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giovedì 29 gennaio 2015

CHI VUOLE GIANCARLO MAGALLI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA?

Mentre Matteo Renzi insiste sull'ex democristiano Sergio Mattarella e Matteo Salvini spinge per Vittorio Feltri (sarà una boutade), alle porte del sole, ai confini del mare, ma anche sulla soglia del Quirinale spunta un'insidiosa domanda.
Nella botte piccola, oltre al buon vino, può stare anche la più alta carica dello Stato? Il Paese se lo domanda, visto che Giancarlo Magalli, 67 anni, stimato conduttore tv, è finito tra i papabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. 
Il suo nome, spuntato da un sondaggio on-line del Fatto quotidiano, è rimbalzato subito sul web con consensi che non si ricordavano dai tempi di Sandro Pertini. Tanto che oggi, 29 gennaio (giorno della prima conta dei voti, quando solitamente nell'urna finiscono i nomi più strani: l'ultima volta Laura Boldrini fu costretta a leggere anche quello di Rocco Siffredi), davanti al Quirinale si terrà un flash mob di fan muniti di maschere magalliane. L’interessato, che la chiama «Insurrezione sorridente», non si tira però indietro: «Perché sarebbe come prendere in giro le migliaia di persone che hanno sostenuto questa pazza idea». In bocca al lupo. Intanto, si guardi da un movimento concorrente, quello di Situazionismo e Libertà di Fulvio Abbate, che sostiene «Drupi, la forza serena». 
Come dargli torto? 

lunedì 26 gennaio 2015

«L'ISOLA DEI FAMOSI» * CRITICHE ALLA MARCUZZI PER IL DEBUTTO RINVIATO PER TEMPESTA

Mentre su Twitter si scatenavano i doppi sensi su Rocco Siffredi e la coincidenza di una Natura al contempo matrigna e benigna, un'annichilita Alessia Marcuzzi, invece di querelare il parrucchiere per quell'improbabile biondo platino, ha gettato la spugna chiudendo dopo appena mezz'ora la prima puntata de «L'isola dei famosi» 2015.
Sull'Honduras si stava scatenando una tempesta, e lei non ha saputo/voluto far fronte all'emergenza: giusto la presentazione del cast e due chiacchiere con gli opinionisti Alfonso Signorini (che ha già cazziato Catherine Spaak per aver annunciato di voler tornare subito a casa) e Mara venier, poi la Pinella ha chiuso le danze, rinviando lo sbarco dei concorrenti alla prossima settimana. Fra mare agitato e l'incolore (in tutti i sensi) inviato Alvin inzuppato con tela cerata versione Tonno insuperabile.

Molti hanno gridato allo scandalo: Simona Ventura (ah, già... L'eterno fantasma di Simona Ventura) non avrebbe mai chiuso così una puntata, sarebbe andata stoicamente avanti sino alla fine, hanno detto in molti. Gridando alla scarsa professionalità della rete che ha rilevato il reality da Raidue. «Mancava un piano B per un evento del genere, non del tutto imprevedibile», ha detto qualcuno.

Vero. Ma quale avrebbe potuto essere? Storicamente, la prima puntata dell'Isola dei famosi non è altro che il lancio dei concorrenti dall'elicottero nello specchio di mare prospiciente la spiaggia, e la prima presa di possesso della location.

Avrebbe avuto davvero senso imbastire tre ore di talk-show sul niente (perché di questo si sarebbe trattato, o poco più) con i naufraghi chiusi nel loro hotel? Secondo me no. Credo che la scelta (anche coraggiosa, perché molti soldi in pubblicità non goduta andranno restituiti) sia stata giusta. Non so se obbligata dalla scarsa capacità della Marcuzzi di gestire la situazione. Ma di certo corretta nei confronti dello spettatore. Che avrà tempo per rifarsi la prossima settimana.



L'ASTA TELESCOPICA PER SELFIE * IL BASTONE DELLA GIOVINEZZA

E poi c'è questo fenomeno dell'ossessivo dilagare, a Milano, della perversa moda di vendere le aste telescopiche per farsi i selfie con lo smartphone, iPhone o Samsung che sia. Così nella foto ci stanno tutti, se sei bravo puoi fotografarti anche il lato B, e il faccione (parlo di quello sul lato A) da lontano si rimpicciolisce. Ogni vuccumprà ne ostenta una o più d'una, multicolore. Asta la victoria, siempre! vien da dire. Ovunque tu vada, non parliamo di Piazza Duomo, ne trovi a milioni. Finisce che poi ti vengono in mente anche utilizzi alternativi. 
Siamo passati dai nonni che immaginavano i loro nipoti come «Bastone della vecchiaia», a nipoti che fra non molto picchieranno i nonni con il Bastone della loro giovinezza.

sabato 24 gennaio 2015

RAFFAELLA CARRA' * UN FLOP «FORTE FORTE FORTE»

Poco più di 3 milioni di spettatori, con uno share del 13,67%, e due punti in meno della scorsa settimana. Prosegue il tracollo di «Forte forte forte», il nuovo talent-show di Raiuno confezionato da Raffaella Carrà e Sergio Japino.
Già la prima puntata è stata uno zoppo calderone senz'anima. Tanto da farmi domandare, più volte: come può un monumento della tv come Raffaella Carrà, una donna moderna (di testa), in teoria una profonda conoscitrice del mezzo, cadere in un errore così marchiano, evidente?
Al di là delle pecche di regia, il difetto maggiore di «Forte forte forte» sta proprio nel manico: la presenza di talenti senza (troppo) talento sbattuti su un palco come in una serata parrocchiale, da premio sfigato di provincia. Certo, in un meraviglioso studio, nello splendore di Raiuno, con il packaging di uno dei tanti, troppi talent-show in voga. Ma quella che Raffa considerava la forza del programma (cioè la ricerca di un grande artista completo, di un Fiorello 2.0, che sapesse cantare, ballare e intrattenere) si è rivelata la sua drammatica debolezza. Perché se un talent di canzoni acchiappa l'audience, se non per i concorrenti almeno per i pezzi proposti, la performance senza né carne né pesce di un perfetto sconosciuto fa mettere mano al telecomando con la stessa velocità con cui Terminator estrae la pistola.
Come è possibile che nessuno si sia accorto di tutto questo?
Per non parlare della scombiccherata giuria, debole soprattutto sul fronte maschile: da un imbolsito Joaquin Cortes (puntualmente contraddetto da Raffa, con effetti comici) all'inutile, fastidiosa presenza di tale Philipp Plein, designer e stilista tedesco i cui contributi tecnici di valutazione non vanno oltre il: «Prosìma folta ti fòlio fedére con altro outfit: questo brutto è. Capisce?». Roba che al confronto Asia Argento (l'unica che si comporta bene) è Simon Cowell in persona.
E poi l'aspetto autocelebrativo: Raffa che presenta la concorrente che la imita, Raffa che tiene sempre banco e di fatto conduce (altroché il povero Ivan Olita), Raffa unica ad avere l'opzione «Fortissimo», che le consente di far vincere chi vuole. Perché sì, sennò vi buco pallone.
Sino all'incredibile pastrocchio finale di ieri sera: per arrivare a individuare i 14 talenti pronti a sfidarsi nelle successive fasi della gara, Raffa li ha schierati tutti e girava tra loro come la Nera Signora, sfiorandoli con il tocco della morte. Chi veniva toccato era segato per sempre e usciva dallo studio fra tremende afflizioni. Gli altri potevano restare. Il tutto mentre in sottofondo andava una plumbea nenia simil-clericale intitolata «Ce la farò». La veglia funebre. Un'immagine tremenda e negativa per la stessa Carrà, donatrice di vita e morte: chi gliel'ha consigliata (spero non sia un'idea sua) sarebbe da deportare a Guantanamo.
Perché Raffaella ha lasciato «The Voice of Italy» scegliendo questo talent per distruggere (o quantomeno appannare) il suo mito?
Intanto l'esclusa, Lorella Cuccarini, anche ieri sera, dopo il trenino di «Disco samba», ballava «La notte vola» sul tavolo della sua Scavolini. Mentre fuori esplodeva una salva di fuochi artificiali.


venerdì 16 gennaio 2015

GRETA E VANESSA * E SE LA PROSSIMA VOLTA RESTASTE A CASA VOSTRA?

Sì, lo ammetto, sono uno stronzo. Sono uno di quegli italiani aridi che preferiva che due sue giovani e inesperte connazionali (in altre sedi dette pischelle) se ne stessero a casa loro anziché andare a rischiare la pelle inutilmente in Siria ammantando il tutto con ideali umanitari. Che cosa volete farci, noi gretti siamo fatti così.
C'è poi quella faccenduola dei 12 milioni di dollari (poco più di dieci milioni di euro, che se ci pensi non sono neanche soldi) pagati per il riscatto. Che cosa ci compri oggi con 10.308.525 euro? Niente. Se ti accontenti e li prendi usati, al massimo 17.180 Ak-47 (per i russi Kalashnikov, perché è giusto far lavorare un po' tutti, a meno che tu non ti accontenti delle sottomarche). E poi, oh, mica sei obbligato a spenderli tutti in fucili e mitragliatori. Puoi destinare un paio di milioni all'addestramento di un po' di amici terroristi islamici, per esempio. Tirarli su come corpi speciali. Metti il caso che una mattina ti venga voglia di fare un massacro in una redazione parigina, non ti trovi neanche spiazzato. Diamoci delle priorità.
Perché sarò anche stronzo, ma mi piace l'idea che l'Italia possa essere il bancomat dell'Islam moderato. In fin dei conti qualcosa di utile lo vorremo pur fare, ogni tanto...
Dai, che poi si scende tutti in piazza urlando ‪#‎JeSuisCharlie‬, e siamo contenti come delle pasque!
Dà retta a un pirla, anche un po' demagogo.

martedì 13 gennaio 2015

PLINIO FERNANDO * MARIANGELA FANTOZZI DAL CINEMA ALLE TERRACOTTE D'AUTORE

Oggi sono contento perché Plinio torna a esporre.
Plinio chi? Dirà qualcuno. Di Plinio, sappiatelo, ce n'è uno solo. Ed Plinio Fernando, 67 anni, nato per caso a Tunisi ma naturalizzato italiano, noto ai più come «Mariangela, la figlia di Fantozzi».
L'attore, che da anni (ed è un mio personalissimo orgoglio averlo annunciato e intervistato per primo) ha praticamente lasciato il cinema e si dedica alla sua nuova passione, ovvero l'arte. La scultura in particolare.
Sabato 17 gennaio, alle 16, al Museo civico archeologico di Anzio, l'artista, insieme con la sorella Laura Fernando (che è creatrice di gioielli e curatrice dell'evento) aprirà con un vernissage la mostra «S-Combinazioni».
Dopo aver realizzato teste in terracotta, ora Plinio si dedica alle «macchine» (una la vedete nella foto)
sempre dello stesso materiale, «elaborate con la passione di chi intende trasmettere un messaggio corale», come hanno detto i critici.
La mostra (nella quale verranno esposti anche lavori di Anna Lucia Di Teodoro, Barbara Recchia e Peter Steinmetz) resterà aperta sino al primo febbraio tutti i giorni dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 18.

domenica 11 gennaio 2015

2014-2015 * UN'ECATOMBE NELLO SPETTACOLO (RESTERANNO SOLO GLI EX DEL «GRANDE FRATELLO»?)

Il 2013 diede un macabro antipasto con Enzo Jannacci e Franca Rame. Il 2014 partì male, con Arnoldo Foà, proseguendo (in rigoroso ordine cronologico) con la mattanza: Claudio Abbado, il regista Carlo Mazzacurati, Philip Seymour Hoffman, Shirley Temple, Roberto "Freak" Antoni, Francesco Di Giacomo del Banco del mutuo soccorso, Harold Ramis («Ghostbusters»), il chitarrista Paco De Lucia, Mickey Rooney, (se si tralascia Gabriel Garcia Marquez perché non strettamente legato allo showbiz, ma figura di caratura internazionale) Bob Hoskins, Eli Wallach, Giorgio Faletti, Yommy Ramone, Robin Williams, Richard Kiel (lo squalo in 007), Lilli Carati, Mango, che ha fatto la morte più classica e (si dice) più ambita da chi si esibisce in pubblico: sul palcoscenico. Peccato non potergli più domandare se sia vero, ma mi permetto di dubitarlo. Il 18 dicembre, in chiusura dell'annus horribilis, ecco anche Virna Lisi.
Sembrava chiuso un doloroso capitolo, e invece anche il 2015 è iniziato sotto i peggiori auspici, con una raffica di cadaveri eccellenti: in pochi giorni il grande Pino Daniele, il regista Francesco Rosi e, oggi, Anita Ekberg, il consunto mito felliniano del bagno nella Fontana di Trevi. Il tutto mentre anche Carlo Delle Piane si sentiva poco bene. Ormai chi lavora davanti e dietro le quinte deve avere un completo scuro sempre pronto nell'armadio per andare a salutare i colleghi.
Ci sarà, alla base di tutto, anche una normale questione biologico/anagrafica, non lo nego, ma è evidente ormai che siamo di fronte all'ecatombe dei lavoratori dello spettacolo internazionale. Lavorando per Tv sorrisi e canzoni, inizio anche a preoccuparmi per il mio posto. Questo stesso blog si chiama in modo ammiccante «Lo spettacolo deve continuare», ma fra non molto mancheranno le condizioni oggettive per farlo.
Quel che fa riflettere - al di là degli aspetti grotteschi - è che, stante la situazione attuale, i grandi artisti non vengono più rimpiazzati, se non da fenomeni da talent-show che in genere spariscono nell'arco di manco una stagione.
Fateci caso: quest'anno manco Paolo Villaggio, che per anni ha ribadito che sarebbe morto la notte del 31 dicembre successivo, si è lasciato andare al triste accenno. Forse perché il rischio si correva davvero. Ormai chi calca un palcoscenico, lavora in tv o su un set, deve sfogliare i copioni con una mano sola. Se resteranno solo gli ex del «Grande Fratello» o di «Amici», ditelo subito, che ci prepariamo al peggio.

venerdì 9 gennaio 2015

IL BLITZ A PARIGI * E SE CI FOSSE STATA UN'INVIATA DI BARBARA D'URSO?

Pensa se ci fosse stata un'inviata del «Pomeriggio 5» di Barbara D'Urso a Parigi, sul luogo del blitz delle teste di cuoio francesi:
«Allora, voi teroristi islamici (ma un nome meno complicato, no?), metteteve de qua... E sparate ar cenno mio. Voi ostaggi terorizzati là sul fondo. Vediamo de fa' un po' de faccine spaventate davèro, che qui nun stàmo a scherzà! Poi io esco, che nun ve posso di' tutto... Quanno entrano quell'artri, come se chiamèno, 'e teste de cuoio, ce sarà fumo. Urlate, ma senza esaggerà, che poi a casa nun me se sente e stàmo a fa la tv der pomeriggio, nun bisogna allarmà troppo la gggènte. Sì vve libbérano, un zaluto veloce co' la manina a Barbara uscendo da la porta principale. Si mme restate pe' tèra morti, metteteve ordinati che quanno entro nun vojo trovà casino né sangue, che me se 'nsozzano 'e scarpe de Prada. Er primo ferito che parla càa Rai, moo magno».

giovedì 8 gennaio 2015

L'ITALIA CONTRO IL TERRORISMO ISLAMICO: UN MARIO SECHI IN OGNI REDAZIONE

Anche l'Italia corre ai ripari e studia drastiche contromisure. Dopo i tragici fatti di Parigi, che hanno colpito così duramente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo minacciando a livello mondiale la libertà di stampa, il Governo Renzi - d'intesa con l'Ordine dei giornalisti - non sta certo a guardare.
Il progetto è quello di piazzare, entro il prossimo mese, all'interno di ogni redazione dello Stivale, il noto collega Mario Sechi (nella foto), già direttore de Il Tempo e de L'Unione sarda. La sola presenza di Sechi, secondo i servizi segreti, gli esperti in materia di guerriglia, e lo stesso Diego Dalla Palma, sarebbe un forte deterrente contro qualsiasi atto di terrorismo. Generico o islamico che sia. Una volta introdottisi all'interno di qualunque redazione con l'obiettivo di devastarla, i criminali si troverebbero faccia a faccia con il Sechi, e non potrebbero fare altro che fuggire subito terrorizzati.
Secondo Nichi Vendola di Sel si tratterebbe di una misura persino eccessiva, sanzionabile dal Tribunale dei diritti dell'uomo. Favorevole invece il Movimento 5 stelle: «Ci troviamo di fatto in un clima di guerra» dicono i grillini «e bisogna dare un segnale forte».
Resta il problema della bi, tri o quadrilocazione di Sechi. Il giornalista, com'è ovvio, non può essere contemporaneamente in tutte le redazioni più a rischio. Si pensa quindi di farlo spostare continuamente in auto per l'Italia, incappucciato (per la sicurezza degli uomini dei Nocs che lo accompagnano) con un calendario apparentemente casuale e ripetitivo. Scartata la proposta di Matteo Salvini di proiettare l'immagine del Sechi attraverso decine di ologrammi. I terroristi potrebbero accorgersi del bluff. «In emergenza» fa sapere il Ministero dell'Interno «ricorreremo ad Alessandro Sallusti».

mercoledì 7 gennaio 2015

PINO DANIELE * DICIAMOCI LA VERITA': NON AMAVA PARTICOLARMENTE NAPOLI

Tra le tante cose dette a proposito e le troppe a sproposito in merito alla morte del grande Pino Daniele, una in particolare mi ha infastidito: questa ostentata, continua, impropria associazione del suo nome a Napoli. Pino (e chi l'ha conosciuto lo sa) icona della napoletanità è una beffa che lui - da morto - non merita. Un'estrema bugia che sarà anche consolatoria o esaltante per qualcuno, ma che non corrispondeva alla realtà.
Il rapporto dell'uomo di «Nero a metà» con Napoli era quantomeno controverso, e uso un eufemismo. Tant'è che il suo buon retiro era in Maremma, fra Magliano e Orbetello, dove viveva, dove aveva aperto un jazz bar e dove verranno portate le sue ceneri una volta cremato. La sua voce, certo, era tutta dagli umori e dalle sfumature partenopee, ma la deriva che aveva preso la città che gli ha dato i natali non gli piaceva. E avendo un caratterino non sempre facile, spesso tutt'altro che facile, non lo nascondeva.

Dopo l'esposizione del suo corpo nella camera ardente (con relative, assurde polemiche collegate), i funerali saranno celebrati oggi alle 12 a Roma nel santuario della Madonna del Divino Amore e alle 19 nella Basilica Reale San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito a Napoli, dove ieri notte una folla strabiliante e meravigliosa si è riunita, fiaccole in mano, per cantare «Napule è».
Il doppio rito religioso è stato giustamente voluto dai familiari anche e soprattutto per ringraziare il pubblico partenopeo per l'affetto dimostrato a Pino. Un uomo che però non era il simbolo di Napoli. Meno che mai della classica immagine canzonettara trasmessa dalla città, fatta di canzuncelle e luoghi comuni neomelodici. Semmai di uno che aveva la forza di opporsi a quella immagine. Di contestarla e criticarla.
Non a caso, la sua ultima esibizione è stata durante il capodanno di Raiuno con Flavio Insinna da Courmayeur, non la maxi-adunata coordinata da Gigi D'Alessio da Piazza del Plebiscito, a Napoli. Una differenza marcata sino alla fine.

martedì 6 gennaio 2015

QUANDO I SALDI TI SALVANO DAL MALE (IL BUON GUSTO NON È SCONTATO)

Dio benedica i saldi milanesi. Quelli in grado di generare la bolgia assassina che dal 3 gennaio, per una settimana, come alla partenza di una cento metri piani, scarica contemporaneamente in strada qualche milione di persone che si accalcano frenetiche tutte insieme in cinque-sei vie con le vetrine fitte di negozi di moda non ancora trasformatisi in kebabberie. Ma è questione di settimane. Li benedico, i saldi, non tanto per la bolgia infernale, della quale farei volentieri a meno, ma per avermi liberato stavolta di un paio di pantaloni agghiaccianti. Quelli della serie: ho visto stoffe che voi umani...
Da una settimana circa, notata nell'armadio una preoccupante penuria di pantaloni invernali, ne stavo utilizzando infatti - alla disperata - un paio di velluto blu a coste con screziature grigie. Mortali. Una contraddizione in termini. Un lucido ma inquietante compromesso fra sobrietà e velleità giovanilistiche. Quando li comprai, qualche anno fa, ero sicuramente sotto l'effetto di sostanze psicotrope. Ora me ne vergogno come ci si vergogna di rubare in chiesa o di abbandonare i cani in autostrada, quelle cose lì. In realtà non ho mai fatto né una cosa né l'altra (sulla sottrazione al clero un pensiero potrei farlo...), ma spero renda l'idea.
Non so se si trattasse di acquisto compulsivo, ma non credo. Semplicemente, li avevo trovati lì per lì accettabili, un po' estrosi ma tutto sommato eleganti. Portabili. Un lì per lì che sarà durato si e no dieci giorni, perché una volta riportati a casa li fissavo già di sguincio con gli occhi della vergogna. Credo di averli messi tre volte in tutto, se si eccettua l'ultima, intensissima settimana milanese. Perché avevo finito tutti gli altri, e forse - chissà - anche per il vezzo masochistico di provare l'ebbrezza di sentirmi vestito in modo disgustoso, come il cugino bancario di Malgioglio. Come «Lo Hobbit» che va al catasto. Per giunta erano abbinati a un paio di scarpe che levati, più vicine alla ciabatta da camera (simil-correttiva) che alla calzatura. Con sprezzo del pericolo, ci ho fatto anche l'ultimo dell'anno. E non so se ringraziare o dubitare dei miei amici, perché non mi hanno detto nulla. Un dignitoso e composto silenzio.
Per me, che non sono fissato con le griffe (porto anche un capo da cinque euro, purché mi piaccia) ma ritengo di avere un discreto gusto, quei pantaloni, cribbio, quei pantaloni... Sono un'onta. Sono come le camicie estroso/impossibili o quegli oggetti strani che compri in vacanza, sotto l'effetto euforizzante di sole, mare, iodio e scampoli di libertà provvisoria. Quelli che poi, al ritorno, puntualmente ti fanno «iodiare» te stesso per averli comprati; tanto che li lascerai per sempre a marcire in un cassetto o in un armadio. Domandandoti, a ogni fugace o accidentale riapertura: «Ma come cazzo ho fatto?». Come quelle tipe che anni addietro inspiegabilmente ti sono piaciute, magari anche tanto, ma ripensandoci dopo qualche lustro, a mente lucida, ti fanno scattare lampeggiante in fronte, a caratteri cubitali, la scritta: «Ma come cazzo ho fatto?». E se ci fai caso, in sottofondo si sente anche l'eco. E la sigla del «Rischiatutto».
Se li volete, ve li regalo. Non ho neanche il coraggio di metterli nel sacco della Caritas, perché poi se risalgono a me, mi denunciano.

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