterebbe via tempo prezioso; Springfield una casalinga sciatta e fumatrice, donna ma solo per sentito dire; poi arrivi a St. Louis, signora sulla quarantina mai trascurata, che sembra avere ancora tanto da dare, con uno sguardo al passato e uno al futuro. Bella, St. Louis. Se vi capita fateci un giro. Merita, sommessa ed elegante. Con quella magica volta (dentro c'è un ascensore, ed è sorvegliata come un aeroporto, con tanto di controllo al metal detector) . E poi la squadra di baseball locale è quella dei Cardinals. Ci scommetto il cognome, che hanno qualche santo in Paradiso.

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giovedì 22 novembre 2012

ROUTE 66 * CHICAGO: DALLA WILLIS TOWER AL BIG BEAN DI ANISH KAPOOR

IL VOLO DALL'ITALIA PER CHICAGO
Volo Malpensa-New York per Chicago (il ritorno sarà da Los Angeles, il tutto strappato a Delta Airlines per 650 euro, con l'intelligente opzione multi-city). La simpatica carampana della Grande Mela seduta accanto a me, ogni tanto sbircia inorridita il truculento filmetto dalle valenze fortemente intellettuali che sto vedendo: "Abraham Lincoln - Vampire Hunter". Non resisto alla tentazione, e le spiego, serissimo, che il mio socio e io ci stiamo documentando perché siamo due cacciatori di vampiri italiani decisi a percorrere la Route 66 per farli fuori tutti con una riserva di proiettili d'argento. Lei mi lascia parlare tranquillamente per un po', e poi ammicca sorridente: "But Vampires are so Chic!".

BUDDY GUY E LA MIA VIDEOCAMERA
Viaggiare è anche esportare cultura. Ieri notte, lasciato l'hotel tre stelle superior ben prenotato con Booking.com (a due passi dal chitarrone dell'Hard Rock Cafè), dopo una proficua sosta al Buddy Guy's Legend, tempio del blues della città, ho dimenticato sul taxi la videocamerina da 300 e rotti euro che m'ero comprato prima di partire. Persa per sempre. In breve, molta gente di Chicago ha potuto apprezzare un esaltante e lungo florilegio con le più suggestive imprecazioni di un nativo dell'Oltrepò Pavese. Delegazioni degli indiani d'America, di quartieri popolati da portoricani, e da altre minoranze maltrattate, come i lavoratori dei McDonald's, hanno espresso vivo interessamento per una lingua così piena, evocativa e ricca di sfumature. D'altra parte il blues, è sofferenza.

LA VERTIGINE DELLA WILLIS TOWER
Solo gli americani riescono a farti pagare 17,50 dollari per farti stare sospeso a 443 metri d'altezza in una scatola di vetro che sporge dal palazzo più alto della città, il Willis Tower (già noto come Sears Tower, grattacielo più alto del mondo dal 1973 al 1998) col rischio di fartela in mano dalla paura. Sporcando irrimediabilmente il vetro, fra l'altro.
Altra pregevolezza da non perdere è specchiarsi, fotografarsi (e fare facce buffe) tra i riflessi del Big Bean, il grande fagiolo dello scultore e architetto indiano Anish Kapoor. In centro, è un'attrazione che manco il giro in gondola a Venezia.

PARCHEGGI INTERRATI E INCUBI DA SOTTERRARE
Di Chicago ho capito due cose: ci sono più parcheggi interrati e autosilos, che abitanti. Forse li usano per seppellire i vicini di casa dopo averli fatti a pezzi. E poi è lampante che se a cena vai al Weber grill a mangiare la tagliatona (almeno un chilo) di manzo affumicata con uso di ogni sorta di salsa piccante come contorno, poi la notte sogni di essere un manipolatore genetico che viene inseguito in un campo dalla sua cavia trasformatasi in mostro. Lo ammetto: non mi è passata un cazzo.

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mercoledì 21 novembre 2012

ROBERTO PARODI * DOPO CRISTINA E BENEDETTA, ARRIVA IN TV L'ULTIMO FRATELLO

Concreto, positivo, accessoriato, aria da vincente naturale, Roberto Parodi è la delizia (o la croce) di tutti gli intervistatori. Basta dargli il là, e ti inonda di parole. Il fratello meno noto di Cristina e Benedetta, travolge col suo invidiabile entusiasmo. Lo stesso che mette nella preparazione del debutto tv, dal 4 dicembre alle 23,20 su Italia 2 con «Raiders' Cafè - E ti bastano due ruote». Già, perché se il nome e il volto di mister Parodi da Alessandria ai più dicono poco, il nostro da anni è un guru per il mondo delle due ruote.

Parodi, lei a bordo di un’Harley Davidson ha girato il mondo. Che cosa ci fa ora vicino a un naviglio dalle parti di Abbiategrasso?
«Perché da Milano-Cape Town alle brevi distanze, rientra tutto nel progetto di questo format, che ho ideato. Dopo essere stato ingegnere e per 20 anni nella finanza, ho lasciato i vecchi lavori, per giocare questa carta».
Di che cosa parlerete a «Raiders Cafè»?
«Di moto, con lo stile leggero e ironico che mi appartiene. Ma solo marginalmente dal punto di vista tecnico. Saranno storie di persone, di viaggi, di emozioni vissute sulle due ruote, dal segmento custom (quelle uniche, di lusso, Ndr), all’Enduro, ai rallye».
Con lei in trasmissione c’è un’altra deb: Veronica Calilli, 25 aani. L’ha scovata a Donnavventura?
«No, a una fiera dell’Eicma, l’Esposizione internazionale del motociclo, per la quale scrivo libri. Aveva alcuni tatuaggi, e mi ha colpito. Il tattoo rimanda istintivamente al nostro mondo».
Da Mediaset che cosa si aspetta?
«Anzitutto sono felice di arrivarci senza raccomandazioni, quando sorelle e cognati se ne sono andati. È un percorso fatto con le mie forze, chiamato da un dirigente che non sapevo essere mio fan. Siamo diventati amici, e mi ha proposto questo programma».
Lei ha due sorelle che come visibilità sono - diciamolo – un po’ impegnative...
«Sì, ma per me sono soprattutto amiche e ora parliamo anche di tv. Però nelle interviste, mi chiedono sempre di loro».
Dica la verità, il suo sogno è che un giorno si dica: Cristina e Benedetta, «Ah, le sorelle di Roberto Parodi».
«È già successo: anni fa, Cristina era ferma all’autogrill con suo marito, Giorgio Gori, e fu notata da un gruppo di motociclisti, che si sono avvicinati al finestrino per dirle: “Tu sei la sorella di Roberto Parodi”».
Per Cristina, uso due aggettivi: passione e rigore.
«Sì, ci sta. Meglio: passione e diligenza. Può apparire un po’ fredda, ma del resto se fai un Tg, mica puoi scatenarti… Lei è tedesca: lavora sodo finché non ha portato a casa il risultato».
Benedetta si aspettava di diventare una specie di Suor Germana, nuovo guru delle ricette?
«Non se l’aspettava, e credo che il boom sia stato più editoriale, che televisivo. Prima ha fatto la rubrica in tv, ma è diventata punto di riferimento dopo l’uscita del libro di “Cotti e mangiati”».
Ha notato che da quando suo cognato Gori è il boss della comunicazione di Matteo Renzi, Renzi veste come Gori? Jeans e camicia bianca.
«Sì? Allora le dirò di più. Se Renzi veste come Gori, allora Renzi veste come vorrebbe Cristina Parodi».
L’altro cognato, Fabio Caressa, è diplomato in Public Speaking. Ma a casa, con Benedetta così loquace, riesce a proferire parola?
«Scherza? Al di là del suo apparire un po’ burbero, un pater familias, Fabio a casa è straccoccolato da una moglie dolcissima e premurosa. Se rinasco, voglio rinascere Fabio Caressa».


L'AUGURIO DI CRISTINA E BENEDETTA
Sia Cristina che Benedetta sono più giovani di Roberto, e i tre fratelli risultano da sempre  legatissimi. Ecco l’augurio dell’ultimogenita di casa Parodi: «Sono un po’ gelosa perché da adesso in avanti, tutti sapranno quanto è figo! In bocca al lupo, fratellone, ma d’ora in poi non fare più viaggi lunghi e pericolosi!».
Ecco infine la voce di Cristina, la tele-veterana: «Robi ne ha fatta di strada con la sua moto in giro per il mondo... Gli auguro che questo programma sulle reti Mediaset sia l’inizio di un nuovo viaggio, altrettanto entusiasmante, che lo porti molto lontano... Se lo merita: è il più artista di noi tre, e certamente quello che ha più talento!».

(TV SORRISI E CANZONI - NOVEMBRE 2012)

martedì 20 novembre 2012

NICOLA SAVINO * «L'ISOLA DEI FAMOSI? LA METTO NEL LIMBO DEGLI SHOW NON MORTI»

Parlagli di quel che ti pare, compreso il suo nuovo game-show, «Un minuto per vincere», in onda dal 22 novembre in prima serata su Raidue, ma il volto di Nicola Savino si illumina solo con tre consonanti e due vocali: Inter. «È un periodo strepitoso, e con l’età mi rendo conto che peggioro. I miei familiari mi guadano come uno da curare: ho visto dai preliminari di Champions, sino alla magia di Juventus-Inter. Come spiegarlo? È vivere con 60 mila persone ogni settimana un’eterna adolescenza. Immutabile. Le donne possono capirlo forse solo parlando di borsette, o di scarpe. Meno male che ora c’è questo programma, a Roma, altrimenti diventava preoccupante».

Nicola, torni in sé per un attimo e mi dica come mai l’hanno richiamata in video: non si poteva tenere in panchina un vincente?
«Sono orgoglioso che la Rai l’abbia fatto, intanto: a me questi giochi piacciono, e mi piace parlare con la gente. Come molti sanno, avrei dovuto occuparmi della nuova edizione dell’“Isola dei famosi», invece...».
Invece è dispiaciuto che l’abbiano cassata.
«Se le dicessi di no, mentirei. Con Vladimir Luxuria ci siamo divertiti molto a farla, e sarebbe stata un’edizione ancora più cucita sulla nostra pelle. Ma l’azienda, rispondendo a una domanda di sobrietà che viene dal Paese in un momento difficile, ha deciso di  toglierla dal palinsesto, anche per abbattere alcuni costi, e io rispetto questa scelta».
C’è forse anche il problema del cast. Il parterre dei soggetti interessanti da reclutare sembrava ormai oggettivamente sguarnito...
«Mi creda, non è così. E non è neppure la formuletta: è finito il tempo dei reality, ora tocca ai talent. Avevamo già studiato alcune soluzioni che giocando su ripescaggi e altre malizie, ci avrebbero consentito di portare a casa una buona edizione. Pazienza».
Che cosa facciamo? La archiviamo nel limbo dei programmi non morti, allora?
«Mi piace pensare che sia così».
Sta provando a cambiare faccia alla Tv italiana?
«Temo sia un’ambizione troppo grande. Cerco di essere informale, amichevole. Mi rifaccio a Insinna, Bonolis, Scotti, Conti. Vorrei poter dire che sono il 2.0, ma ho ancora molta strada da fare. Forse sono lo 0.1». 
Le pesa ereditare questo show, che è un format non suo, già testato da Max Giusti lo scorso anno su Raiuno?
«Mannò, anche l’Isola era un format non mio, partito con qualche aggiustamento da fare e recuperato - mi sembra onestamente - in corsa. Non ho più certe insicurezze».
È rimasto lontano dalla tv per un po’, ma in fondo la fa tutti i giorni, con Linus, su Deejay...
«Beh, quella telecamera è solo un buco della serratura sul programma».
Quest’anno la vostra squadra in radio ha subito alcuni rimaneggiamenti...
«Allude all’uscita di scena di Platinette e Fabio Volo?».
Alludo.
«Credo che Fabio volesse dedicarsi in modo più serio alla tv, e per Plati non conosco i motivi. Certo, mi spiace che se ne siano andati, da sempre amo fare squadra. Ma sa come si dice, no? Tutti siamo utili, nessuno è insostituibile. Me compreso. E lo dice uno che è stato più a Radio Deejay che con i suoi genitori».
Come, scusi?
«Certo, sono lì da 23 anni, e me ne andai da casa quando ne avevo 22. Quindi è ufficiale: ho passato più tempo a Deejay che con mamma e papà».
Un piccolo record.
 «Il vero genio fu Cecchetto, che nell’82 - credo faccia fede l’opportuna copertina di “Sorrisi” - creò un’idea blindata che resiste al passaggio di chiunque. È un flusso continuo di musica, c’è e ci sarà sempre».

(TV SORRISI E CANZONI - NOVEMBRE 2012)

venerdì 16 novembre 2012

LA BELLA DONNA DI 40 ANNI E LE FOTO (SFUOCATE) SU FACEBOOK

Mi rendo conto che il passaggio dalla condizione di Gran Gnocca, a quella di Gran Gnocca di 40-45 anni, possa risultare complicato. Soprattutto se non si è psicologicamente attrezzarti per compierlo. Servirebbe una manualistica o gruppi di auto aiuto. Resta il fatto che spesso passa da una buona dose di umorismo involontario. C'è una persona fra i miei contatti, sicuramente una bella donna dal fisico ancora notevole, che posta continuamente (primavera/estate/autunno/inverno) sue foto in costume da bagno. I suddetti scatti, in genere in barca, a bordo piscina, al party con l'amica, col cocktail in mano, la posa ammiccante, ecc. si caratterizzano per essere sempre, tecnicamente orrendi. Già, perché la ragazza ha trovato la sua strada per combattere l'invecchiamento: pubblicare su Facebook foto scure, in controluce, mezze sfuocate, con effetti flou che non usano più manco Amara Venier e Bernarda D'Urso. Trucchetti di bassa lega che impastano luci e colori, nascondono rughe e garantiscono il ti vedo/non ti vedo. In sostanza, percepisci che lì dietro c'è una gnocca, ma non ne distingui bene i contorni. Perché ridursi così? Dunque avanti, seduti in circolo tutti insieme: «Raccontaci di te, Marika». «Ciao a tutti, sono Marika, ho 45 anni, e mi sono resa conto che sto invecchiando...».

martedì 13 novembre 2012

C'È LA CIALTRONERIA BUONA, E QUELLA CATTIVA...

C'è la cialtroneria buona, e quella cattiva. Un po' come il colesterolo. La cialtroneria buona, quella che ho sempre difeso e che un po' m'appartiene, è quella piccola, innocua furbizia che ti aiuta a vivere, a portare a casa il risultato quando è difficile farlo. A superare brillantemente (o simpaticamente) le difficoltà con un escamotage che - di fatto - non porta danno al prossimo. Oggi purtroppo siamo tragicamente circondati da quintali di pessima, vera cialtroneria: nei rapporti sociali, personali, e quant'altro. I cialtroni veri, inaffidabili e prepotenti, dominano la scena e avvelenano la società. Con la loro protervia. Con l'essere meno di niente, ma impegnandosi al massimo per far credere di essere qualcuno. Poveracci, in definitiva. 

lunedì 12 novembre 2012

«IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE»? UN EQUIVOCO, COLPA DELLA SORDITA' DI OBAMA

«Il meglio deve ancora venire», ha detto pochi giorni fa Mr. President, il 44° nella storia degli Stati Uniti d'America, salutando la propria riconferma sulla poltrona politicamente più calda del pianeta. Altri quattro anni - gli ultimi - alla guida degli States.
Da allora si sprecano le analisi giornalistiche sulla frase con cui Barack Obama ha voluto non più ingraziarsi, ma ringraziare il proprio elettorato. Molti pensano si tratti di un banale messaggio di speranza in un momento difficile per gli Usa e il mondo intero, fra buchi (neri) di bilancio e altalene dei mercati; altri credono abbia voluto in qualche modo promettere meraviglie ai delusi dopo un inizio di percorso amministrativo difficile, complicato e contestato. Il tutto mentre il rivale, Mitt Romney, sul suo profilo Facebook, perde seguaci al ritmo di 800 al minuto. A dimostrazione del fatto che non soltanto gli italiani hanno il vezzo di correre in soccorso del vincitore.
In realtà quella frase, «Il meglio deve ancora venire», è frutto di un equivoco familiare mai chiarito e di una lieve forma di sordità del Presidente, che è ignota ai più. Grazie ad alcune amicizie influenti in quel di Washington e nel suo staff ristretto, sono in grado oggi di fare piena luce sulla verità.
Obama e Michelle, alla Casa Bianca, hanno una coppia di vicini molto politicamente scorretti. Si tratta dei bianchi caucasici John e Ramona Coltrane. John e Ramona, 43 e 30 anni, lui operatore ecologico («Chiamatemi spazzino, grandi teste di cazzo!» ribatte sempre ingrugnato a chi lo definisce con la formula più ipocrita del mondo), lei parrucchiera, abitano una vecchia casa diroccata contigua alla sfarzosa dimora presidenziale. Il pasticciaccio lo combinò nel 1807 quel giargianella di Thomas Jefferson, che una notte - in mutande, dopo aver perso una partita a poker e decisamente sconsigliato dagli altri collaboratori - concesse a un suo assistente tuttofare gran maneggione antenato di Coltrane, tale Jason, di costruire sul retro della White House una piccola depandance letteramente incollata all'edificio principale. «Che vi importa? Tanto nelle foto ufficiali il palazzo si vede sempre solo di fronte, non state a menarla troppo», disse il presidente concedendo l'autorizzazione. Non sapeva di firmare una condanna anche per tutti i suoi successori. I Coltrane, che con gli anni avevano sviluppato una robusta fede per il partito repubblicano, avevano sempre avuto fama di attaccabrighe, e amavano parlare chiaro. Non conoscevano la diplomazia. In questo, anche John e Ramona si erano trovati. E se lui mal sopportava l'ipocrisia buonista, lei confezionava permanenti e meches concedendosi il lusso di parlare chiaro alle clienti. Se in negozio si presentava una signora che richiedeva espressamente una particolare, strana acconciatura, lei - anziché abbozzare ed eseguire col tono mieloso di molte colleghe - la guardava negli occhi e le diceva: «Oh vecchia, io te la faccio, ma sappi che ti sta da schifo! Poi non ti lamentare». Molte di loro, chiaramente, non si ripresentavano più. E questo, alla lunga, aveva influito anche sul tenore di vita dei Coltrane, i quali avevano due entrate mensili che sommate non ne facevano una piena. Con due figli da mantenere e frequenti litigate che li facevano sembrare un po' il negativo della coppia patinata presidenziale, sempre tutta coccole e sorrisi.
Come se non bastasse, se loro a letto si erano un po' raffreddati, gli Obama avevano una vita sessuale che faceva ancora scintille, vuoi perché a Barack le cose continuavano ad andare bene, vuoi perché - si sa - la gente di colore, oltre ad avere la musica nel sangue, è nota anche per altri, scarsamente visibili ma percepibili attributi. Quasi ogni notte tra Barack e Michelle era una festa, che non lasciava spazio al sonno dei poveri Coltrane. Spesso i feroci amplessi si consumavano ululando anche sul tavolo della Stanza Ovale. Lo stesso sotto il quale anni prima, ai tempi di Bill Clinton, aveva trovato posto la maliziosa sfrontatezza di Monica Levinsky.
La notte, quasi ogni notte, la copula frenetica degli Obama gettava scompiglio nella stanza da letto attigua dei vicini. Ore di sfiancanti gemiti ai quali Ramona non sapeva rispondere in altro modo che con un: «Ma devo farvi arrestare dai Federali? Allora, porca eva, avete finito?», accompagnato da qualche colpo secco dato alla parete e sferrato con il bastone del mocio lavapavimenti. «Sì, ti piacerebbe» ribatteva John urlando con tutta la forza dei suoi polmoni, perché i vicini lo sentissero «Il negro deve ancora venire!». Quella frase beffarda, che conteneva non solo tutto il suo odio per i democratici, ma anche per "quel" democratico in particolare, la ripeteva ogni volta come uno slogan politico. Dall'altra parte, Michelle riusciva a coglierla in modo abbastanza distinto (ma non ne faceva mai parola al marito, per non ferirlo), mentre Obama, vuoi per la furia dell'incontro carnale, vuoi per un vecchio problema di sordità moderata non progressiva del quale pochissimi erano a conoscenza, non sentiva o capiva solo parzialmente.
Quel che successe la notte della vittoria alle elezioni, ha del miracoloso: visti i risultati, Obama si era rintanato con Michelle nella Stanza Ovale con sei chili di caviale del Volga, e il migior champagne, che faceva scorrere a fiumi. Quasi giunto all'acme del piacere, dopo le regolamentari tre botte sulla parete da parte di Ramona («Avete finito?») il livorosissimo Coltrane, incazzato come una bestia anche per l'umiliazione subita in troppi collegi, lanciò il rituale: «Sì, ti piacerebbe... Il negro deve ancora venire!». La frase arrivò incredibilmente un secondo dopo l'orgasmo presidenziale, e Barack credette finalmente di sentire: «Il meglio deve ancora venire!».
Per tutta la notte, e sino al mattino dopo, quelle cinque parole gli ronzarono in testa. Da un lato, le condivideva con orgoglio. Dall'altro, non riusciva a capacitarsi della genialità di quel suo brusco, forzato vicino di casa, sempre un po' ostile e che non aveva mai considerato troppo intelligente. Doveva ricredersi. «È vero, ripeteva fra sé e sé Mr. President: il meglio deve ancora venire!». Chiamò Michelle e le comunicò la sua intenzione di giocare su quella precisa frase, rubacchiata al buon Coltrane, per il discorso di re-insediamento. Michelle, prima donna afroamericana a ricoprire il ruolo di First Lady, abbassò gli occhi, e ancora una volta non ebbe il coraggio di fiatare. In fondo era un momento di festa che la verità non poteva sporcare. E poi, che cos'è una piccola bugia a fronte della pace familiare e di quella di un'intera Nazione? «Sì, ciccino» gli rispose col sorriso un po' tirato. «Mi sembra proprio una bella idea». Lui se ne andò soddisfatto a ripassare lo speech.
In quello stesso istante entrò Malia, la prima delle due figlie della coppia presidenziale, che non conosceva l'antefatto ma aveva ascoltato tutto da dietro la porta. «Mamy, ma papy lo sa che quella frase, “Il meglio deve ancora venire”, l'ha già detta Ligabue?». «Ligabue chi, il pittore?», rispose Michelle, che aveva buoni studi alle spalle. «Mannò, Ligabue il cantante italiano! Ce l'ho sempre sull'iPod» s'impuntò la piccina. «Aaaaahhh, il capellone...». «Mannò, mamma, adesso se li è tagliati...».
«No tesoro, non lo sapevo. Grazie». E intanto le accarezzò i capelli teneramente, pensando felice fra sé e sé: «Certo, è un omaggio a Ligabue. Un omaggio a Ligabue...».

martedì 6 novembre 2012

FRANCESCO TOTTI * RIESCO AD ANDARE D'ACCORDO PERSINO COI LAZIALI

Francesco Totti, stavolta, è tutto nostro. Anzi, Habemus Puponem, come forse direbbe lui, dopo aver dato alle stampe un nuovo libro umoristico, «E mo’ te spiego Roma». Volumetto nel quale il calciatore giallo-rosso sorpassa a destra il suo orizzonte editorial-barzellettaro, e scherza sulla storia millenaria della Capitale. Mentre in redazione facciamo la ola per esserci accaparrati in esclusiva il campione trasversale per antonomasia (romanista ma stimato da tutti, sportivo ma spesso in prestito alla pubblicità, e con una moglie che più televisiva non si può), lui risponde docile alle nostre domande senza neanche succhiarsi il pollice come quando in campo segna il goal cruciale.

Buongiorno Totti, lei - a modo suo - la storia di Roma l’ha già scritta. Come mai ora sente il bisogno di piazzarne un’altra in versione umoristica?
«Buongiorno. Ironia e allegria permettono di raccontare storie con leggerezza, senza noia. È come un passaggio smarcante in partita, un mezzo bello ed efficace. La gente ha bisogno di sorridere. E voi lo sapete bene: il vostro settimanale i «Sorrisi» li ha nel nome, è il periodico seguito da tutti, di tutte le età».
Nel libro non chiarisce un dettaglio non trascurabile: l’ottavo Re di Roma, in definitiva, è lei o Paulo Roberto Falcão?
«Facciamo che uno siederà sul trono nei giorni dispari e l’altro nei giorni pari (sorride, Ndr). A parte gli scherzi, Falcão è una leggenda. L’essere paragonato a fuoriclasse di questa grandezza, per me rappresenta un motivo d’orgoglio».
Ho trovato esilarante il suo latino romanizzato («Anvedi quaestum», «Sei de coccium»). Parla così anche a casa, con Ilary, Cristian e Chanel?
«E’ stato divertente ideare frasi come quelle, che hanno reso il  libro più spassoso, ma a casa meglio di no: s’immagina cosa sarebbe anche solo chiedere il sale a tavola? Chissà poi cosa ti passano…».
Lei è Re, ma anche gladiatore. Qual è la cosa più coraggiosa che ha fatto nella sua vita da residente nella città eterna?
«Il vero coraggio non è legato ai ruoli o alla fama. È dire sinceramente ciò che si pensa, impegnarsi per le cose in cui crediamo e fare del nostro meglio per noi e i nostri cari tutti i giorni. Ognuno, nel suo piccolo, può essere coraggioso».
Un problema che lamenta è l’impossibilità di girare indisturbato a Roma, perché sarebbe assediato dai fans. Vive blindato? Gira travestito?
«Più che lamentarmene, ci scherzo su. La gente mi dimostra affetto, un amore grandissimo. Quando ho compiuto gli anni mi è arrivata una meravigliosa marea d’auguri sul mio sito (www.francescotti.com, NdR). Non penso esista al mondo un popolo caldo come i romani».
Se incontra un laziale, scatta l’odio e finisce in rissa, o in genere prevale l’ammirazione per il Totti vip?
«No no, ma quali risse… Certamente la rivalità con i biancocelesti è sentitissima. Sono da anni capitano della Roma ed è normale che per loro io rappresenti una specie di avversario fisso, fa parte del gioco. E il sano sfottò è un aspetto goliardico e irrinunciabile del calcio».
Roma è fatta anche di Senatori: Sordi, Venditti, Baglioni, Verdone, Petrolini, Proietti e altri. Faccia una graduatoria dei suoi preferiti.
«Non la faccio: sarebbe come metterli a confronto, uno contro l’altro. Li immagino giocatori della stessa squadra, uno spaccato di romanità. A volte le graduatorie dividono, assieme si vince».
Nella sua vita, ha appeso più lucchetti a Ponte Milvio, o più fidanzati gelosi al muro?
«Niente lucchetti, né fidanzati gelosi. Ma da ragazzo avevo appeso in camera il poster di Giuseppe Giannini».
Nel libro ci sono suoi colloqui immaginari con Gesù Cristo, Giulio Cesare, Zeus e molti altri. Ma nella sua vita qual è la persona importante che ha conosciuto?
«Qui non ho dubbi: l’incontro più intenso della mia vita è stato quello con Giovanni Paolo II. Di lui non posso dimenticare gli occhi gentili e quella sensazione di pace che sembrava circondarlo».
Nell’antica Roma la tv non c’era, ma lei ha il privilegio o la sfortuna di conoscerla. Che cosa ne pensa e che cosa guarda?
«Spesso la si guarda in famiglia, di sera, lascio che scelgano anche Ilary o i ragazzi, ma quando c’è il calcio ho il telecomando. Sui nostri tre televisori guardiamo di tutto, in particolare film; poi varietà e gli eventi sportivi. La tv è utile per informarsi e svagarsi; come in tante cose, basta non esagerare».
La tv è divisa per generi: telefilm, varietà, programmi giornalistici, musicali. Come mai secondo lei il calcio fa più audience di tutti?
«Perchè è il principale sport  praticato e seguito da persone di tutte le età».
E se potesse scegliere di condurre un programma, per esempio «Le iene» con Ilary?
«Ora ho in testa il calcio. Sinceramente, non ci penso».
Cinema e dischi. Che cosa le piace vedere e che cosa ascolta?
«Prevalentemente cinema e musica italiani. Mi piacciono molto le canzoni di Claudio Baglioni».
Ilary sembra avere la grinta e l’energia di Cleopatra. Le ha mai impedito di fare qualcosa?
«Ha una gran personalità ma non è una persona intransigente: parliamo di tutto e prendiamo le decisioni importanti sempre insieme. Questo significa essere una coppia».
Roma è stata fondata da Romolo, incendiata da Nerone, e sarà distrutta da chi? Da politicanti corrotti?
«No no, Roma non verrà distrutta. È per questo che è chiamata la Città Eterna, no?».
Quando lascerà il calcio, organizzerà un baccanale stile rave party allo «Stadio Olimpicum», come lo chiama lei? E come sarà?
«Non ci ho mai riflettuto, ho sempre nella testa la prossima partita da giocare. Magari quel giorno inventeremo qualcosa per salutare calorosamente tutti, ma ora è presto per pensarci».
A proposito di baccanali: che cosa ne pensa di quello che sta succedendo nella Regione Lazio?
«Altro che Bacco e i baccanali... Che gran baccano che c’è stato! La gente di Roma chiede che si faccia completa chiarezza su quel che è accaduto; poi se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi».
Libri sulla romanità a parte, a quando il suo prossimo spot?
«Quando mi presentano un’idea simpatica e di buon gusto, è difficile che dica di no. Tornerà l’occasione per uno spot, ma ora al centro della mia attenzione rimangono la famiglia e la Roma».
Se l’euro dovesse fallire, tornerebbe alla lira o ai sesterzi?
«Si potrebbe coniare un nuova moneta. Come li vedreste i prezzi espressi in cucchiai?».

(TV SORRISI E CANZONI - OTTOBRE 2012)

lunedì 5 novembre 2012

CELENTANO IN «ROCK ECONOMY» 2012 * LA SCALETTA DELLE DUE SERATE

LA PRIMA SERATA
Svalutation (1976) Dopo la lettura del Manifesto sulla decrescita, dell’economista e filosofo francese Serge Latouche, si parte con un classico.
Rip It Up (1956) Ancora ritmo con lo storico pezzo di Bill Haley & the Comets.
Si è spento il sole (1962) Romanticismo con un tocco retrò.
La cumbia di chi cambia (2011) Il brano che Jovanotti ha scritto per Celentano, dall’album «Facciamo finta che sia vero».
L’emozione non ha voce (1999) Dedicata all’autore Gianni Bella, una tra le canzoni più intense del Molleggiato. Testo di Mogol.
Io sono un uomo libero (2000) Pezzo scritto da Ivano Fossati, presente tra i vip in Arena.
Pregherò (1962) Per proprorre la cover di
«Stand by Me», il cantante ricorda che Paolo Bonolis, in platea, l’ha caldamente richiesta.
L’artigiano (1981) Vecchio brano che inneggia alla disobbedienza fiscale, forma embrionale
del Celentano pensiero.
Cammino (1983) Preceduta da qualche problema tecnico con un sequencer (strumento che crea e riproduce segnali audio di controllo per gli strumenti, Ndr) andato in blocco e un testo sbagliato finito sul gobbo elettronico.
Il ragazzo della via Gluck (1966) Proposta semplicemente, alla chitarra acustica,
per uscire dall’impasse.
Scende la pioggia (1968) Arriva Gianni Morandi e spezza con un suo brano il contestato dibattito con l’economista Jean-Paul Fitoussi e i giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.
La Mezzaluna (1962) Un cha cha cha per «sdrammatizzare».
Ti penso e cambia il mondo (2011) L’amore come valore aggiunto salvifico per il singolo e per l’umanità.
A Woman in Love (1977)
Per sognare dolcemente.
Prisincolinensinainciusol (1972)  Una grande pagina per chiudere e ricreare il feeling col pubblico.

LA SECONDA SERATA
Mondo in Mi 7a (1966) Preceduta da una parziale rilettura del manifesto di Latouche.
Soli (1979) Un classico romantico, a firma Del Prete-Minellono-Cutugno.
L’arcobaleno (1979) Di Mogol-Gianni Bella. Arrivano i primi problemi con la lettura sul gobbo elettronico, e Adriano la butta subito sull’autoironia.
Storia d’amore (1969) Brano che tra le firme porta anche quella dello stesso Celentano.
Si è spento il sole , Viola e Ringo
Proposte in uno strano medley legato dall’ultimo pezzo, che fu un must del vecchio Carosello.
Il ragazzo della via Gluck (1966) In coro con tutto il pubblico dell’Arena di Verona.
Cammino (1983) Preceduto dal balletto, con una splendida coreografia di «Yuppi Du».
Straordinariamente (1969) Dedicata a Sofia Loren, che ama molto questa canzone.
Pregherò (1962) Altro ritorno di un pezzo già proposto durante la prima serata.
Un mondo d’amore(1967) Sigla l’ingresso in scena di Gianni Morandi, con un suo classico.
Caruso (1986) Ottimo omaggio di un commosso Gianni Morandi all’autore, lo scomparso Lucio Dalla.
Sei rimasta sola(1962) Quasi una ninna nanna, che Adriano canta insieme con l’amico e collega di Monghidoro.
Una carezza in un pugno(1968) Altra pagina immortale, che infiamma la platea.
Ti penso e cambia il mondo (2012) Qualche problema all’attacco, e Adriano se la prende bonariamente col maestro Fio Zanotti.
Azzurro Pietra miliare di repertorio, cantata con tutta l’Arena in piedi.
Anna parte (2011) Pagina recente del repertorio di Celentano.
Ready Teddy (1956) Rilettura di un classico di Little Richard.
Prisincolinensinainciusol (1972)
Torna la geniale onomatopea musicale per congedare la platea.

(TV SORRISI E CANZONI - OTTOBRE 2012)

ROCK ECONOMY 2012 (ARENA DI VERONA) * LA RESURREZIONE DI ADRIANO

«Stasera scusate ma c’è stato qualche piccolo problema » ha sussurrato Adriano – a telecamere spente - al pubblico dell’Arena di Verona, appena chiuso il sipario sul primo appuntamento con il suo «Rock Economy», in onda in diretta l’8 ottobre su Canale 5. Per poi attaccare, a mo’ di «risarcimento» per i propri fans più fedeli (e spendenti), il pezzo bonus: la trascinante «Rock Around the Clock». Un Bill Haley datato 1965 che a casa nessuno ha potuto apprezzare. Celentano è tornato, e ha vinto.
Al di là dei numeri, imponenti per la rete (8.918.000 spettatori col 31,8% di share per il primo show e 9.112.000, share 32,82% per il secondo), e al netto delle perplessità per l’Adriano in versione talk-show, respinto dalla platea veronese, il nostro è riuscito a ricucire il rapporto col suo pubblico dopo un Sanremo tormentato. E l’ha fatto per giunta in territorio Mediaset, che mai prima d’ora aveva ospitato l’uomo degli eventi Rai per eccellenza.
Un’altra cosa che la tv non vi ha mostrato, è stato il costante assedio dei fans all’Hotel Due Torri, dove il cantante è rimasto asserragliato insieme con la moglie, Claudia Mori, e il suo staff, modificando in corso d’opera la scaletta top secret della seconda serata, che originariamente  prevedeva un altro dibattito con l’economista Beppe Scienza e il direttore di Rai 4, Carlo Freccero. Segmento che Celentano ha deciso di tagliare dopo l’accoglienza ricevuta dal primo spazio analogo: quello con Jean-Paul Fitoussi e i giornalisti Rizzo e Stella. «La gente vuole che io canti, e lo farò», avrebbe detto al suo entourage.
E mentre in Arena la security si dava un gran daffare per bloccare coloro che tentavano di riprendere lo show con una videocamera, «Rock Ecomomy» decollava anche sui social network. Su Twitter, lo spettacolo ha registrato il record stagionale di 34.626 «cinguettii», con 10.291 utenti che hanno effettuato almeno un tweet sull’evento (Dati GroupM Research & Insight).
In città, invece, hanno transitato per giorni alcuni sosia di Celentano, che la sera, dopo gli show del loro idolo, tentavano di prendere posto nei ristoranti del centro, stracolmi, sostenendo di aver prenotato «A nome Adriano». Il trucco, ovviamente, non riusciva mai. Persino Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo (nel parterre vip la prima sera insieme con Paolo Bonolis, Eros Ramazzotti, Paola Perego, Marco Mengoni, Federica Panicucci, Ezio Greggio, il paroliere Mogol, Gerry Scotti, Marcella Bella, Ivano Fossati e Massimo Caputi) a tarda notte non sono riusciti a sedersi per mangiare un boccone. L’unico presente a entrambe le serate (oltre alla figlia di Adriano, Rosita, che aveva occhi solo per papà), è stato Al Bano Carrisi, in città insieme con un amico russo. I russi (come ha dimostrato anche la tollerata invasione di palco della bella ragazza bionda, salutata in diretta da Morandi e Celentano) hanno occupato Verona e l’Arena per il live che si consumava a 18 anni dal precente tour del Molleggiato. Ed erano disposti a spendere qualsiasi cifra pur di potersi sedere in platea.
Tra le presenze degne di nota del parterre della seconda serata, si segnalano l’ex allenatore del Genoa Malesani, la contessa Marta Marzotto, l’attore e produttore Andrea Occhipinti, e Valerio Staffelli, il tapiroforo di «Striscia», sgattaiolato via sotto finale per evitare la ressa tenendo per mano la moglie, l’ex showgirl Matilde Zarcone.

(TV SORRISI E CANZONI - OTTOBRE 2012)

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