domenica 31 dicembre 2017

«COME UN GATTO IN TANGENZIALE» * DAI PARIOLI ALLE BORGATE: L'INTEGRAZIONE FA MOLTO RIDERE

Paola Cortellesi in «Come un gatto in tangenziale».
Commediola azzeccata con l'ex cassiera borgatara Paola Cortellesi e il colto «pensatore» da Think Tank Antonio Albanese (entrambi separati: la moglie di lui coltiva lavanda in Provenza e il marito di lei è «Ar gabbio») che sperimentano l'inconciliabile divario delle rispettive posizioni socio-culturali quando tra i figli scatta l'amore. Lui è un coatto in divenire, lei la classica ragazzina di buona famiglia coltivata a sani principi. 
Si ride, molto, anche se con dinamiche piuttosto collaudate, e la svelta regia funzionale al progetto di Riccardo Milani. Sullo sfondo, l'integrazione razziale: è possibile, o un'utopia?
All'improvviso compare Claudio Amendola, che fa un impareggiabile burino. What Else?
Occhio anche al cameo della leggendaria Franca leosini in vacanza a Capalbio. Mentre la Cortellesi, naturalmente porta tutti in spiaggia (gemelle trash comprese) in uno stabilimento di Coccia Di Morto. Voto: 7/8

sabato 30 dicembre 2017

NETFLIX * SORPRESA, C'È UNA SERIE TV SPAGNOLA FATTA BENE: «LA CASA DI CARTA»

La serie tv spagnola «La casa di carta».
Se anche gli spagnoli iniziano a girare serie tv di buon livello, dove andremo mai a finire, signora mia? Eppure succede anche questo, su Netflix, con la prima stagione de «La casa di carta» («La casa de papel», in originale), ideata da Álex Pina.

Otto ladri si barricano nella Zecca di stato di Madrid agli ordini di un misterioso «Professore» che sta in un rifugio esterno e che ha trascorso metà della sua vita a studiare un piano ingegnosissimo con margini di errore pressoché irrilevanti. L'idea, in sintesi, è quella di mescolarsi agli ostaggi per giorni e giorni, stampando intanto miliardi di banconote da 50 euro. E poi fuggire rocambolescamente.
Le complicazioni però arrivano, eccome, una dopo l'altra, e bisogna essere pronti ad affrontarle con uno studiato gioco di squadra. 

Il cast con gli attori spagnoli de «La casa de papel».
Con un ottimo cast, un buon mix fra la costruzione dei personaggi e gli intrecci sentimentali (senza trascurare per un secondo la suspence) e poche sbavature, non si può che darsi a un binge watching sfrenato dei 13 episodi a disposizione. La bravura degli sceneggiatori è stata soprattutto quella di riuscire a dilatare ciò che di norma sarebbe stato solo un film di un paio d'ore, in un lavoro credibile di lunga serialità.

Tanto «El Chapo» Guzman (Netflix) - dì la verità - l'hai già finito,  sei già orfano di «Gomorra» e non aspetti altro che ogni settimana scodellino il nuovo episodio di «Snowfall» (Sky Atlantic, con i primi giri di coca nella California black degli Anni 70); la prima parte della seconda stagione di «Designated Survivor» invece ti ha deluso un po', ma è stata compensata dalla magia e dagli effetti speciali di «Stranger Things». E poi, a Capodanno, smaltita la sbornia, inizi la nuova stagione di «Black Mirror» che è appena sbarcata su Netflix. E chi t'ammazza?
Ma dammi retta: anche se è spagnola e non ci puoi credere, butta un occhio su «La casa di carta». Non te ne pentirai.

giovedì 28 dicembre 2017

AL MIO PAESE IL PRESEPE È DIFFERENTE

Un presepe post-moderno.
L'Oltrepò Pavese, notoriamente, è una terra dalle grandi tradizioni in fatto di presepi. Quello di San Gregorio Armeno, per esempio, ci fa un baffo.
Questa mattina al paesello ho fotografato questo, che ha accenti postmoderni.
Abbiamo a destra il grande asinello (ma, mi dicono, potrebbe essere una capretta) al neon che fa pendant non con il bue (banale e forse momentaneamente non disponibile) ma con una renna sempre al neon e provvista di slitta. Per fondere Natale cristiano e laico, pur in assenza di Santa Claus. Dietro la renna, collocata su un'apparente rampa di lancio in pvc, piattine e cavi elettrici esposti alla pioggia, per aumentare l'effetto suspense. Al centro, il Redentore guarda in basso verso il cantiere aperto e a braccia spalancate sembra dire: "Gesù, ma si può lavorare così?".

sabato 23 dicembre 2017

CINEPANETTONI, IL NATALE IPOCRITA * BRIZZI CANCELLATO, RUFFINI FIRMA COME REGISTA

Fausto Brizzi cancellato dal suo film, Paolo Ruffini montatore ne firma uno come regista
I cinepanettoni l'ipocrisia festaiola l'hanno nel sangue. Eppure mai Natale cinepanettonaro fu più ipocrita di questo 2017.
Da una parte il «Poveri ma ricchissimi» di Fausto Brizzi, con Christian De Sica, Lodovica Comello, Enrico Brignano e Anna Mazzamauro (gli ultimi due non s'è ancora capito se si siano accapigliati sul set o no, ma tanto va tutto in allegra promozione), dall'altra le «Super Vacanze di Natale» con lo stesso De Sica e Massimo Boldi; coinvolti loro malgrado dal produttore De Laurentiis in un polpettone «Best of» che riciccia le scene più trash dei loro vecchi film natalizi. E che si scontra guarda caso beffardamente con i nuovi. Insomma, le guerre de «Il Trono di spade» al confronto sono robetta da pensionati con la minima, nella pacifica gioia di questi giorni.

In «Poveri ma ricchissimi Brizzi, regista finito nel tritacarne mediatico con alcune accuse di molestie, è stato com'è noto cancellato dai titoli di testa (pare non da quelli di coda), in ossequio a un politicamente corretto che non ha senso né dignità. Forse faceva tanto trendy sentirsi come Ridley Scott, che ha cancellato Kevin Spacey da «Tutti i soldi del mondo». Ma quella è Hollywood, e le ipocrisie si fanno giganti.
A prescindere da ogni altra considerazione, perché un'opera non deve portare la firma del proprio autore?
Una sòla che fa il paio con lo scherzetto cinese imbastito - credo ai danni di Neri Parenti - per «Super Vacanze di Natale». Il film infatti non è altro che un lavoro di montaggio di tante vecchie pellicole fatto dal Paolo Ruffini di «Colorado». Ma Ruffini lo firma come regista, non come montatore. C'è una bella differenza fra un regista e un montatore. Spero non sia un'idea di Paolino.

L'unico che fa la sua gara senza apparenti giochetti di sorta (ma con tanta promozione ovunque) è il buon Massimo Boldi, che porta nelle sale il suo «Natale da chef», diretto guarda caso da Parenti. Senza serpenti, perché stavolta ci pensano altri. 
E il cerchio si chiude, nella magia della pace, della gioia e della evidente (perché è evidente, no?) bontà di queste feste. Confidando nel fatto che l'Epifania tutti i cinepanettoni se li porti via.

venerdì 22 dicembre 2017

FALLISCE «BLOGO», PERCHE' QUESTO NON È PIU' UN PAESE PER GIORNALISTI

Il logo della piattaforma Blogo.
«Blogo. Informazione libera e indipendente»
Questo lo slogan (al quale ha sempre cercato di tenere fede) della nota piattaforma giornalistica web che ha presentato questa mattina istanza di fallimento. 
Ancora non si conosce con maggiore chiarezza la situazione, ma a quanto pare, leggendo sui social i commenti dei tanti collaboratori che l'hanno animata sino a ieri, si è trattato di un blitz della proprietà, che pure nei mesi scorsi avrebbe dato ampie rassicurazioni a chi ci lavorava.


La punta di diamante di Blogo era forse TvBlog.it, il sito televisivo per antonomasia, fattosi strada negli ultimi anni per un'informazione capillare, precisa, a volte quasi maniacale sul mezzo televisivo. Anche lui oggi ha cessato di produrre, così come GossipBlog, SoundsBlog, CineBlog, Reality Show e tutte le propaggini (non solo dell'entertainment, naturalmente) di Blogo.

Chi ci ha lavorato lo ha fatto sempre con passione e competenza, arrivando a risultati importanti per l'on-line. Ma non sono bastati, in questo Paese dove fare i giornalisti (informare non può far rima con smarchettare) è diventato e sta diventando sempre più difficile. Ai colleghi, che sicuramente sapranno rialzarsi, la mia piena solidarietà. Per quanto può servire.

mercoledì 20 dicembre 2017

AL «CONCERTO D'ADDIO» DI ELIO E LE STORIE TESE SI RIDEVA E SI PIANGEVA DAVVERO

Un momento del «Concerto d'addio» di Elio e le Storie Tese al Forum.
Talmente eccentrici da diventare centrali nella nostra scena musicale, per via della loro unicità. Talmente vivi da essere costretti a morire (forse prematuramente, chissà) per conservare il loro mito intatto sotto formalina.
Elio e le Storie Tese sono ufficialmente deceduti ieri sera alle 21, al Mediolanum Forum di Assago (Milano), in una splendida agonia durata tre ore. Ne danno il triste annuncio le oltre diecimila persone assiepate all'inverosimile in un palazzetto che grondava risate e lacrime. Su ogni lato del palco, tre corone di fiori, e in scena un R.I.P. marmorizzato e due date: 1980 - 2017. Poco importa, a questo punto, se il decesso degli Elii si protrarrà sino al 30 giugno 2018, cioè alla fine di un «Tour d'addio» che seguirà il Festival di Sanremo (con il brano «Arrivedorci») e un ultimo, senz'altro lapidario album.
Elio al flauto durante l'esibizione con Stefano Bollani.
Già in apertura, sulle prime note di «Servi della gleba», manifesto generazionale (e di genere), schioppettava orgoglioso il maschilismo goliardico della band. Un misto di politicamente scorretto e di cura maniacale della forma. Di ironia e voglia di virtuosismo estremo, che in tanti anni non li ha mai abbandonati. Si pensi a «La canzone mononota», per citare un solo esempio. 
Almeno tre i momenti da pelle d'oca: una versione indimenticabile di «Born To Be Abramo», con ovazione finale che stava facendo crollare il palazzetto; il ricordo del sassofonista Feiez, scomparso nel 1998, salutato con il suo sax campionato e diecimila persone che urlavano in simultanea per due minuti «Forza Panino» (impossibile non commuoversi), e un'improvvisazione salsa con l'ospite Stefano Bollani. L'altra guest era Cristina D'Avena, reclutata per la voce bambina di «Piattaforma».
La sexy lap dance di Mangoni.
Il fantasma di Rocco Tanica (Sergio Conforti), l'anima della band, che aveva optato tempo fa per un'eutanasia, è stato evocato da Elio. E rimpiazzato alle tastiere dal brillante Vittorio Cosma, che è riuscito a fare urlare a tutto il pubblico più volte gioiose sconcezze irripetibili. «Un nostro grande traguardo», ha chiosato Elio.
Il primo «Concerto d'addio» degli Elii, nel 1989.
Tra «La follia della donna» (un capolavoro), «Pipppero», «La terra dei cachi», «Tapparella», «Supergiovane», con la mascotte Mangoni che si è spesa durante tutta la serata in performance ad alto tasso erotico, come il ballo al palo della lap dance, i nostri eroi sono schiattati come avrebbero voluto. Sicuramente non nell'altrui sonno. 
I sopracciglioni da shampoo urgente di Elio hanno preso il volo, insieme con i silenzi di Jantoman e Cesareo (che deve buttare giù qualche chilo), il Dj svizzero del batterista Christian Meyer, e gli scherzi di Faso
Ciao ragazzi, vi dobbiamo parecchio e non avete eredi. Tanto lo sappiamo che dal 30 giugno fate come i Pooh e vi ritroviamo (da soli) ovunque.

domenica 17 dicembre 2017

PAVIA * FEDEZ E FERRAGNI PER I BIMBI DI ONCOEMATOLOGIA: ECCO IL TESTO DELLA CANZONE

Fedez e Chiara Ferragni.
Fedez, reduce da «X-Factor», e la trendy fidanzata Chiara Ferragni, la fashion blogger più influente del web, sono stati ospiti dei reparti di Pediatria e Oncoematologia dell'ospedale San Matteo di Pavia per cantare una canzone scritta dai medici della struttura insieme con i bimbi ricoverati. C'era anche Tatiana, la madre del rapper, che ha assisitito con loro allo show parodistico «Natalent - Pediatria's Got Talent» al quale hanno dato vita. Poi la coppia (che programma le nozze a Noto tra la fine di agosto e i primi di settembre 2018) ha donato una somma alla fondazione Soleterre, che collabora con il nosocomio pavese. Ecco il testo del brano che anche Fedez ha intonato per sensibilizzare rispetto ai problemi della struttura, sempre alle prese con la necessità di reperire fondi: 

«In ospedale ci troviamo a non avere soldi, e prima di visitare controlliamo il portafogli. Aghi, siringhe, provette, prick by prick, spaventano tantissimo i bambini. Gocce, sciroppo, pomate, aerosol ci piacciono molto di più dei primi. Qui c’è il rischio di non arrivare a fine mese. Il conto in banca è in rosso e aumentano le spese. Non ci piacciono le decisioni prese, siam bambini sì ma abbiamo anche noi delle pretese. Ratata qui nessuno ti fa un assegno quando serve, online bank o bnl, noi cerchiamo sempre di sorridere, questa volta qua basterà? Per la Clinica nuove regole, la soluzione è sotto gli occhi, è facile. Ci penseranno i bambini, il loro entusiasmo li guiderà, i grandi fanno casini, ma questa volta qualcuno li aiuterà. Ecco che in un modo per risolvere c’è già. In centro cercano talenti a volontà, dei tipi dietro un banco sono pronti a giudicar. Bisogna stare uniti ed in finale andar spediti. Ed ora in coro, dobbiam convincer tutti quanti loro, fare una strabiliante esibizione, provare e riprovare, parte la canzone parte la canzone. Chi è quel losco figuro tutto sbrilluccicante?, ha l’aria da damerino e sguardo poco ignorante. Dal reparto alla scena, la gioia si scatena, la gioia si scatena, pronti per il Natalent. Per la Clinica nuove regole, una soluzione è sotto gli occhi, è facile. Ci hanno pensato i bambini ed il loro entusiasmo trionfa già tra barelle e lettini, ora anche sul palco di un Varietà! Per sorridere».


sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018 * IL CAST DEL GATTOPARDO: TORNANO TRE POOH, LA VANONI E IL COLPO È ELIO

Roby Facchinetti, Ornella Vanoni ed Elio
Nessuna eliminazione (che, si sa, danneggia l'audience ma fa contenti artisti e discografici) avrebbe dovuto portare sul palco dell'Ariston qualche nome un po' più pregiato. 
Invece nel variegato cast del Festival di Sanremo 2018 by Claudio Baglioni non si registrano particolari guizzi rispetto all'ordinario.
Sì, certo, c'è Ornella Vanoni che riciccia con Pacifico e Bungaro (lo strano trio), tornano i ricomposti Decibel e gli appena disciolti Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli ci riprovano. Non da soli, chiaro, c'è anche Red Canzian da solo. Perché tutto deve cambiare in modo che nulla cambi in questo Sanremo un po' gattopardesco.
Il resto sono le solite ninezilli, Noemi il sempre presente Ron (forse con un pezzo di Lucio Dalla), la bella Annalisa; insomma, niente che non si sia già visto negli ultimi anni.
Riguadagna il palco Luca Barbarossa, Mario Biondi ha capito che per allargare la platea c'è poco da fare: bisogna passare per forza attraverso il festivalone.
Vediamo invece come si comporteranno Renzo Rubino e Fabizio Moro in tandem con Ermal Meta, forse le presenze sulla carta più interessanti. Insieme a Elio e le Storie Tese, che il 19 a Milano tengono il loro concerto d'addio; sono il vero colpo di claudione. Ma, intendiamoci, niente che Carlo Conti non sarebbe riuscito a fare.

IL CAST DEFINITIVO DEI BIG DI SANREMO 2018

1) Roby Facchinetti e Riccardo Fogli - Il segreto del tempo
2) Nina Zilli - Senza appartenere
3) The Kolors - Frida
4) Diodato e Roy Paci - Adesso
5) Mario Biondi - Rivederti
6) Luca Barbarossa - Passami er sale
7) Lo Stato Sociale - Una vita in vacanza
8) Annalisa - Il mondo prima di te
9) Giovanni Caccamo - Eterno
10) Enzo Avitabile con Peppe Servillo - Il coraggio di ogni giorno
11) Ornella Vanoni con Pacifico e Bugaro - Imparare ad amarsi
12) Renzo Rubino - Custodire
13) Noemi - Non smettere mai di cercarmi
14) Fabrizio Moro ed Ermal Meta - Non mi avete fatto niente
15) Le Vibrazioni - Così sbagliato
16) Ron - Almeno pensami
17) Max Gazzè - La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
18) Decibel - Fuori dal tempo
19) Red Canzian - Ognuno ha il suo racconto
20) Elio e le Storie Tese - Arrivedorci

giovedì 14 dicembre 2017

COMPIO 30 ANNI (DI GIORNALISMO) E LI CELEBRO CON LA LETTERA CHE MI SCRISSE INDRO

Il Telegatto che consegnai ad Anna Fontana per il suo prepensionamento.
La lettera che nel giugno 1993 mi scrisse Indro Montanelli.
Fatemi gli auguri perché compio 30 anni. Non ci credete? È vero, giurin giuretta. Non anagrafici, purtroppo (quelli sono 49), ma professionali. 30 anni passati a cercare di servire al (mio) meglio questo mestiere, sin dal lontano novembre 1987, quando firmai il primo pezzo su «La Provincia Pavese».
Oddio, sulla carta era stampato il mio nome, ma - per essere sinceri - il testo non era manco mio.
Avevo iniziato a collaborare da appena tre giorni seguendo la zona dell'Oltrepò collinare, quando un ragazzo del mio paese, Santa Maria della Versa, morì in un incidente stradale. Mi spedirono a cercare notizie e (soprattutto) a chiedere la sua foto alla famiglia. Il peggiore dei battesimi: forse potete immaginare che cosa voglia dire, psicologicamente, suonare al campanello di qualcuno che ha appena subito un grave lutto, per andare a cercare una foto del parente da mettere sul giornale. La cronaca (locale e non) a volte è spietata. Ti senti un verme, ti aspetti di essere cacciato a calci nel sedere, senti l'imbarazzo che ti si accende sul viso; vorresti sprofondare. Forse non avrei manco dovuto avere un senso di colpa, ma ero giovane, inesperto, e suonai quel campanello sentendomi né più né meno una merda. Perdonate il francesismo.

Poi in realtà mi accolsero con affetto, conoscendomi da anni, scelsero con cura quella foto e parvero persino felici che il giorno dopo si parlasse un gran bene sul giornale del loro povero ragazzo scomparso per una beffa del destino. Ero distrutto. Partii mogio per la redazione di Pavia con qualche informazione più o meno rabberciata (era tardi, e bisognava chiudere) e quella benedetta foto in mano. In uno stanzino per riunioni mi accolse un collega assunto, Claudio Salvaneschi, che raccolse foto e notizie. «Grazie mille, puoi andare», mi disse infine composto senza aggiungere altro. Il giorno dopo trovai il mio primo articolo sul giornale: quattro cartelle scritte da Claudio ma firmate col mio nome e quella foto grande grande. Non avrei mai voluto debuttare in quel modo: con una tragedia che fra l'altro mi toccava indirettamente e un pezzo che non avevo materialmente scritto. Ma andò così. E c'è poco da fare.
«La Provincia», come si dice spesso in questi casi con un luogo comune che mai avrebbe potuto essere più calzante, fu una vera palestra. Devi imparare a scrivere in genere tanto e con poche informazioni (quindi spesso rigirare frittate), pagato pochissimo, molto velocemente (l'equivalente del web per molti giovani colleghi oggi); devi reperire le notizie, farti venire spunti per animare il dibattito politico locale; e poi col tempo e con i tagli ai tuoi pezzi inizi pian piano a capire come si lavora. «Tagliamo, tagliamo: non affezionarti troppo alle tue parole», mi sfotteva un vecchio caposervizio. Oggi sono ancora affezionato alle mie parole, naturalmente, ma molto meno.

Iniziai con la cronaca, ma a me interessava lo spettacolo, sempre e solo quello. Ero in fissa con quello. Così pian piano (tra un pezzo sui lavori al manto stradale della provinciale e un consiglio comunale) m'intrufolai nel settore. Vennero i primi concerti, le prime conferenze stampa a Milano, per tv e musica (fra treno e metro, lavoravo in perdita), e poi il passaggio a «il Giornale», diretto da Feltri (il Feltri di allora, non l'odierno) con Maurizio Belpietro infaticabile uomo-macchina. M'inventai una rubrica di dietro le quinte della tv,
Pippo Baudo e Rosanna Mani.
«Bassa frequenza», che più di ogni altra mi aiutò a far girare la firma, e mi divertii parecchio in altri sei anni di adrenalina.
Così, dopo 12 anni da free lance, Pierluigi Ronchetti e soprattutto Rosanna Mani (l'eminenza grigia) mi assunsero al settimanale per il quale avevo sempre desiderato scrivere, quello che ogni mercoledì da tutta la vita mio padre comprava in edicola e poggiava accanto al televisore: «Tv Sorrisi e canzoni». «La Bibbia dello spettacolo», come veniva definito. Una storia intensa, durata 17 anni. Ora c'è questo periodo di cattività ma si lavora nelle sedi competenti e vedrete che presto, come è vero Iddìo, in un modo o in un altro le cose si sistemeranno al meglio. Giustizia e rispetto, si era detto. E Giustizia e rispetto riporteremo a casa.



Quello che ho allegato a questo scritto bio-celebrativo è un reperto storico. Una lettera che mi scrisse Indro Montanelli nel giugno 1993. A casa si leggeva «il Giornale» di Indro (il più grande di sempre, insuperato e inarrivabile) e io mi bevevo letteralmente tutti i suoi ficcanti editoriali e le taglienti, esilaranti recensioni cinematografiche di Massimo Bertarelli.
A 25 anni, giovane giornalista, scrissi a Indro dopo che nei Tg balenò l'ipotesi di farlo Senatore a vita. La risposta (che in tutta

onestà manco mi aspettavo, ma se uno è un signore si nota) è quella che potete leggere oggi.
Non sapete quanto l'abbia cercata per anni, questa lettera che credevo persa, sfuggita persino alle maglie di mio padre, buonanima, che archiviava tutti i miei scritti, anche i più infimi, e ciò che giornalisticamente mi riguardava; è sbucata due settimane fa improvvisamente da un cassetto. Non ci speravo più.
Ne faccio il simbolo di questi 30 anni, di ciò che verrà in futuro, e vi ringrazio per la pazienza di essere arrivati a leggere sin qui.

P.S.
Non facciamo parallelismi. Sia chiaro che non cado e non cadrò mai nella facile trappola (in cui cadono alcuni) di paragonarmi a Montanelli. Come Indro c'era soltanto Indro. Il resto, nel 90% dei casi, è solo cialtroneria.



mercoledì 13 dicembre 2017

ECCO LA BOTTIGLIA DEL «GERRY SCOTTI», IL BRUT CHE SA DI TV

La bottiglia e la pubblicità tabellare dello spumante di Gerry Scotti.
Eccola finalmente, la bottiglia del «Gerry Scotti», il nuovo spumante dell'Oltrepò Pavese che porta il nome del conduttore originario di Camporinaldo di Miradolo Terme, figlio di una casalinga e di un tipografo del Corriere della sera. 
La propone il quotidiano La Provincia Pavese in una pagina di pubblicità con l'ammiccante slogan «Gerry Christmas».

L'idea di reclutare l'uomo di «Passaparola» e «The Wall» come socio-testimonial è venuta alle cantine Giorgi di Canneto Pavese, che hanno giocato sulle origini del quizzarolo per antonomasia di Canale 5. Il quale allunga così il suo già lunghissimo elenco di contratti pubblicitari, visto che d'abitudine non si lega a un marchio in esclusiva, se non per settore merceologico, naturalmente, ma spazia in modo trasversale. Dal riso Scotti (altro prodotto pavese) all'energia, ecc, ecc.

Non so quanti in Italia e nel mondo a Natale e Capodanno brinderanno «Gerry Scotti», ma Virginio da Miradolo Terme ne ha ben donde. Potrà alzare i calici e anche regalare bottiglie col suo nome. Certo, sull'etichetta c'è scritto Brut (quello più nobile, ovvero il metodo classico o charmat), termine che però facilmente tradotto dal dialetto oltrepadano non giova all'immagine. Ma Gerry è uomo di spirito e se ne farà certamente una ragione.

lunedì 11 dicembre 2017

EPATITE C * ORA ESISTE (PER TUTTI) LA CURA PER SCONFIGGERLA

Il virus dell'Epatite C - Ora c'è la cura risolutiva.
Si parla sempre, giustamente, del troppo che non funziona in questo Paese. Per una volta voglio testimoniare l'esatto contrario.
Ricordate mia zia Piera, il leggendario, lucidissimo donnino di 80 anni e passa che vi ho presentato con una foto qualche mese fa?
Sì, la donna bionica che sguazza da sempre nella conoscenza approfondita di quasi tutti i tipi di patologie e relativi farmaci, e che a volte viene chiamata persino dai medici di base che le chiedono consigli per indirizzare i loro pazienti a uno specialista adeguato? Ecco, «la Piera», come diremmo in Oltrepò Pavese, era alle prese da una vita con una vecchia epatite C cronicizzata. Una patologia più diffusa di quanto si creda e che negli ultimi tempi le aveva creato ulteriori fastidi a causa di valori sballati che si erano rivelati altissimi. Wonder Piera ha iniziato tre mesi fa e finito ieri una cura, tra l'altro costosissima e da poco «passata» interamente dal sistema sanitario nazionale, che ha estirpato la malattia. Dall'ultimo marker risulta «non rilevabile». Un grande successo per lei, che ha vinto il male dopo tanti anni, ma soprattutto un incredibile risultato della medicina (in senso generale) e della Sanità pubblica, che ha reso accessibile a tutti la terapia. Non molti sanno della possibilità di usufruire di questa cura, che è realmente risolutiva, addirittura nel 99% dei casi. Provate a sentire il vostro medico o, al limite, chiamate mia zia Piera.


martedì 5 dicembre 2017

«GRANDE FRATELLO VIP» * BOSSARI (AMORE & RISCATTO) INCHIODA LA DE LELLIS, MEDIO-WOMAN

«La Tv abbassa» - Daniele Bossari e Filippa Lagerback
In una tv che - causa penuria di materiale umano - viola il patto con lo spettatore e fa il contrario di ciò che promette (i non famosi si spiaggiano sull'«Isola dei famosi» e i non Vip popolano la casa del «Grande Fratello Vip»), la vittoria di Daniele Bossari nel reality che fu lanciato su Canale 5 da Daria Bignardi, è invece quanto di più classico e rassicurante possa regalare il piccolo schermo. Una promessa mantenuta per chi guarda (e televota) sognando il riscatto, il vinto che riesce a rialzarsi.

Il successo, l'oblio, il tunnel dell'alcool, la rinascita, l'amore, la proposta di matrimonio in diretta alla compagna di sempre. Con questi ingredienti (sui quali gli autori hanno lavorato molto, specie nelle ultime puntate) il bravo ragazzo Daniele Bossari non poteva non trionfare. E spazzare via sia la medio-woman Giulia De Lellis, di cui s'erano invaghite le ragazzine, che il bel Luca Onestini. Entrambi spuntati da «Uomini e donne» di Maria De Filippi, che è il principale vivaio di volti ignoti ad alta resa e basso costo della tv attuale. Per non parlare della modella Ivana Mrazova. Ma in video nulla può contro l'amore e il riscatto. Se ci si pensa, non solo di Bossari, ma di riflesso anche della futura sposa Filippa Lagerback, silente musa di Fabio Fazio a «Che tempo che fa». Qui resta rigorosamente silente ma almeno diventa perno di tutto, ha un suo perché che il freddo annuncio non dà. È Penelope che attende paziente, tessendo, il ritorno di Ulisse. Una vittoria che farebbe felice anche Franchino Tuzio, l'agente buono dello spettacolo italiano, da poco scomparso, che aveva in scuderia Daniele Bossari.

Grandi ascolti per quest'edizione del «GF Vip» condotta da Ilary Blasi e Alfonso Signorini: la finale di ieri ha portato a casa il 31% di share con 5.6 milioni di spettatori. Complice Cristiano Malgioglio, il pop-trash è stato più che mai il filo conduttore. Anzi, la vera amalgama. Ma del resto così sempre è stato e così sempre sarà.

sabato 2 dicembre 2017

ROBERT ENGLUND ALIAS FREDDIE KRUEGER * INVECCHIARE NON È POI COSI' MOSTRUOSO

Ieri Freddie Krueger, oggi Robert Englund.
In un mondo di mostri, perché non scoprire che fine hanno fatto quelli veri? L'occasione è oggi e domani, 2 e 3 dicembre, al «Milan Comic Con», evento che si tiene al Superstudio di Via Tortona 27.
Oltre ad appassionati, espositori di fumetti e merchandising provenienti da tutto il mondo, è prevista la presenza di tre ospiti d'eccezione del fanta-cinema hollywoodiano. 


Si tratta di John Rhys-Davies, della saga di «Lord of The Rings» («Il Signore degli anelli»), Daniel Naprous, ovvero il Darth Vader di «Star Wars», «Guerre stellari», e dello spaventoso Robert Englund, che con le sue mani ha sforbiciato gli incubi di generazioni in «Nightmare». A Milano già da ieri per la promozione, mister Englund (nella foto a destra) ha sentenziato che invecchiare non è poi così mostruoso.


Tanti sono gli ospiti della rassegna, per la prima volta a Milano; tra questi, il cantante-doppiatore Santo Verduci, che oltre a parlare delle tecniche che usano coloro che prestano la voce ai grandi del cinema, presenta il suo nuovo cd di sigle per bambini: «Contactoons 4».


martedì 28 novembre 2017

CHE NOIA BELEN RODRIGUEZ CHE RECITA SE STESSA (COME PARODIA, MEGLIO LA RAFFAELE)

«La Tv abbassa» - Belen Rodriguez ormai recita se stessa.
Da quando Belen si è «imbelenita», il gioco mi diverte meno. Sì, perché la signorina Rodriguez, ormai, forte del suo successo, sembra la caricatura di se stessa. È talmente entrata nel ruolo, che dà l'idea di non uscirne neppure al trucco e parrucco. Neppure davanti allo specchio di casa, che le sue brame le conosce. 
Come l'altra sera alla consegna del Tapiro di «Striscia la notizia»Smorfiette un po' snob, desiderio estremo di apparire sofisticata ancorché determinata, quell'aria da unica depositaria della Verità (chiamiamola così, ma in campagna abitualmente le si dà un altro nome), insomma Belen che rifà lo stereotipo di Belen «Acca24», direbbe qualcuno.
Belen Rodriguez in una piccola smorfia.
Chissà che cosa ne pensa il suo creatore, il buon Alfonso Signorini, al quale lei, donna di carta, donna di gossip, deve tutto. E che non manca di onorare con ogni intervista in anteprima su «Chi». Tra un Borriello, un Corona, uno Stefano De Martino, uno Iannone c'è pane per tanti denti. Forse, chissà, anche Alfie inizia a trovare un po' stucchevole la Belen carta carbone.
A questo punto, meglio l'imitazione di Virginia Raffaele, che guarda caso ultimamente a quanto pare iniziava a darle fastidio. Forse perché si avvicinava pericolosamente al vero.
Belen senza freni.
Desiderosa di piazzare tutta la famiglia nel ricco sacrario trash della televisione italiana, miss Rodriguez ha importato dall'Argentina in botti di rovere anche la sorella Cecilia e il fratello Jeremias, che si sono fatti notare per varie prodezze al «Grande Fratello Vip». Dando all'acronimo un'accezione sempre più ampia e inclusiva. Della spaventosa «rodriguezizzazione» del palinsesto di Canale 5 si occupa oggi su Libero la collega Alessandra Menzani
Ma a me quel che spaventa è l'autostima incontrollabile del format «Belen recita Belen», che sta tracimando ovunque. Senza più freni. Qualche sera fa s'è lamentato anche Costanzo. Non si fa. Alfie, pensaci tu. Prova a ricordare alla bellissima che per i Miracoli (ma anche per i Miracolati) bisogna sempre ringraziare Lassù.

venerdì 24 novembre 2017

IL «BLACK FRIDAY» ITALIANO È UNA SOLENNE PRESA IN GIRO

Negli Stati Uniti si consuma il vero Black Friday
In America, per il Black Friday, il «venerdì nero» (quello vero), ci si picchia come fabbri, si tirano pugni come alla finale di un torneo di boxe. Si menano fendenti, ci si strattona senza tregua per arrivare all'agognato scatolone. Che non è tuo finché non sei giunto alla cassa e l'hai pagato, dopo un percorso di torture e sudore che manco a «Giochi senza frontiere», buonanima. 
Perché? Semplice: perché gli sconti su molti articoli sono reali, significativi, importanti, spesso imperdibili. Quasi sempre ben superiori al 50% del prezzo reale. Insomma, ricordano davvero il crollo del '29 a Wall Street.
Abbiamo importanto la versione edulcorata di Halloween, potevamo non farci abbindolare anche da un'altra tradizione Usa infiocchettata all'italiana?
Nei veri Black Friday Usa metti a rischio anche la famiglia. 
Il Black Friday nostrano (B. F., che secondo un'amica addetta ai lavori significa Boccaloni Facili) è semplicemente una riproposizione in versione glitterata delle stesse «offerte imperdibili» che riceviamo ogni giorno per tutto l'anno via e-mail. Due parole svuotate del loro significato. Amazon (ma non solo) gli dedica una settimana intera, giusto per svilirlo ancora un po'. E altri seguono il solco annacquando e togliendo forza e valore a quella che sarebbe una buona occasione commerciale. Per non parlare delle tante segnalazioni che arrivano di prezzi aumentati il giorno prima del 30%, per essere ridotti del 30% il fatidico giorno. Il paradiso della sòla.
La (vera) lotta all'ultimo scatolone non è in Italia.
Questo per ciò che riguarda il web. Va un po' meglio (ma poco) negli store fisici, che hanno però durante l'anno abitualmente prezzi più alti dell'on-line. Ridurre per esempio del 25%, come fanno in molti, su gran parte della merce esposta (con parecchie limitazioni, va detto), significa liberare un po' il magazzino senza sforzi eccessivi puntando su quella clientela più agée che preferisce vedere e toccare il prodotto o che ancora per diffidenza o mancanza di abilità informatica non ha accesso a Internet.
Portiamo a casa anche questo Black Friday farlocco, che tanto tra pochissimo arriva il Cyber Monday, la stessa cosa ma rivolta soprattutto ai tanti patiti di elettronica. Quelli che non sono già stati infinocchiati dal Black Friday, naturalmente.

giovedì 23 novembre 2017

QUELLA BIRRA IN PIU' CHE TI DA' UNA CHIARA PERCEZIONE DEL GIUSTO E DEL REALE

Quella birretta in più che ti rende leggermente brillo ma saggio.
Di norma bevo pochissimo. Quasi mai, tranne la birretta di rito. Ma le cose più eticamente giuste le ho sempre fatte (pensate) quando avevo in corpo quel bicchiere in più. Non ubriachezza, assolutamente. Non sono mai stato ubriaco in vita mia. Ma quel bicchiere in più che ti lascia in uno stato di sospensione tra la realtà e l'invincibilità. Dura niente, chiaro, è uno stato dell'anima transitorio e vacuo che ti dà però nel frangente una chiara, chiarissima, limpida percezione del reale. Di quel che è giusto fare. Giusto per te, giusto per tutti. Perché giustizia e rispetto devono essere la norma, non l'eccezione. È la percezione che ho in questo preciso momento e che vorrei non mi lasciasse mai. E (lo dico dal profondo del cuore) non vorrei essere nei panni di chi si imbatterà nel mio prossimo bicchiere in più. Un'idea ce l'ho.

mercoledì 22 novembre 2017

DONNE, VIOLENZE E MOLESTIE * SE NE PARLA A «BELLE E DANNATI», CON CLAUDIO AMENDOLA

Claudio Amendola.
Ci sarà anche Claudio Amendola, uno tra i più gettonati duri del cinema italiano, all'evento contro la violenza di genere intitolato «Belle e dannati», in programma il 2 dicembre alle 16 al santuario Tempio d'Ercole Vincitore di Tivoli (Roma).
Organizzato dall'Associazione socio-culturale Laboratorio del possibile di Daniela Di Camillo, vedrà la partecipazione di psicologi, sociologi, pedagogisti, medici, legali ed esperti in criminologia. Per l'elenco dei nomi vi rimando alla locandina.

La locandina di «Belle e dannati».
Il caso del produttore Harvey Weinstein, scoppiato negli Stati Uniti, ha sollevato clamore mediatico attorno a un tema già di profonda attualità soprattutto fra le mura domestiche. Ed è partita la ridda di denunce, soprattutto dalle colonne dei giornali. Lo spettacolo insomma ha fatto da cassa di risonanza, e anche da noi hanno iniziato a parlare personaggi come Asia Argento, Miriana Trevisan (che ha tirato in ballo Giuseppe Tornatore), sino alle recenti, numerose attrici che tramite «Le iene» hanno accusato il regista Fausto Brizzi.

Che cosa è un'avance, che cosa una molestia, e che cosa violenza vera e propria? A molti sembra evidente, ma in alcuni casi c'è ancora troppa confusione. L'evento di Tivoli (che si soffermerà anche su tematiche molto più profonde e gravi di quelle portate alla ribalta dalla scena mediatica) servirà anche a fare maggiore chiarezza.

lunedì 20 novembre 2017

«THE WALL» * SCOTTI, OSTINATO COME UN MULO, SA CHE NELLA VITA PREVALE SEMPRE IL...

«La Tv abbassa» - Gerry Scotti nel nuovo quiz «The Wall»
Gerry Scotti, infaticabile testatore e accumulatore seriale di quiz del preserale (rima) di Canale 5, è incappato nel nuovo «The Wall». Staremo a vedere domani come risponderà l'Auditel, ma si trattava a mio avviso di una carta interessante da provare a giocare.
Il format, testato per cinquanta puntate e già in onda in 10 Paesi, scardina un poco la logica dei giochi televisivi, che prevedono il facile accumulo di denaro più o meno durante tutta la gara, per poi arrivare al segmento finale carico di suspense a ridosso del Tg.

Le domande sono piuttosto semplici. E durante le quattro manches i soldi in questo caso vanno e vengono con una certa facilità («Il muro dà, e il muro toglie», è il claim scottiano), soprattutto in virtù del fato, parola che potrebbe essere più prosaicamente e propriamente sostituita da un'altra di quattro lettere certamente più in voga. In questo dare e togliere «The Wall», semplice e chiaro, in uno studio dal rassicurante blu, funziona bene. Ti fa sperare e subito dopo ti ripiomba nella delusione. Come la vita. Sino al finale, che ancora una volta, come un mulo, si aggrappa al proverbiale...



domenica 19 novembre 2017

«THE PLACE» * SUGGESTIONI SOPRAVVALUTATE (IL CINEMA È UN'ALTRA COSA)

Valerio Mastandrea, protagonista di «The Place»
Sono corso a vedere «The Place» di Paolo Genovese sull'onda di qualche esaltato post piazzato su Facebook da alcuni addetti ai lavori. Mi aspettavo il miracolo, come per il delizioso «Perfetti sconosciuti», ma stavolta il sangue di San Gennaro non si è sciolto.

Si tratta sempre di un film dall'impianto teatrale, come vuole (pare) il marchio del regista romano, ma qui il manca il guizzo del suo precedente lavoro. 
In scena domina il bravo Valerio Mastandrea, misterioso personaggio che in un bar del centro riceve un campionario di varia, italica umanità, svolgendo un lavoro maieutico: è lì per distillarne meschinità, eroismi, voltafaccia, bassezze e grandezze con la promessa di soddisfare miracolosamente un loro desiderio. C'è l'anziana incaricata costruire e piazzare una bomba per guarire il marito dall'alzheimer; il padre col bimbo malato che per salvare il figlio deve uccidere una bambina; il meccanico che deve salvarla in cambio di una notte con la bella da calendario; la suora in crisi vocazionale che per ritrovare Dio deve perderlo, ecc, ecc. Sullo sfondo l'empatica cameriera Sabrina Ferilli.

Ma dopo un po' che la sfreghi, la lampada del Genio smette di fare luce. L'idea di fondo si rivela fragile e monocorde. Emergono gli intrecci fra i personaggi, questo sì, ma parlarsi addosso per un'ora e 45 minuti non fa bene al cinema. E neanche allo spettatore. Che prima rimane suggestionato, e poi deluso. Peccato, perché in Genovese il talento è innegabile. Soprattutto quello di fare incassi a basso costo con film di soli dialoghi. 
Perché non prova a chiedere a quel Diavolo di Mastandrea che cosa deve fare per vedersi affidato un film vero?

giovedì 16 novembre 2017

IL CREPUSCOLO DI FLAVIO INSINNA, OVVERO L'ARTE DI FARSI DEL MALE DA SOLO

«La Tv abbassa» - Flavio Insinna, ancora nei guai per le sue esternazioni
Non so che cosa sia successo a Flavio Insinna dopo che «Striscia la notizia» ha rivelato i suoi altarini, ovvero quel «Nana de merda» rivolto a una concorrente e altri metodi a dir poco spartani emersi in un fuori onda che ha più che appannato l'immagine buonista del conduttore di «Affari tuoi». 
Non so che cosa sia, ma è qualcosa di preoccupante, un alien, una creatura da domare. Il nostro infatti, scaricato nel frattempo anche dall'acqua Lete, ieri si è prodotto fra gli addetti ai lavori del circo mediatico in un'altra perfomance a dir poco inquietante. 

Al termine della conferenza stampa dello show di beneficenza «Prodigi» (con Anna Valle, sabato prossimo su Raiuno) se l'è presa con Massimo Galanto, cronista di Tv Blog. Nel consueto crocchio di giornalisti che si forma accanto al protagonista al termine degli incontri, ha trovato il modo di dargli del porta jella («Mi porti mediamente male: ogni volta che vieni il programma va sotto al 10% di share»), di minacciarlo neanche troppo velatamente («È l'ultima intervista della mia vita con te ... Oh, pesa quello che scrivi perché ho avvocati pronti per tutti. Sono state solo secchiate di offese da quando ci sei tu») dimostrando una buona propensione alla critica, e infine di offenderlo: «Guarda, ci siamo salutati definitivamente. Grazie, per sempre. Pezzente». Parola che ora Insinna nega di avere pronunciato.

Resta comunque l'apoteosi dell'autolesionismo, «gentile» Flavio: tornare in tv con un varietà benefico (si immagina) anche per contribuire a rifarsi un'immagine, e poi sparare a zero sugli incolpevoli giornalisti, che al massimo ti fanno qualche domanda, è più che disdicevole. 
Scorrendo più e più volte il video, mi sembra un Insinna inacidito, rancoroso, cambiato per sempre. Che forse farebbe meglio a prendersi davvero almeno un paio di annetti sabbatici lontano dalla tv.


mercoledì 15 novembre 2017

CERCO UNA DONNA CHE MI LASCI IN 15-20 GIORNI

Al tramonto, la fine di un amore.
Riflettevo sul fatto che nella vita ho sempre lasciato io. Non per cattiveria, è andata così: lenta consunzione del rapporto, a volte esasperazione per infondate gelosie e litigi inutili da sopportare, costruzione di storie su basi fragili, varie ed eventuali. Però sono sempre stato io a lasciare.
Intendiamoci, non essendo propriamente Brad Pitt (cosa di cui ancora, credetemi, non mi capacito) ho preso anche clamorosi due di picche. La consolazione è che spesso mi sono dato obiettivi alti, o anche altissimi per qualsiasi umano. Quindi l'autostima ne ha risentito meno. Però non ho mai provato l'esperienza dell'abbandono. Per questo ora sto cercando una tipa (ovviamente deve piacermi) che con una scrittura privata mi garantisca che mi lascerà entro massimo 15-20 giorni. Esamino candidate.
Mandate curriculum e fatevi avanti senza timore.

lunedì 13 novembre 2017

NON RIESCO PIU' A DIFENDERMI DAI CALL CENTER MOLESTI DI TELECOM

Le molestie quotidiane degli operatori di call center.
Non so voi, ma io ho un grosso problema di "molestie" telefoniche. Ricevo ormai da tempo (sul cellulare) almeno due telefonate alla settimana da operatori Telecom che tentano di farmi mollare Fastweb per passare a loro. La cosa non mi interessa, taglio cortissimo, riaggancio quasi subito, intimo regolarmente di non chiamarmi più, invoco garanti, Visnu e registri delle opposizioni, blocco il numero, ma sono parole al vento. Più dico loro di smettere, più richiamano, da mille numeri diversi. Sta diventando una cosa esasperante. Di recente ho avuto un blocco Fastweb per mezza giornata, risolto in serata, e la mattina dopo mi ha chiamato da numero italiano una tipa dall'accento albanese dicendomi: «Sappiamo che lei problemi con Fastweb». Io: «Ieri in effetti c'è stato, ma lei come fa a saperlo?». «Noi Telecom sa tutto siniore, linee sono nostre. Fastweb comprato 250 pacchetti in sua zona, e con quéli serve 1.000 clienti. È chiaro che poi problemi. Se passa noi mai più problemi e servizio dedicato per lei». Faccio rilevare che non mi risulta che la fibra ottica sia Telecom, ma nativa Fastweb. Lei insiste. Le dico anche che mi pare stia facendo concorrenza piuttosto sleale e lei: «Mannò, noi voliamo solo che lei è servito al melio». Le chiedo il suo nome. «Carla Rossi». «Scusi, Carla Rossi con accento albanese?». «Sì, io albanese ma mezza italiana». «Vabbé, mi dia il suo numero di matricola». Riaggancia immediatamente.

Avviso Fastweb della cosa, mi dicono che telefonate simili sono purtroppo frequenti («Esistono delle, chiamiamole spie, che avvisano la concorrenza quando si riscontrano problemi, e loro il giorno dopo chiamano», è la risposta) e confermano che la fibra è loro.

Ieri il solito operatore di albània da numero di Varese: «Buongiorno siniore, sono di...». «Mi lasci indovinare: Telecom». «Sì, come fa a saperlo?». «Eh, sa... La linea è mia... Senta, ve lo dico per la millesima volta, non sono interessato, non so più che cosa fare per farvi smettere. Ogni volta vi chiedo di farlo, e più vi chiedo di smettere, più chiamate. Non se ne può più. Sono settimane che va avanti questa storia. È intollerabile».
Presa per i fondelli a chiudere: «Ma siniore, dovrebbe invece essere contento di tute queste atenzioni: sinifica che teniamo tanto che lei ha miliore servizio telefonico».
«Eh, ma dovrebbe esserci anche un limite alla rottura di coglioni».
Riaggancio mesto domandami una cosa: ma non si rendono conto le aziende che tutto questo è controproducente? Per principio, non farò più un contratto con Telecom neanche se restasse l'unico operatore del Paese. Piuttosto torno all'età della pietra e ai piccioni viaggiatori.

venerdì 10 novembre 2017

GABANELLI, PIERVINCENZI, GILETTI * QUANDO IL GIORNALISMO SI SENTE POCO BENE

Da sinistra, Milena Gabanelli, Daniele Piervincenzi e Massimo Giletti
Oggi il giornalismo è parecchio in affanno e anch'io non mi sento troppo bene. Tanto che dieci giorni fa ho scritto UNA LETTERA APERTA a Silvio Berlusconi per chiedergli un incontro. Sarà l'occasione per sottoporre all'attenzione del leader di «Forza Italia», primario esponente del Centrodestra, un documento in aperta violazione dell'articolo 21 della Costituzione. Una cosa gravissima. La segreteria di Berlusconi al momento non mi ha ancora contattato, ma il post del mio blog linkato qui sopra sta circolando benissimo sul web, con già decine di migliaia di visualizzazioni.

I sintomi del malessere della categoria e dell'affanno della libertà d'espressione in questo Paese (che è al 52esimo posto nella classifica internazionale di Reporters Sans Frontieres sulla libertà di stampa) sono sempre più evidenti e preoccupanti. 
Milena Gabanelli è stata fatta fuori dalla Rai con un apparente trucchetto: prima le è stato tolto lo scomodo «Report» con la promessa di dirigere il nascente (?) nuovo mega portale web di Viale Mazzini. Poi la promessa è improvvisamente rientrata, le sono state fatte proposte incongrue, la giornalista ha rifiutato, si è messa in aspettativa ed ora è fuori dai giochi. Difficile pensare che non ci sia dietro una strategia.

Stessa epurazione per inspiegabili motivi (politici?) per Massimo Giletti, che su Raiuno conduceva «L'Arena» (un successo da 4 milioni di spettatori); il giornalista è stato lasciato a casa dall'azienda nella quale lavorava da sempre, non ricollocato in un'altra fascia oraria e rimpiazzato da una «Domenica in» imbarazzante, in odore di flop. Giletti, che domenica debutta su La7 con «Non è l'Arena», ieri in conferenza stampa è scoppiato a piangere dopo un crollo psicologico perché non riesce a farsi una ragione del fatto di essere stato messo da parte dalla Rai.

Il caso più grave, perché contempla anche la violenza fisica, è quello di Daniele Piervincenzi, l'inviato di «Nemo» (Raidue), che ha avuto l'ardire di spingersi sino a Ostia a intervistare il boss locale Roberto Spada, il quale ha pensato bene di aggredirlo rompendogli il setto nasale e poi bastonarlo per completare l'opera. Qualcosa di incredibile. Spada è in stato di fermo per lesioni aggravate in contesto mafioso e con l'aggravante dei futili motivi.


martedì 7 novembre 2017

SERIE TV * NON PERDETE «CLAWS»: TRASH, AZIONE E IRONIA

La locandina di «Claws».
Vi consiglio una nuova serie americana piuttosto sfiziosa intitolata «Claws» che si recupera su Infinity (ebbene sì, esiste anche quello). È la storia Desna (Niecy Nash) una formosa donna di colore che, insieme con alcune amiche, gestisce un trashissimo salone di bellezza che ricicla anche denaro sporco per un boss locale, interpretato da Dean Norris (lo straordinario cognato di Walther White in «Breaking Bad»).
Fra ammazzamenti, fianchi black extralarge, unghie finte allucinanti, decorate e pittatissime, un po' di azione e un po' di commedia, sempre sopra le righe, non ci si annoia mai. 
Di questi tempi, in mezzo a tanto serie che allungano sempre più il brodo, non è poco. E poi c'è quel velo di nostalgia per il capolavoro, BB, che ogni tanto fa capolino.

domenica 5 novembre 2017

MOLESTIE, AVANCES O NIENTE? SI TENDE A FARE (IN BUONA FEDE?) TROPPA CONFUSIONE

Molestie, avances o niente? Non facciamo confusione.
Premesso (con forza) che molestie e violenze vere sono una cosa gravissima e da condannare in ogni modo, bisogna anche rilevare come certi fatti, sull'onda della cronaca, a volte diventino quasi «moda» e occasione per un'esposizione personale. Soprattutto se denunciati da chi lavora nello spettacolo (quindi abbisogna di visibilità sui media con l'argomento più caldo del momento) e lo fa con vent'anni e passa di ritardo, in modalità temporizzata. Ribadisco: tutto ciò senza nulla togliere al fatto che molestie e violenze vere sono cosa gravissima, ecc. Purtroppo vanno anche dimostrate, e non sempre è così facile.

Scorrendo la mia timeline, noto intanto un proliferare di mini-racconti di donne che, sull'onda del ricordo, fanno piccoli esempi personali di qualcosa che rubricano come “molestie", fastidi, o qualcosa di simile. Confondendole magari con semplici avances o cose che manco lontanamente possono avere a che fare con l'idea di molestare. È già difficile per noi maschietti interagire con voi donne, che oggi sempre più spesso assumete il piglio di Amministratori Delegati della coppia, quindi non rendiamo tutto più complicato. Sennò ci toccherà uscire con voi portandoci un testimone neutro. E diventa scomodo, dispendioso nonché limitante per la privacy.
Ecco quindi, a beneficio delle signore e delle femministe a senso unico (Dio ce ne scampi) più puntigliose, una serie di comportamenti che non sono catalogabili come molestie:

- Se un uomo vi chiede l'ora o una sigaretta. Può avere (si badi, non necessariamente) il secondo fine di conoscervi, ma non è immediatamente molestia. Date tempo al tempo.
- Se un esercente porgendovi il resto sbaglia dandovi 50 centesimi in più. Accade più spesso il contrario, ma non è considerabile come molestia.
- Se qualcuno si sofferma a parlare con voi per più di un minuto. Maggiore o minore tempo di conversazione non sono elementi probatori o rilevanti.
- Se il vicino di pianerottolo parte per un viaggio e vi chiede di 
tenergli il gatto per un paio di giorni. Può essere che l'abbia chiesto a voi confidando nella vostra bonomia, non necessariamente nella vostra rinomata sensualità.
- Se un uomo vi chiede indicazioni stradali. Nonostante siano stati inventati da tempo GPS e strumenti quali navigatori satellitari, può accadere che un persona (magari a piedi e con un cellulare di vecchio modello) sia nella necessità - meschino - di conoscere un indirizzo.
- Se in un bar venite accidentalmente urtate dal cameriere o da un avventore in spazi molto ristretti. Gli spazi ristretti sono, com'è noto, molto limitanti. Iniziate a preoccuparvi solo qualora lo stallo dovesse permanere per troppo tempo (qui sì fa fede il minutaggio).
- In autobus non sono per forza tutti vostri palpeggiatori. Tenete presente che ci sono anche un buon numero di scippatori e borseggiatori.

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