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domenica 23 novembre 2014

LEOPARDI, «IL GIOVANE FAVOLOSO» * LA RECENSIONE COME L'AVREBBE SCRITTA LUI

Nel borgo selvaggio nomato Recanati alberga il talento inquieto del giovine Giacomo Leopardi (Elio Germano), che ha per genitori il severo padre, il Conte Monaldo (Massimo Popolizio), e l'austera madre Adelaide (Raffella Giordano), sempre di nero vestita e dalla voce in tutto similare a quella di Maria De Filippi in «Hominibus et Mulieribus». Nel villaggio che poco offre se non campi arati, desolazione e amara derisione, non bastano a Giacomo il sincero affetto dei due fratelli, né la stupefacente biblioteca della di lui famiglia. Ei non s'appaga leggendo migliaia di tomi e producendo versi apprezzati anche dal letterato Pietro Giordani (Valerio Binasco), col quale intrattiene sapido e confortante dialogo epistolare. No. Il giovine avrebbe la disattesa pretesa di conoscere il mondo. Ostacolato in questo dall'arcigno Monaldo.
Di lì a poco, le di lui gonadi principiano financo a roteare; vieppiù quando egli - di gracile costituzione e affetto peraltro da apparente rachitismo - apprende della prematura morte della graziosa vicina di casa, della quale si era inopinatamente e segretamente invaghito. Tanto che un dì, mirando gli interminati spazi di là dalla siepe del giardino, e gli infiniti silenzi di là da quella (ove per poco il cor non si spaura), anziché naufragar come gli era dolce in quel mare, decide di partire per Firenze con l'amico Ranieri (Michele Riondino). Là, nel bel mondo, ha modo di conoscere la soave quanto misteriosa Fanny Targioni-Tozzetti (Anna Mouglalis), dama che non esita a farla più volte usmare allo sfortunato Giacomo, salvo poi donarsi e indulgere ai piaceri della carne col di lui sodale Ranieri, senza meno più piacente.
Sempre chino sui libri, fra un componimento e l'altro, Giacomo s'ingobbisce a vista di bulbo oculare. Ranieri lo accompagna prima a Roma, poi nell'allegra e financo dissoluta Napoli, fra bicchieri di vin rosso e meretrici che lo canzonano. Ma arriva il colera. Conviene rifugiarsi in campagna, alle pendici del Vesuvio, a curar corpo e spirto assai provati da contante mestizie capaci di costellare una vita intera.

La toccante opra del direttore di scena Mario Martone coglie appieno ed esalta la sensibilità smisurata dell'autore de «L'infinito». Non si può peraltro fare a meno di lodare anche il garbo interpretativo del protagonista, che offre mirabil prova della propria arte, calandosi con proprietà e garbo nelle infinite mestizie del gibboso poeta. Si notino anche i costumi e l'impiego sapiente (ancorché talvolta discutibile) di un tappeto sonoro assai differente da quello dell'epoca, con componimenti a noi oggi ancora sconosciuti. A sottolineare forse la modernità di una figura senza tempo, e uno struggimento che non conosce confini né paragoni. Strappato alla terra come la ginestra dalla lava.
Ciò detto, non giova al lavoro un'eccessiva dilatazione temporale, che fa sì che spesso il pur motivato e partecipe spettatore venga colto da agevol sonno.

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