venerdì 14 agosto 2020

MIRNA CASADEI: I MIEI 10 CONSIGLI PER SISTEMARE CASA RISPARMIANDO

In questo periodo di permanenza forzata in casa, le persone hanno scoperto quanto sia importante il luogo in cui viviamo. Per molti la casa prima era solo un posto in cui si andava per dormire e per mangiare, ma la vita era fuori: lavoro, amici, ristoranti, concerti, cinema…
Oggi le persone hanno riscoperto la casa, il focolare domestico, il nido. Inoltre in questo periodo di emergenza sanitaria la nostra casa è il luogo che più di ogni altro ci ha accolti e protetti ed oggi la guardiamo con occhi diversi e anche un po’ con il cuore.

Io mi occupo di valorizzare gli immobili in vendita perché siano presentati sul mercato in maniera più efficace e quindi si vendano molto velocemente (si chiama Home Staging). In questo periodo però sto dedicando il mio tempo e la mia creatività al benessere in casa: Home Wellness.
Mi scrivono moltissime persone che mi seguivano nei miei tutorial a Detto Fatto dicendomi che hanno voglia di rinnovare gli ambienti di casa ma non si possono permettere di cambiare l’arredamento, che sognano le case che vedono su Instagram o Pinterest ma pensano che ci vogliano troppi soldi per realizzarle. Non è così!

La mia specialità è trasformare gli ambienti di casa con poca spesa applicando agli spazi domestici le regole dell’Home Staging. E nelle mie consulenze a distanza faccio proprio questo: aiuto le persone ad avere case più accoglienti ed eleganti, che trasmettano benessere ed energia. Il tutto con piccoli budget. Bello vero?

Qui voglio darti le mie 10 regole per creare benessere nella tua casa: 

FAI DECLUTTERING
Letteralmente significa “eliminare il superfluo”. Liberarsi di tutte quelle cose che in realtà non usiamo ma che non buttiamo mai perché pensiamo che un giorno ci possano servire, oppure perché le abbiamo pagate molto, oppure perché sono dei ricordi. L’accumulo di oggetti pressoché inutili ha una radice profonda a livello psicologico. Qui mi limiterò a dirti che più si libera spazio in casa e più si libera spazio in testa e lo spazio in testa serve ad essere predisposti ad accogliere eventi nuovi e cambiamenti positivi nella nostra vita: indispensabile per avere un atteggiamento ottimista verso il futuro.
Quindi metti in uno scatolone (destinato magari ad organizzazioni benefiche): abiti che non ti piacciono più, attrezzi doppi, oggetti che ti sono piaciuti ma che non corrispondono più alla tua personalità o stile di vita e così via… Il risultato a livello di benessere psicologico ti sorprenderà. Hai presente quando sistemiamo un cassetto o una credenza ed è semivuota e perfettamente organizzata? A lavoro ultimato ogni tanto andiamo a riaprirla per riguardarla perché questo ci trasmette calma e benessere. Ecco, pensa se tutta la tua casa fosse così: ti sentiresti sempre benissimo!
Inoltre, se il lavoro di decluttering è fatto in modo profondo e ben organizzato, la confusione non torna più. 

ORGANIZZA
Quando una casa è ben organizzata e sai dove trovare ogni cosa, risparmi tempo e vivi più serena. Una casa organizzata fa guadagnare fiducia in sé stessi.

UNIFORMA I COLORI
La mia teoria è: pochi oggetti in giro per casa e colori uniformi. Questo non significa “tutto bianco” che oltre ad essere noioso risulta anche freddo. È importante però scegliere una serie di tonalità neutre: bianco, beige, corda… per poter aggiungere tocchi del tuo colore preferito senza creare confusione visiva. Per me la casa deve essere come “un foglio bianco sul quale poter disegnare”. I protagonisti della nostra casa siamo noi e dobbiamo avere spazio per poterci esprimere. Ti faccio un esempio pratico: se acquisti in tempi diversi scatole per il soggiorno per contenere ad esempio i giochi dei bimbi, sceglile sempre di uno stesso colore. Se ne compri una bianca, una rossa a quadretti, una a fiori, una con gli orsetti e così via, semplicemente perché in quel momento ti piaceva quella scatola, senza pensare ad abbinarla alle altre che già hai in casa, otterrai una serie di scatole “anti confusione” che saranno loro stesse fonte di confusione! Meglio invece uniformare i colori. Ci sarà più ordine visivo e sarà molto più facile mantenere ordinata la casa. 

SCEGLI LUCI CALDE
Per luci calde intendo quelle che tendono più al giallo piuttosto che al blu. Quando si acquista una lampadina si può scegliere la “temperatura colore” e ci sono di solito 3 opzioni: luce fredda, luce naturale, luce calda. Eviterei la prima e sceglierei o luce naturale o luce calda. Si può scegliere anche l’intensità (cioè la potenza) della lampadina. Ti consiglio un’intensità bassa per le abat jour o le luci d’atmosfera (da lasciare accese mentre ci si rilassa in salotto o si guarda la Tv) e intensità più alta, cioè luci più potenti, nelle zone di servizio come il bagno o il piano di lavoro della cucina.

AGGIUNGI FORME MORBIDE
Le forme morbide sono più piacevoli. Se avete uno spazio piccolo meglio un tavolo rotondo che permette movimenti più fluidi o un tappeto rotondo che ha un aspetto più accogliente. Gli spigoli invece respingono e trasmettono una sensazione di pericolo. 

CONCEDITI UN LUSSO DA TOCCARE
Toccare un tessuto morbido e satinato regala piccoli momenti di benessere, come avvolgersi in una coperta di cashmere o indossare un vestito di seta. Sicuramente un divano in velluto non è alla portata di tutti, ma un cuscino sì! E quando ti siederai sul divano ti verrà spontaneo accarezzarlo o tenerlo fra le mani. Questo ti trasmetterà una sensazione di benessere.

LA CAMERA DA LETTO
È il luogo del riposo, quindi consiglio di scegliere colori tenui e rilassanti. Qui è vietata la confusione! Inoltre, una regola fondamentale per riposare bene è non avere oggetti pesanti appesi alla parete dietro al letto. Per oggetti pesanti intendo quadri oppure mensole con oggetti e libri, o ancora le così dette “camere a ponte” (cioè con il mobile che gira intorno al letto sulla parete). Sono oggetti pesanti potenzialmente pericolosi perché potrebbero caderci in testa mentre dormiamo, quindi il nostro corpo dorme ma non riesce mai a riposarsi profondamente. Questo succede perché noi esseri umani, in quanto mammiferi, abbiamo un istinto primordiale che ci fa stare in allerta quando percepiamo un possibile pericolo, anche se fosse solo a livello inconscio. Per questo quando abbiamo un oggetto pesante che incombe sulla nostra testa, inconsciamente ci poniamo in uno stato di allerta, pronti a reagire in caso di pericolo. Per questo dormiamo ma ci svegliamo già stanchi e non riusciamo ad avere un sonno ristoratore e rigenerante. 

LO SPAZIO VERDE
Ricava in casa il tuo angolo verde! Stare a contatto con la natura trasmette benessere. Se hai la fortuna di avere un balcone, anche piccolissimo, puoi allestirlo con piante alte, una sedia e un tavolino per prendere un caffè nella tua piccola oasi verde. Sarà un momento rigenerante! Per renderlo un angolo davvero rilassante puoi aggiungere un paio di lanterne a terra e un filo di luci natalizie (a luce bianca, calda e non intermittente) avvolto ai rami di una pianta oppure appeso alla parete. Creerai un’atmosfera magica!

IL TUO PICCOLO CENTRO BENESSERE
Perché considerare il bagno solo come una stanza di servizio? In fondo è la prima stanza che viviamo la mattina e l’ultima prima di andare a dormire. Ed è lì che ci dedichiamo alla cura del nostro corpo. Non va quindi trascurata! Ti suggerisco di allestire il tuo bagno come un piccolo centro benessere aggiungendo una pianta, un profumatore per ambienti a bastoncini e perché no, dei bei quadri oppure una parete rivestita in carta da parati: ne esiste un tipo specifico per il bagno che non teme acqua o umidità! 

IL TUO SPAZIO DEL CUORE
Hai già in casa un tuo angolo del cuore? Dove ti accoccoli a leggere la tua rivista preferita? Dove ti senti bene? Dovresti averlo! Per crearlo è sufficiente un angolo di un metro quadro, magari con una poltroncina, un plaid morbido e un bel cuscino, una lampada da terra a luce calda e un mini tavolino creato anche solo con una pila di libri, dove appoggiare una tazza di the. Sarà il tuo spazio del cuore.

Prova a trasformare gli ambienti della tua casa seguendo questo piccolo vademecum e mandami le foto del “prima” e del “dopo”, sarò felice di scriverti un mio pensiero e magari un piccolo suggerimento personalizzato.

Mirna Casadei
Invia le tue foto a: info@mirnacasadei.it

 

domenica 9 agosto 2020

CRISTINA D'AVENA: "SAREBBE ORA CHE MEDIASET MI DEDICASSE UNO SHOW IN PRIMA SERATA"

Se dici Cristina D’Avena senti subito il profumo di pane e Nutella; e il suono ovattato di ingenui pomeriggi quando l’unica tua preoccupazione era cambiare canale. Tanto le sigle dei cartoon erano comunque tutte sue. In questi tempi balordi, dunque, aggrappiamoci alle certezze.
Cristina, come sta passando questo periodo in pandemia, nella sua casa milanese? Ha sviluppato nuovi hobbies o manualità, tipo maglia e cucito?
«Non ci ho pensato, ma avrei potuto fare uncinetto, che amo molto. Temo la fase 2 più della prima. All’inizio lo stop totale mi ha pesato, perché sono molto attiva, sempre in giro, faccio una marea di concerti e non passo un weekend a casa. Accettata la cosa, ho iniziato a creare con fanciullesca fantasia». 

E il percorso, dove l’ha portata?
«In cucina. Mi piace fare da mangiare ma non ho occasioni, anche perché finisco sempre al ristorante. Cucino la gramigna, una pasta arrotololata a virgola, tipica bolognese, con panna e salsiccia. Un “mattone” che mi ha fatto prendere due chili tutti da smaltire. Anche perché non mancavano poi tortelloni spinaci e ricotta e ravioli alla zucca».
Guardando alla prova costume della Fase 3?
«Anche alla quattro, volendo! La prova costume mi tranquillizza perché sarà un bel po’ avanti». 

Ma in casa è truccata, o pigiamone e «ciavatta», come dicono a Roma?
«Faccio anche molte dirette sul web, così mi trucco. Diciamo che è un mix tra tutone e magliettine, ma mai stile orso: cerco sempre di preservare la femminilità. Le ciabatte vanno e vengono, con questi virus non si sa mai…».
È anche lei tra coloro che lasciano le scarpe sul pianetottolo?
«No, però vicino alla porta, con la ciabatta, e disinfetto tutto. Sono anche un po’ maniacale. Quando esco per la spesa, nei negozi mi chiamano “Igienizzatrice mito”, perché oltre a mascherina e guanti porto anche l’alcol da spruzzare. Pulisco persino la sbarra del carrello dove appoggio i guanti, neanche le mani nude. Poi passo al resto del carrello, e quando lo lascio è ambitissimo: tutti lo vogliono». 

Per forza, è il più sanificato del mondo! È ossessionata, in pratica…
«Sì, ma non fate come me, perché faccio paura. Però mi dà sicurezza psicologica. Se ne sentono di tutti i colori…».
Lei non ha mai amato molto parlare del suo privato. Perché?
«Sono discreta e riservata. Ci sono persone che appena succede qualcosa, sbandierano tutto a chiunque. Io preferisco che le cose mie e della mia famiglia restino nostre, mi tengo tutto dentro. Al limite parlo alla mia più cara amica. Nel momento in cui dico per esempio che sono felicemente fidanzata, basta così».
Cosa che oggi noi confermiamo.
«Sì, è così. Sto molto bene. Ma lui chi sia, cosa faccia, dove sia, non mi piace dirlo. Questione di carattere». 

Immagino che viva con lei a Milano e venga disinfettato ogni giorno.
«Assolutamente, ci si disinfetta a vicenda!».
Essendo una leggendaria beniamina dei bambini, come si diceva anche dei grandi comici, non è che voi dovete essere, per definizione, un po’ “asessuati” agli occhi del pubblico?
«È vero. Diversi bimbi negli anni mi hanno detto: “Io ti amo e ti vorrei sposare, per cui tu non sei fidanzata vero?”. Io i primi tempi negavo sempre perché dirlo li avrebbe fatti piangere. Ora il problema è passato perché sono magari i ragazzi che mi dicono: vorrei sposarti. Ma i bimbi mi hanno sempre considerata la loro fidanzatina, e non potevo mandarli in crisi totale». 

Qual è la cosa più strana o folle che ha fatto per amore?
«A 22-23 anni, per fare una sorpresa a un mio fidanzatino di Napoli che amavo alla follia, convinsi un amico a partire di notte da Bologna per andare a portargli la colazione al risveglio».
È rimasta così romantica, o adesso i vassoi con la colazione, ai fidanzati, li tira sulle gengive?
«Purtroppo sono un’inguaribile romantica: cancro ascendente capricorno. E meno male, perché mi tiene un po’ più ancorata a terra. Il cancro ha la testa per aria». 

Il desiderio di avere un figlio, l’ha mai avuto?
«L’ho avuto. Per tantissimi anni sono stata totalmente assorbita dal lavoro dicendo: ho tempo, lo farò. Poi l’orologio biologico ti dice: che cosa vuoi fare? Qui chiudiamo tutto! Ho pensato e penso tantissimo alla maternità. Non sono ancora nella fase psicologica: mioddìo, che cavolata ho fatto, non ho fatto un figlio. Oppure: non l’ho fatto, pazienza. Sono in un limbo di grande riflessione, una fase di mezzo. Presto o piangerò tutti i giorni o me ne farò una ragione».
Un figlio potrebbe sempre adottarlo.
«Certo, assolutamente». 

È vero che è devota a Sant’Antonio da Padova?
«Molto, sin da bambina, come papà. L’ho pregato tanto anche in questo disastro di pandemia, perché aiutasse tutti. L’Antoniano di Bologna deve il nome a lui. È un santo che mi ha dato tanto, aiuto e segnali in momenti difficili».
Quale, per esempio?
«Ebbi un incidente anni fa con un amico, mia sorella e due sue amiche. Pioveva, dalle parti di Otranto, in una zona isolata e andammo fuori strada di notte e finimmo in un burrone. L’auto a tutta velocità evitò un palo e un grosso tronco, passò proprio in mezzo. Fu un impatto violentissimo. Io e il ragazzo eravamo completamente insanguinati. Metà macchina, dov’ero io, era intatta. L’altra semi distrutta. Mia sorella volò  sul cristallo posteriore. Non ci siamo fatti nulla, e salendo alla disperata per cercare aiuto si fermò un auto con un medico. Era un posto dove, ci disse la Polizia, avvenivano quasi solo incidenti mortali. Si potrà dire: questa è pazza. Eppure io so che è merito di Sant’Antonio, che mi protegge».  

Il prossimo anno festeggerà 40 anni di carriera. Credo che lei abbia fatto un percorso artistico intelligente e coerente. Non ha voglia però di un disco completamente diverso, di cover di brani altrui?
«Sì. Soprattutto dopo aver inciso “Duets” e “Duets Forever”, con tanti artisti che hanno cantato le mie sigle, mi è venuta voglia di un cd con pezzi che amo e che hanno fatto parte della mia vita; ne cito solo due: “E tu” e “Questo piccolo grande amore” di Baglioni. Credo che se le cantassi oggi, con l’esperienza di oggi e la mia vocalità attuale, sarebbe una bella cosa».
Dopo sette milioni di dischi venduti, non sarebbe ora che Mediaset, con la quale ha sempre lavorato, o la Rai, le facesse condurre uno show-tributo di prima serata, qualche puntata con ospiti?
«Magari, ben venga la televisione. Lo dico apertamente, e appoggio la sua idea girandola a chi di dovere. In fondo sono un personaggio trasversale, come pubblico. Sarebbe fattibilissimo. Basta solo la buona volontà di chi decide».

Se invece, con la sua immagine da eterna fatina e col placet dei genitori, una rete le chiedesse di fare una candid camera fatta di scherzi politicamente scorretti ai bambini, accetterebbe?
«No, non potrei mai farcela. Non è proprio nel mio mood portare via il gelato ai bambini. Farei invece molto volentieri una candid dialogando con loro e facendo con loro le cose più strane. Sarebbe divertentissima».

(DAL SETTIMANALE OGGI - MAGGIO 2020) 

 

giovedì 6 agosto 2020

MATTEO SALVINI E IL CORONAVIRUS: UN DILUVIO DI DISPERATE INCONGRUENZE

Matteo Salvini pubblica sui social la foto della figlia utilizzandola direttamente per farsi propaganda.
Analizziamo l'ondivaga strategia di comunicazione politica dell'astuto statista Matteo Salvini sul fronte Coronavirus. All'inizio, non esisteva. Un'influenza stagionale o poco più. Apriamo tutto! Sottovalutazione del problema che è stata comune (questo va detto in modo chiaro) a tutti gli osservatori e a tutte le forze politiche. Persino ad alcuni virologi, come la Gismondo, che fece una figura barbina. Pari e patta.
Poi il problema è diventato serio, fioccavano i morti, e gran parte della massiccia diffusione dei contagi nel Nord Italia è stata dimostratamente causata dalla scellerata gestione dello spostamento di contagiati e non contagiati all'interno di ospedali e case di riposo della Sanità lombarda (a gestione Gallera e Fontana, un gran bel personaggio, fedelissimo di Matteo). 
Il tutto mentre il leghista Luca Zaia in Veneto si comportava invece bene, e questo va detto in modo altrettanto chiaro. In questa drammatica fase, Salvini è stato insolitamente zitto, a lungo e intelligentemente. Del resto a Bergamo e dintorni stipavano cadeveri a cumuli nei sacchi neri nei ripostigli degli ospedali e poi li portavano via a centinaia con cortei di mezzi militari, era un po' difficile fare gli sbruffoni sempre e comunque, come prima ricetta della casa. L'unico che rimedia una figuraccia epocale è il declinante Vittorio Sgarbi, che nega il virus ed invita la gente ad andare nelle zone rosse.
Passata la buriana, la fase acuta, Vittorio Feltri su Libero scrive pubblicamente a Salvini: "Torna a fare quello che sai fare meglio: cavalcare le paure della gente". Un'ingenuità da anziano signore, ma stupenda nella sua disarmante verità. Salvini aspetta (giustamente) ancora un pochino, attende che il virus (miracolosamente) ci conceda una tregua, mentre nel resto del mondo si continuava (e si continua) a morire senza tregua e inizia una virile ma dissennata campagna pressoché negazionista tornando al punto 1 della sua commedia. Via le mascherine! 
Ma quale distanziamento sociale! E' il Governo che ci sta prendendo in giro! Un atteggiamento di sfida raccolto da molti dei suoi brillanti e ciechi seguaci. Forse dimentichi del fatto che sino a un mese prima o poco più si moriva a mucchi ogni giorno in questo straordinario Paese. Tanti però se ne accorgono, l'opposizione è alla frutta, bisogna tornare a "cavalcare le paure della gente". Come? Con la vecchia ricetta che funziona sempre: i migranti. Mescolati al Covid-19 diventano una bomba. Allora (e siamo ai giorni scorsi) contrordine compagni: la mascherina va portata, almeno nei luoghi chiusi, dice Salvini. Che oggi aggiunge: se salgono i contagi (tracurabili per lui sino a pochi giorni fa e in fase di apparente - momentanea? definitiva?- remissione della carica virale) è colpa dei migranti che il Governo fa entrare e noi no! Ecco che si torna, ma stavolta con la disperazione negli occhi, a "cavalcare le paure della gente". Il virus come coperta di Linus. Il virus usato a fisarmonica per piccionare la gente con le sue astute strategie di comunicazione. Ma questo è Salvini, bellezza. Uno sciacallo. Il resto è un Paese che prova a sopravvivere.

domenica 2 agosto 2020

SE SEI POCO NOTO, EVITA LE FAN PAGE DI FACEBOOK: SONO UNA FREGATURA

Il logo di Facebook.
"Giovanni Ciurretto ti ha invitato a mettere like a Giovanni Ciurretto". "Marcella Stragnelli ti ha invitato a mettere like a Marcella Stragnelli". "Ottavio Ragnazzi ti ha invitato a mettere like a Ottavio Ragnazzi".
Ma io mi domando: che cosa ve ne fate di tutte queste Fan Pages che non sono altro che un duplicato del vostro profilo Facebook? Manco foste un'azienda, cantanti in classifica o notissimi divi hollywoodiani. 

E' vero, le Fan Pages hanno alcune funzionalità di controllo del traffico maggiori e alcune feature attraenti per la vendita on line, ma sono anche solitamente una fregatura perché per posizionarle meglio nelle visualizzazioni, FB chiede soldi. E lo fa a volte in modo abbastanza insistente. Senza quelli, resti al palo. Quindi, se la tua popolarità è a livello poco più che condominiale, tieniti la tua bella pagina normale lasciandola magari aperta, in modo che ai contatti (le "amicizie") si possano aggiungere spontaneamente ed eventualmente anche i followers. Dà retta a un pirla.

venerdì 24 luglio 2020

ROMAGNA * RAOUL E MIRKO CASADEI IN PANDEMIA: "ANDRA' TUTTO LISCIO"

Cesenatico. Il patriarca Raoul Casedei, padre di Mirko, con la moglie Pina.
Se cercate un piccolo paradiso in tempo di pandemia, dovete andare a Gatteo Mare, nel cuore della Romagna. Loro lo chiamano «Recinto di Casa Casadei», ed è un grande spazio con annesso giardino sul quale si affacciano tre ville: quella principale di Raoul, il capofamiglia, che sta al piano terra con la moglie Pina, napoletana d’origine; e che se alza la testa saluta la figlia Carolina, piazzata al primo piano. Un tempo tutta la ruspante ciurma abitava lì. Poi, lì accanto, c'è quella dell’altro figlio, Mirko, che abita sotto ma che sopra ha piazzato la figlia Asia, con relativa famiglia. E infine quella della terza figlia del Re del liscio, Mirna.
«Quest’ultima struttura» racconta Carolina «la costruimmo in parte col compenso de “L’Isola dei famosi”! Fu il modo per convincere Raoul a partecipare. In realtà noi abbiamo insistito anche perchè aveva compiuto 70 anni, e un uomo quando compie 70 anni può andare in crisi. Lui ha sempre avuto paura dell'aereo, e arrivato là si è addirittura tuffato in mare dall'elicottero!».
In questo spazio verde ogni ferragosto, tra frizzi e lazzi ma soprattutto tra lambrusco e manicaretti, si tiene il festone di compleanno del boss, che presto ne compirà 83. Questi tempi balordi ci hanno tolto parecchi frizzi e molti lazzi, ma vuoi che i Casadei non si adeguino alla loro maniera? «Siamo cinque famiglie» dice il patriarca «separate in altrettanti nuclei, all’interno dei quali ovviamente non è previsto l’uso di mascherine. Se qualcuno deve interagire con persone degli altri gruppi, spuntano sia quelle, soprattutto in zona cucina, sia il distanziamento sociale di almeno un metro, che viene sempre mantenuto. Ne ho viste di tutti i colori nella mia vita, e adesso affrontiamo anche il Coronavirus mettendo in campo quei valori che ho sempre cantato nelle mie canzoni: la famiglia, la tavola grande, la terra, il prato verde, la semplicità». 

Nel recinto vivono 14 persone di ogni età, 4 cani e le galline del pollaio, che danno uova fresche; non mancano il lievito madre, un albero di ogni frutto, tanti fiori e un ricchissimo orto biologico che coltiva Raoul personalmente. Lui e Pina sono sposati da 57 anni, e guardano con amore i nipoti, figli dell’ultimogenito Mirko, da 20 anni a capo dell’Orchestra Casadei. A 40 anni Mirko è diventato nonno e Raoul bisnonno e oggi, 7 anni dopo, in piena pandemia, lo sono diventati per la seconda volta. Il 25 marzo è nata Adele, che si chiama come la mamma di Raoul. Bingo.
«Ci siamo sempre rialzati» prosegue Casadei «e lo faremo anche questa volta, con tutta la grinta e la passione che distingue noi bravi romagnoli. Nel mio libro “Bastava un grillo per farci sognare” parlo della guerra vista dai miei occhi di bambino. Avevo 8 anni e racconto che il giorno della liberazione ho distrutto il busto di Mussolini a colpi di badile! Poi il 68, l’arrivo del turismo, e le mie canzoni che facevano da colonna sonora delle vacanze. L’talia è rinata».

Nel 1980, al culmine del successo, Raoul ha smesso di esibirsi dal vivo con l’Orchestra Casadei (pur continuando a incidere dischi), e nel 2000 ha ceduto lo scettro di re del ballo italiano al figlio Mirko. Che commenta: «Noi siamo positivi, lo dico nel senso migliore del termine. Oggi la parola può essere equivocata. E anche se siamo fermi, con l’affitto di tre capannoni da pagare, con una band di 8-9 elementi,  cinque tecnici e tutto l’indotto a casa, voglio essere ottimista e pensare che comunque riusciremo a superare questa situazione».
Per regalare spensieratezza in un momento buio, Mirko ha creato un’orchestra parallela stravagante, i “Casadei Social Club”, che sulle note di “Simpatici italiani”, un vecchio successo di papà Raoul, mette assieme la tromba jazz di Paolo Fresu e il rap di Frankie Hi-NRG MC, ma anche la rainbow music di Kid Creole & The Coconuts, il pop d’autore di Simone Cristicchi, la straordinaria voce di Silvia Mezzanotte, il sound dei Quintorigo fino ai ritmi irlandesi dei Modena City Ramblers. Il progetto è stato, ovviamente, creato a distanza per raccogliere fondi a favore della campagna “INSIEME SI PUÒ, l’Emilia-Romagna contro il Coronavirus”. 
Nel recinto dei Casadei si esce a fare la spesa a turno, uno per tutti. Denis, il compagno di Asia, è pescatore e rifornisce la truppa di cozze di Cervia e pesce fresco. Il compagno di Mirna, Mirco, commercia frutta fresca e porta cestini di fragole e altro. Nell’orto biologico di Raoul c’è di tutto: asparagi, patate, insalata, carciofi, spinaci, porri, scalogno, cipolle… La figlia primogenita, Carolina, e il compagno Lele, titolari del brand di Piadinerie “CasaDei Romagnoli” preparano invece menù golosi. La moglie e la figlia di Mirko, Sabrina e Asia, sfornano torte e preparano gelati coi limoni coltivati da Raoul. Mirna, che ha lanciato l’home-staging in Italia ed è tutor nella trasmissione «Detto Fatto» e volto Rai nel suo settore, si sta dedicando alle consulenze on-line guidando a distanza le donne italiane nel restyling della loro casa.
L’ultima bottà di ottimismo la dà il Capo supremo: «Sono certo» dice Casadei «che quest’estate tutti torneranno in vacanza nella nostra Romagna Capitale e gli operatori turistici saranno pronti ad accoglierli e a proteggerli. Tanti ripetono da tempo: andrà tutto bene. Io non posso che dirvi invece che andrà tutto Liscio. Credetemi».


(DAL SETTIMANALE OGGI - MAGGIO 2020)

CORONAVIRUS * UNA FAMIGLIA DI BERGAMO TRAVOLTA DAL DRAMMA DEL COVID-19

«Non voglio farmi compatire, né finire sui giornali. Vorrei salvare vite, far capire che servono mille tamponi, soprattutto ai sanitari, altrimenti non ne usciamo più. Vivo chiusa nella stanza da letto della mia villetta con la febbre che un giorno sale e l’altro scende, e vedo mio marito Simone e i miei due figli dalla finestra, in giardino. Li tocca con i guanti di gomma e per dare da mangiare a tutti ha imparato persino a cucinare. Non so neppure se sia positivo. Se si ammala lui, come faccio?».
Daniela Lupini, 36 anni, vive a Bolgare, comune di 6.000 anime della provincia di Bergamo, martoriata dalla pandemia. Ha il Covid-19, «una polmonite interstiziale con due grossi focolai» e (nonostante i tubicini collegati 24 ore al giorno alla bombola d’ossigeno) parla con una foga inarrestabile, inframmezzata a crisi di pianto repentine, che spuntano dal nulla e poi altrettanto velocemente scompaiono. Soprattutto quando ricorda papà Antonio, 69 anni, morto di coronavirus al San raffaele di Milano.

Daniela, com’è rimasta contagiata?
«Da mia suocera, che lavora in una RSA a Bergamo, dove sono morti i primi pazienti Covid non verificati. Lei l’ha trasmesso ai bambini, Stella e Andrea, di nove e tre anni, e loro a me. Mio padre invece era in vacanza ad Alassio, dove c’era qualcuno febbricitante. Sempre stato sanissimo, con una lieve demenza. È via via peggiorato, con il medico di base irrintracciabile. Il 112 gli ha diagnosticato prima una bronchite, poi, dopo un ulteriore peggioramento, è stato portato al San Raffaele. Dov’è morto solo in un letto d’ospedale». 

Intanto lei?
«Dopo un’odissea tra febbre e guardie mediche, grazie alla chat delle amiche ho trovato una persona gentile che aveva il turno al pronto soccorso di un altro paese, e mi ha portare a fare il tampone e una Tac, che altrimenti non avrei mai fatto. La mia vita non può essere stata salvata dal piacere personale di un medico che ha infranto la legge. È inaccettabile».

Ha scelto lei di restare a casa?
«Sì, anche perché posti per il ricovero non c’erano, ma l’avrei comunque rifiutato: avevo comprato un saturimetro, lo strumento per vericare l’ossigenazione del sangue. Poi è iniziata una lunga odissea per procurarmi la bombola d’ossigeno. In tutte le farmacie della Bergamasca non trovano più e te la deve assegnare l’ATS, ex Asl. Qui sono tutti a casa malati con, tra virgolette, “un’influenza”. Che è poi coronavirus. Tutti abbandonati a se stessi dalla Sanità». 

Non si può fare nient’altro?
«Si vive di espedienti: sapevo di un’azienda vista su Facebook: due medici che avevano aperto una società che fa i Raggi X a domicilio, facendosi pagare un sacco di soldi. Ma ti può salvare la vita, perché dai raggi riesci a vedere se hai il coronavirus. Accertato quello puoi chiamare il 112 e allora forse qualcuno ti dà retta. Altrimenti qui lo si chiama solo se si è in crisi respiratoria. C’è il mercato nero delle bombole d’ossigeno: andrebbero restituite ma, visto che sono introvabili, quando qualcuno se ne va le teniamo e le giriamo a chi ne ha bisogno».

Tutto il paese in ginocchio.

«Muoiono mediamente sette persone al giorno. Prima due al mese. I negozi ci stanno consegnando generi alimentari e altro e lasciano tutto vicino al cancello, facendoci credito. Pagheremo. Nessuno nelle istituzioni ha capito che cosa stiamo vivendo qui, dove tutti hanno almeno un morto o un malato in casa». 

Quali sono gli errori nella prevenzione?
«È tutto inutile se ci sono file ai supermercati da 45 minuti, con gente che esce a prendere acqua e uova. E anche voi giornalisti, smettatela di scrivere: aveva patologie pregresse: stiamo morendo di Coronavirus, non di asma! È terribile dire questo. Non siamo numeri, ma persone ».

Che lavoro fa?

«Ho un’azienda di rottami e rifuti, la “Lupini metalli”, ma per ora l’ho chiusa: fanc… i soldi, fanc… tutto. E ho fatto mettere in quarantena la mia babysitter e la mia impiegata, era inevitabile». 

È vero che ha festeggiato il suo compleanno a letto, con l’ossigeno?
«Sì, anche quello di mia figlia, a cui suo padre ha piantato una tenda da campo in giardino. A me hanno passato la torta e lo spumante dalla finestra. Ieri sarebbe stato quello di papà. Dovevamo andare in un ristorante con 40 persone che gli volevano bene».

Quando finirà tutto questo, quale sarà la prima cosa che farà?
«Abbracciare mio marito e i miei figli. Sono molto fisica, e ciò mi manca. Poi un salto a Jesolo, che mi lega a mio padre. E a settembre una crociera tutti insieme. Lui aveva girato tutto il mondo sulle grandi navi e ne avevamo in programma una per giugno. Con mia madre sono stati 47 anni d’amore. Ce la faremo. Tutti. Torneremo a essere felici. Più soli, ma felici».


(DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2020)

 

MANUELA BLANCHARD: "VI RACCONTO LA MAGIA DEGLI ANNI DI BIM BUM BAM, CON BONOLIS"

Manuela Blanchard di "Bim bum bam" ieri e oggi.
Ventidue anni dopo torna in tv e sembra più giovane di prima. La dolce Manuela Blanchard, 60 primavere, conduttrice con Paolo Bonolis del classico per bambini «Bim Bum Bam», in onda sulle reti Mediaset dall’85 al ’98, riconquista un posto in video. Dal 20 marzo, ogni venerdì alle 14.20, sarà su DeAJunior (Sky, canale 623) con «Thai Chi One», programma che avvicina bimbi e genitori alla disciplina salutistica derivata dalle arti marziali.
«Ho sempre dimostrato dieci anni meno di quelli che ho» ammette. «Stupendo, ma la faccia da bambina è anche una fregatura sul lavoro: non hai mai l’età anagrafica che combacia col ruolo che ti viene proposto. Sul tema ho un aneddoto inedito che è una chicca. Lo vuole?».

Sono qui apposta.
«Tra le primissime cose che feci, da ragazza, fu bussare alla porta dell’agenzia Fashion Model, all’epoca la più famosa di Milano. Avevano stangone da 1.90, e io ero 1.65. Beh, mi presero. Esco per il primo servizio di moda. Solo al momento di fatturare, dai dati scoprono che ho 18 anni. In pratica realizzano drammaticamente che non mi sarei più sviluppata in altezza e mi danno il benservito dicendo: “Eh, sai scusa… Credevamo avessi 13 anni…”». 

Una porta chiusa in faccia.
«Era il loro modo elegante per scaricarmi. Non potevano certo dirmi: sei un tappo!».
Ma il suo primo ruolo ufficiale fu quello di annunciatrice su Italia 1.
«La prima della fascia pomeridiana. Con Licia Colò. In prima serata c’era Gabriella Golia».
Non ricordavo una Colò agli annunci, prima di diventare narratrice di terre lontane e natura.
«Certo che li fece. Oggi Licia ha trovato una dimensione che è quella che avrei voluto trovare io, quando da un giorno all’altro chiusero “Bim Bum Bam” e rimasi per strada». 

Una fregatura.
«Già. Mi dissero: televendite? Io: no, grazie. Allora mi diedi da fare, proposi un paio di idee, ma niente. Una si chiamava “Il libro di pietra”: partendo da una grande cattedrale, e dalle sue vetrate, arrivava alla teoria dei colori di Goethe».
Curiosa. Forse non proprio da tv commerciale.
«Eh, d’altra parte avevo Mediaset come interlocutore. L’altro progetto verteva sul mistero, prima del boom di Dan Brown: a metà fra la sit-com e i grandi misteri europei da indagare».
Anche questa non è che…
«Ma infatti non andò in porto, anche perché mi chiesero subito: ma quanto costa? E che cosa volete che ne sappia di quanto costa! Io porto contenuti. Allora mi proposi alla Rai; anche loro avevano programmi per bambini, tipo “Solletico”. Volevano che mi sottoponessi a un provino, dopo che da 13 anni ero in onda ogni giorno a “Bim Bum Bam”». 

Quantomeno indelicato.
«Beh, direi... Allora li salutai e decisi di non continuare a insistere con la tv. Presi un’altra strada».
Ma gli anni di «Bim Bum Bam» furono magici.
«Quando girai la sigla ero incinta di mio figlio Michael, che oggi fa il musicista e vive a Londra, e non lo sapeva nessuno. Dopo cinque mesi partorii. Paolo Bonolis mi disse: “Ecco perché eri un po’ gonfia: pensavo avessi fatto una cura di cortisone”».
Ora sarà affiancata dal pupazzo verde Tino, creato da Jim Henson dei Muppets, ma all’epoca c’era il leggendario Uan, rosa e incontenibile.
«Al quale prestava la voce il sempre poco valorizzato Giancarlo Muratori, un talento vero. Facevamo delle autentiche session di improvvisazione a tre davanti a una scrivania senza nient’altro. Solo un vago canovaccio di storia che ci davamo all’inizio. E piangevamo dal ridere. Oggi è tutto scritto». 

Perché fu chiuso?
«Durò tanto, ma avrebbe potuto proseguire. Un anno decisero di spezzare quest’alchimia a tre, che funzionava benissimo, e aggiunsero altra gente: Paolo se ne andò l’anno dopo, e misero me a fare le esterne. Decisione inspiegabile».
Fece anche «Un milione al secondo», con Baudo su Rete4.
«Un tipo tosto. Con Pippo noi ragazze avevamo un ruolo marginale: rappresentavamo squadre con nomi di stili musicali diversi. Io avevo il rock, un’altra il pop, e così via. Un giorno Pippo si fissa e vuole eliminare il rock, affibbiandomi il liscio. Ma a me il liscio faceva vomitare! Glielo dissi, però non avevo voce in capitolo. Alla fine gli autori riuscirono a farlo ragionare». 

In quel programma conobbe suo marito.
«Vittorio Bianco, che faceva il bassista. Oggi non siamo più insieme, ma c’è un buon rapporto. Galeotto fu un libro di Bernarino Del Boca che aveva sul leggìo. Lo stavo leggendo anch’io, casualmente, fra mille. Chiacchierammo. E da lì scattò la scintilla».
Veniamo al Tai Chi.
«Iniziai a 9 anni ma con lo Yoga: mia madre si convinse che potesse farmi bene alla schiena. Dopo un brutto incidente in motorino, passai al Karate e al Kung fu. Per il Thai chi, che ora insegno in un paio di scuole del Milanese, ho imparato tutto dal maestro Chang». 

Che cosa dà in più il Tai chi?
«Aiuta a instaurare relazioni morbide, armoniose, a smussare gli angoli. Se una forza ti viene incontro non la devi contrastare, ma assecondarla e poi restituirla all’altro in modo virtuoso».
Quindi lei asseconda, abbozza.
«Faccio del mio meglio: però guardi che io nella vita sono stata aggredita cinque volte».
Pazzesco. Racconti.
«La prima volta, da ragazza, un drogato sotto casa mi strappò la collanina d’oro. Ero già cintura nera, avrei potuto dargli una ginocchiata, ma rimasi impietrita. Non sai mai come reagisci in certe occasioni». 

E poi?
«Più in là, una notte in periferia, stavo facendo servizio con un dottorino su un’auto medica della Croce rossa che andò in panne. Ci raggiunse una banda i balordi e attaccabrighe. Io uscii, guardai negli occhi quello che mi sembrava il capo, e gli andai incontro con tutta la mia energia e violenza verbale facendoli andare via tutti».
Eh, ma questo l’ha aggredito lei, però!
«In un certo senso, sì. Ma ho solo intuito quel che stava per succedere. Poi ho bevuto comunque 10 grappini per riprendermi. È che il Thai chi ti fa comprendere anche questo, ti dà la percezione». 

Ora lo insegnerà ai bambini in tv.
«All’inizio ero titubante, poi ho deciso di accettare. Bisogna essere molto semplici e faremo in modo di esserlo. Fra tigri, draghi, la paura del buio da far passare…».
È tornata per restare, o le toccherà invidiare ancora Licia Colò?
«Nooo, niente invidia. Chi lo sa?! Mi piace anche la Sagramola. Sono talmente poco invidiosa che le dico che se Licia mi desse anche un piccolo spazio nel suo programma, accetterei».


(DAL SETTIMANALE OGGI - MARZO 2020)

CORONAVIRUS * MARCO PREDOLIN: "SO BENE COSA VUOL DIRE ESSERE CONSIDERATO UN UNTORE"

Il conduttore tv Marco Predolin.
Se c’è uno che si intende di psicosi da virus, quello è Marco Predolin. Classe 1951, parmigiano di Borgonovo Val di Taro, il conduttore che negli Anni 80 sfondò nell’allora Fininvest con «M’ama non m’ama» e «Il gioco delle coppie», fu perseguitato, alcuni lustri fa, da una nomea di potenziale untore che gli azzoppò la carriera.

Marco, ci ricorda che cosa successe?
«1992, ero al culmine della mia popolarità. Nell’ambiente, messa in giro non si sa da chi, circolò la falsa voce che fossi malato di AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita». 

Risultato?
«Qualcosa di strano, impalpabile ma incredibile: iniziarono di botto a non chiamarmi più, a non farmi più lavorare. Una cappa di silenzio, alimentata da voci e tam tam incontrollabili, fece sì che il mio nome mettesse paura: oddìo, il contagiato».

È un ambiente che a volte non ha pietà, quello dello spettacolo.
«C’era proprio il godimento di farla circolare, quella bufala, e ognuno, per renderla più credibile, aggiungeva particolari di fantasia frutto del passaparola. Una volta un produttore str… chiamò un amico, l’autore Marco Balestri, dicendogli: “Sono a Pavia, dove è ricoverato Predolin”». E lui gli rispose: “Peccato che Marco sia qui con me. Ora te lo passo”». 

All’ospedale di Pavia lei è anche morto, se non sbaglio.
«Non me ne parli: uscì La Notte, un quotidiano del pomeriggio che ora non esiste più, col titolo: “Marco Predolin morto a Pavia”. Presero per buono il lancio di uno speaker radiofonico locale. Anche voi giornalisti, soprattutto quelli della tv, ci avete marciato tanto».

Il vento della calunnia.
«Come quell’altra ghiotta perla che girò a lungo su due famose conduttrici tv che si volevano per forza amanti o su Richard Gere malato in un ospedale romano infettato da un topo finito chissà dove». 

E lei che cosa fece, per difendersi?
«Contro le leggende metropolitane non puoi fare nulla, ma quella cosa procurò alla mia carriera un danno davvero rilevante. E se dopo quasi trent’anni siamo ancora qui a parlarne…».

Girava anche con un certificato...
«Avevo fatto il test che accertava la mia sieronegatività: andai da Costanzo a mostrarlo in tv e poi tenevo sempre quel foglietto in tasca, per placare gli increduli. Fui letteralmente travolto da queste dicerie. In fondo andò peggio a chi ebbe la vita completamente rovinata perché tacciato di essere portatore di sfiga, come Mia Martini e Mino Reitano». 

Tra gli episodi più tristi?
«Quando mi fermai in un autogrill a predere un cappuccino, e poi andandomene sentii chiaro uno dei due baristi dire all’altro: “Lavala bene, quella tazza, perché quello è malato”. Cose che fanno male. Questo episodio mi ha ricordato quello recente di cronaca della signora di Ischia che ha preso a insulti i due pullman di presunti untori di Coronavirus dal Veneto. Ma ci rendiamo conto?».

Lei, con i dovuti distinguo, è come se avesse vissuto nell’ormai famosa «Zona Rossa».

«Non le invidio per niente, queste persone. Perché temo che anche quando tutta questa storia, gestita male dal nostro Governo, sarà finita, non riavranno la loro stessa vita sociale. Saranno sempre quelli di Codogno e dintorni. L’ignoranza impera». 

Perché dice che l’emergenza è stata gestita male?
«Perché gli altri Paesi europei hanno adottato un low profile, sono stati più “schisci”, come si dice a Milano. Noi subito a farci belli, a far vedere che siamo bravi, a pompare sui media, e ora col turismo agli occhi del mondo, come la mettiamo? Anche il Governatore della Lombardia, Fontana, che fa il video con la mascherina. Ma si può?».

Un danno d’immagine?

«Lo stesso che credo avrà Ischia per colpa di quell’incauta signora che crede di vivere in un talk del pomeriggio, e che credo ora sia ricercata da tutti gli albergatori ischitani». 

Come se ne esce?
«Oggi c’è più ironia, anche sui social. Ai miei tempi tutto fu preso molto più sul serio. Ma d’altra parte si tratta anche di situazioni in larga parte diverse».

Adesso lei che cosa fa?

«Sono rientrato appena in tempo da un viaggio a Bali, dove ho fatto incetta di vestiti: ho un negozietto di abbigliamento accanto al mio ristorante di Porto Rotondo, “Pirati italiani”. Necessitava di un approvvigionamento».


(DAL SETTIMANALE OGGI - MARZO 2020) 

JODY CECCHETTO: "ASCOLTO PAPA' CLAUDIO MA POI FACCIO QUEL CHE MI PARE"

Jody Cecchetto, figlio di Cladio e Maria Paola Danna detta Mapi.
Jody ha 25 anni, un eloquio invidiabile, e la stessa sicurezza di papà. Cosa non semplice quando papà si chiama Claudio Cecchetto ed è un gigante dello spettacolo. Che smanetta sullo smartphone seduto sul divano accanto a lui con aria fintamente distratta.
A occhio da mamma Maria Paola Danna detta Mapi ha preso invece l’attenzione per il look, curatissimo. «Sono a posto i miei capelli?» dice Jody fissandola durante alcuni scatti di questo servizio fotografico. Lei annuisce soddisfatta, e si riparte.
Il ragazzo nella vita ha deciso di fare il bravo presentatore. Ma non di quelli vecchio stile, per carità. Qui siamo alla tv 3.0. Come minimo. Dal 16 dicembre, ogni lunedì alle 20.25, è in onda su DeaKids (Sky, canale 601) con «Ready Music Play!». Due squadre miste composte da quattro giovanissime influencer (Sofia Dalle Rive, Caterina Cantoni, Giulia Savulescu e Virgitsch) si scontrano a colpi di «lip sync», ovvero  brani famosi cantati in playback.

«Non ho fatto neppure in tempo a mettermi in agitazione all’idea di debuttare come conduttore» dice Jody «perché tempo un mese dal primo contatto, tramite Matteo Maffucci, ero già in onda. E abbiamo registrato le 12 puntate praticamente in una settimana. Questo programma è figlio del successo di Tik Tok, l’app del momento, che prima si chiamava Musical.ly».
Parlare con Cecchetto junior significa invecchiare a vista d’occhio in soggiorno con la velocità con cui il cinematografico Benjamin Button ringiovaniva. Arrivi dicendo che bazzichi stabilmente Facebook, e lui: «Sì, Facebook ormai è dai 50 anni in su: circolano le foto con i fiori glitterati, le immagini dei cagnolini con scritto: “Condividi se hai un cuore”…». Però tu un po’ lo sapevi e pensi di fare bella figura dirottando subito su Instagram. «Sì, Instagram è dai 30 in su. Hanno preso il meglio di Facebook togliendo altre cose. In realtà ho notato che si va a decenni. Adesso sotto i 30 c’è Tik Tok, e poi vedremo». Morale, è dura: se sei un teenager oggi rischi di andare fuori moda nell’arco di un aperitivo, se fai giusto un po’ tardi.

Rapper, dj, attore di sitcom. «Ora sto facendo radio» prosegue Jody. «Rds Next, che è la prima web radio come si deve, attiva dalle 13 alle 20. Ma fare il conduttore in tv mi piace. Non penso a Sanremo. I miei punti di riferimento non sono Conti o Amadeus, ma piuttosto Alessandro Cattelan con X-Factor. Programma che farei al volo dedicandomici totalmente». Interviene papà Claudio: «Anche Cattelan non credo sia ancora uno da Sanremo, per sua fortuna. È giovane. Non vorrei fare il Pippo Baudo della situazione, ma quando collaboravo con Radio 105 l’avevano piazzato di notte. Dissi: questo signore merita di andare di giorno. E così fu. Mi prendo qualche merito per averlo valorizzato».
«X-Factor» però, da almeno un paio di stagioni, langue un po’ sia come ascolti che come verve. «È vero, perché si sono accorti che di gente brava a cantare ce n’è tanta, ma i talenti puri sono al massimo un paio» dice Cecchetto padre. «E allora fanno tv e spettacolo puntando tutto sui giudici e i loro litigi. A me chiesero all’inizio, anni fa, se volessi entrare in giuria, ma essendo io talent scout chiesi di mettere mano anche ai casting e al resto; mi fecero capire subito che non era aria, che volevano mantenere il controllo totale, e ci siamo salutati».  


Essere figli di Cecchetto è sicuramente un vantaggio, ma può diventare anche un problema. C’è più aspettativa attorno a te, e il sospetto della raccomandazione è sempre nell’aria. «L’ho sempre considerato un privilegio» dice Jody. «Certo alcune cose dispiacciono. Per questo cerco di far conoscere prima me stesso e quando mi presento non dico di certo: “Ciao sono Jody Cecchetto”, enfatizzando il cognome. Che poi esce comunque. Ma papà non mi ha mai raccomandato, né nello spettacolo né alla concessionaria per comprare l’auto con lo sconto».
«E qui fa male» ironizza Claudio «perché quando se ne accorgono magari qualcosina ci scappa. Io per esempio sono quello del “Gioca Jouer” (che in una versione riveduta e corretta è sigla di «Ready Music Play!») e grazie a ciò, per simpatia, non prendo multe dai vigili, e i parcheggiatori mi trovano posto più facilmente. Uscendo dall’auto preparo sempre l’attacco del pezzo: “Dormire, salutare, autostop”». 

Pesa il giudizio di papà, più o meno severo che sia? «Lo tengo sicuramente in grande considerazione, ma poi faccio le mie scelte», dice Jody. «Ma io non voglio mica essere uno spauracchio!» interviene mister Claudio. «E poi il padre è sempre un cretino rispetto ai figli. Non voglio dire cose per far sì che poi lui per ripicca faccia l’esatto contrario. La cosa importante è sapere dove si vuole arrivare, avere un progetto a lungo termine e una visione. E fare i passi giusti per arrivarci».
I Cecchetto hanno anche un altro figlio: Leonardo, 19 anni. «Per la musica ha forse più passione di me. Ha scritto un pezzo free style trap sulle focaccine dell’Esselunga che è diventato virale con due milioni di visualizzazioni» dice Jody con orgoglio.

Insomma, le vie del talento e della visibilità sono infinite?
«Mah, non so. Ogni tanto io incontro qualcuno che mi dice: “Sa che mia figlia canta bene?”» osserva Cecchetto senior. «E a volte rispondo: “Ottimo, se anch’io cantassi bene avrei un futuro sotto la doccia!”.  Non bisogna cantare per forza! Dio ci ha dato la bella voce per farci stare bene, non per rompere le p… al prossimo. Ma poi mi spiace essere troppo definitivo e smontare la gente. Se a un provino si presenta qualcuno che non mi piace non lo stronco; dico che fa un genere che conosco poco e porto esempi di qualcuno che ce l’ha fatta».

Uno che ce l’ha fatta, per esempio, è Max Pezzali, una delle  tante scoperte di Cecchetto: «Si è parlato di lui per Sanremo, ma farlo non gli interessa minimamente» rivela il mentore a Oggi. «Stiamo preparando il suo concerto del 10 luglio 2020 a San Siro. 32 mila biglietti venduti in pochi giorni. I testi delle sue canzoni le cantano tutti in coro. Per i quattro che non le sanno metteremo i testi sui maxi-schermi e faremo il più grande karaoke mai visto in Italia con 60 mila persone».

(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2019)

giovedì 23 luglio 2020

BIAGIO ANTONACCI: "VENGO DA UNA FAMIGLIA POVERA', POI HO PROVATO LA RICCHEZZA"

Il cantautore Biagio Antonacci, rededuce da un tour con Laura Pausini.
In punta di piedi, quasi per non disturbare, Biagio Antonacci ha presentato il suo nuovo album: «Chiaramente visibili dallo spazio». Un titolo criptico, che spiega così: «Siamo un puntino che si vede dal cielo, ma in mille altri modi oggi siamo anche totalmente controllati e controllabili, da videocamere in strada o tracciati sul web. Prendiamo atto che siamo osservati: conviene comportarsi bene».
Biagio, come descriverebbe questo lavoro?
«Ormai ne ho fatti 15 in studio, più gli altri. Rispetto ancora i sogni di quel ragazzo di Rozzano che voleva farcela nella musica. Conservo gli occhi da bambino nel guardare le cose. Ma il mio sogno (e prima o poi ci arriverò) è un disco da cantautore acustico: solo chitarra, voce e pianoforte». 

E il tour con Laura Pausini?
«Una cosa bella, con il grande affiatamento di due voci così diverse. Quella è stata la massima espressione del pop. Qui volevo tornare a fare da solo. A raccontare la gente che incontro al bar. Quella che si lamenta perché a 40 anni condivide ancora un appartamento come a 20, o che prova a gioire. Non supereroi, perché quelli hanno un tempo stabilito. Le brave persone durano tutta la vita».
Il suo è un pubblico prevalentemente femminile?
«Le donne da sempre in casa sentono e orientano la musica di tutti. Fra chi mi segue ho mogli, madri, sorelle. E questo ha sempre portato bene».
E lei, che tipo è?
«Vengo da una famiglia povera, ho provato che cosa vuol dire non avere soldi e poi averli. Credo di essere piuttosto concreto e con i piedi per terra».


(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2019)

 

CESARE CREMONINI: "MI ERO PERSO E MI SONO RITROVATO IN UNA STORIA D'AMORE"

Il cantautore bolognese Cesare Cremonini, già leader dei Lunapop.
Giacca e cravatta abbinate a una serietà non di circostanza, Cesare Cremonini non ci sta più a fare «quello che sta crescendo: ormai ho 40 anni e un percorso molto definito» dice di sé. «Mi sono perso, nella vita, accorgendomi di non avere più catene. E sto benissimo qui: è il luogo ideale per scrivere la seconda parte della mia carriera». Presentando il suo ultimo album, «2C2C – The Best Of», il cantautore bolognese non lesina confidenze.
Cesare, questa raccolta contiene anche sei inediti, e uno tra i più evocativi è «Giovane stupida». Sembra autobiografico.
«Lo è: rimasto single ho deciso di mettermi con una ragazza molto più giovane di me, entrando nel mood a me lontano dei ragazzi di oggi. Domande tipo: “Chi è questo Mick Jagger?” hanno dietro un mondo».
Continua questa stora d’amore?
«Alla grande. Come si fa a lasciare una ragazza che mi ha consentito di far nascere una canzone così?». 

Perché ha pubblicato questo disco?
«Per raccontare una storia che da me sedicenne che scriveva “50 Special” arriva qui. Per mostrare l’artista e l’uomo che sono diventato. E anche se mi accorgo che l’orecchiabilità spesso ha tanti limiti, non vedo differenze fra le mie canzoni di ieri e quelle di oggi».
Non fa quasi mai duetti o collaborazioni.
«Devono nascere dall’anima, non dalla discografia. In passato feci solo Lorenzo Jovanotti, un sogno realizzato perché la mia spinta verso la musica viene dalle sue canzoni, e lo ringrazierò per sempre, e con Malika Ayane, perché stavamo anche assieme nella vita e si condivideva qualcosa in modo completo».


(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2019) 

SANDRA E RAIMONDO * I FILIPPINI MAGSINO NEL LETTONE DELLA VERA "CASA VIANELLO"

In questa foto a dir poco leggendaria, scattata da Massimo Sestini per il settimanale Oggi, vivo la grande emozione di essere al centro del vero lettone della vera Casa Vianello, insieme la famiglia Magsino, i domestici filippini che hanno ereditato la fortuna di Sandra e Raimondo. Più sotto, un video con il backstage del servizio fotografico.
Che fine hanno fatto i Magsino? Che cosa combina oggi la famiglia di domestici di origini filippine per vent’anni al servizio di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, finita tempo fa in un tubinio di polemiche dopo avere ereditato la fortuna della coppia d’oro dello spettacolo italiano? Il peggio (mediaticamente parlando) è passato, come vedremo più avanti. E dalla morte di Raimondo (aprile 2010) a quella di Sandra, appena cinque mesi dopo, i nostri continuano ad abitare gli ultimi due piani di una palazzina nel verde a Segrate, appena fuori Milano, che fu la dimora storica dei due protagonisti del piccolo schermo. Cinque camere da letto, cinque bagni, quadri antichi un po’ ovunque, foto e cimeli di una carriera, un barbecue gigante sul terrazzo, e all’interno quattro persone, il gatto rosso Simba e il coniglio bianco Asti. 
C’è il sornione papà Edgar, 53 anni, che veglia silente su tutti; la quieta Mamma Rosalie, 55, sposatisi nel 1995 (ma presero servizio dai Vianello il 5 dicembre 1991), e i loro due sorridenti figli: John Mark (28) e Raimond (23). Un quartetto che era a tutti gli effetti parte della famiglia.
Il nome di Raimond («Mi raccomando lo scriva senza la y, sbagliano tutti») ci porta subito dalle parti del comprensibile omaggio a «zio Raimondo», come lo chiamano i ragazzi di casa. A far da contraltare naturalmente a «zia Sandra». «Di loro» continua «mi manca soprattutto la quotidianità: lui che mi preparava la colazione e poi, da piccolo, in assenza di partite di calcio, mi portava al piano di sopra a guardare in tv certi cartoni animati che sopportava a malapena per farmi felice».

Dopo il liceo scientifico, Raimond, insieme con il suo personal trainer, ha aperto una società che si occupa «di affitti e compravendita di immobili».
I due fratelli furono anche protagonisti di un episodio di «Casa Vianello» intitolato «Il mago pennellone», nel quale un Raimondo illusionista riusciva perfettamente nel numero della sparizione di cinque euro. Più presentein tv è stato invece il maggiore, John Mark, comparso anche in «Cascina Vianello». Fu lui, dopo la ravvicinata scomparsa di Raimondo e Sandra, a occuparsi in parte del patrimonio di famiglia. «Iniziai a studiare Economia e commercio, facoltà che ho poi lasciato. Poi ho seguito corsi di memoria e lettura veloce e anche comportamentali, inerenti al relazionarsi con l’altro sesso. Avevo anche bisogno di conferme. Il trauma per la morte degli zii fu forte e sentivo psicologicamente il peso di dovere in qualche modo tutto a loro. Oggi rappresento per Monza e Brianza il progetto di un “centro commerciale digitale” per aziende e privati: “Cashback World” ». 

Mamma Rosalie, dal canto suo, torna spesse nelle Filippine, nella provincia di Oriental Mindoro, per seguire le attività di una Onlus dedicata a Sandra e Raimondo; si occupa di aiutare a progredire bambini e nuclei familiari che vivono in uno stato povertà e arretratezza.
Ben diverse le attitudini di papà Edgar, che zitto zitto, da tre anni a questa parte, col suo Thunder Bowl Milano Team (al quale è iscritto anche John Mark) è diventato un campione di bowling. Partecipa a vari tornei, ma il suo orgoglio è stato il sesto posto (su 176 partecipanti) strappato al “Ranking 500”, sfidando i più grandi professionisti italiani.
«Quando leggemmo le referenze per entrare a lavorare in questa casa» dice Rosalie «Sandra chiedeva espressamente una coppia con un figlio piccolo (John Mark aveva appena sei mesi) disposta a vivere qui. Siamo stati assieme e al loro servizio facendo una vita normalissima per vent’anni e il valore più grande che ci hanno lasciato è stato l’affetto. Il periodo più difficile? Quel lasso di tempo, relativamente breve, fra la malattia e la morte di Raimondo, e la vista di Sandra che a seguire si spegneva lentamente». 

Poi affiorano i ricordi felici di una vacanza invernale a Crans-Montana, in Svizzera, dove Vianello e Mondaini possedevano un’altra casa: «Quella l’abbiamo venduta» spiega Rosalie «perché ci andavamo soltanto un mese all’anno. Del resto sia Raimond che John Mark non sanno sciare per assoluto divieto di Sandra, che era terrorizzata dal fatto che potessero farsi male». «Vietata anche la moto», incalza Raimond. «A Crans-Montana» ricorda John Mark «zio Raimondo, che aveva appena imparato a inforcare gli sci, inciampò e cadde fra la neve fresca mentre stava per prendere lo skylift e Sandra se ne andò via ridendo. Un’altra volta, in una discesa, prese un suo amico che stava a valle come un punto nel mirino e finì per travolgerlo alla fine della corsa».
In un’Italia dalla xenofobia spesso strisciante o marcata, una famiglia di filippini che eredita la fortuna dei Vianello non può non essere oggetto di invidie. «Un peso che si è sentito, ma più che invidia mi piace chiamarla gelosia, per attenuare» dice Rosalie. «All’inizio leggevo certi commenti sui social e ci restavo malissimo. Poi l’ho superata. Questi che offendono dietro un nickname non si rendono conto che dall’altra parte ci sono delle persone?», rintuzza John Mark. «Io invece di prendermela li sfottevo a modo mio» dice Raimond. «Leggevo dei ricchi filippini e commentavo rincarando la dose: “Sì sì, questa sera vanno a spendersi tutto a cena da Cracco».
Su un tavolino del soggiorno, tante foto. Una di queste vede John Mark e Raimond decisamente più giovani e in mezzo a loro Silvio Berlusconi. «Venne a casa quando zio Raimondo stava male» racconta John Mark. «E quella foto la ricorderò sempre perché ci teneva schiacciati per abbassarci, credo per risultare più alto. Lo vede che sono tutto storto? Zio con lui scherzava sempre e lo prendeva in giro: “il Berlusca” gli diceva. Lui era uno che ironizzava sempre. Chiunque avesse davanti: un prete, un politico, un ufficiale delle SS. Zio Raimondo prendeva in giro tutti».


(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2019) 

mercoledì 22 luglio 2020

KATIA RICCIARELLI: "NON AVEVO LE CHIAVI DELLA CASA DOVE VIVEVO CON PIPPO BAUDO"

Katia Ricciarelli durante il periodo del matrimonio con Pippo Baudo. La soprano è attualmente in onda su Rai1 insieme con Pierluigi Diaco nel talk-show "Io e te".
La vera diva è Ciuffi, batuffolo bianco screziato che zampetta con alterigia in platea, nel foyer e tra gli austeri saloni del Teatro Verdi di Trieste. «È un incrocio fra un maltese e uno yorkshire, ce l’ho da un anno e ormai è la mascotte della compagnia» dice amorevole Katia Ricciarelli. Che lavora alacremente alla regia di due opere: «Turandot» di Puccini (debutto il 29 novembre nella stupenda città friulana) e a seguire la classica «Aida» verdiana.

Katia, esagero se la definisco «La regina della lirica italiana»?

«Beh, non sarebbe il primo… Massì, dai, diciamo che ci può stare».
Festeggia 50 anni di carriera. A che punto si sente della sua vita?
«Sono una che per il lavoro ha sacrificato tutto, e coerentemente continuo a lavorare, a cantare, a insegnare, a coltivare interessi, a fare tv quando capita». 

Con il pubblico dalla sua.
«Ho tanti sostenitori nonostante l’Italia sia un Paese che ama portare in vetta i propri beniamini e poi distruggerli. Quelli che non sopporto sono i tipi che escono dal teatro e dicono: “Certo che da ragazza la voce era un’altra cosa”, oppure: “Dai, tutto sommato se l’è cavata ancora”. Queste cose mi mandano in bestia ed è il motivo per cui ho smesso di fare opere».
Patisce così tanto il giudizio degli altri?
«Tiro dritta ma lo patisco. Le malelingue mi destabilizzano».
Prima ha glissato sul privato.
«Mannò, ho un passato con due storie importanti: una di 12 anni con Josè Carreras…». 

I sacri testi dicono 13.
«Sa che mi sta mettendo il dubbio? (Ride). Sì, ha ragione: tredici. E poi 18 di matrimonio con Pippo Baudo. Completando l’opera. Diciotto, capisce? Non ho neanche raggiunto i vent’anni di versamento di contributi sentimentali minimi. Che cosa vuole, la butto sul ridere».
E la battuta è anche buona. Ma che cosa non ha funzionato?
«Quando sono nati quegli amori c’era affetto, attrazione. Tutto. Quando le cose non funzionano più bisogna prenderne atto e chiudere».
Non ama accontentarsi.
«No, il tirare a campare non fa per me. Non ha senso. Altrimenti certe relazioni le avrei riprese». 

Lei è nota per coraggio e schiettezza. Litiga spesso?
«No, evito. Mia madre mi chiamava “Fiammifero”: mi accendo, brucio e mi spengo subito completamente. Invece l’altra persona magari se la lega al dito per tutta la vita».
Però scusi: lei e Pippo Baudo siete due indiscutibili dominatori. Avrete litigato di continuo.
«Pensi che ho rivisto Pippo quest’anno, per caso, all’inaugurazione della stagione dell’Arena di Verona, dopo che non ci vedevamo né ci parlavamo da ben 15 anni. Mi ha fatto piacere perché abbiamo chiacchierato e ci siamo abbracciati con estrema naturalezza. Con serenità».
Possibile, 15 anni di silenzio?
«Sì, c’è l’orgoglio, il caso che non ci ha fatti incontrare, nessuno che alza la cornetta per primo. Sono le macchie d’olio che si allargano, come le chiamo io». 

Torniamo ai litigi baudiani. Saranno stati memorabili.
«Non tanti, in realtà. Lui diceva sempre: “Io non voglio farli, preferisco vivere tranquillo”. Io invece penso che per far funzionare una storia si debba parlare e “baruffarsi” ogni tanto e poi fare pace. Se non si discute finisce che poi cala il silenzio e tutto muore. Allora ogni tanto prendevo e me ne andavo, ma poi non potevo rientrare perché non avevo le chiavi».
Mi sta dicendo che non aveva le chiavi della casa che abitava con Pippo?
«Eh, che cosa devo dirle… Non le avevo! Però in realtà c’era quasi sempre una signora dentro che apriva. Litigavamo, lui provava a trattenermi, me ne andavo e poi tornavo. Una volta, sposati da poco, mi trovai a dormire a Roma allo Sheraton. Avranno pensato: “Toh, Baudo l’ha già cacciata di casa”». 

Perché litigavate?
«Ero gelosa di tutte le donne belle che aveva sempre attorno. Lui mi diceva: “Scendi dal piedistallo, non fare la diva”. Ma quale diva? Ero in perenne sbattimento, che gli frugavo anche nelle tasche di nascosto per controllare. Poi quando le cose si guastano è finita, non le riaggiusti».
E con Carreras, come andò?
«Eravamo giovani e molto innamorati. L’ho lasciato, è tornato dall’ex moglie, poi ci siamo rivisti e rimessi assieme e poi lasciati di nuovo; è tornato ancora dall’ex moglie. Insomma, un casino: era tutto un ciàpa sü, ciàpa zò che non le dico. Poi è spuntato un figlio».  

Che tipo era José?
«Simpatico. Come molti catalani, imprecava tantissimo nella sua lingua. Quando si mise con me imparò anche le imprecazioni in italiano, che non capiva bene e gli sembravano meno gravi. Un giorno a Vienna lo dovetti fermare perché continuava a imprecare in italiano».
Solo due tenori nella sua vita sentimentale?
«Sì, al massimo qualche tenorino agli inizi. Ci fu anche un flirtino - perché con lui più di quelli non potevi avere - con Alberto Sordi. Le sue sorelle mi volevano molto bene, perché fra quelle che frequentava ero l’unica che lavorava. Debuttai e mi mandò 100 rose rose. Ma allora non è avaro come dicono, pensai. Scoprii poi che le aveva mandate la casa di produzione». 

Che cosa le è mancato, nella vita?
«Forse un figlio, ma mi sono anche detta tante volte che avendo sacrificato tutto al lavoro, sarei stata probabilmente una pessima madre. A un certo punto con Pippo l’abbiamo anche cercato, ma non è venuto. La natura ha detto la sua».
In compenso a Pippo ne spuntò uno all’improvviso, Alessandro, che non sapeva di avere.
«Sì, mi diceva: faccio il test del Dna. Ma quale test vuoi fare, gli ripetevo: non vedi che è uguale a te?».
Lei è un soprano senza la puzza sotto il naso. In tv ha fatto persino il reality «La fattoria», nel 2006.
«Mi ero appena lasciata con Pippo e avevo bisogno di andare lontano e distrarmi. Non mi posi neanche il problema di passare per quella che voleva rinfrescare la propria popolarità». 

Ha ricevuto altre proposte?
«Di tutto, in primis “L’isola dei famosi” e il “Grande Fratello Vip”, ma ho sempre declinato. Di recente persino “Tale e quale show”».
Come giurata. Non sarebbe stato male.
«Ma quale giurata? Avrei accettato. Volevano mettermi in gara a fare le imitazioni! Lei capisce che va bene tutto, ma…».
Ha ancora quella passionaccia per le slot machine?
«Certo, ma senza mai rovinarmi. Mi piacciono quelle lucine colorate, le rotelle che girano. E dovrebbe vedere che calci tiro a quelle macchine quando perdo. Le insulto e tiro calci. E siccome non vado mascherata e con i baffi, ogni tanto arriva quello che: “Scusi, ci facciamo un selfie?”. Ma che selfie vuoi fare con me e la slot? Ma lasciami in pace, che son qui a rilassarmi!».


(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2019) 

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