martedì 12 dicembre 2023

MISS ITALIA 2023 * SEGRETI E VELENI DEL CONCORSO DI BELLEZZA DI PATRIZIA MIRIGLIANI

Miss Italia 2023 Francesca Bergesio. L'evento a Salsomaggiore è stato condotto da Jo Squillo.

Prima di finire a "Chi l'ha visto?", Miss Italia ha giocato la carta del ritorno, dopo 13 anni, nella location gloriosa di Salsomaggiore Terme, dove lo scorso weekend, durante l'84' edizione del concorso di bellezza, è stata incoronata la mora piemontese Francesca Bergesio. 19 anni, 1.80, viene dal Liceo Classico, ha studiato recitazione e sogna una carriera come cardiochirurgo, ma senza trascurare moda e cinema. La sintesi potrebbero essere i film horror-splatter. Nata a Bra, vive a Cervere, nel Cuneese, si definisce "pacata, riservata, semplice e determinata", ed è figlia del Senatore leghista Giorgio Maria Bergesio. "Certo, perché no?!" dice a Gente la patron del concorso, Patrizia Mirigliani, alludendo a chi arriccia il naso. "Avrei dovuto penalizzarla per questo? Miss Italia è sempre stata sinonimo di inclusività". E anche se con inclusività di norma s'intende altro, a dire il vero persino le rivali (sportivamente) sono piuttosto concordi nell'ammettere che si trattava di una tra le più performanti in gara.
Seconda e terza classificata sono la lombarda Veronica Lasagna e la sarda Siria Pozzi. Trasmesso per lustri da Rai1 come evento simbolico quasi unificante del Paese, e poi brevemente da La7, Miss Italia vive dal 2020 in uno stato di semi-clandestinità mediatica, fra YouTube e streaming più o meno improvvisati sul web che sono ben lontani dalla grandeur dell'età dell'oro. Sono cambiati tempi, costumi e anche la sensibilità femminile. Non è che Miss Italia vive, per usare una metafora, in analogico in un mondo ormai digitale? "Se così fosse non riceverei 10 mila candidature l'anno da tutta Italia. Che male c'è? In questo che pure per me è stato l'anno più difficile. C'è poca visibilità? Per forza, se ti manca la vetrina promozionale televisiva, come fai?", ribatte Mirigliani, che ha raccolto da tempo l'eredità del padre Enzo e che quest'anno, sul palco, a fine serata, ha letto un discorso molto polemico e toccante. Prendendo di mira anche l'ex presidente del Senato Laura Boldrini. "Sì, perché - continua -: partì tutto
dal suo pubblico anatema di qualche anno fa. La Rai dopo una vita sparì da un giorno all'altro, e ora si fa sempre più fatica. Ma io difendo la mia azienda, la Miren, e un marchio storico per il Paese; non mi arrendo. Non lo farò mai, anche se contro di noi c'è un evidente complotto. Ho scelto di parlare come non ho mai fatto. Una volta queste cose si risolvevano dietro le quinte. Oggi l'unica cosa da fare è mettere tutto in piazza".
Di fatto l'edizione 2023 del concorso è stata più un chiaro atto politico che una sfilata di acerbe bellezze. Per sancirlo senza mezzi termini, Mirigliani ha chiamato in giuria (oltre a Hoara Borselli e Giulia Salemi), due galli da combattimento come Giuseppe Cruciani e Vittorio Sgarbi, che hanno eletto anche altrettante Miss ad personam: la stupenda campana Jasmine D'Aniello e la piemontese Ludovica Tullio. "Miss Italia è patrimonio culturale italiano" arringa il Sottosegretario. "Trovo vergognoso che non ci sia una rete nazionale che lo mandi in onda. Questo è fascismo, è censura violenta. Mi vergogno della
tv italiana che la mette in un ghetto. Se fanno Sanremo con i cantanti scarsi, se ci va Fedez a baciare chi vuole, perché non dovrebbero fare Miss Italia? L'integralismo di chi vuole cancellarla non può essere condiviso da questo Governo. Montanelli e Benedetto Croce sarebbero favorevoli a Miss Italia. E anche Berlusconi. Beh, lui se l'è fatta addirittura a casa".
Il primo passo in vista di riappropriarsi della prima rete di Stato ("Sarebbe la collocazione più idonea", ammette Mirigliani) in nome del servizio pubblico, è il ritorno a Salsomaggiore. Caldeggiato dal sindaco Luca Musile Tanzi. E anche il Paese, come il concorso, che si è tenuto nel vetusto Palazzo dei congressi, fra mille intoppi organizzativi dietro le quinte e sul palco ("Abbiamo fatto tutto in 20 giorni", si giustifica Mirigliani), porta i segni di un antico splendore. Il tentato rilancio fa comodo a entrambi. Ma non mancano le perplessità: "Vedo poca promozione e per me quello di quest'anno è solo un test"
dice un albergatore del centro. "Ci provarono già tre anni fa, chiedendo 7.000 gratuità per i pernottamenti di tutto il carrozzone, fra miss e addetti ai lavori. Troppi. Non trovarono un accordo. E poi non puoi chiedere agosto o settembre, che sono gli unici mesi in cui ancora lavoriamo con i clienti termali: a giugno o dopo ottobre, volentieri. Ora c'è una nuova giunta, vedremo. Ma anche Salso è alla frutta: col covid abbiamo perso il 30% delle presenze, e ogni anno viene a mancare il 10% circa perché non c'è ricambio generazionale sui termali".
Per ciò che riguarda le ragazze in gara, siamo al prepotente ritorno della provincia, che forse vive ancora, più dei grandi centri, la fascinazione per Miss Italia. Su 40 finaliste, ben 30 vengono da paesini, anzi "da un piccolo paesino" come precisano loro. Dimenticate le reginette che reclamavano "la pace nel mondo". Ci sono due rilevanti conflitti in atto nel pianeta, ma nessuna ha fatto menzione alla guerra nel corso di tutta la manifestazione. In materia di aggettivi per auto-definirsi, "solare" è in forte calo, e in netta crescita "determinata, forte, ambiziosa". Stabile l'umiltà. Una se n'è uscita con un "leale" che non si sentiva dal '32. C'è quella che "A 26 anni sono la più anziana in gara", e l'altra che precisa: "Il Molise esiste e non va sottovalutato". Ma anche la mistica che "Ho una voce guida che mi dice 'You can', tu puoi, e la seguo sempre". Quella che si corregge: "Porto da mangiare ai pelosetti... Pardon, ai cani randagi", e l'altra che cita Schopenhauer. Chi sogna "la carriera diplomatica" e chi anela al "bar di mia proprietà da aprire con mamma". E naturalmente l'immancabile imbronciata alla quale leggi negli occhi: "Ma com'è che sono la più bella del paese, e qui in mezzo alle altre non mi si fila nessuno?". E' la concorrenza, bellezza.
Il ridimensionamento si fa sentire anche sul fronte degli sponsor. Accanto a nomi consolidati (Rocchetta, Miluna, Givova) spuntano il Caffè Truccillo e le clementine calabresi de I frutti di Casello Mascaro, che invadono il palazzo dei congressi restituendo ancora una volta il sapore della provincia.
"Quante bellezze che lavorano oggi in tv e nello spettacolo vengono da Miss Italia?", chiosa Patrizia
Mirigliani. "Sforniamo e aiutiamo talenti che poi si avvicinano alla recitazione, alla moda e a mille altre
occupazioni, pur senza farci direttamente agenzia, quindi senza conflitti di interessi. Mi dica lei: chi dà lavoro a più donne di Miss Italia, oggi nel Paese?". Se tu rispondi "Esselunga", la grinta modello Il Trono di spade della patron si scioglie in una risata. "Bene, allora vorrà dire che cercheremo di averla il prossimo anno come sponsor!".

(DAL SETTIMANALE GENTE - NOVEMBRE 2023)

lunedì 11 dicembre 2023

SCHERZI TELEFONICI * I PIU' GRANDI DELLA STORIA (NON SOLO) TELEVISIVA D'ITALIA

Da sinistra, Paolo Guzzanti, Teo Mammucari e Frank Matano.

La storia d'Italia è popolata di burle alla cornetta. E caderci è più facile di quanto si creda, senza essere per forza la Premier Giorgia Meloni. Lo scherzo telefonico è un'arte sopraffina, e può regalare grandi soddisfazioni. Si muove essenzialmente su due perni: l'imitazione accurata di un soggetto, oppure la sfrontatezza assertiva e ben documentata nell'argomentare. Se le due capacità coincidono, complice un po' d'ingenuità o distrazione della vittima, si gioca nel massimo capionato.
Tra gli amanti del genere c'era Alberto Sordi, che una sera, a casa di Anna Magnani, telefonò in piena notte alla collega Eleonora Rossi Drago, che il giorno successivo avrebbe dovuto ricevere il premio Noce d'argento. Fingendosi il segretario organizzativo dell'evento, le comunicò dapprima con dispiacere che non ci sarebbe più stata un'auto per venirla a prelevare a casa; subito dopò rincarò la dose dicendo che era sparita anche l'ospitalità in albergo, e per finire che la statuetta del premio sarebbe stata sostituita da riconoscimenti in natura, come polli e prosciutti. Pare che la Rossi Drago abbia accettato senza fare una piega tutti questi a dir poco vistosi ridimensionamenti.
Il nostro Paese ospita l'antesignano degli scherzi telefonici, per così dire, istituzionali. Diversi anni fa, in alcune stagioni di divertimento sfrenato, il giornalista Paolo Guzzanti (padre di Corrado, Sabina e Caterina), che riesce a imitare alla perfezione Sandro Pertini, seminò panico e confusione in Rai. Agenda alla mano, chiamò mezzo mondo politico della capitale e i maggiori notabili della tv di Stato, invitando alcuni di loro, con la voce del Presidente della Repubblica, a rinnovare il contratto in scadenza di Enzo Biagi; altri invece a non confermarlo assolutamente. Fu un cortocircuito. Come quello che procurò in video a Renzo Arbore chiamandolo in diretta, con la tipica calata pertiniana, a Quelli della notte. Andò peggio a Sergio Zavoli, allora Presidente della Rai, che si sorbì a mezzanotte, in mesto mutismo, un estenuante monologo del finto Capo dello Stato pieno di rampogne, mezzi deliri e frasi laconiche. Fu "tamponato" da un lancio notturno dell'agenzia di stampa Ansa con la quale si magnificava la straordinaria sintonia fra Zavoli e Pertini. Guzzanti senior, che in realtà è il vero giocherellone di casa, prese di mira anche Gianni Minà: si qualificò sempre come il Sandro nazionale, e gli chiese di disegnare a mano alcune cartine topografiche dell'America latina, dove il nostro stava per effettuare un viaggio ufficiale. Minà accettò, e si presentò a pranzo al Quirinale un paio di giorni dopo con le preziose carte, vedendosi respingere con perdite alla porta per quella visita della quale il protocollo non sapeva nulla. Lavorando ne La Repubblica di Eugenio Scalfari, dov'erano note le performance guzzantiane, un collega spesso preso di mira una sera mandò letteralmente a quel paese (credendolo Guzzanti) quello che si scoprì poi essere il vero Pertini. Ma il padre di Corrado, futuro Senatore, imitava anche la voce del direttore, convocando colleghi con le richieste più disparate. Una volta allo stesso caporedattore centrale di cui sopra annunciò addirittura il licenziamento, e lui si presentò paonazzo e urlante nell'ufficio di un attonito Scalfari.
A fare degli scherzi telefonici mestiere e show televisivo fu Teo Mammucari, che li sdoganò con il suo Libero, su Rai2. Riadattando con uno stile personale le supercazzole tognazziane di "Amici miei", Teo sapeva stordire l'interlocutore con un ritmo incazante di mezze frasi farlocche o incompiute, che si chiudevano quasi sempre con una domanda perentoria o un "Lei mi capisce, vero?". No, non capivano. Ma spesso abbozzavano. La redazione metteva finte inserzioni sui giornali per un lavoro da dog sitter? Alla prima chiamata Mammucari si fingeva molto disponibile, ma durante la conversazione simulava di picchiare urlando il cane di sua proprietà. La potenziale cliente ovviamente prendeva il volo. Con la complicità di Carlo Verdone (altro grande appassionato) prese di mira l'allenatore Fabio Capello, facendogli credere che un suo giocatore, Vincenzo Montella, uscendo ubriaco da un ristorante, avesse urlato l'intenzione di picchiarlo alla prima occasione, e che la notizia stesse per uscire sui giornali. Verdone poi, spalleggiato dall'appuntato Mammucari, fingendosi un agente della Polstrada, chiamò di notte una tra le sue vittime preferite: zio Ermanno, romano purosangue, per comunicargli che la sua auto, che credeva parcheggiata in garage, era stata rubata e aveva subito un incidente ad Anzio. Segue accurata descrizione del mezzo, lettura della targa e delle parti danneggiate. Fra le contumelie di zio, che alla frase: "Dottor Schiavina, è andata contro un albero, è praticamente distrutta", risultava visibilmente al limite dell'umana sopportazione.
Erede moderno di Mammucari, nato come fenomeno web e poi passato alla tv, è senza dubbio il goliardico Frank Matano, che ai suoi esordi su YouTube ha macinato milioni di visualizzazioni sfruttando un'ampia estensione vocale, che gli consentiva di riprodurre con estrema cura soprattutto vocine di bambini petulanti che chiamavano chiunque, a volte anche le reception degli hotel, aiutando finti genitori (sempre Matano) non a proprio agio con l'italiano a prenotare un soggiorno. Frank ha anche evacuato di notte case al piedi del Vesuvio annunciando un'imminente "lieve scossa della scala Oken, con probabili schizzi che bucano auto e tetti".
Lo scherzo più celebre, perfetto per lunghe cene tra amici, è quello di prendere di mira un soggetto e farlo chiamare a distanza di venti minuti-mezz'ora da almeno 6-7 commensali diversi chiedendo di un fantomatico Gino. L'interlocutore, perplesso e spazientito, dirà ogni volta che in casa non c'è nessun Gino, chiederà innervosito chi abbia fornito il suo numero (risposta standard: ovviamente Gino stesso), con chiamata finale così concepita: "Buonasera signore, sono Gino. Per caso ha chiamato qualcuno per me?".
Gli scherzi telefonici sembrano essere l'ultima isola dove il politicamente scorretto in Italia viene consentito e tollerato. Le radio, più corsare della tv, ne hanno sempre fatto largo uso. A volte andando anche sul pesante, come accade per esempio da anni a Paolo Noise e amici ne Lo zoo di 105.
Ormai le burle nell'etere sono diventate anche una forma surrogata di legittima difesa del cittadino. Per esempio dai centralinisti dei call center. E sono sicuramente più efficaci del Registro delle opposizioni. C'è chi risponde facendo ripetutamente il verso di galline o scimmie, sino alla resa del molestatore, che riaggancia.

(DAL SETTIMANALE GENTE - NOVEMBRE 2023)

mercoledì 6 dicembre 2023

VILLAGGIO FANTOZZI * UN FANTASTICO TRAGICO WEEKEND PER CELEBRARE IL RAGIONIERE

Un momento della celebrazione di Paolo Villlaggio, a San Felice sul Panaro.

Qui per le strade è tutto un: "Venghi", "Facci", "Dichi", "Batti lei!". Immaginate un paese di diecimila anime della bassa modenese, che si sveglia col profumo dell'erba da fieno tagliata di fresco, dove si celebra contemporaneamente la morte definitiva del congiuntivo e il talento sopraffino di una tra le più grandi maschere del cinema italiano. San Felice sul Panaro (si raccomanda l'accento sulla seconda a) si è trasformato per un'intera giornata nel "Villaggio Fantozzi". Dove Villaggio è scritto con la maiuscola, e tracce di Fantozzi si ritrovano in ogni angolo, ogni anfratto, ogni balcone. Sui quali campeggiano eterni moniti come: "Lei non ha un complesso di inferiorità. Lei è inferiore!". E altre frasi immortali che si rifanno alla saga dell'impiegato più celebre, bistrattato e sfigato d'Italia. Il libro, frutto di una raccolta di rubriche giornalistiche, uscì nel 1971. Il primo film, regia di Luciano Salce, è del '75, e diede la stura ad almeno altri due capolavori e a una serie di copie più commerciali ma che arrivarono al grosso pubblico. Merito anche di reiterati trucchetti l'inforcata della bicicletta "Alla bersagliera!", che perde malauguratamente il sellino proprio mentre Fantozzi ci si siede ignaro e con inusitato dolore. Di solito su questa scena crollava la sala dalle risate.
L'idea del Villaggio pride è del bancario Federico Mazzoli, che ha coinvolto come sponsor un istituto di credito locale, la Sanfelice 1893 Banca Popolare, la quale ha affidato la direzione creativa dell'operazione al fotografo Roberto Gatti; il regista Paolo Galassi realizzerà intanto un docu-film per le piattaforme di streaming.

Quindici volontari (primo fra tutti Roberto Gavioli) hanno lavorato per un anno in due hangar immensi per creare in gran segreto le scenografie, fatte con pannelli di legno riciclati e vernici destinate a essere smaltite. Venti set dedicati alle scene cult dei film (dalla Trattoria al Curvone alla scalinata della Corazzata Potëmkin) sono stati quindi sparsi nel centro del Villaggio. Più di quaranta Bianchine (la mitica auto sulla quale Fantozzi portava la segretamente amata signorina Silvani, Anna Mazzamauro) sono arrivate in paese da tutta Italia; una anche da Cinecittà. E lo show vero e proprio, che partiva dall'essenza dei Fantozzi per ammiccare al felliniano, ha coinvolto 200 figuranti. Del resto la madrina dell'evento, Elisabetta Villaggio, figlia dell'attore ligure e autrice del libro "Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita (vera) di Paolo Villaggio" si era raccomandata: "Mi sta bene, partecipo, ma per favore non fate una pacchianata, una carnevalata". E così è stato. "Mio padre sarebbe felicissimo qui oggi, anche solo vedendo tutte queste auto schierate" commenta. "E per tutto l'amore e l'effetto che gli vengono tributati dalla gente. Da piccola mi accorsi subito di avere in casa un genio, un uomo molto intelligente e dall'energia possente. E' stato ingombrante perché aveva un carattere fortissimo e a volte diventava ingombrante. Gli avevo vietato di venirmi a prendere a scuola perché tutti avrebbero visto l'attore e non mio padre. Ho fatto anche qualche comparsata in alcuni Fantozzi, come la sposa nella scena di un banchetto nuziale. E nella scena dell'autobus preso al volo la mattina c'è qualcosa di vero in famiglia perché papà la raccontava attribuendola a mio nonno. Forse romanzandola un po'. Pur essendo amico di grandi come Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, lui sul set, pur stimando i colleghi, aveva creato un rapporto d'amicizia solo con la sua controfigura, Clemente Ukmar, e Stella Battista, la sua sarta. Fra le chicche per cinefili, posso dire che la prima Pina, Liù Bosisio, lasciò dopo il secondo film perché non voleva essere troppo identificata con il personaggio, e rimpiazzata da Milena Vukotic. E la prima scena in assoluto girata di tutti i Fantozzi fu la partita a tennis tra la nebbia con Filini, ovvero Gigi Reder".
Assenti gli attori dei cast originali, per i cloni dei personaggi l'organizzazione ha attinto ad alcuni degli autoironici bancari della Sanfelice 1893. Tanto che il ruolo primario, quello di Fantozzi, è andato a Paolo Grossi, 49 anni, boss dell'Ufficio legale. E' sposato e ha due figlie ma la moglie ha ceduto volentieri il ruolo della signora Pina a Claudia Tartarini, 45 anni, impiegata in località Camposanto. Grossi, come quasi tutti, aveva anche almeno un doppio (in realtà in paese i ragionieri e i comprimari "non autorizzati" spuntavano come funghi, mandando in tilt i poveri fotografi, presenti a centinaia), in caso di indisposizione: l'ottimo Giorgio Giraudo, 61 anni, da Fossano. Che incarnava il ragioniere nella versione più domestica: canotta, bretelle, mutandoni ascellari, "Bottiglia di Peroni ghiacchiata e rutto libero". Anche Filini è un ex della Sanfelice 1893 (chissà se si ti diverti così anche quando vai da loro a fare un mutuo?): pensionato, 67 anni, "43 e 10 mesi di contributi", precisa con una certa pignoleria. E se delle signorine Silvani si è perso il conto, la parte di Calboni è andata allo psicologo e psicoterapeuta Matteo Merigo.
Intanto la titolare della drogheria Giberti, che si affaccia sul corso, ha recuperato un'introvabile bottiglia di Prunella Ballor, liquore cult ormai fuori commercio che Fantozzi proponeva ai suoi amici per un brindisi dopo il capodanno truccato del maestro Canello. Se volete provare a riprodurre a casa il Prunella di Fantozzi la ricetta si trova sul web. E' semplice. Ma senza questa dritta non si va da nessuna parte: le bacche di prugnolo vanno fatte seccare molto tempo al sole prima di utilizzarle, per togliere il tannino in eccesso che rovinerebbe tutto.

(DAL SETTIMANALE GENTE - OTTOBRE 2023)

martedì 5 dicembre 2023

SPOT * ANNI 80, QUANDO LA PUBBLICITA' CI FACEVA (QUASI) SOLO DIVERTIRE

Il pubblicitario Francesco Bozza insieme con la moglie, Carlotta Concato, figlia del noto cantautore milanese Fabio.

Ci fu un tempo in cui nuotavamo in acque pubblicitarie tranquille. Non tanto agli albori, quelli di Carosello (in Rai, dal 1957 al '77): lunghi momenti di spettacolo che furono l'apoteosi del rassicurante divertimento quasi "sedativo" degli italiani, ma anche nei decenni a venire. Popolati da mulini bianchi e attori di fama (Nino Castelnuovo) che saltavano staccionate grazie ai benefici effetti dell'olio di semi; da uomini in ammollo nel detersivo (il jazzista Franco Cerri) e sgambate majorettes canterine sul piazzale di centri commerciali. Da ragazzotti rintronati che non avevano mai provato "Urrà"; ma anche da alieni mignon che, una volta sulla Terra, intimavano di sviluppare rullini fotografici al grido di "Ciribiribì Kodak"; persino da idraulici che perdevano acqua dalle orecchie. Con l'andare del tempo gli spot si sono fatti sempre più veloci ma anche invasivi (lassativi e perdite urinarie all'ora di pranzo) o didascalici; aggressivi, divisivi, impegnati a lanciare messaggi e a scatenare dibattiti. Campagne che sembrano aver perso tanta voglia di (far) sorridere. Meglio ieri o oggi? Ne abbiamo parlato con un guru della pubblicità, Francesco Bozza, vice presidente e direttore creativo di una multinazionale americana del settore e ideatore di "Bar spot", format dedicato a questo mondo che porta da tempo sul palco di Zelig, in viale Monza, a Milano. La sua ultima fatica è uno spettacolo intititolato "Non ci vuole un pennello grande". Slogan che ci riporta a uno spot vintage quantomeno leggendario. In scena il 19 ottobre al Teatro Parioli di Roma, e il 10 gennaio al Martinitt di Milano.

Bozza, perché la pubblicità ha smesso di divertirci e divertirsi?
"Gli spot degli Anni 80, perché di quel decennio in fondo parliamo, più che divertenti in senso stretto, erano spensierati e memorabili. Si sedimentavano pian piano, a volte con messe in onda di anni, e ci entravano sotto pelle, insieme con i loro jingles, le musiche che li accompagnavano. Erano parte di noi".
Poi che cos'è successo?
"Prima c'era solo la tv. Poi è diventato via via tutto iper-veloce: una fruizione frenetica e superficiale, promo vampate attraverso 1.200 media diversi, con un'attenzione particolare al web e ai social, che sembrano essere ormai l'unico riferimento finale, l'unico posto dove ci sia confronto in Italia, a volte anche aggressivo, su vari temi. Prima si studiavano le cose pensando con estrema leggerezza".

Perdere motivetti memorabili e ritornelli più ariosi è parte del problema?
"Mio suocero, Fabio Concato, dice che gli piacerebbe che fra quarant'anni le canzoni di oggi diventassero jingle di spot come accade con la sua Domenica bestiale o con pezzi di Vasco e altri cantautori, ma non succederà perché c'è un'altra fruizione di ciò che è mediatico. Quindi abbiamo la reale percezione di una pubblicità molto più pesante e che si prende sul serio. E anche i politici, che non vedono l'ora di entrare nell'arena, come i gladiatori, dicono la loro approfittando di cose anche stupide".
Facciamo un esempio.
"Il caso relativamente recente del meteorite che schiaccia la mamma nello spot di Buondì Motta. Ci furono interrogazioni parlamentari! Se imposti una polemica sulla violenza nella pubblicità solo perché un meteorite infuocato schiaccia una mamma, una cosa totalmente surreale, siamo alla follia".

E' anche cambiata molto la società...
"E la pubblicità ne è lo specchio fedele. Ma negli Anni 80 uscirono con leggerezza cose peggiori, passando inosservate, come lo spot delle liquirizie Tabu: c'era un'immagine di "black face" del teatro americano dell'800, con un cantante bianco pitturato di nero. Il massimo del politicamente scorretto. Ma si sorrideva ascoltando la canzoncina. Fine. Le dirò di più: si ricorda il vecchio spot del Nelsen piatti?".
Quello de "I piatti-ti, i piatti-ti, con Nelsen piatti li vuol lavare lui"?
"Esatto. Nell'83-'84 fu il primo della storia italiana in cui si raccontava di un cambio sociale, di un uomo col grembiule e la canzoncina incentrata sul messaggio che è talmente figo lavare i piatti che lei non lo vuole più fare: li vuol lavare lui. Pieno di significati che oggi scatenerebbero il putiferio".

Veniamo alla pesca di Esselunga. Che cosa ne pensa?
"Da pubblicitario, ho visto sceneggiature sui bambini di genitori separati molto più emozionanti, come quella di Ikea; se parliamo di puro storytelling. Essere sul prodotto: è questo che manca allo spot Esselunga. Che è sulla bocca di tutti solo per le polemiche. E' un po' un problema perché da pubblicitario a me non interessa che la gente parli della problematica dei bambini separati ma del marchio. Poteva esserci qualsiasi altro supermercato. Credo che abbia scatenato questo bailamme per ragioni politiche".
Ma ne hanno parlato ovunque, anche nei Tg.
"Certo, perché il dramma della pubblicità oggi rispetto a ieri è che se ne parla non per gli aspetti creativi, ma solo quando scoppia un casino. Con le mamme schiacciate dai meteoriti, le fatine spiaccicate come insetti, la genitorialità diversa dal comune sentire. Negli 80 la si godeva e veniva citata, diventava slang e modo di dire. Dagli Anni 90 in poi non è più rimasto in testa alla gente un solo slogan. Zero. L'ultimo is 'Du gust is megl che uan' del gelato, primi Anni 90".

C'è qualche campagna di oggi che si avvicina al gusto degli Anni 80?
"Qualcuno gioca ancora con canzoni e balletti caciaroni. Penso a Febal e EstaThe. E poi c'è 'Succhino', il tizio che visita per la prima volta un appartamento da comprare e si sente così a casa che si spoglia nudo, fa la doccia e offre da bere. Vediamo un sedere in primo piano! Io adoro 'Succhino', ma non capisco le polemiche sulla pesca e la bambina - che sono l'unica cosa che resterà di quello spot, fatto anche bene da due creativi premiatissimi, ma a Esselunga non serviva questo, è già nota - quando c'è un sedere nudo in primo piano".
Ma davvero gli spot divisivi, quando sono così discussi e sulla bocca di tutti, non servono in qualche modo a promuovere il marchio? Non fa gioco?
"Dipende dal prodotto: la mamma schiantata dal meteorite del Buondì motta è oro che cola. Una merendina un po' vintage diventa ironica, trasgressiva. Ma se lo può permettere, in fondo è solo una merendina! Anche la birra Ceres ha fatto una campagna sui social molto grintosa ed efficace legata all'attualità, prendendo diverse posizioni nette. Per esempio, quando il sindaco di Milano Sala intimò agli operai dei cantieri dell'Expo di finire i lavori entro un mese, Ceres mandò una vagonata di casse di birra gratis e una troupe al grido di: 'Diamo una birra a questi ragazzi'. Lo spot della bambina e della pesca è finito anche da Vespa ma il brand non è stato neanche citato".

(DAL SETTIMANALE GENTE - OTTOBRE 2023)

lunedì 4 dicembre 2023

CUCINA * DIECI PIATTI POVERI PER SENTIRSI RICCHI

Un piatto di alici marinate, altrimenti dette acciughe al limone.

Oggi come oggi, per sentirsi ricchi, bisogna mangiare povero. Non potendo lasciar cadere nel vuoto la stringente analisi del Ministro Lollobrigida fatta al Meeting di Rimini ("Da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi: cercando dal produttore l'acquisto a basso costo, spesso comprano qualità") abbiamo deciso di proporvi i dieci piatti della cucina regionale italiana in grado di regalarvi il maggior percepito di benessere con la minore spesa. In pratica, come pilotare un gozzo sentendosi su uno yacht. Secondo uno studio dell'Università di Berkeley, in California, alcune di queste pietanze riuscirebbero di fatto, alla lunga, anche ad alzare l'ISEE (l'indicatore che serve a valutare la situazione economica dei nuclei familiari che chiedono una prestazione sociale agevolata), quindi è bene non abusarne o farne un uso avveduto. Non certo per paura di ingrassare, ma per timore di perdere in futuro eventuali sussidi.
Al bando quindi aragoste, caviale e ostriche. Ad aprire il portafogli sono capaci tutti. In Liguria la ricchezza si ostenta sfacciatamente con le Acciughe al limone. Basta stendere le alici del pescatore precedentemente imbevute nel succo d'agrume e cospargerle con basilico, origano, sale e olio d'oliva, e il gioco è fatto. Spostandoci in Emilia Romagna, più precisamente nel Piacentino, viaggiano da sempre in Ferrari i Pisarei e faśö. Ovvero gnocchetti di farina e pan grattato conditi con un sugo a base di fagioli, lardo, cipolla e pomodoro.
In Lombardia l'aristocrazia gastronomica punta molto sulla Zuppa alla pavese. In un bel brodo (dovrebbe essere di carne, ma se lo fai col dado anche gli sceicchi arabi ti guardano con invidia) si vanno a immergere fette di pane raffermo casereccio; si cosparge di formaggio grattugiato il tutto e si piazza un uovo fresco sulla sommità.
E' una variante della Panzanella, diffusa in tutta l'Italia centrale, ma prevalentemente in Toscana. Un piatto freddo di pane raffermo inzuppato in acqua e aceto di vino bianco, nel quale poi si mescolano pomodori e cipolle rosse, cetrioli e sedano. Con le ciambelle di grano duro rinsecchite (attenzione al lavoro del tuo dentista, che in genere non ha gli stessi prezzi del mercato rionale), in Puglia fanno le Friselle. Le quali vanno prima "sponzate", ovvero inzuppate in acqua e poi condite con olio, pomodoro, sale origano e tutto ciò che suggerisce la fantasia. Sempre restando in zona, ecco il Purè di fave e cicoria selvatica, arricchito con aglio, cipolla, sedano, pomodori e prezzemolo. Un pop in cucina ormai talmente top (direbbero gli chef figli di Instagram) che ha fatto diventare la "Cuoca itinerante salentina" Alessandra Ferramosca ambasciatrice di questo buon mangiare negli Stati Uniti.
La tradizione contadina di buona parte della Penisola ci rimanda la classica Zuppa di ceci, riccamente impoverita anche di porri, rosmarino, sedano, pepe, carote, cipolle bianche e passata di pomodoro. La versione lombarda si fa nel giorno dei morti (preferibilmente abbienti) aggiungendo zampette di suino. In Abruzzo e Molise invece è d'obbligo la Cipollata, d'uso anche a Tropea. Basta cuocere a lungo i bulbi in un brodo condito con olio, sale e pomodori maturi. Ma attenzione anche alla Sicilia, che esce a sorpresa con gli Spaghetti alla mollica fritta e uva passa. Un tempo molto amati da chi lasciava il Sud per cercare fortuna a Milano e dintorni.
Sul fronte dei dolciumi, infine, festa grande con le Pangialdine, originarie della Lomellina. Gli ingredienti sono farina gialla e bianca, burro, zucchero, uova e lievito. Meno di così c'è solo l'aria fritta.
Per ciò riguarda i vini, lasceremo perdere i prevedibili Champagne o brut millesimati: il bottiglione di bianco della casa consentirà brindisi regali. Con l'indice a gancio che esce lesto dall'incavo della bocca chiusa si può riprodurre agevolmente anche il suono del tappo che salta. In caso di eventuali banchetti di nozze, naturalmente, non dimentichiamo i fichi secchi.

(DAL SETTIMANALE GENTE - SETTEMBRE 2023)

venerdì 1 dicembre 2023

LINO BANFI: «CARO MARK ZUCKERBERG, PERCHE' NON MI REGALI IL MIO RISTORANTE?»

L'attore comico pugliese Lino Banfi, all'anagrafe Pasquale Zagaria.

L'unico vero vincitore nella disfida (mai nata) tra i multimilionari del digitale Mark Zuckerberg ed Elon Musk, è quel diavolo di Lino Banfi. "Pasquale Zagaria contro l'Intelligenza Artificiale" potrebbe essere il titolo di un distopico film interpretato dal nostro. Che con una lettera al Corriere ha menato ironiche botte da orbi al patron di Facebook per avere ingiustamente chiuso la pagina Noi che amiamo Lino Banfi Official, gestitita dal suo fan club, guidato da Calogero Vignera. Tempo un giorno e Meta (la società che accorpa Facebook, Instagram e WhatsApp) ha fatto marcia indietro, ripristinandola perché "non viola gli standard della community".

Lino, ma si rende conto che la sua è una vittoria epocale contro l'algoritmo?
"Me ne sto rendendo conto. Ricevo telefonate di gente gasatissima. E pensare che io manco sapevo che cosa fosse, l'algoritmo. Poi l'ho chiesto a Siri, l'assistenza vocale del cellulare, e a mezza bocca me l'ha detto. Ma con aria sfottente, tipo: hai 87 anni, amico, aggiornati!".
Da che cosa nasce il suo furore?
"Ma io non lo conoscevo, questo signor Fruckenberg! E' che sette anni fa un ragazzo siciliano entusiasta mi chiese il permesso di aprire una pagina dedicata a me: 700 mila iscritti in poco tempo".

Un boom.
"E ne ero felice. Manco un anno dopo, mi richiama intristito dicendo che l'algoritmo del Zuccherhnest ha chiuso la pagina perché ovviamente era piena delle frasi delle mie commedie: 'Ti spezzo la noce del capocollo', considerata istigazione alla violenza; e 'Chézzo' non va bene; e 'Porca putténa' è istigazione alla prostituzione". Ovviamente anche tutti i follower parlavano in questo modo, nel linguaggio banfiota che ho creato e diffuso in 60 anni. Ovviamente un gioco".
Che il freddo algoritmo non ha capito. Se dici: "Mi fai morire" non coglie che si intenda magari "Dal ridere". Se scrivi "Ucciderei per un piatto di gamberoni", non significa che vai in giro a sterminare gente per i crostacei.
"Esatto. Ma sulle prime me ne sono fatto una ragione. Vignera riapre la pagina, che arriva a 70 mila iscitti, e gliela richiudono. Poi 30 mila e succede ancora, e poi ancora. 'Lino, è arrivato l'ennesimo stop dall'algoritmo di Cucchiernher'. Loro protestano con Facebook, ma niente".

Un supplizio.
"Sino all'altro giorno, quando la frase incriminata era 'Picchio De Sisti', da 'L'allenatore nel pallone'. Ma è colpa mia se il soprannome del calciatore Giancarlo De Sisti era Picchio?! Non ci ho più visto, e ho scritto al giornale".

Portando a casa una vittoria su tutta la linea: come nei film quando richiamano in servizio l'ex marine vendicatore.
"Massì, infatti ero tranquillo qui al mare, al Circeo: mi alzo alle sei, leggo e scrivo un po'. Presto al Festival del cinema di Venezia il Nuovo Imaie, che si occupa di diritti d'autore, mi darà un premio alla carriera per i due milioni di copie vendute in Dvd de 'L'allenatore nel pallone'. E non prendo manco tre centesimi a copia, lo sottolineo. Ma ormai mi chiamano Maestro, teniamoci almeno le soddisfazioni".
C'è da dire che le sue commedie non sono mai state l'emblema del politicamente corretto. Per alcune definizioni degli omosessuali, oggi sarebbe lapidato.
"Una volta, pochi anni fa, mi guardarono storto anche in televisione, perché dissi una cosa simile riportando un aneddoto di mio padre, che era la persona dalla mentalità in realtà più aperta del mondo verso i gay. Ma i nostri vecchi parlavano così, il retaggio era quello".

Crede che il politicamente corretto abbia danneggiato la comicità?
"Beh, è un dato di fatto che di ogni categoria sociale si parli oggi, ti viene puntato subito il fucile addosso. Alla fine uno evita, e amen".

Che cosa direbbe a Zuckerberg?
"Gli dico una cosa: perché non compri i muri de L'Orecchietteria Banfi, il ristorante che ho a Roma, vicino al cinema Adriano? Sempre pieno, è una specie di museo banfiano, e viene gestito dai miei figli, Rosanna e Walter. I muri costano qualche milione, per te bruscolini; sono della Banca d'Italia. Li compri e me li regali. Poi prometto che serviremo 10 mila pasti ai bisognosi".
Un rilancio non da poco. Vediamo se Mark fiuterà l'affare.
"Una proposta indecente, ma neanche tanto".

Nuovi lavori in vista?
"Sì, un film-documentario con i personaggi della mia carriera che si raccontano. Lo stiamo scrivendo con il regista Mario Sesti. Non un corto né un lungometraggio, ma 'Il largometraggio di Lino Banfi'. C'è interesse in Rai".

Sembra un taglio molto verdoniano.
"Lo è. Carlo Verdone l'ho incontrato proprio l'altra sera e parlavamo di quanti soldi non abbiamo mai preso per i diritti d'immagine con cose che hanno fatto poi utilizzando i nostri personaggi". 
Cause in vista?
"Macché. All'epoca quando facevi un film con Medusa o chiunque altro, ti facevano firmare clausole che consentivano loro di fare qualsiasi cosa dei tuoi girati per sempre. Io mi salvai un po' perché m'inventai i pacchetti: Sergio e Luciano Martino mi proponevano un film di cassetta? Io dicevo: 'Te ne faccio anche tre', ma ogni tre me ne fai fare uno con un cast e un regista importante. E' così che sono riuscito a lavorare anche con Dino Risi, Salce e Steno".

In un'intervista, qualche tempo fa, Alvaro Vitali mi disse che lei in quegli anni di film scollacciati lo fece fuori. Sembra portare rancore.
"So che va dicendo queste cose. Forse s'è incazzéto perché sentiva tradita un'amicizia. Ma comandavano i produttori. Però le giuro che quando feci in tv Un medico in famiglia, per 20 anni, una vera manna dal cielo lavorativamente, feci spesso il suo nome, ma non l'hanno mai voluto perché troppo identificato con il personaggio di Pierino. Ora vediamo invece se si fa vivo Kukkembert".

Guardi Lino che se lo chiama ogni volta in modo diverso, i muri del ristorante non glieli regala.
"Non ce la faccio a dire il nome, è più forte di me. Ma quello magari è un bravo raghézzo, potrebbe essere mio nipote".

(DAL SETTIMANALE GENTE - AGOSTO 2023)

mercoledì 29 novembre 2023

QUANDO I MATRIMONI VANNO IN CRISI, POCO PRIMA O SUBITO DOPO LE NOZZE

I matrimoni che scoppiano in dirittura d'arrivo, subito dopo o durante la cerimonia sono sempre più frequenti. Con esiti a volte involontariamente esilaranti.

Mai dire nozze. I matrimoni che vanno in frantumi sul rush finale (l'ultimo sforzo prima del traguardo, come si direbbe nello sport) o - peggio - subito dopo la cerimonia, non sono una prerogativa degli ambienti chic e snob dell'alta finanza. Il Paese reale è da sempre attraversato da fatti e inquietudini che spesso portano alla fine di un amore. Basta fare quattro chiacchiere con alcuni addetti ai lavori garantendo l'anonimato, per avere uno spaccato interessante. Che sta a metà fra le storie dei fumetti pruriginosi del leggendario Corna vissute, e il "Cattivi pensieri" di Ugo Tognazzi, con un'Edwige Fenech al massimo del suo splendore.
Un filone interessante è quello dei ripensamenti tardivi. Come quello che colse il futuro marito di una coppia toscana che si doveva sposare il giorno successivo in Costiera amalfitana. Durante la notte il nostro chiamò la futura sposa e le comunicò di avere cambiato idea. Così, senza fare un plissè. In chiesa, la mattina dopo, dove tutto il cerimoniale era pronto, il sacrestano avvisava mesto tutti dell'improvviso annullamento. Mentre lei, fra lacrime e imbarazzo, si inventò la caduta di papà dalle scale con relativa frattura del femore per giustificare il forfeit e mascherare la verità agli occhi degli invitati. Nel primo pomeriggio il futuro sposo richiamò la fidanzata e le disse di avere parlato con mammà, la quale l'aveva convinto a pronunciare il sì. Inutile dire che lei lo liquidò per sempre con parole irriferibili.

Cambiare idea non è così infrequente: ci sono spose con abiti da favola mollate dal futuro marito (letteralmente sparito sul modello Chi l'ha visto?) a una settimana dal pronunciamento. Ma anche altre che si sono accorte dell'"incompatibilità di carattere" con il fresco consorte durante il viaggio di nozze. Separandosi una volta scese dalla nave da crociera. Ambiente peraltro foriero di tradimenti (a volte scoperti) e relativi abbandoni.
In Campania è leggenda una storia che ha molti parallelismi con quella di Torino: un futuro marito che, sapendo da sei mesi di essere tradito dalla moglie con l'amico, il testimone dello sposo, non disse nulla e organizzò comunque il matrimonio. Sull'altare interruppe la cerimonia dicendo: "Sapete qual è la notizia? Questi due stanno assieme! Quindi non se ne fa niente. Però amici, ora andiamo tutti a pranzo, e poi ognuno a casa propria". Gelo tra le navate. Finì che anche il testimone-amante (sposato) dovette divorziare.

Proprio al ristorante, nel Cilento, andò peggio a una freschissima sposa particolarmente in fregola, che fu sorpresa a copulare in bagno con un cameriere durante il banchetto nuziale. Seguirono botte fra tutti; una rissa che neanche nei bar di Caracas. Un'altra ragazza, in viaggio di nozze in Indonesia, tornata da una passeggiata in spiaggia, trovò il marito a letto con una cameriera. Finì che prese l'aereo da sola per rientrare in Italia, dove chiese subito il divorzio.
Non mancano anche le vicende a lieto fine, per così dire: lei che si sposa incinta, ma subito dopo le nozze il marito, insospettitosi, chiede il test del Dna; alla fine si scopre che il padre del nascituro era il solito testimone. Categoria da attenzionare, direbbero i Carabinieri. Tra i due amanti clandestini però era vero amore, che dura ancora oggi.

Anche alcuni vip hanno fatto la loro parte. In un'intervista Fiorello raccontò dei suoi esordi come animatore nei villaggi. Dove fra colleghi erano soliti coprirsi le spalle in caso di fugaci tradimenti con la doLce metà di coppie di ogni tipo, anche di fresco conio. Se alla consegna delle valigie in camera si stabiliva già una potenziale intesa fra l'animatore e la moglie/fidanzata di turno, il malcapitato marito/fidanzato veniva invitato nei giorni successivi da un altro animatore a una sfida a tennis; durante quel lasso di tempo garantito e sorvegliato, nella stessa stanza della coppia pagante poteva consumarsi il tradimento a(ni)matoriale.
Storia che ci porta alla poesia goliardica dei "Cornetti caldi" fatti al fornaio dal Perozzi (Philippe Noiret) in Amici miei:
- "Che cell'ha i cornetti oggi, sor Antonio?".
- "Eh come nun cell'ho, caldi caldi!".
- "Eh, caldi caldi... Proprio fatti ora. Già che c'è, me ne dia un paio anche per la mi' moglie".

(DAL SETTIMANALE GENTE - AGOSTO 2023)

martedì 28 novembre 2023

«UNICA» (NETFLIX) * ILARY BLASI SI AUTO-ASSOLVE IN MODO CONVINCENTE

Ilary Blasi racconta della separazione da Francesco Totti nel documentario di Netflix «Unica».

«Unica», il monologo auto-assolutorio di Ilary Blasi in onda su Netflix, è un po' come certe riviste di gossip dal barbiere: pochi ammetteranno di averlo visto, ma in realtà (ben) più di una sfogliatina la daranno tutti. Che tradotto significa: l'universo mondo italico (e non solo) se lo gusterà saporitamente con tanto di fermo immagine dal primo all'ultimo degli 80 minuti di intervista.

La versione di Ilary è ben realizzata, sia sul piano tecnico-formale (dietro c'è la mano di quella lenza di Peppi Nocera, autore tra i più quotati) che contenutistico, molto strategica allo scopo di esaltare il personaggio della «cornuta e mazziata», ma servita con quella semplicità vera e ruspante che in fondo è sempre stata propria della stessa Ilary, seduta a raccontarsi fra un pianto e l'altro. Le lacrime abbondano, l'empatia aumenta. E ci si immedesima, fra le pieghe dell'infausta fine della storia d'amore tra l'ex Letterina del glorioso Passaparola di Gerry Scotti e Francesco Totti, l'ultimo Re della Roma calcistica.

La storia (non entrerò nel merito) si snoda con rigide scansioni temporali tra Whatsapp malandrini, un caffè che avrebbe fatto ingelosire il Pupone, Rolex distratti e borse e scarpe ben custodite che prendono il volo. Ma anche circostanze negate e detective. Sullo sfondo pian piano emerge sulla scena l'amante Noemi Bocchi. Mai da lei citata con nome e cognome ma mostrata in grafica nei ritagli dei giornali e dei siti web.

Per corroborare questo suo convincente ritratto (per forza, non c'è contraddittorio, preciseranno i fan di Totti, al quale comunque nessuno vieta di confezionare analogo documento con Prime Video) Ilary coinvolge amiche e famiglia. Il santino è servito. E Netflix fa l'affare della sua vita. 

lunedì 27 novembre 2023

DIMITRI KUNZ, UNA VITA PER FARSI UN NOME (ANZI, QUATTORDICI)

Il Ministro del Turismo Daniela Santanché insieme con il compagno Dimitri Kunz.

Nella vita farsi un nome è giusto; persino lodevole. Ma 14, tendenti al 15, cognomi e titoli nobiliari compresi, sembra un filino esagerato anche per chi ha ambizioni personali sovradimensionate. D'altra parte il Principe Dimitri Miesko Leopold Kunz d'Asburgo-Lorena Piast Bielitz Bielice Rellino Spalia Rasponi Spinelli Romano (pensa la povera maestra all'appello), compagno di Daniela Santanché, attuale Ministro del Turismo della Repubblica Italiana, mica se li è dati da solo: ci pensò papà, depositando quel sobrio appellativo all'anagrafe di San Marino. Il babbo di Dimitri - perdonate la sintesi, ma del resto lui stesso con signorilità la concede - era un agricoltore non privo di fantasia e forse di ironia, e negli Anni 60 se ti presentavi agli uffici del Titano (il Titano ti dà una mano) con quel pizzico di verve in più, potevi far chiamare tuo figlio un po' come ti pareva. Anche Giuseppe Attila Re degli unni Vercingetorige Thor Zeus Brambilla. Tanto mica controllavano. Al massimo un'alzata di sopracciglio.

La storia l'ha raccontata Report di Sigfrido Ranucci, in una puntata dove si andava a scavare tra i pochi splendori e le tante miserie delle società appartenute o riconducibili all'elegante signora Santanchè. Alcune delle quali quotate in Borsa. Ma anche un po' in borsetta, perché lo stile in fondo vuole la sua parte. Da Ki Group (settore bio), rilevata con l'ex compagno - se si può dire compagno a casa di una senatrice di Fratelli d'Italia - Canio Mazzaro, a Visibilia (editoria), che in ultima analisi ha visto come Amministratore Delegato proprio il fiorentino Dimitri Kunz eccetera. Perché la signora Daniela Garnero Santanchè, che iniziò la sua carriera politica come allieva di Ignazio La Russa (un signore che i figli li ha chiamati Geronimo, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache, quindi in onomastica non può prendere lezioni da nessuno), è una che non si fa mancare niente. Iniziò fondando un'agenzia di PR a Torino, e ora vive nel bel mondo, tra alta moda, stabilimenti balneari assai chic e vernissage esclusivi. 

Un ambiente dove se la natura non ti ha concesso di essere (al) Twiga, devi almeno attrezzarti per piacere assai. E in quella dimensione additiva, rimodellante, linfodrenante e ristrutturante della vita, vale tutto. Sentimenti a parte, sui quali non si discute, un bel Principe con 14 nomi (tendenti al 15) molto wertmulleriani può sempre fare comodo. E Dimitri, 1.83 di figliolo, con quell'appeal che sta tra Ridge di Beautiful e il navigato conduttore di televendite tricologicamente più attrezzato di Giorgio Mastrota, è di certo una benedizione. Molto soap opera è anche il percorso sentimentale della coppia, dal momento che Dimitri prima era legato alla giornalista Patrizia Groppelli, poi fidanzatasi con Alessandro Sallusti, a sua volta fidanzato con Daniela Santanchè, passata quindi a sorpresa al Kunz. 

Dove lo trovi uno che quando è in buona ti fa lo sconto e non si fa chiamare neanche "Altezza reale"? E, onestamente, spiace vedere gli Asburgo-Lorena (più Asburgo che Lorena) rimarcare con fermezza: "Dimitri Kunz non appartiene al nostro casato e non è nemmeno principe". Si fa torto alla fantasia di un papà brillante, all'anagrafe di San Marino, ma anche alla genialità di Paolo Villaggio, che in Fantozzi s'era inventato personaggi come la Contessa Serbelloni-Mazzanti Viendalmare, il Duca Conte Semenzara e il Visconte Cobram.

Guardiamo avanti. Qualora Daniela e Dimitri dovessero optare per le nozze (in bianco, officiate da Flavio Briatore al Billionaire di Porto Cervo, in diretta su Retequattro), sarebbe una gioia per gli occhi. "Vuoi tu Daniela Garnero sposare il qui presente...". Tre ore solo per leggere per intero il nome dello sposo. Sai quanti spot ci puoi infilare? Uno in gamba come minimo ci risana l'azienda.


(DAL SETTIMANALE GENTE - GIUGNO 2023)


venerdì 24 novembre 2023

«IO CANTO GENERATION»: È COSI' CHE SI FA BUONA TELEVISIONE


"Sono contenta, come sempre, di fare da apripista a questo genere di trasmissioni, e mi capita ogni volta. Inizio coi bambini e qualcuno mi viene dietro immediatamente. Mi tallona, mi attenziona molto, direi". Presentando una nuova stagione del suo «The Voice Kids», Antonella Clerici rivendica una primogenitura e sembra lanciare frecciatine al programma della concorrenza, «Io canto generation», appena partito su Canale 5. L'ammiccamento ci sta, ma perché Mediaset dovrebbe rinunciare a uno show dove i bambini cantano, soltanto perché ne andava in onda già uno? Seguendo questo ragionamento buono soprattutto per strappare qualche titolo in una conferenza stampa, esistendo già da una vita lo Zecchino d'oro e i Piccoli fans di Sandra Milo, nessuno dovrebbe più maneggiare bimbi canterini. Invece si può, eccome. Basta farlo bene.

E Canale 5 l'ha fatto con mestiere, in uno show che mi ha sorpreso per ritmo e leggerezza. Pezzi veloci (versioni più brevi, per non annoiare), un'orchestra che si è dannata per preparare una mole non indifferente di materiale, duetti con un cast di coach e giurati di primo livello, e un dispiego di mezzi da tempi della grandeur televisiva. Il tutto cucinato da Gerry Scotti, che con l'abilità da veterano che lo contraddistingue e la sua grande capacità di intercettare gli umori popolari, si gioca un mordi e fuggi di facce strane e interventi pop senza mai far scendere la tensione, che porterebbe a fugaci tocchi sul telecomando. Il pubblico ha giustamente premiato il programma, che gli addetti ai lavori immaginavano debole a causa dei tre rinvii di messa in onda.

Insomma, «Io canto generation» è stata una sorsata d'acqua fresca. Un bel progetto che s'inserisce nella filosofia della nuova Mediaset voluta da Pier Silvio Berlusconi, che prevede programmi più consoni a un grande broadcaster (si pensi al lavoro di ripulitura fatto sul Grande Fratello, che io stesso ho sempre caldeggiato, nonché al ridimensionamento del mondo di Barbara D'Urso, ora non più in azienda) e una narrazione diversa. Anche grazie ad acquisti felici dalla galassia Rai, come Bianca Berlinguer. Il tutto in uno scenario televisivo sempre più complesso, con l'emorragia del pubblico giovane, e ascolti frammentati, che rendono difficili le scelte degli editori.

giovedì 23 novembre 2023

MARCO DELLA NOCE: «DOPO ZELIG E IL BARATRO, LA MIA NUOVA VITA È TRA I GONFIABILI»

Il comico Marco Della Noce oggi al lavoro tra i gonfiabili.

Chi ha detto che ai comici di successo la vita non possa regalare le musate contro i pali che si presentano sul cammino di noi comuni mortali? Marco Della Noce, 65 anni, milanese, nel cuore del pubblico per personaggi come Larsen e Oriano Ferrari di Zelig, un frontale col destino l'aveva fatto davvero: dopo una pesante separazione, aveva accumulato debiti per 700 mila euro; tanto che le notti passate a dormire e rimuginare in auto, sulla sua vecchia Zafira, erano diventate più depressive che illusoriamente poetiche.
Dopo il crash, la rinascita. Che ci racconta col candore dell'eterno bravo ragazzo vicino al laghetto del Funnyland di Lissone, in Brianza. "E' un grande parco giochi per bambini - spiega - dove il mio socio e io ci occupiamo dei gonfiabili: scivoli, castelli... Ci sono tanti gazebo riservati, che le famigliole prenotano, per festeggiare e dare modo ai piccoli di giocare e interagire in sicurezza".

Quasi felliniano. Marco, quindi ha deciso di ripartire dalla fantasia.

"Sì, arrivano felici con tanti palloncini e fanno un gran casino. Quanti compleanni! Si lavora da maggio a settembre, meteo permettendo".
Ma il cabaret?
"Non l'ho mollato. Se ne occupa il mio agente, Peppe Putignani, che ho conosciuto durante il lockdown. Proprio da qui, il 22 giugno, partirò con una mia rassegna facendo esibire anche tanti colleghi".

Com'è uscito dal tunnel?
"Ho potuto accedere alla sovraesposizione del debito, detta anche legge anti suicidi, perché molti imprenditori in fallimento decidevano di farla finita; è stata introdotta di recente. Ci ha lavorato duramente due anni lo Studio Pagano di Brescia e alla fine ce l'abbiamo fatta: è la prima volta che viene applicata a un lavoratore dello spettacolo".
In pratica il Giudice...
"...Ha la facoltà di cancellare una parte del debito. Nel mio caso 500 mila euro. Ti restano la casa e l'auto, e per tre anni devi accantonare una parte dei tuoi guadagni per estinguere ciò che resta. C'è anche una sorta di tutore che ti segue. Alla fine sei pulito per la legge: zero. Non risulti né fallito né cattivo pagatore".

Dev'essere stata dura.

"Sì, ma se tieni come principi verità e sincerità, per quanto altri possano tentare di nascondere o negare, quando emerge, la verità vince sempre. Sempre. Magari ci vuole solo più di tempo".

Ma come si fa ad arrivare a 700 mila euro di debiti? E' una cifra enorme.
"Il problema più grosso erano gli interessi passivi con l'erario. La bolla è scoppiata nel 2017, ma dal 2013 al 2015 sono stati anni pesantissimi. Faccio un esempio: arrivavo a dicembre di un anno con 100 mila euro di debito con quella che allora si chiamava Equitalia. A gennaio-febbraio la cifra diventava 150 mila o più per via di interessi praticamente da usura. Le cose ora sono un po' migliorate con Agenzia delle entrate. E poi c'erano gli assegni di mantenimento dei figli, che si accumulavano, e gli affitti che non pagavo".
Ci vuole una forza enorme per resistere.
"Da 35 anni pratico il buddismo, e mi ha aiutato. Faccio parte dell'associazione laica Soka Gakkai. L'energia per il cambiamento l'abbiamo dentro. Immagini di essere il proiettore di un cinema che mostra la sua vita: se la pellicola è rovinata, bisogna andare ad aggiustare il fotogramma. L'esterno c'entra relativamente. Altrimenti ripetiamo gli errori".

Guzzanti diceva: "La risposta è dentro di te, ma è sbagliata".
"Eppure è vera. La nostra mente si chiama mente perché a volte... mente. Tende a farci ridurre sempre tutto alla schematicità quasi computerizzata del raziocinio. Eppure nelle filosofie orientali c'è anche il cervello di pancia, l'istinto. E a volte è giusto obbedirgli. Il nostro più grosso ostacolo spesso siamo noi stessi".

Ha rivendicato il "diritto al fallimento".
"Sì, nella nostra società il fallito è considerato una specie di reietto. In America se non hai almeno un paio di fallimenti alle spalle non sei nessuno. Perché? Perché sei riuscito a rialzarti, a ricostruire".
Ora dove vive?
"A Vedamo al Lambro. Sono solo perché quel che ho passato si è portato via tutti i legami sentimentali. Come le amicizie: quando ti va bene, sono tutti lì. Quando crolli spariscono, svapano come le sigarette elettroniche. Ho tre figli: Marta di 22, Jacopo di 20 e Matilde di 13. Avuti da due signore diverse. Con le mie ex vado d'accordo e loro tre si sentono autenticamente fratelli. Matilde studia anche kickboxing e tecniche di sopravvivenza con me nel gruppo Survival di Luca Bartezzaghi".

Eppure molti dei suoi problemi sono nati dalla separazione.
"Ma non ho mai parlato male della mia ex moglie. Mi riferivo a una legislatura troppo sbilanciata verso le donne. Ora le cose stanno un po' cambiando e anche i padri hanno più tutele. Mi ha aiutato l'Associazione papà separati, che accoglie anche donne non sposate".

Quel che le è capitato è stato più una slavina o uno stillicidio, una lenta rovina?
"All'inizio una cosa lenta, poi il piano si è inclinato molto velocemente".
La maschera del clown, di quello che sorride e che fa ridere. E' più difficile uscire da una batosta se sei un tipo così?
"No, l'ironia e l'autoironia ti salvano, sono una grossa medicina. Poi impari a volerti più bene, a valutarti per quel che sei e non per quanto possiedi. Dell'avere e dell'essere ha parlato anche Erich Fromm".

Si vola alto. Mi dica l'essenza della vita, allora.
"L'armonia delle differenze. Il loro rispetto. In un campo di fiori ognuno vuole essere più colorato e bello degli altri, non imitarli".

La battuta più bella del suo Oriano.

"Erano gli anni delle rivalità Barrichello-Schumaker. Dicevo che in scuderia non c'era nessuna disparità: Schumi entrava nei box col telecomando, mentre Barrichello doveva scendere e citofonare. Ora non posso neanche più fare battute sulla Ferrari, perché fa più ridere di me".

(DAL SETTIMANALE GENTE - GIUGNO 2023)

mercoledì 22 novembre 2023

POSTEGGIA NAPOLETANA * DIANA E CLAUDIO: LI CERCHI SUL WEB E TE LA PORTANO A CASA (OVUNQUE)

I salernitani Diana Ronca e Claudio De Bartolomeis. Sono sposati e portano in giro per l'Italia, su commissione, i loro spettacoli di posteggia napoletana.

Se volete dissetarvi con una spremuta d'amore in questi tempi aridi (soprattutto alle luci della cronaca), le prossime righe fanno per voi. Portabandiera del più nobile tra i sentimenti sono due musicisti salernitani: Diana Ronca, 57 anni, e il marito Claudio De Bartolomeis, 58. "Siamo insieme da 40 anni e sposati da 32 - dice Diana, che è diplomata in pianoforte ma fa prevalentemente la cantante -, e lui è stato non solo l'unico uomo che abbia avuto, ma anche l'unico che abbia baciato". Già così basterebbe per far piovere nuvole di zucchero filato. Ma a Diana e Claudio (batterista che attualmente si dedica alla chitarra) tutto questo non basta: vanno in giro per l'Italia e il mondo, se occorre, a cantare serenate su commissione. E le prenotazoni fioccano, attraverso i canali più disparati: dalle amicizie al passaparola, ma anche tramite Whatsapp; per non parlare del web, che presidiano con una pagina Facebook che porta il loro nome, e due siti: claudioediana.it e posteggianapoletana.it.

Già, la posteggia. I nostri, che esordirono nei piano bar campani e sul palco grazie alle 40 date di un tour di Pupo del 1987, sono in realtà posteggiatori. Niente a che vedere con i parcheggi: la posteggia a Napoli è non solo l'atto di approcciarsi a una ragazza, ma anche una performance musicale di due-tre musicisi che intrattengono i clienti ai tavoli di un ristorante cambiando ogni volta posto, appunto. E dal momento che un gruppo di musicanti partenopei senza un mandolino è come Gigi Marzullo senza il parrucchiere (qualcosa non torna), a volte Claudio e Diana lo reclutano, nella persona di Massimiliano Essolito.
Ci si campa? "La risposta è sì - spiega Diana -: facciamo molte esibizioni, e ogni classica serenata la notte prima del matrimonio sotto il balcone dell'amata o dell'amato, circa 20-30 minuti, costa al cliente quanto un bellissimo mazzo di fiori, salvo eventuali spese di trasferta. Eppure tutti, quando raccontiamo il nostro mestiere, ci chiedono: "Sì, ma... Il lavoro vero?". Che è poi anche il titolo del nostro libro autoprodotto. Lo spediamo su richiesta".
Tanti sono stati gli incontri con personaggi noti. "Ci invitarono per una festa di compleanno davanti a 20 persone, e il festeggiato era Roberto Murolo, che ne compiva 87. Lui cantò con un filo di voce. Cercammo di zittire la platea ma disse: "No, sì mme vonno sentì, stann' zitte", e poi si complimentò con noi definendoci "Ambasciatori della posteggia napoletana nel mondo". In realtà facciamo anche qualcosa di Pino Daniele e Tu sì na cosa grande di Modugno, tra i pezzi moderni. Una volta ci chiesero Il cielo in una stanza, che eseguimmo anche perché fra gli ospiti c'era Gino Paoli". Amici di Catena Fiorello, già nel radar di Maurizio Costanzo, Claudio e Diana non si negano neppure per serate di gala e presentazioni di libri (Franco Di Mare e il regista Duccio Forzano). Ma il piatto forte, si diceva, sono le serenate. Lo scorso anno si sono esibiti per Vincenzo Abbagnale e la sua futura sposa sulla scalinata del Duomo di Amalfi, che rifletteva pallide luci sotto una pioggia leggera. E in un'altra occasione erano sul Corso, a Gaeta, mentre il futuro sposo si presentò su un cavallo bianco, accompagnato da altri due perfettamente addestrati che danzavano ritmicamente al suono delle loro canzoni. "In pieno luglio - continua Diana - una coppia di irlandesi ci fece esibire sulla scalinata di Piazza di Spagna piena zeppa di gente. Finì con mille richieste di turisti che non ci lasciarono più andare via, credendo forse ci avesse messo lì il Comune. Altri due fidanzatini a Positano ci incontrarono 'per caso' sulla sabbia mentre camminavano romanticamente mano nella mano sul bagnasciuga. E fu lei a fare la sorpresa a lui. Durante la triste pandemia un signore di Milano ci ingaggiò per fare la serenata alla moglie su Skype. Ma adesso va molto anche un'altra occasione: farci esibire quando si chiede la mano della sposa. A Castellabate, in agosto, si trovò in vacanza la ragazza di lui, che ufficialmente doveva restare per lavoro in Germania, dove vivevano. Girando con un'amica in piazzetta si accorse che su un maxi-schermo venivano proiettate immagini della loro storia d'amore. A un certo punto spuntò a sorpresa lui con l'anello e si mise in ginocchio davanti a lei, mentre noi suonavamo".
Il fatto che si pascoli in pieno Stranamore (lo storico programma) è suffragato infine dalle immagini di questo servizio, scattate a Verona, sotto il balcone di Giulietta. Claudio e Diana sono stati ingaggiati per l'addio al nubilato di Miriana Palomba, insegnante di 30 anni di Angri che il 24 luglio a Caserta si sposerà con il fidanzato Andrea Montella. "Siamo insieme da ben 15 anni. Questa sorpresa incredibile me l'hanno organizzata mia sorella Dalila e altre tre amiche: era prevista una caccia al tesoro a Verona - ho indossato il velo da sposa tutto il giorno - e il premio finale avrebbe dovuto essere salire sul balcone di Giulietta. Mi trovavo in fila con altra gente; improvvisamente mi hanno dato la precedenza e mi sono affacciata, mentre sotto urlavano: "La sposa, la sposa!" e Cladio e Diana hanno iniziato a cantare Anema e core. Difficile spiegare l'emozione immensa che ho provato, mentre una folla guardava e scattava foto con gli smartphone. Il paradosso è che il mio fidanzato è anche violinista e avrebbe potuto suonarla lui, la serenata!".

(DAL SETTIMANALE GENTE - GIUGNO 2023)


martedì 21 novembre 2023

MORGAN CACCIATO DA X-FACTOR (CHE AL MERCATO MIO PADRE COMPRO')

Il cantante milanese Marco Castoldi, in arte Morgan, appena cacciato da «X-Factor» dopo le sue non inedite intemperanze. Che questa volta hanno toccato anche la produzione e la conduttrice Francesca Michielin. Comportamenti dichiarati «incompatibili e inappropriati.

Non ne usciremo mai. Solo gli ingenui possono pensare che accada. In questa tv e con questa comunicazione. E con il disperato bisogno di ascolti di programmi da più stagioni alla frutta, che alcune reti non si decidono ad abbandonare perché non sanno come sostituirli.
Insomma, peggio di SkyItalia che chiama Morgan a X-Factor per fare Morgan e poi lo caccia perché ha fatto Morgan, c'è solo Morgan, che fa Morgan Premium (col singolo in uscita) sapendo di essere cacciato da SkyItalia. Ma i peggiori di tutti siamo noi, che continuiamo a parlare di Morgan, consentendogli di essere un domani richiamato da SkyItalia per fare Morgan, e che poi lo ricaccerà perché ha fatto Morgan, in un loop infinito e inestricabile.

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