martedì 28 gennaio 2014

CON LE PIETRE D'INCIAMPO OGNI GIORNO SI RINNOVA LA MEMORIA

Di Lorenzo Sulmona

Oggi non voglio scrivere, non è necessario. Oggi voglio pensare, anzi voglio poter ricordare, voglio essere sicuro un giorno di ricordare la storia dell’olocausto.
Una cinica e toccante serata da Bruno Vespa, non racconta con i plastici le crudeltà moderne, ma rivive nella storia dei sopravvissuti, mai banali nel loro vivo ricordo, le giornate dello sterminio razziale e della “raccolta porta a porta” degli ebrei di Roma.
Le pietre d'inciampo, opera di fine anni ‘90 dell’artista tedesco Gunter Demnig, in memoria di cittadini europei deportati nei campi di sterminio, sono definite a ragione opere d’arte (si tratta di targhe d'ottone della dimensione di un sampietrino, con nomi, date e luoghi, poste davanti alle porte di casa che furono dei deportati), ma non sono altro che un libro di storia a cielo aperto, per non dimenticare.
Perché non c’è cosa più naturale che poter camminare nelle vie del centro a Roma ed “inciampare” sulla storia più dolorosa del secolo scorso! E i “giorni della memoria” non sembrano lontani più di 70 anni, in una sorta di contatto eterno tra presente e passato.
E allora stamattina non conta nulla attorno a noi … la porta del vicino, le rotaie del tram, la coda al semaforo, la tazzina al bar, la busta della spesa, la password in ufficio … in silenzio ascolto il respiro. Ogni cosa attorno a me è vita.

venerdì 24 gennaio 2014

FERRADINI CANTA PAGANI: QUANDO LE CANZONI TI PARLANO

Ieri al teatro Pime di Milano Marco Ferradini (quello di "Teorema") confezionava una serata dedicata ad Herbert Pagani. Per chi non lo conoscesse, un dannato talentone. Poliedrico, eccentrico, sensibilità non comune, nato a Tripoli e morto di leucemia in America ad appena 44 anni. Non prima di averci lasciato un pugno di pezzi indubitabilmente evocativi che Ferradini ha riunito in un doppio cd, "La mia generazione", che mi sono subito accaparrato perché è una di quelle cosette di gran pregio che è un peccato lasciare a prendere polvere su una bancarella.

Pagani ha scritto alcune canzoni di cui manco conoscevo o ricordavo l'esistenza ("Lombardia", per esempio, o "Cin cin con gli occhiali"), eppure erano tutte vive, palpitanti, semplici ma di quella semplicità che non si trasforma mai in banalità (il confine, spesso, è sottilissimo e facile da oltrepassare). E il gruppo in scena, che annoverava anche Marta Charlotte, figlia di Ferradini, voce e tastiere, le ha fatte riaffiorare tutte. In una serata tributo onesta, vera, senza retorica. Dove erano soprattutto le belle canzoni a parlare. Perché le belle canzoni - quando sono veramente belle - hanno uno strano pregio: invece di cantare, ti parlano.

mercoledì 22 gennaio 2014

VENDO UN IPAD 64 GB WI-FI E SCOPRO CHE LA VITA E' FATTA DI PUNTI DI VISTA

La vita è fatta di punti di vista.
Metto un'inserzione on-line per vendere a 200 euro (più o meno la quotazione dell'usato presa dal sito degli scambisti-feticisti Apple) il mio amato, vecchio iPad 64 giga, wi-fi più rete cellulare. Un po' datato ma indistruttibile. E ancora un onesto prodottino, se si rinuncia alla lusinga di qualche modernità. Mi chiama subito un po' di gente, ma il più tosto è un egiziano che dice di abitare a Cremona. Trattativa. Vuole scalare 30 euro perché "devo venire prendere a Milano di Cremona". Gli faccio presente che il viaggio non è un problema mio, ma non trova l'argomento convincente. Insiste parecchio per concludere, è sbrigativo, mi genera istintiva diffidenza. Poi, inutile nasconderselo, c'è un po' la psicosi dello "straniero che ti frega" con la quale, come retro-pensiero, devi sempre fare i conti. Lo lascio in sospeso dicendogli che - tranquillo - ho il suo numero, e che se non riuscirò a vendere al mio prezzo, lo chiamerò. Ma dubito, in realtà, di farlo. Ieri, mi contatta via mail un ragazzotto milanese sbrigativo che scrive, testualmente: "150, non di più, e passando da Cernusco me lo porti". Gli rispondo solo "Ciaoooo" perché lì per lì avevo finito i vaffanculo. Passa qualche ora, in mattinata, e richiama lo stalker egiziano: "Sono Milano, io compra tuo iPad, se viene in centro io prende e porta via". Gli spiego che non posso muovermi da Segrate fino alle 18.30, che il prezzo è non meno di 180 e lui prima tentenna, poi non fa una piega: "Va bene, tu viene io compra". Ma la mia diffidenza aumenta. Anche perché questo mi chiama a mezzogiorno e aspetta fino a sera per prendersi proprio il mio iPad, quando immagino là fuori sia pieno di venditori.
L'appuntamento è alle 19.15 in Piazzale di Porta Lodovica. Io mi vedevo già accoltellato sotto i portici di Cariparma (la mia filiale) mentre l'attrezzo di piacere tecnologico prendeva il volo. Per questo stavo pensando di dirottarlo verso un luogo pubblico: un bar lì vicino. C'è gente, ci si siede, si prende un caffè. Così almeno non può fregarmelo al volo e scappare. E poi magari mi risparmio la coltellata. Alle 19.10 sono sul posto. Lo chiamo, ci sono. L'amico risponde: "Ah sì... Tu Franco. Scusa ritardo, io andato mercato, ora mette via tua su satellitare e arriva". L'affare s'ingrossa. Neanche puntuale. Torno a casa, che è lì vicino. Poco prima delle 20 lo squillo dall'inconfondibile numero. "Sono lì", dice lui. Arrivo "lì", mi metto al centro del piazzale e cerco di individuarlo. Lo chiamo. Lui mi nota dall'altro lato della strada (proprio di fronte a Cariparma) e lo raggiungo. E' uno sui 35, basso, quasi calvo, piumino. Non fa numeri da circo, per fortuna. "Vieni che qui, c'è machina con familia". Poco più avanti, al buio, ha parcheggiato una station wagon scura con al posto di guida moglie/compagna sorridente alla quale manca solo il burqa per entrare nei manuali dell'islamismo. Sul sedile posteriore, una piccina di 3-4 anni ben legata a un seggiolino di sicurezza. Mi tranquillizzo: la coltellata di certo non mi arriva. L'amico mi spacchetta tutta la confezione e inizia a spargere pezzi di cavi, caricabatteria, istruzioni, case di protezione e parti della scatola sul sedile posteriore. Poi, rigirandosi l'iPad in mano (che è scarico, perché inutilizzato da almeno una settimana), chiama qualcuno (un amico? il figlio?) e inizia a farmi domande: "Tu hai garanzia?". "Ma quale garanzia? Ha già qualche anno, è di prima generazione, ma è perfetto". Poi passa a domande tecniche (nella sua lingua) delle quali - giuro - non ho capito un'acca. E, ne sono certo, neanche lui. Alla fine l'unica cosa che intercetto è "3C", intuisco sia "3G" e dico sì, incondizionatamente sì. L'accendiamo. Anche solo per finirla. Lui fa un bel sorriso, pur non avendo capito niente, estrae dalla tasca i 180 euro e me li dà. Ci salutiamo con stretta di mano. Prima che me ne vada, si fa serio, mi guarda, e fa: "Non è che io poi problema co' questo? Non è che è rubato?".
Sì, la vita è fatta di punti di vista.

lunedì 20 gennaio 2014

MILANO, PIOVE SUL 94 * ISTRUZIONI PER L'USO DELL'OMBRELLO

Di Lorenzo Sulmona

Dopo tre giorni di pioggia ininterrotta il mio cervello è andato in tilt al solo pensiero di dover affrontare in questo inizio settimana l’esperienza più sconvolgente per l’utente dei mezzi pubblici: condividere il percorso mattutino con il civile cittadino e il suo ombrello dalle mille forme, colori e funzionalità.
E così, caro Franco, riallacciandomi al tuo ultimo pezzo del 2013 sullo spot con Ricky Tognazzi che insegna a starnutire, devo purtroppo sconfessarti dicendo che è sì necessario un messaggio (la cosiddetta “pubblicità progresso”) per ogni nostra azione o comportamento, ricominciando dalle basi di quell’“educazione civica“ che ricorderete come strana e noiosa materia delle scuole medie, retaggio di un mondo post fascista ma che letta con il senno di poi, ha costituito un flebile antidoto contro l’individualismo che sarebbe arrivato alla fine degli Anni 90.
Milano, 8.10, fermata autobus 94, zona Basiliche.
Ecco 8 suggerimenti per girare uno spot degno (da riaffidare a Tognazzi se preferite):
  • caro cittadino, prima esci dall’autobus e poi apri l’ombrello per non bagnarti (se fai il contrario, o annaffi il povero cittadino che prenderà il tuo posto nel mezzo pubblico o lo costringi alla cecità in quanto gli cavi un occhio!)
  • una volta entrato, ti accerti che il tuo ombrello fradicio non goccioli sulle mie scarpe, ma sul pavimento
  • ovvio che l’ombrello non deve strisciare neanche sul mio pantalone, mentre per la tua borsa o sacca chic fai di tutto affinché non possa strofinare con niente e nessuno (neanche con il tuo stesso cappotto)
  • cara signora, che chiameremo “Pina”, non comprare un ombrellone di 3mq se devi coprire il tuo corpicino solo per un breve tragitto (“Pina” infatti fa sempre e solo 2 fermate e per avere la certezza di scendere resta ferma, rigida e impietrita con il suo ombrellone davanti alle porte!)
  • se ognuno di noi ha due braccia e due mani (maddài, scopertona no?), con una dovrai appoggiarti ai sostegni e con l’altra dovrai imparare a tenere assieme borsa, pc e ombrello; se lasci l’ombrello a terra non ti arrabbiare se gli altri non lo vedono e non gli danno la giusta rilevanza nella scala delle priorità mattutine
  • a proposito, gli appositi sostegni servono a fornire un supporto in caso di mancato equilibrio, non utilizzarli per fare sfoggio del tuo nuovo ombrello con manico in avorio e stampe modello leopardato (se lo appendi e poi vai a timbrare il biglietto, al tuo ritorno in postazione non esigere di trovarlo nella stessa posizione)
  • quando finalmente sei arrivato alla tua fermata (con autobus quasi vuoto), hai voglia di scendere ma ecco il tuo collega cittadino che aspetta fuori e che, noncurante della tua esigenza, prima entra con tutto l’ombrello aperto e poi ti chiede scusa per non averti visto (intanto ti ha scrollato addosso la sua acqua)
  • per ultimo, quando apri o chiudi il tuo ombrello sappi che intorno a te ci siamo anche noi (il tuo non è uno scudo spaziale per un’imminente guerra contro la pioggia acida).

giovedì 9 gennaio 2014

MORGAN * LO STAGE DIVING DI BARI È LA METAFORA DELL'ITALIA

Nella figuraccia epocale di Marco Castoldi in arte Morgan, che lanciandosi sul pubblico (in America lo chiamerebbero Stage Diving) di un concerto a Bari non viene sorretto e portato in trionfo ma lasciato cadere rovinosamente a terra, c'è tutto Morgan, e c'è la metafora di un Paese. C'è un tizio che si sente qualcuno, quando pochissimi hanno fatto qualcosa per farglielo credere. C'è un personaggio, un buon affabulatore, questo sì, che musicalmente (e soprattutto dal punto di vista canoro) vale ben poco, ma che ha iniziato da anni a credersi Mozart. Ci crede talmente da lanciarsi sulle folle nelle discotechine, come i veri divi da palco, come un Robbie Williams farebbe in un live monstre davanti a migliaia di persone. Robbie alla fine impasta adrenalina e sudore e copula col pubblico; Morgan misura il pavimento come un piastrellista e se ne va con le pive nel sacco. O nel sacchetto, nella fattispecie. Sembra quasi il contrappasso per il vezzo di sparlare di «X-Factor» al termine di ogni edizione, ben sapendo che alla successiva non potrà fare a meno di partecipare di nuovo. Per esistere. Altrimenti non sarebbe neppure calcolato dai parenti come presenza al pranzo di Natale. Al quale sono sicuro che partecipi, nonostante il fintume kitsch-trasgressivo che lo accompagna.
C'è la tv che crea finti miti che si sgonfiano alla prova dei fatti. O dei fattoni.
E poi c'è l'Italia. Questo meraviglioso Paese che se ha eroi (ogni tanto ama averne, veri o farlocchi che siano), è anche pronto a lasciarli cadere subito dopo. Prima facendogli credere di essere al sicuro, dando loro l'illusione di potersi lanciare tranquillamente nel vuoto relativo, e poi guardandoli con un sorrisetto beffardo mentre si impastano al suolo. In attesa dello Stage Diving del prossimo eroe. Non illudetevi, non sarà Beppe Grillo. E' sveglio, e ne uscirà molto prima. In elicottero, credo.

mercoledì 1 gennaio 2014

IL MIO CAPODANNO E I CHIARI SEGNI DEL DESTINO

L'ho passato a Crema, nel castel... pardon nella bella casa di amici, fra amici, goliardate, buon cibo, buon vino e qualche cantata liberatoria. Il modo migliore che conosca per fronteggiare San Silvestro, festa finta come una banconota da 15 euro. Come tutte le feste comandate. Bene. Tutto liscio? No, aspetta, non ho finito. Verso le due, nonostante fossi più imbenzinato io dell'auto (l'ultimo bicchiere di barolo chinato mi ha prostrato, ma è un segno evidente dell'esistenza di un'entità superiore) verificati i bassi rischi per la guida, ho ripreso la via di casa. Arrivato a Milano, davanti al portone, aprendo la portiera per andare a girare la chiave che lo spalanca elettricamente (è in momenti come questi che mi domando come mai non abbia mai comprato il telecomando), esco dall'auto e pesto una gigantesca cacca di cane. Freschissima e aulente. Persino bella, nella sua evidente spavalderia. Fosse ancora vivo Alessandro Manzoni, ci avrebbe scritto un libro; lui non c'è, vi dovete accontentare di un mio post su un blog. Tempi grami. Suppongo fosse stata prodotta da un quadrupede, ma dalle dimensioni non escludo la matrice umana.
Per capirci e non girarci attorno (del resto, io stesso non l'ho fatto) il nuovo anno era iniziato soltanto da due ore e cinquanta minuti esatti, e avevo già pestato una merda. Con le suole a carrarmato, fra l'altro. Chi era con me si è affrettato a pronunciare le classiche frasi di circostanza: "Maddài, no, proprio adesso... Non capisci: è fantastico, avrai una grandissima fortuna quest'anno!". Dici? Può darsi, può darsi... E' che lì per lì non ci pensi, levi i tuoi forti lamenti al cielo, non fai mente locale sul fatto che a Gianni Morandi - uno tra i più grandi cantati italiani - forse avrebbe fatto anche piacere. No, sei lì che smoccoli e tenti improbabili e articolate pulizie strusciando l'arto sul pavé e il gradino d'ingresso del solarium lì accanto (la proprietaria mi sta anche sulle balle). E poi c'è il difficile rientro in auto, per parcheggiare in cortile. Con quale coraggio puoi posare ancora il piede - quel piede - sul tappetino e l'acceleratore, con il rischio di contaminare l'abitacolo nei secoli dei secoli? E come entri a casa? Ti togli le scarpe sul pianerottolo e vai a posare quella incriminata sul davanzale della finestra nella zona comune del condominio. E io che le avevo sempre sottovalutate, le parti comuni.
Quella scarpa è ancora lì, e credo ci resterà per un bel pezzo, prima che mi decida a iniziare un accurato lavoro di bonifica.
A questo punto, se non si fosse capito, pretendo dal fato un 2014 quantomeno indimenticabile. A costo di portare in Tribunale Pisapia. O Gianni Morandi, se occorre.

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