venerdì 30 maggio 2014

CON «SÈNGUR» I BEAGLES VUOTANO IL SACCO: ECCO PERCHE' SIAMO TORNATI

Abbiamo fatto uscire «Sèngur» (che sta vendendo benissimo, grazie a tutti voi e ai poco internettiani che non hanno la fortuna di radunarsi sulla nostra Fan Page di Facebook ma che pian piano lo scoprono ascoltandolo in giro), però non vi abbiamo mai raccontato com'è nato questo cd e perché. Non vi abbiamo mai detto i motivi che ci hanno portato, dopo 16 anni, a tornare a farci sentire con un nuovo lavoro.
L'anima bigolesca in noi tre, ovviamente, non era mai morta, e ogni tanto, in occasione di qualche ritrovo con «le gambe sotto il tavolo», ci ripetevamo: «Certo che però sarebbe bello uscire con un nuovo disco...». Un mantra che è proseguito per qualche anno (parecchi, troppi) fino all'estate scorsa, quando - durante una grigliata da French a Soriasco - ci siamo chiesti, per la prima volta seriamente, se avessimo qualche pezzo nel cassetto. French aveva appena comprato un nuovo software e stava lavorando a «Lé»; Ando aveva ben più di un abbozzo di «Ta sciàp al mus!» e il Man non citava espressamente titoli ma diceva di avere materiale ed era convinto del ritorno dei Beagles.
Tutto a posto, direte voi. Ennò. Perché se si torna (ora che è andata lo possiamo dire) bisogna farlo bene. Deve essere un lavoro che spacca, come diremmo noi giova. Deve essere l'album dei Beagles più bello, roba da collezione. Non si può uscire con una fetecchia. Non avrebbe senso e non sarebbe giusto né nei nostri confronti né nei confronti di chi ama (a volte tanto, lo abbiamo verificato personalmente con accorati appelli di molta gente incontrata in questi anni di silenzio) le nostre giocose scemate.
L'onesto materiale c'era, avevamo seminato bene con «Irrorando», «Il podere logora» e «Ruspanti», ma per fare un album da collezione e tornare a muovere le acque dopo così tanto tempo, in un periodo in cui il mercato è più morto che agonizzante, promuovendosi efficacemente, è difficilissimo. Servivano almeno un paio di collaborazioni indimenticabili. French, che da qualche anno, come Martin Luther King (o Cesare Ragazzi) aveva in testa segretamente un sogno, un'idea meravigliosa, insomma un miracolo (ovvero riuscire a far cantare in dialetto pavese ad Al Bano la sua «Mai bei (la tersa gamba»), ha provato a chiederglielo. E dopo qualche comprensibile resistenza, ha portato a casa un sì. Al quale è seguito, altrettanto gradito, quello di Drupi per «Pàdar g'ho sògn». Roba da leggenda oltrepadana. A questo punto uscire con un nuovo album non era più un'eventualità, ma diventava un obbligo morale. Il titolo, «Sèngur», era altrettanto dovuto: la fotografia delle nostre zone (e dell'Italia, certo, ma ci piaceva dirlo dialettalmente e scherzosamente, alla nostra maniera) negli ultimi anni. Un misto di colore e psicosi. Troppo ghiotto per non farne una bandiera liberatoria, e una bellissima copertina, realizzata da Lorenzo Telaro.
La tradizionale pignoleria Beagles sul prodotto (oggi più accentuata, perché poi in sala ci lasciamo prendere la mano) ha fatto il resto.
È tutto, o quasi. Il quasi è rappresentato da un retro-pensiero serio che - scemate a parte - abbiamo sempre avuto. Volevamo che questo disco fosse una piccola, sorridente scossa ma soprattutto una ri-scossa per l'Oltrepò Pavese. Sempre un po' negletto, sottovalutato e depresso, è finito su tutti i giornali per qualche canzoncina che ha dimostrato che siamo ancora vivi. Noi Beagles, e non è poca cosa, ma soprattutto questa Terra. Non è molto, per carità, ma in questi tempi grami a noi è sembrato quasi di sentire arrivare il Settimo Cavalleggeri.
Con l'affetto di sempre

I Beagles

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