martedì 27 giugno 2017

ADDIO PAOLO LIMITI, L'UOMO DEGLI ANEDDOTI (ED ECCOVI I MIEI SU DI LUI)

Paolo Limiti.
Conobbi Paolo Limiti (che se n'è appena andato a Milano per un tumore a 77 anni) mezza vita fa, durante il mio percorso professionale a «il Giornale» di Feltri. La caposervizio di allora, Elena Mantaut, mi commissionò un servizio molto difficile (forse ispiratole da qualcuno a Mediaset, e il diretto interessato tempo dopo mi confidò di essere riuscito a scoprire da chi) per verificare se ci fossero errori nell'Enciclopedia della Tv di Aldo Grasso. Come fare in breve tempo un servizio sui potenziali epic-fail contenuti nell'enciclopedia del primo (il migliore e il più quotato) critico televisivo Italiano, verificandoli con accuratezza, se non andando a sentire gli artisti stessi citati nel libro?
Avevo 20 giorni di tempo: iniziò il mio calvario di telefonate alle più note star della televisione italiana. Leggevo la scheda biografica loro dedicata nell'Enciclopedia, e loro mi segnalavano punto per punto errori, sviste, cantonate od omissioni. La maggior parte dei personaggi, diciamolo, era felice. Essendo Grasso il migliore e il più sferzante, era anche cordialmente detestato da molti. Alcuni, persino insospettabili, non farò i nomi, gongolavano. Ed erano generosi di segnalazioni. Anzi, aggiungevano: «Prova a sentire il tale, che ne avrà da dirti».


Paolo Limiti e Franco Bagnasco nella casa milanese del conduttore.
Tra questi notai una particolare sensibilità al problema proprio da parte di Limiti, l'uomo della Tv degli "anta" e oltre. Colui che sedeva sul «trono over», si direbbe oggi, dell'aneddotica televisiva. Tra lui e Grasso era chiaro che non corresse buon sangue. E Paolino, quando voleva (quasi sempre, a dire il vero) era una piccola serpe. Tra battute al veleno e ficcanti dietro le quinte su questo e quell'altra, ti faceva morire dal ridere.
Il pezzo alla fine uscì, con grande clamore, un'intera pagina ricca di chicche e la sagoma di un Pinocchio che richiamava le «bugie» dell'Enciclopedia. Grasso si chiamò un po' fuori dicendomi che ovviamente non aveva fatto tutto il lavoro da solo, non sarebbe stato possibile, che molte schede erano state preparate da alcuni suoi collaboratori, ma tant'era. E si assunse comunque con correttezza le sue responsabilità.
Da allora però quella pagina di Giornale diventò non solo il mio orgoglio per lo scoop, ma anche il mio tormento. Appena Grasso recensiva (criticandolo) il nuovo programma di Limiti, Paolo sventolava in diretta la pagina richiamandosi agli errori dell'Enciclopedia. Insomma, non se ne usciva.

Autore di qualche pezzo per Mina (ogni tanto le dedicava uno speciale fatto a modo suo, ma pare che la Divina non gradisse), coltivatore diretto di storie da backstage, che ricavava dal suo sterminato archivio personale e da una formidabile memoria, Limiti è stato per il pubblico agée della televisione pomeridiana ciò che anni prima fu Cristina D'Avena per quello dei bambini. Un monumento. Zampettava sul trash con la grazia di Fred Astaire, senza neppure farlo sembrare tale. Dietro le quinte lavorava il suo autore, Paolo Martini, che come il Cardinale Richelieu teneva anche i fili di tutta la diplomazia da alte e medie sfere Rai non particolarmente amata da Paolo. Un lavoro necessario in Italia ma non gradito dall'uomo che amava invece assai i riflettori e che patì molto quando anni dopo uscì dal giro.
Un giorno, quando trapelò la notizia del suo matrimonio con Justine Mattera, la bella sosia di Marilyn dalla quale fu conquistato e che coinvolse subito nei suoi progetti in video, andai a intervistarlo. «Paolo» gli dissi. «Lo sai che ti diranno che queste in realtà sono nozze di copertura perché nell'ambiente corre voce che tu sia gay?».
«Eh, capirai che mi frega!» disse lui lapidario con un'alzata di spalle, affilando l'occhiolino furbetto che tirava fuori nelle grandi occasioni.


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