venerdì 28 marzo 2014

HO INCONTRATO «FURIO» DI VERDONE

Col passare degli anni, sto diventando buono. E me ne accorgo da alcuni dettagli. L'altro giorno, uscendo di casa a piedi, attraverso il cortile che dà su strada mentre il portone elettrico si sta chiudendo. Con un leggero sprint, passo attraverso la cellula fotoelettrica per interrompere il flusso, far riaprire il portone e passare agevolmente. Credo lo facciano in molti. Dalle mie spalle, arriva un urlo: «Lei, senta!». Mi fermo voltandomi di scatto. Uno mai visto. Uno dei tanti mai visti di un «supercondominio» (lo chiamano così) che raggruppa 4 palazzine e dove ogni sempre spunta qualche faccia nuova.
«Sì sì, dico a lei!”. «Mi dica...» faccio io perplesso. «Ma perché, invece di correre per interrompere la fotocellula, non ha aspettato un attimino che il portone si chiudesse? Poteva poi passare a piedi dal portoncino di legno e risparmiavamo tutti un po' di energia elettrica, no?».
Mi ero imbattuto in «Furio» di Verdone. Uno degli scassaminchia seriali che evito accuratamente, così come le riunioni di condominio. L'argomentazione di Furio indubbiamente poteva avere anche qualche spunto di validità e raziocinio, ma sarei curioso di vedere chi di voi in quell'istante, non lo avrebbe

sommerso di una catena non interrotta di insulti. Dalle tante sfumature, personali e parentali. Un tempo l'avrei fatto. Invece oggi, che sono buono, mi sono solo fermato e l'ho fissato in silenzio per 30, interminabili secondi con la stessa espressione con cui Clint Eastwoood guarda il vicinato in «Gran Torino». E poi me ne sono andato.

domenica 23 marzo 2014

«LEI» (HER) * NOIA IN SALA PER LA SOLITUDINE DA SISTEMA OPERATIVO

Di Lorenzo Sulmona
Si intitola “LEI”, ma della figura femminile non resta  nessuna traccia rilevante, neanche la voce di questo OS, sistema operativo del 21° secolo: intelligente, emotivo, efficiente e dotato di formidabile autoapprendimento, ma con lo scarso appeal della nostra Micaela  Ramazzotti (in America il timbro era quello di Scarlett Johansson, per capirsi. Non si poteva pensare alla Morante o addirittura alla Angiolini, giusto per nominare due LEI di spessore narrante?
C’è solo un lui, l’attore protagonista Joaquin Phoenix (Theodore), peraltro magistrale nella sua interpretazione, nonostante tutto. Ma non basta un grande attore per fare un grande film (perdonate l’ovvietà).
Più che un uomo solo, nella trama c’è forse la solitudine a farla da padrone, ma chi l’ha detto che la solitudine è così noiosa? Allora l’unico aggettivo per definire il film è “lungo”, troppo lungo per narrare fino alla fine, senza sorprese, la sconfitta delle relazioni umane ed in particolare della curiosità per gli altri (e siamo in tanti!) che ci circondano.
Un lavoro talmente lungo e piatto che in sala ho visto gente che dormiva, gambe desiderose di lasciare la poltrona e gente all’uscita che sognava di godersi un panino giusto per riprendersi, battute esilaranti a commento dell’abbigliamento dei personaggi, protagonisti e non, del film.
Dunque, cosa rimane a memoria del sottoscritto? La regia di Spike Jonze sicuramente (e, già detto, la performance di Phoenix) e tanti piccoli particolari, ad esempio: l’omino blu simpatico e irriverente del videogame con il quale gioca il protagonista, il parquet e le vetrate ossessivamente pulite del loft di Theodore, il triangolo amoroso “Lui-Lei bionda sconosciuta-Lei software intelligente e “sensibile” dal nome Samatha).
In un film nel quale si comprano le emozioni perché non si ha tempo e voglia di cercarsele (l’appuntamento a cena con la single bella seria e “family oriented”, le lettere d’amore su commissione e il software intelligente un po’ segretaria un po’ fidanzata), che emozione abbiamo acquistato noi, comprando il biglietto al cinema?
Questo commento è dedicato ad una delle più belle canzoni della musica italiana, “A lei” (di Anna Oxa) e ai tanti taccuini e penne delle nostre scrivanie ancora poco tecnologiche.

lunedì 17 marzo 2014

«GIASS» * LUCA E PAOLO TORNANO STRONZI NELLO SHOW CHE RICICLA I VECCHI DEL CABARET

L'idea, par di capire, era quella di erigere un monumento al politicamente scorretto in prima serata su Canale 5.
Più che far ridere, però, il programma a volte disgusta. Ma può capitare che faccia anche riflettere, con qualche guizzo (pochi, per la verità, come la classifica dei tele-raccomandati o la candid camera sui preti pedofili) piazzati qua e là. O ancora addormentare inesorabilmente, sui vecchi numeri di un Andy Luotto fuori tempo massimo, preso di peso - parecchio, oggi come oggi - dai programmi arboriani e collocato in uno show che di arboriano non ha niente. Che vorrebbe avere un'anima, ma la perde rincorrendo in fretta e furia la «belinata», per dirla alla ligure, successiva. O le mille maldestre citazioni delle quali è disseminato.
È difficile sia vedere (come un corpo unico) che criticare «Giass» (Great Italian Association), la nuova creatura di Antonio Ricci, scomposto mix di comicità e goliardate che sconfinano nel pierinesco, fra rutti e scorregge assortite. Col sottile autocompiacimento che c'è nel fare i cattivi in sacrestia. Nell'averla detta e fatta grossa senza dover poi finire in punizione. Anzi, beandosi della trasgressione minimale. Ho detto: «Merda, cazzo, tette, culo, pompino...», e non mi puoi fare niente, faccia di serpente, non mi puoi fare male, faccia di salame.

Nel menù c'è tanto vecchiume, un riciclo continuo di cabarettisti già visti e stravisti: da Pino Campagna a Valentina Persia, passando per Stefano Chiodaroli (che almeno è bravo e soprattutto efficace) e Nino Formicola, il Gaspare orfano di Zuzzurro. Ma anche Giobbe Covatta, che canta senza saperlo fare, e altri volti nuovi più avvertiti, come il tizio che accompagna «Luna» di Gianni Togni a suon di cartelli didascalici. Rispetto alla media dei testi, il vecchio Pino Caruso (una fissazione cabarettistica baudiana) diventa David Letterman. E non basta un Alessandro Cecchi Paone che accetta di andare in studio a farsi dare del «Grandissimo frocio», a far primavera. Sono altre le genialate televisive. L'innovazione sta altrove.
Mentre scrivo questo pezzo, non so ancora come avrà risposto l'Auditel, ma «Giass» purtroppo, al momento, è il programma che non c'è. Un Bignami del cabarettisticamente riciclato. Perché la risata è come il maiale: non si butta via niente.
L'unica consolazione è vedere Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu (esilarante la Boldrini di Paolo), che fanno tutto il possibile per tenere insieme la conduzione, tornando finalmente a fare gli stronzi. Ovvero la cosa che (televisivamente) sanno fare meglio. Può sembrare paradossale, ma è un complimento. Disgraziatamente, il treno de «Le iene» è passato. Ed era un modo di viaggiare più swingante, molto più adatto a loro.

venerdì 14 marzo 2014

«CANTO» * ROSALINA & GIACON, UN BEL CD SOTTO IL SOGNO DI CONCATO

Ci sono dischi che nascono per caso. Per imposizioni dei discografici (l'esempio sono quegli artisti che muovono grandi fatturati), o per la fretta di portare a casa un «prodotto». Espressione sempre stridente in presenza di materiale vivo come la musica. Ma tant'è. E poi ci sono dischi pensati, curati, figli di un orgoglioso percorso.
È il caso di «Canto», nuovo lavoro della Rosalina Blu's Band di Davide Giacon. La cover band ufficiale di Fabio Concato (che vede schierati anche Max Penzo alla batteria, Carlo Zerri alle tastiere e Alessandro Oliva al basso) ha fatto il salto di qualità pubblicando un cd che viene da lontano. 12 anni di musica nei club, nelle piazze, sotto il segno (ma anche sotto il sogno) del talento dell'uomo di «Domenica bestiale», per citare una tra le pagine più note. Un maestro nel cesellare jazzeggiando piccole emozioni, amori, empatie. Lo stesso lavoro fatto parallelamente da Giacon e dai suoi bravi, non in senso manzoniano. Tant'è che ora i nostri
vengono premiati dalla presenza della matrice: lo stesso Concato che duetta con Giacon in «Canto», una fra le 10 pagine dell'album.
Una produzione maniacalmente curata, che si tiene volutamente abbastanza lontana dal Concato più commerciale, sempre che ne esista veramente uno, e va a scoprire piccoli tesori. Un grande disco dove la bella voce di Davide, che ultimamente si era un po' staccata dalla pura clonazione del maestro (cosa che gli aveva giovato, aiutandolo a trovare un tratto più personale), a volte ritorna prepotentemente nel solco. Non si capisce se sia un omaggio, o un riflesso condizionato in sala di registrazione. Quasi che fosse dovuto. E non lo era. O forse sì? In ogni caso, è il minore dei mali. «Canto» è un album che scorre via come acqua di sorgente. Bello immergersi un pezzetto alla volta.

lunedì 10 marzo 2014

CATTELAN HA L'X-FACTOR IMPRENDITORIALE: RESTA A SKY MA VUOLE UN TALK

Il tortonese Alessandro Cattelan alla conduzione di «X-Factor», su Skyuno, ha funzionato. Parecchio. Il ragazzo è sveglio e piace. E così il colosso di Murdoch, com'è noto, ha deciso di affidargli un nuovo talk-show, di imminente messa in onda. Tra i primi ospiti, già più o meno annunciati, Belen Rodriguez, Valentino Rossi ed Emma Marrone. Fin qui, tutto bene.
Quel che non si sa, e che trapela invece dai rumors dietro le quinte, è la genesi del progetto, che - stando ai gossip - nascerebbe dalla scontentezza di Cattelan per la sua scarsa esposizione sulla rete. D'accordo che «X-Factor» è un colpaccio, ma un solo programma all'anno è forse troppo poco per un rampollo in ascesa, che ha voglia di lavorare e mettersi alla prova. Così la pensa anche il suo agente, Franchino Tuzzio, che avrebbe fatto leva sulla direzione di Sky per convincerla a sganciare una nuova vetrina per il suo pupillo. Della serie: o arriva qualcosa, o ce ne andiamo. Sarà vero? Per la cronaca, limitiamoci a registrare che Cattelan non se ne va e avrà presto un nuovo talk (che partirà non molto dopo il ritorno di «The Voice of Italy» su Raidue) oltre al suo talent canoro.   


sabato 8 marzo 2014

FESTA DELLA DONNA * CHE VA INTERPRETATA, NON FESTEGGIATA

Basta mimose. La donna non va festeggiata. Va interpretata. Bisognerebbe dotare ogni modello di un libretto d'istruzioni. La Festa della Donna andrebbe sostituita, piuttosto, dalla Giornata Mondiale dell'Interpretazione della donna.
Più utile e senza dubbio più suggestiva.

venerdì 7 marzo 2014

"IL MUSICHIONE" * ELIO ANNASPA IN UNO SHOW SENZA RITMO

Mentre su Skyuno si chiudeva tra le pernacchie twitteriane la finale in diretta di Masterchef (mai mandare in diretta uno show fatto da non professionisti della televisione: chef e aspiranti cuochi non sono i cantanti di X-Factor), su Raidue Elio e le storie tese arrancavano al debutto del loro nuovo Il Musichione.
Alla presenza di un Pippo Baudo che voleva simulare l'effetto mummificato, ma lasciava il dubbio di interpretarlo al naturale, senza alcuna fatica, si consumava il rito (un po' stanco) degli elii. Che sono certo ottimi cantanti e grandi autori di canzoni ironiche, ma non showmen. E il Musichione purtroppo solo un quiz loffio con Nek e Mietta, non il Dopofestival. Che aveva ben altro respiro e poteva giocare sulla freschezza delle polemiche.
Qui si andava a tentoni, e persino il buon Rocco Tanica, alle prese con un'intervista a Laura Pausini (tra i momenti migliori del programma) non ha fatto stravedere. Pochissime (purtroppo) le buone canzoni, tra queste una straordinaria variazione jazzata di Vattene amore con Mietta e Franco Cerri, e troppe inutili parole e trovatine scarsamente divertenti. Come la parodia finale di «The Walking Dead», che non decollava. Mancava insomma il magic touch eliano. Il tempo per correggere il tiro c'è, ma è un vero peccato essere partiti così.

lunedì 3 marzo 2014

LE REAZIONI DEL ROMANO MEDIO ALLE CRITICHE A «LA GRANDE BELLEZZA»

Caro romano medio,

me stai a fa' preoccupà. E mo te spiègo er perché. Perdona si te lo scrivo soprattutto in itajano, che me viè senz'artro mejo.

Da quando è uscita «La grande bellezza», mi è capitato di scrivere alcune volte su Facebook e Twitter che eravamo in presenza di qualcosa di «bello ma sopravvalutato» (un giudizio tutto sommato positivo, non trovi?). Un film piuttosto noioso, ben recitato (non solo) da Toni Servillo, che giocava strategicamente sulle immagini di una Roma stupenda per conquistare la platea, con un occhio già ben puntato sul gusto americano. Situazioni un po' già viste del generone capitolino, un collage purtroppo disunito di ironici quadri a volte ben impostati da Paolo Sorrentino (dimentichiamo il lungo scivolone del capitolo Santa, inguardabile) ma nell'insieme un buon lavoro. Certo, sopravvalutato.
Dev'essere stata questa parola sconcia, dev'essere che forse, romano medio mio, nun te se po' di' gnènte, fatto sta che ho subito compreso la totale intangibilità de «La grande bellezza» ai tuoi occhi partigiani. Il titolo del film e alcune critiche - anche motivate - non potevano essere associati, neppure per scherzo. Guai. E così, bello mio, hai cominciatò a inzurtà: il messaggio basico era, sostanzialmente: a stronzo, nun te devi permétte de criticà 'n capolavoro. Con varie sfumature. La parola più usata per attaccarmi, quella a te più cara, era: rosichi, stai a rosicà. Vedi, romano medio mio, potrei rosicà se facessi er cinematografaro, er reggìsta o l'attore. No, faccio er giornalista. Mestiere fra l'altro in via d'estinzione. Quindi scialla, nun te preoccupà. So immune da 'sti tipi de rosicamento. Stacce
Poi, meravigliosi, gli insultanti: «Visto il giornale per il quale scrivi, come puoi conoscere la Grande Bellezza?». Oppure, con altrettanta sufficienza: «Occupati de le cosétte tue...». Pochi si lasciavano andare a disamine più accurate. Non avevano nulla da dire se non una difesa cieca e assoluta. Doveva essere chiaro a tutti che «La grande bellezza» non andava toccato neanche con un fiore. Pena la morte. Stamattina, dopo la vittoria agli Oscar, un'altra romana modello curva sud ha pubblicato in bacheca (e per sicurezza stampato anche sulla mia), un faccione ghignante di Jep Gambardella accompagnato dalla seguente dicitura: «Nordisti perchè non vi ammutinate e non fate girare un altra GRANDE BELLEZZA nelle vostra anonime cittá?? L'OSCAR è di Roma una città riconosciuta in tutto il pianeta tranne che in questo Paese invaso dai Barbari».
Aaahhh, che sciocco. Ecco che cosa non avevo capito: non si stava parlando solo di un film. Per te, romano medio mio, qui è una questione d'orgojo, de campanile, de indossà 'na majetta. Stava a ggiocà 'a Roma, cor Capitano Totti, e io manco me n'ero accorto. E allora, faccela vedè, faccela toccà, 'sta grande bellezza. Stupido io, che vivo in un'anonima città del Nord e non faccio autocritica (a parte che secondo me «Il capitale umano» valeva quattro volte «La grande bellezza» ed era una spietata satira su un certo tipo di Nord, ma vabbé). Stupido io che non mi «ammutino» (ma che, vivo sur Bounty, pe' fa l'ammutinato?) e mi permetto di muovere blande critiche non a un film, ma alla grandezza di Roma in persona. Sai che te dico, romano medio mio? Roma tua me piasce da morì (vengo apposta ar Ghétto a magnà li carciofi a la giudìa, penza te), me piasce Servillo (un po' supponente, ma bravissimo), me piasce pure Sorrentino. Ma vojo conzervà er diritto, tutto mio, de potè di' si un firme me pare brutto, bbòno, oppure bbòno e sopravvalutato. Come questo. Quanno poi, nun ce potrai créde, fijo mio, ma so' pure contènto che abbia vinto l'Oscar per Le conseguenze del clamore, parafrasando Sorrentino. L'Oscar. Quello vero. E non l'Oscardabbàgno, come diresti tu facendo una battutona sdrammatizzante delle tue. Hai capito, romà? Te piasce sta dichiarazione d'amore a Rroma tua, o vòi equivocà pure questa?
Te saluto citando un vero pilastro della romanità: Gigi Proietti. Lui si che un Oscar l'ha sempre meritato. Romano mio, a volte (solo a volte) «Tu me rompe er ca'». Parecchio. Ma te vojo bbène.

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