sabato 26 marzo 2016

I TALENT-SHOW SONO IL DEMONIO? NON SEMPRE, MA POSSIAMO SOLO CONVIVERCI

Si parla molto in questi giorni di un video sicuramente coraggioso e intelligente (lo posto in fondo) nel quale Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, spara a zero sui talent-show musicali. Con molte osservazioni assolutamente pertinenti e condivisibili. Questi programmi vengono additati dal padrone di casa di «Roxy Bar» per essere: non la fortuna di chi si approccia alla musica, ma solo l'anticamera dell'oblio e della depressione; solo «grandi karaoke» e nulla più; vetrine televisive illusorie che «soffocano la musica» e spremono voci con la complicità della discografia o delle emittenti, pronte a far firmare agli artisti contratti capestro; non stimolano la creatività ma solo l'emulazione, infatti senza autori buoni alle spalle per gli emergenti non esiste futuro. La conclusione di Red Ronnie è, suppergiù, un appello: ragazzi, disertate questi programmi e cercate di emergere crescendo pian piano e facendo musica attraverso altri canali. Tutto rigorosamente vero e ampiamente risaputo non solo tra gli addetti ai lavori ma anche agli occhi del pubblico più scafato.

Bisogna dire però, per essere onesti (e soprattutto realisti) sino in fondo, che in Italia non esistono grandi vetrine per la musica. Ci sono piccoli club, programmini carbonari, occasioni di visibilità minori, concorsi canori animati più dalla passione di chi li organizza che dal reale riscontro popolare. Inoltre, bisogna fare i conti con il presente e il futuro. E il presente e il futuro, piaccia o no al buon Gabriele, sono una melassa social, la società liquida, l'esaltazione dell'autoreferenzialità un tanto al chilo, della scorciatoia multimediale. Qualcosa che puoi tentare di picconare con ostinazione, che puoi persino odiare ma che - almeno per ora - non puoi vincere. Perché un ragazzo che sgomita per «uscire» non dovrebbe servirsi di un talent, se ne ha la possibilità, stando purtroppo alle regole del gioco? È vero, uno su mille ce la fa, forse anche meno. È vero, se ti sei giocato la tua occasione e non hai funzionato (buona la prima?), poi la discografia probabilmente ti dirà addio. Una scrematura che, siamo onesti, può essere un male ma anche un bene. Non è detto che tutti debbano per forza essere destinati a cantare anziché lavorare alla cassa dell'Esselunga, per richiamare il percorso di Giusy Ferreri, che con i talent ce l'ha fatta, così come il maiuscolo Marco Mengoni o altre stelle uscite dai programmi di Maria De Filippi, come Emma Marrone o Alessandra Amoroso. In ogni caso, se uno ha talento e passione vera, anche dopo una sconfitta (discografica) insiste sino a farcela. O cerca semmai di collocarsi in circuiti minori cantando per pura passione e non solo alla ricerca del successo.

La demonizzazione dei talent, onestamente, la capisco sino a un certo punto. Anche perché c'è talent e talent: c'è la macchina da guerra di «X-Factor» su Sky, che si pone ai vertici del settore con solido professionismo e maggiore resa, e c'è il sottoprodotto meno efficace «The Voice of Italy» (Raidue), che comunque dà una seconda opportunità anche a chi musicalmente ha già alcuni trascorsi. E poi l'accademia di «Amici», che, pur restando nella logica televisiva, ha un suo rigore.
Non vorrei che questo affannarsi a dare addosso ai talent fosse un'indice più di vecchiaia, che di reale preoccupazione. Come la tenera mamma che non vuole imparare a usare lo smartphone o il papà anziano che rifugge l'uso del computer (che diavoleria!). Credo che i ragazzi oggi siano molto più assuefatti ai mezzucci dei media e al loro uso di quanto pensi qualcuno. Credo che quasi tutti abbiano la consapevolezza di entrare nel tritacarne dell'effimero, e che la cosa non li spaventi granché. Magari sbaglio, intendiamoci.



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