lunedì 11 novembre 2013

LA VOLTA IN CUI GABRIELE PAOLINI DISTRIBUI' PRESERVATIVI IN REDAZIONE

Era l'estate del 2001 quando incontrai Gabriele Paolini, «Il profeta del condom», all'epoca del suo massimo splendore. Sempre che si possa definire tale. Aveva già preso la leggendaria pedata in culo da Paolo Frajese, tutto il mondo catodico lo odiava - Mentana e Fede in testa -, e il suo ruolo di disturbatore televisivo, di scheggia impazzita del video, se non convinceva, almeno rappresentava un modello vincente di invadente, fastidioso presenzialismo.
E proprio in veste di tele-presenzialista lo invitai a Milano in redazione a Tv sorrisi e canzoni, dopo aver convinto l'allora direttore, Ronchetti, a passare un servizio trash sui prezzemolini del video: c'era Gigi Nardini, il sosia di Luciano Pavarotti; avevo reclutato Alessandro Cocco, nel Guinness dei primati con milioni di ore seduto in platea in qualsiasi programma televisivo di reti nazionali, regionali, provinciali e condominiali; c'erano l'immancabile Leone Di Lernia, serial-killer del pentagramma, e Gianluca Roncato, che aveva partecipato a più quiz tv che pranzi in famiglia. E poi lui, il pezzo ultra-pregiato della collezione: Gabriele Paolini, 39 anni oggi, di origine milanese ma trapiantato nella Capitale. Era lui il motore della mia curiosità, il vero motivo per il quale avevo riunito quell'armata Brancaleone. Li avrei intervistati uno a uno, e il ruvido fotografo Baroni era pronto in uno studio in periferia per un epico scatto collettivo.
In redazione era palpabile quel misto di attesa e diffidenza per l'arrivo del «profeta» Paolini, che (va detto con onestà) non deluse le aspettative. Si presentò elegantissimo, in doppiopetto blu, con una cravatta improbabile, e al collo una collana hawaiana di preservativi. Nelle tasche ne aveva a decine, e iniziò a distruibuirli a tutti, camminando nei corridoi come Gesù sulle acque: anziane colleghe, austeri caporedattori, fattorini, personale di segreteria. «Ecco, tenga: e non dimentichi di usare il condom», era la sua benedizione. Non so se avesse studiato formulette, ma l'eloquio del Paolini era fluente, alto, delirante ma ponderoso. Col sesso come unico e preciso riferimento mentale di sottofondo. Non certo uno stupido. Ovvero quello che mi appariva (faceva «capoccella», come dicono a Roma) in modo conclamato nei suoi offensivi blitz da disturbatore nei notiziari. Quelli che ti facevano esclamare: «Ma guarda 'sta faccia di c...».
Un impegno costante, il suo, apparentemente non redditizio, e anche piuttosto costoso, lavorando con impegno sulle trasferte. Cercai di capire come si guadagnasse il pane, e mi raccontò di decine di ospitate in giro per le discoteche d'Italia (gliela dubitai un po'), e se non ricordo male qualcuno dell'ambiente mi raccontò che un'anziana zia lo foraggiasse (questa mi pareva più credibile, ma forse è solo gossip). Poi sono venuti il finto annuncio del ritiro, l'ovvio ritorno sulle «scene», qualche liaison con Sara Tommasi (chi non ne ha avute?), e altri baratri. Ora che l'hanno arrestato con l'accusa di «Induzione alla prostitusione minorile e produzione di materiale pedopornografico», forse si trova qualche risposta in più alle mie vecchie domande. Ma il forse è d'obbligo. Finché sentenza definitiva non ci separi.

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