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giovedì 7 aprile 2016

BRUNO VESPA E SALVO RIINA * L'INTERVISTA SI PUO' FARE, A PATTO DI ESSERE INFLESSIBILI

Salvo Riina non è certamente l'unico neo di Bruno Vespa, come rileverebbe «Striscia la notizia», che sulle macchie epidermiche dell'anchor-man Rai ha già detto cose definitive. Battute a parte, però, non si può non rilevare che intervistare il figlio del boss di Cosa nostra avrebbe fatto gola a qualsiasi giornalista degno (o indegno) di questo nome. Per questo non condivido questo dare addosso a tutti i costi all'aquilano sornione che col suo «Porta a porta» ha creato in tv «La terza Camera del Parlamento», come ha detto qualcuno. Non è vero che intervistare il consanguineo del mafioso non sia servizio pubblico. L'intervista la puoi e la devi fare, se ne hai la possibilità, a chiunque rivesta qualche interesse giornalistico. E non si può negare che il soggetto in questione potesse averne, di punti d'interesse. Le grandi firme, da che mondo è mondo, hanno sempre intervistato (anche) grandi farabutti, all'occorrenza.

Ciò che fa la differenza, semmai, è il modo di farla, quella benedetta intervista. Non puoi essere accondiscendente o servo, e non devi risparmiare nessuna domanda scomoda. Chi hai di fronte ti deve percepire come un gattino piacevolmente aggrappato agli zebedei. Se ti viene chiesto di promuovere un libro (perché la promozione è la condizione necessaria per avere il tuo ospite) devi farla in modo non sfacciato. Una passata e via. Poi incalzare di domande e ancora domande. Se «Bruneo» ha colpe, sono semmai quelle di essere spesso un po' troppo compiaciuto/rilassato con l'intervistato più o meno scomodo di turno. Non puoi fare l'intervista al figlio del boss come se stessi facendo la puntata post Sanremo con ospiti quelli de Il Volo. Altrimenti da paladino del diritto di cronaca, diventi il dritto della cronaca. Che è un'altra cosa.

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