martedì 17 luglio 2018

SELVAGGIA LUCARELLI: «I MIEI 'CASI UMANI' SONO NATI DALL'INCAPACITA' DI STARE DA SOLA»

Selvaggia Lucarelli.
Mentre il suo libro, «Casi umani» (Rizzoli), scala le classifiche, quel sacripante di Selvaggia Lucarelli perfeziona il piano ferie estive presentandolo su e giù per l'Italia (è stata di recente anche a Favignana, nelle Egadi), nel segno dell'ottimizzazione. 
Oggi alle 19 sarà alla libreria Feltrinelli di Milano, in Piazza Piemonte, insieme con Luca Bottura e il fidanzato Lorenzo Biagiarelli. Domani a Roma, alla Feltrinelli di via Tomacelli, con il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio
Ho  chiesto a Selvaggia di spiegare chi fossero i suoi casi umani, ovvero gli uomini sbagliati finiti sul suo cammino.

«I “miei” casi umani» dice Lucarelli «sono uomini incontrati in un lungo periodo di incapacità di stare da sola che mi ha portata ad aggrapparmi alla speranza che ogni volta fosse quello giusto. Cercavo sempre “il buono” in personaggi indecenti, non vedevo limiti macroscopici, talvolta perfino tragicomici. Per dire, prima di capire che il tizio si presentava ogni sera da me con scatoloni di roba nuova e senza senso (da friggitrici a Xbox) probabilmente mi portava in casa merce rubata ho impiegato mesi... Io lo credevo generoso».

venerdì 13 luglio 2018

MILANO * ARRIVA «FUD», LA BOTTEGA SICULA DEI SAPORI CHE CONQUISTANO IL PALATO

Il porcello nero dei Nebrodi.
Lo spettacolo del cibo, in questo caso. Il disarmante spettacolo di profumi e sapori che mi si è parato davanti ieri sera all'inaugurazione di «Fud - Bottega sicula», che apre oggi a Milano in Via Casale 8, sui congestionati ma sempre ospitali Navigli, in una traversa di quello Grande.

I formaggi di «Fud».
Il palato si perde fra sgombri e acciughe superbe (il segreto del titolare, Andrea Graziano, è quello di puntare tutto sulla qualità della materia prima), tra formaggi rigorosamente autoctoni, prosciutti e salumi che inducono in tentazione, come il porcello nero dei Nebrodi. Per non parlare del cioccolato di Modica, leggermente speziato, e delle mandorle allo zenzero; dei provoloni al limone e arancia e del pane all'olio d'oliva, sul quale si incastonano come diamanti acciughe e pomodorini secchi sul letto di una burratina. Se vuoi l'hamburger, ecco che arriva, con la parmigiana alle melanzane o come ti pare, arricchito dagli ingredienti di cui sopra.
Tre selezioni (curate) di birre alla spina artigianali, e qualche punto che si perde in tabella sulla strada dei vini, ma può essere che io sia un po' prevenuto nei confronti della loro atavica asprezza.

Pare che il ragazzo faccia grandi affari in Sicilia, con altri presidi gastronomici analoghi, e lo merita. Così ora si tratta di conquistare Milano, fra residenti più avveduti e turisti stranieri un po' distratti. Le premesse per lavorare bene ci sono tutte. Al debutto, più videocamere che a Sanremo.

domenica 8 luglio 2018

ADDIO A CARLO VANZINA * HA RACCONTATO PER IMMAGINI 40 ANNI DI ITALIA TRASH

Carlo Vanzina.
Insieme con il fratello Enrico, sceneggiava. Lui, Carlo, più schivo e concreto, dirigeva soltanto. Sullo sfondo i geni di papà Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, uno dei grandi del cinema italiano.
Noto per i cinepanettoni (diresse il capostipite, «Vacanze di Natale», nel 1983) ma poche volte cedette alla vena sempre più insopportabilmente trash che il filone stava prendendo, per mano di altri. 
Carlo Vanzina ha saputo raccontare, vestendola di cinema di scarso spessore, l'Italia più leggera e disimpegnata degli ultimi 40 anni. Non era certo un Mario Monicelli e manco un Dino Risi, ma va detto che anche il copione fornito dal Paese reale era quello che era.

Ora che se n'è andato, non ricordiamolo soltanto per le pagine minori. Nel 1980, piccola chicca per cinefili, fece debuttare al cinema il talento dei veronesi Gatti di Vicolo Miracoli, nel cameratesco «Arrivano i gatti». Mise le mani sulle prime pellicole cult del terrunciello Diego Abatantuono («Eccezzziunale veramente» e «Viuuuletemente mia»), e soprattutto si fece lieve nel 1983 raccontando con autentica grazia gli Anni 60 vacanzieri di «Sapore di mare»Gli amori, i tradimenti, i fremiti adolescenziali in una Versilia, ingenua, quasi da cartolina. Qui Carlo Vanzina fu autenticamente grande.

martedì 19 giugno 2018

LA PREVALENZA DEL DISTOPICO

Un'immagine tratta da «Black Mirror», la serie tv distopica per antonomasia.
Una decina e passa d'anni fa andava di gran moda (giornalisticamente parlando) la parola «mediatico». Te la trovavi in tutti gli articoli di settore e anche nell'insalata, se non stavi attento. Oggi è trendissimo «distopico», sdoganato dalla serie tv «Black Mirror». Se non metti distopico in un pezzo, fai pena. Niente, questo post è solo per poter scrivere distopico, perché al momento non ne ho l'occasione, ma avevo quest'urgenza per non essere tagliato fuori dal consesso mediatico. Appunto.

sabato 9 giugno 2018

CABARET O STAND-UP COMEDY? IN ITALIA LA VIA PURTROPPO È UNA SOLA

George Carlin, forse il più noto stand-up comedian americano.
Non molto tempo fa sono andato a vedere, qui a Milano, una serata di cabaret con un po' di nuovi talenti. Alcuni bravini, alcuni negati, altri con potenzialità ma senza testi di rilievo. Vabbé, niente di nuovo.
Mi ha colpito però una ragazza con la quale ho scambiato due parole prima dell'esibizione. «Anche tu fai cabaret?», le dico. Risposta, un filino risentita: «Prego, io faccio stand-up». Come a dire: faccio parte di una categoria superiore. Il riferimento è alla scuola degli irriverenti, spesso volgarissimi e dissacranti, alcuni geniali stand-up comedians americani, che probabilmente la tipa ha come punti di riferimento. E fa bene.

Posto che dire a qualcuno «Fai cabaret?» non è ancora un'offesa (almeno credo), la ragazza lamentava il fatto di essere, in passato, stata scartata da «Zelig», che di conseguenza odiava. Purtroppo la vera stand-up comedy in Italia non può esistere se non in piccoli locali o cantine carbonare. Non può avere dignità televisiva su reti generaliste a causa dell'impronta fortemente cattolica e/o bigotta del Paese. Le volgarità, anche se fanno ridere o contengono semi di genialità, non trovano cittadinanza sulle nostre grandi reti in prima serata. E per molti versi è anche comprensibile.

L'unico che aveva sdoganato qualcosa (con moderazione) fu Daniele Luttazzi, che infatti poi si è scoperto copiare a man bassa proprio dai testi degli stand-up comedians americani.
Mi spiace che la ragazza (fra l'altro la migliore della serata) si senta frustrata, ma qui da noi non ci sono altre vie. Mi spiace però anche che si senta offesa dalla domanda «Fai cabaret?». Perché il nostro cabaret, magari un po' annacquato o (auto)censurato, ha sempre avuto una sua nobiltà e spesso grandi autori e interpreti. Ciò che conta è sempre il risultato. E far ridere è molto più difficile che far piangere. L'importante è non far piangere provando a far ridere.

venerdì 1 giugno 2018

QUANTO MAALOX PER MATTARELLA, MEGLIO DI RICHELIEU

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Penso ai chili di Maalox ingoiati in queste settimane dal povero Sergio Mattarella, che secondo me in tutta questa storia è stato un gigante. Ha ingoiato rospi da un quintale l'uno (prima fra tutte l'assurda pretesa di impeachment del Movimento 5 stelle) pur di dare un Governo politico a un Paese che a colpi di spread e Borsa in ribasso non sarebbe arrivato vivo alle nuove elezioni autunnali. Gigggino Di Maio 'O Maraja temeva di perdere fortemente consensi e ha fatto marcia indietro. Ruspa Salvini pure, perché pur sapendo che alle prossime consultazioni avrebbe riempito la gerla di voti come mai prima giocando sulla demagogia, rischiava di non trovarsi più un'Italia da governare. E quindi intestarsi tutte le contumelie per l'impuntatura su Savona. È stata una crisi complicata, stranissima, fuori da tutti i protocolli. E se Mattarella, che l'ha gestita, aveva studiato tutto, beh, il Cardinale Richelieu gli spiccia casa.

domenica 6 maggio 2018

50 ANNI DI BAGNASCO (E CHI L'AVREBBE MAI DETTO?)

Franco Bagnasco
50 anni di Bagnasco. Non fa un po' impressione? A me sì.
Ieri siete stati quasi mille a spendere un minuto della vostra vita (la mia deriva Fabio Volo degli ultimi tempi non mi piace per niente, ma prendetela come viene) per il mezzo secolo di questo vecchiaccio un po' spelacchiato e provato ma sempre sul pezzo. Telefonate, Whatsapp, Twitter, soprattutto Facebook (la bacheca è bloccata alla visione dei contributi esterni, quindi purtroppo non potete gustarne la varietà) mi hanno tenuto in prontezza operativa tutta la giornata. E vi ringrazio di cuore per la vicinanza e gli incoraggiamenti.

Dal punto di vista psicologico mi ha segnato di più il passaggio dai 30 ai 40 di quello fra i 40 e i 50. Scarrellare fra 3 e 4 mi destabilizzò di più. Decisamente. Ora la vedo più come un prolungamento dell'età di mezzo. Quella in cui hai più coscienza di te stesso e aneli al minor numero possibile di rotture di zebedei. Poi i 50 sono i nuovi 30, non lo sapete?

Non faccio bilanci (ma soprattutto bilance) perché c'è ancora del lavoro da fare. Lungi dal credermi perfetto o un santo, credo però di avere sempre dato, empaticamente, il più possibile a chi mi stava attorno. E molto mi è stato restituito. Ho fatto - e sempre farò - ciò che dovevo per difendere la mia serenità, la mia dignità, la mia libertà e il mio lavoro quando venivano minacciati. Il resto sono coriandoli, attese sotto la pensilina, assestamenti dell'ego, freccette avvelenate, code al Carrefour e Sanitrit che si rompono.
Sì, chi mi segue da un po' sa che ogni 3-4 anni a casa mia in bagno si rompe il Sanitrit. Puntuale come una cartella esattoriale, si è fermato anche quest'anno. In occasione dei miei 50. La ciliegina sulla torta. Ma per fortuna non è stato il delizioso Niagara brown dell'ultima volta. L'avrei presa male. Mezzo secolo in fondo ci sta. Mezzo secolo di merda non lo potevo accettare.
Franco

giovedì 3 maggio 2018

«TU STYLE» ENTRA IN NOMINATION PER I «DIVERSITY MEDIA AWARDS 2018»

Marina Bigi, direttore del settimanale Tu Style.
Il settimanale mondadoriano «Tu Style», diretto da Marina Bigi (nella foto), è in nomination per i Diversity Media Awards 2018.
I DMA, promossi da Diversity - l'associazione fondata e presieduta da Francesca Vecchioni (http://www.diversitylab.it/evento/) - premiano i media (tv, radio, cinema, pubblicità, stampa e web) che nel corso dell'anno si siano distinti per una rappresentazione valorizzante del mondo LGBTI.

Alla base dei DMA, vi è la ricerca che ha unito 9 atenei italiani: insieme hanno preso in esame la copertura di temi ed eventi pertinenti le persone LGBTI nell'informazione e nei prodotti mediali di intrattenimento.
I risultati di questa ricerca hanno determinato le nomination dei DMA, ideati per dare maggiore risalto a questo lavoro scientifico, farlo uscire dalle aule accademiche e raggiungere più persone possibili.

I DMA saranno consegnati il 23 maggio 2013 presso il Teatro Vetra di Milano nel corso di una serata di gala con charity dinner alla presenza di personalità delle istituzioni, della cultura, dell'impresa, dello sport, dello spettacolo.

Il progetto è no-profit e patrocinato dalla Commissione europea, dall’Ambasciata del Canada, dal Comitato Interministeriale per i diritti umani e dal Comune di Milano.


venerdì 30 marzo 2018

ANTONIO ALBANESE VIAGGIA «CONTROMANO» NELL'ITALIA DEL RAZZISMO

Antonio Albanese a Milano sul set di «Contromano».
«Contromano» è il nuovo film di Antonio Albanese (al centro nella foto in una pausa sul set al Bar dei Cherubini, a Milano), uscito ieri in 300 sale italiane.
Una cavalcata antirazzista che porta l'attore, nei panni del commerciante Mario, a rapire un ambulante di colore concorrente (vende calze sottocosto proprio all'ingresso del suo negozio) con l'intenzione di riportarlo in Senegal.

Gli altri due protagonisti sono Alex Fondja (Oba) e la bella Aude Legastelois, che da noi sono pressoché sconosciuti ma che hanno un ottimo successo di pubblico in Francia. L'immigrazione, che tanto spazio ha avuto anche in occasione della campagna elettorale per le ultime elezioni politiche, guadagna la scena con ironia. Tanto che, a quanto sembra, originariamente il film avrebbe dovuto intitolarsi in modo più netto: «A casa!», o «Tutti a casa!», ma poi - vista forse anche la maiuscola vittoria della Lega - si è optato per qualcosa di più sfumato, di più suggerito.


martedì 27 marzo 2018

FABRIZIO FRIZZI * UNO CHE NON HA MAI VENDUTO AL PUBBLICO MERCE AVARIATA

L'addio a Fabrizio Frizzi. Domani a Roma i funerali, alle 12, nella Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo.
Mia madre che ieri mi telefonava piangente parlando della sua morte. Ovunque sui social, Facebook prima di tutto, testimonianze di affetto vero, sincero. Perché questo di lui passava, in pienezza, dallo schermo. Era nella vita come lo vedevi là dentro, in 16:9. 
E il pubblico lo capiva perfettamente. Altri manichini pubblici o della tv bluffano e a telecamere spente diventano mezzi mostri («Striscia la notizia» ne ha mostrati alcuni) ma spesso riescono a farsi percepire come brave persone.

Fabrizio era così e quel Fabrizio arrivava. È stato il suo maggior successo personale e professionale, a mio avviso. Da una vita la gente che incontro mi chiede: «Ma com'è davvero tizio? Com'è veramente quell'altra?». Di lui ho sempre parlato bene, perché non poteva essere altrimenti.
Riflettevo sul fatto di lasciare un segno nella vita. Ecco, lui ci è riuscito. Ed è riuscito a farsi amare senza vendere al pubblico merce avariata.

lunedì 26 marzo 2018

ADDIO A FABRIZIO FRIZZI, IL BUONO DELLA TV COL "COMPLESSO" DELLA BONTA'

La morte di Fabrizio Frizzi.
Fabrizio Frizzi si è spento nella notte, all'ospedale Sant'Andrea di Roma, per un'emorragia cerebrale. Aveva 60 anni, e nell'ottobre scorso, negli studi Rai dove registrava «L'Eredità», fu colpito da un grave malore. Da allora combatteva, in silenzio, e sempre sorridendo (com'era nel suo stile) una battaglia difficile.
Lascia la moglie Carlotta Mantovan e la figlia Stella. La camera ardente sarà aperta al pubblico domani, martedì 27 marzo, nella sede Rai di Viale Mazzini 14 dalle ore 10 alle ore 18. I funerali del conduttore si terranno mercoledì 28 marzo alle ore 12 nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo.

Sono tantissimi i ricordi personali che mi legano a Fabrizio: tante interviste, la sua privacy difesa sempre in modo strenuo, senza la smania di finire sui giornali, e un certo caratterino (un puntiglio) di fondo che non traspariva dall'aria bonacciona - comunque assolutamente reale anche nella vita - che portava in video. Eravamo amici, ma abbiamo anche "scazzato" un paio di volte. Come succede a tutti gli amici.
La prima tanti anni fa, quando scrivevo per «Il Giornale» e lui faceva coppia con Rita Dalla Chiesa. In una rubrica feci una battutina su di loro (manco me la ricordo), e lui ogni tanto ancora mi rinfacciava quel momento. Poi di recente, per un testo da includere nel mio libretto, «Il peggio della diretta». Rispettai, ovviamente e com'è giusto, la sua tignosa volontà.

Con gli anni mi sono fatto l'idea che questo assoluto professionista dello spettacolo, con un legame orgoglioso e inscindibile con la Rai, capace di passare indenne con alti e bassi stagioni e stagioni di Viale Mazzini stando sempre lontano dalla politica, avesse un po' il complesso della sua bontà mediatica. Di quest'immagine da «Frizzolone», come l'avevano battezzato, da eterno buono della tv. Ogni tanto sentiva la necessità di tirare fuori gli artigli, per compensare. Per dimostrare di non essere soltanto quella cosa là, ma anche un uomo di polso. E in quei momenti non lo riconoscevi. Invece ridemmo come scemi quando gli segnalai un conduttore di seconda mano che stava provando a fargli le scarpe, nascostamente, nei meandri della Rai. E così pure a una cena a Forte dei Marmi, deve fu prodigo di aneddoti e battute.

Una volta, non molto tempo fa, mi disse: «Sai che vorrei fare uno spettacolo teatrale con le tue battute e le riflessioni che metti su Facebook? Una specie di lungo monologo con canzoni. Tienimi via un po' di cose. Alcune me le sono già segnate io»
Ciao Fabrizio, sarebbe stato bello: purtroppo non abbiamo fatto in tempo.

giovedì 22 marzo 2018

FERRAGNI, FEDEZ E IL PICCOLO LEONE: L'IRONIA CORRE SUL WEB

Ferragni, Fedez e Leone dal profilo Instagram della fashion blogger.
Per qualcuno sarà «Il Re Leone». Altri invece hanno sfornato copiosi quanto fantasiosi riferimenti a Leone Di Lernia, il re della disco trash recentemente scomparso. 
Su Twitter e Facebook la nascita del primogenito della coppia Fedez-Chiara Ferragni ha scatenato (non poteva essere altrimenti) l'ironia collettiva. Il mio piccolo contributo lo leggete nei due post feisbucchiani qui sotto. 
Ma c'è chi ha scritto, parafrasando la nota novella del Leone e della gazzella africani, che il baby influencer ogni mattina dovrà correre più forte di Instagram e di mamma per non farsi fotografare. E la maggior parte degli umoristi più o meno improvvisati l'ha buttata sui followers che il neonato (il quale parte sicuramente avvantaggiato rispetto agli altri) può già contare a neanche una settimana dalla nascita.


lunedì 19 marzo 2018

D'URSO PRONTA PER IL «GRANDE FRATELLO» DEI NON FAMOSI (IL PROBLEMA È DISTINGUERLI)

«La Tv abbassa». Barbara D'Urso si accaparra il GF11.
Barbara D'Urso, dunque, condurrà il GF15, quello dei non famosi, il cosiddetto GFNip, delle Not Important Person. Quello tariconiano delle origini, insomma.
Oddio oggi è un po' difficile distinguerlo, il «Grande Fratello» dei personaggi popolari da quello degli sconosciuti, perché in genere tutti i cast si sono omologati a un livello di marginale notorietà degli inquilini della Casa che fa tanto Festa degli sconosciuti di Ariccia.
Si va di sfumature da occhio esperto, come in certe tele a pastello. Il GF dei famosi è pieno di palestrati e pischelle a fama men che condominiale, piazzati fra qualche folkloristico avanzo dello star-system nostrano. Ne restano pochissimi, sono tutelati come i panda, e a volte te li ripropongono perché non sanno più chi prendere.
In quello degli sconosciuti si pesca tra vecchi e nuovi casting, retrobotteghe d'agenzia, provini on the road. Ma è sempre più dura portare a casa la pagnotta.

Alla conduzione, finalmente un volto nuovo: lady Barbara D'Urso, la highlander di Cologno Monzese. Che alla riposante doppietta «Pomeriggio 5» e «Domenica Live» aggiunge ora il defatigante Big Brother. Non ci riuscirebbe neanche Thor. 
Se gli attori di teatro sognano di morire sul palco, immagino che Barbarella (il più tardi possibile) si auguri di finire i suoi giorni tra le braccia di un assistente di studio mentre le passa il bicchierino d'acqua. Si spera non durante un nero di pubblicità, perché sarebbe una sfortuna micidiale.
Si scherza, naturalmente: per il Grande Fratello la D'Urso è tagliata, resta una numero uno della diretta, e manovra con sapienza i suoi burattini. Non a caso Canale 5 le affida metà dei palinsesti della rete. Ormai c'è gente che se mette sul 5 e non trova la D'Urso pensa ci sia un guasto e chiama l'antennista.


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