giovedì 13 dicembre 2018

EDITORIA * 22 ESUBERI: AL «GIORNALE» CRESCE LA PREOCCUPAZIONE

Il comunicato dei giornalisti de «il Gionale», denso di preoccupazione.
Come segnalavo ieri in questo articolo, che riprendeva un comunicato del Cdr (il comitato di redazione) dei colleghi de «il Giornale», il quotidiano di Via Negri, a Milano, è in stato di agitazione per il piano di «solidarietà» che prevederebbe un taglio del 30% agli stipendi.

Alessandro Sallusti.
Oggi la componente sindacale, nella quale nel frattempo è aumentata la preoccupazione, segnala ai lettori (lo si può leggere nel frame qui sopra) di aver ricevuto dall'editore un documento nel quale si annuncia un «piano di risanamento» che «prevede l'esubero di 22 giornalisti, equivalente alla riduzione del 30% della forza lavoro».
Il testo del piano viene giudicato «inaccettabile», anche perché, stando alla redazione «non dedica neppure una riga al rilancio della testata» e «induce a ipotizzare gli scenari più preoccupanti».

Come raccontavo in questo post di una decina di giorni fa, serpeggia in redazione la paura per il futuro della testata diretta da Alessandro Sallusti e di proprietà della famiglia di Silvio Berlusconi. Qualora il Cavaliere dovesse, per qualche ragione, lasciare la politica, verrebbe forse meno l'utilità di un giornale molto schierato che è sempre stato la stampella politica di «Forza Italia».

mercoledì 12 dicembre 2018

I GIORNALISTI DE «IL GIORNALE»: NO AI TAGLI DEL 30% AGLI STIPENDI

Il comunicato del Cdr del il Giornale. 
Con un comunicato (si può leggere interamente qui sopra) che esprime molta preoccupazione, i colleghi de il Giornale diretto da Alessandro Sallusti prendono posizione contro il proposito dell'azienda di tagliare del 30% gli stipendi ai giornalisti della testata di proprietà della famiglia Berlusconi nell'ambito della procedura di solidarietà in atto. 
Il comitato di redazione ha deciso all'unanimità di portare da due a cinque giorni il pacchetto di scioperi da proclamare prossimamente e stigmatizza l'impatto negativo che tale decisione potrebbe avere sulla qualità del prodotto che i lettori troveranno in edicola.
In questo post della scorsa settimana raccontavo invece quali sono le preoccupazioni dei lavoratori de il Giornale per le prospettive del quotidiano in un ipotetico futuro senza Silvio Berlusconi.

DISCOTECHE IN CRISI * A MILANO IL «LIMELIGHT» (GIA' «PROPAGANDA») DIVENTA UN AUCHAN

L'insegna «My Auchan» appena issata su quella del defunto «Limelight».
Se la grande distribuzione soffre e la media non se la passa granché bene, le campane a martello suonano per le discoteche.
A Milano sull'insegna dello storico «Limelight» di via Castelbarco stanno issando proprio in queste ore quella di un mini-market «My Auchan».
Te lo aspetteresti dall'Italia di provincia del «due discoteche centosei farmacie» cantanta da Max Pezzali/883 in «Con un deca», ma non dalla metropoli lombarda.


Il «Limelight» prima della chiusura.
Il locale, che negli anni ha provocato non poche proteste del vicinato per i branchi di ubriachi all'ingresso nelle ore notturne, era un classicone della movida milanese e negli anni ha ospitato anche parecchi concerti e showcase. 
Nato come cinema Cristallo, divenne prima «City Square», poi trionfò cambiando nome in «Propaganda», per passare già in una fase più declinante a «Limelight».
Adesso ci si andrà solo per la spesa, per la gioia del vicinato e confidando nel reparto farmaci omeopatici. Come il mojito.

lunedì 10 dicembre 2018

IL FLOP DI «PORTOBELLO» * «JOVA BEACH PARTY», IDEA LUMINOSA * LE PATTINE DI BUFFON

«Polvere di stelle» - Il mezzo flop di «Portobello».
Come scrissi qui ancora prima del debutto del programma, il ritorno di «Portobello», finito sabato scorso su Raiuno, era tutt'altro che un successo scontato, come credevano in molti a Viale Mazzini. Ora spiace notare che venga ritenuto un mezzo flop, con la sua share attorno al 15%, schiacciata delle performance di Maria De Filippi su Canale 5. Certe trasmissioni andrebbero lasciate nelle teche della memoria. E spiace doppiamente che la pur brava Antonella Clerici abbia dovuto abbandonare «La prova del cuoco» (programma a sua volta finito in sofferenza in mano a Elisa Isoardi) per un progetto che aveva troppi margini di aleatorietà.

Il pupazzo Uan di «Bim Bum Bam».
L'editoria è sempre un terno al lotto, ma sembra che nella primavera prossima il titolare del marchio dello storico pupazzo Uan di «Bim Bum Bam» pubblicherà un libro sulla storia della televisione. Poi non dite che non ve l'avevo detto.

Paolo Brosio.

Come rileva Alessandra Menzani su Libero, il gatto morente di Paolo Brosio ha ridato smalto alla visibilità mediatica del giornalista. Il nostro ultimamente vedeva apparire la Madonna di Medjugorje più spesso del vecchio sodale Emilio Fede.

Biagio Antonacci e Laura Pausini.
Si è notata parecchio fra gli addetti ai lavori, alla sfarzosa presentazione del tour «Stadi 2019» di Laura Pausini e Biagio Antonacci, la totale assenza di rappresentanti di Goigest, l'ufficio stampa che la romagnola verace del pop ha appena lasciato per spostarsi su Parole e dintorni di Riccardo Vitanza, che invece ovviamente schierava tutte le sue girls. Si è notata soprattutto (a meno di qualche svista, ma con i colleghi abbiamo setacciato tutto il capannone come i Nocs) perché Antonacci per le relazioni stampa risulterebbe tuttora legato a Goigest di Dalia Gaberscik. Struttura che i due artisti prima condividevano.

Gerardo Greco.
Come riferisce in modo esaustivo il sito Spot and Web in questo articolo, Mediaset ha perso la causa contro l'emittente radio Rtl 102.5 per l'utilizzo del titolo «W l'Italia!», programma del giornalista Gerardo Greco in onda su Retequattro. Il Tribunale ha disposto la cessazione dell'utilizzo del marchio.

Raffaella Carrà e Nanni Moretti.
A meno di sorprese sul finale, la foto dell'anno nel mondo dello spettacolo italiano è senza dubbio quella di Raffaella Carrà (appena uscita con il suo disco natalizio) insieme con Nanni Moretti negli studi di Radiodue. Nello stesso scatto c'è quanto di più distante in natura. O forse no?



Jovanotti.
È davvero molto carina l'idea del tour «Jova Beach Party» estivo di Jovanotti. Il classico uovo di Colombo, ma nessuno ci aveva ancora pensato. Un progetto forse non semplicissimo da realizzare per questioni logistiche, perché vanno trovate spiagge molto grandi, vanno attrezzate e poi ripulite a dovere, ma in Italia per fortuna gli spazi non mancano. A partire dal gettonatissimo Salento.

Gigi Buffon.
Ci sono fotografi e giornalisti entrati nella casa di Gigi Buffon ai tempi del matrimonio con Alena Seredova che ancora ricordano l'ossessione del proprietario di casa non per le pattine da parquet, ma addirittura per i sacchetti di plastica sterili nei quali avvolgere tutto il piede. Tipo scientifica sulla scena del crimine. La precisa e non negoziabile richiesta, che pare venisse dalla signora, era motivata dalla necessità di tenere pulitissimo un pavimento sul quale scorrazzavano carponi i bambini ancora molto piccoli. Poi dice che uno si butta su Ilaria D'Amico...

domenica 2 dicembre 2018

«SCHERZI A PARTE» A BASSO SHARE * SCOTTI COME ROCCO * BAUDO, IL LIBRO DEGLI ERRORI

«Polvere di Stelle» - Per «Scherzi a parte» c'è poco da ridere.
Mentre tocca rilevare il debutto lungo e sfilacciato di «Mai dire Talk» della Gialappa's, su Italia 1, dalle parti di Canale 5 resta sullo sfondo la rilevante crisi d'ascolti di «Scherzi a parte». Agli albori, quando lo confezionava Fatma Ruffini, «Scherzi» era un must della rete. L'audience scoppiettava, e anche se i dubbi su accordi e taroccature spuntavano come funghi sui giornali e venivano in parte ammessi: («A volte rifacciamo il finale se i Vip si arrabbiano troppo», concedeva monna Fatma), il pubblico dimostrava di gradire. Oggi quell'amore pare finito. Paolo Bonolis e i suoi autori sanno il fatto loro, eppure il programma non si schioda dal 15% circa. Siamo al tramonto di un genere?


Leonardo Pieraccioni.
Puntuale come una cartella esattoriale, sotto Natale arriva il nuovo film di/con Leonardo Pieraccioni. Si intitola «Se son rose...» e nel cast come d'abitudine, c'è un esercito di donne. Non s'è ancora capito se il nostro giri le sue pregevoli opere per portare a casa la pagnotta, o per rimorchiare. Motivi entrambi nobilissimi. E comunque una cosa non esclude l'altra.

Gerry Scotti.
Per «questioni di budget», quattro puntate speciali di «Chi vuol essere milionario?», con Gerry Scotti (che sogna una fiction nei panni di una sorta di Maigret, ma secondo me è più probabile che nel frattempo giri un altro paio di spot pubblicitari), saranno registrate in uno studio già montato a Varsavia, in Polonia. Un po' come tante produzioni di Rocco Siffredi. Speriamo con la stessa soddisfazione di cast e maestranze. L'Est come nuova frontiera televisiva italiana.


Alba Rohrvacher.
È entrato in commercio l'orologio che ci ricorda che dobbiamo morire. E io che pensavo bastassero i film con Alba Rohrvacher.

Gratis o meno che sia, plaudo al ritorno di Carlo Freccero alla direzione di Raidue. È uno tra i pochi in Italia a parlare di televisione (e di comunicazione) e a farla
Carlo Freccero.
con coscienza di causa. Dicono che rivoglia Beppe Grillo in video, e non è detto che non ci riesca. In fondo è stato il nostro più grande comedian, prima di fare l'inversione a U sulla strada della politica.



Il palazzo Mondadori a Segrate.
Pare sia costato 250 euro l'affitto dell'adiacente Sporting Club dove i giornalisti Mondadori, in agitazione per la vicenda della cessione di Panorama (lo raccontavo qui), sono stati costretti a tenere la loro assemblea sindacale dopo il rifiuto dell'editore di mettere a disposizione una sala riunioni a Segrate, come era sempre accaduto in precedenza.


Pippo Baudo.
Leggendo il sempre lucido Francesco Specchia, su Libero, scopro che anche lui, come il sottoscritto, aveva chiesto più volte a Pippo Baudo di raccogliere in un libro (io avevo contattato il Supertelepippone più che altro per fare un favore a qualcuno che se lo voleva accaparrare editorialmente) le memorie di Sua Pippità. Alla fine non l'abbiamo spuntata né Specchia né io ma il collega Paolo Conti del Corriere. E il volumetto («Ecco a voi (una storia italiana») è appena uscito. Peccato che ora un altro scrupoloso collega, Franco Zanetti di Rockol, sia andato a leggerselo tutto scovando un mare di errori per poi raccontarli in quest'articolo documentatissimo. Vuoi vedere che anche Zanetti...


Stefano Accorsi.
Un hacker si intrufola nel profilo Facebook di Stefano Accorsi e chiede soldi abusando del suo nome. 
Fatto grave, ma stando agli inquirenti esisterebbe comunque un'attenuante generica: non li chiedeva per produrre un film con Stefano Accorsi.


«BOHEMIAN RHAPSODY» * LE FRAGILITA' DI FREDDIE MERCURY, IL PIU' GRANDE PERFORMER

Rami Malek in "Bohemian Rhapsody".
Infiocchettato nella sua sontuosa impaginazione, frutto di un bel montaggio, di una maniacale ricostruzione scenografica e di costumi, «Bohemian Rhapsody» è (giustamente) il film del momento.
Una boccata d'ossigeno per le sale sempre più in crisi, sabato a parte, quando un po' di spettatori si riescono ancora a strappare a Netflix, Sky e Amazon Prime Video.

Più che un'opera sui Queen, è un viaggio nell'immane, tormentata, a suo modo straordinaria personalità dominante di Freddie Mercury, interpretato dall'immenso Rami Malek («Mr. Robot»). Dalle liti in famiglia, all'ingresso («Con quei dentoni?») nella band che macina successi in tutto il mondo; dalle bizze nella discografia e ai party orgiastici, alla fidanzata-fan, per arrivare all'omosessualità e alla curiosità morbosa dei media; sino all'AIDS, lasciato però sulla porta. La pellicola si ferma sei anni prima della morte della star, nel 1985, al leggendario Live Aid di Wembley.

La somiglianza non solo di Malek, ma di tutto il cast con la vera band e i comprimari della storia nella realtà è stupefacente. Ma il protagonista è talmente calato nella parte da diventare più vero del vero. Il più grande performer di tutti i tempi raccontato nelle sue fragilità. E oggi che siamo circondati quasi soltanto da lagnosi rapper, lasciatemelo dire, è una benedizione.
VOTO: 8

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