giovedì 6 luglio 2017

IN ATTESA DI GIUSTIZIA, MI TELEFONO DA SOLO

Franco Bagnasco

Sono tanti e impattanti. Ma tra i disagi più fastidiosi per lo svolgimento di una vita normale causatimi dalla forma ansioso-depressiva che mi è stata procurata, c'è la (quasi) totale perdita di concentrazione. Il pensiero torna continuamente a ciò che hai lungamente subito e a chi te lo infliggeva, i fatti e le modalità, in un loop che ha rari momenti di interruzione. E che reclama continuamente, implicitamente Giustizia ogni ora della tua vita. I tempi purtroppo, si sa, sono lunghi: il mio studio legale è in convenzione con l'Associazione Lombarda dei Giornalisti, sono persone molto in gamba ma c'è da mettersi in coda con altri che cronologicamente vengono prima di te. Le scadenze urgenti passano davanti, e la burocrazia fa il resto. Insomma, il labirinto mentale, la bolla nella quale vivi in attesa di Giustizia, fa sì che si stia come in una pentola a pressione che sta continuamente per scoppiare. Intanto benedico voi, i social (e alcune serie tv) che mi danno la possibilità di distrarmi un po'. Anche se poi la mente purtroppo alla fine torna sempre lì, inevitabilmente lì.

Tutto questo disordine mentale crea anche momenti involontariamente buffi. Vi racconto un aneddoto premettendo: non conosco il numero di telefono del mio fisso di casa. L'ho cambiato da poco e, non telefonandomi da solo, non lo conosco. L'altro pomeriggio da quel cordless fisso mi sono messo a chiamare a memoria il cellulare di mia madre, che è un 333 come il mio, e perso tra i miei nefasti pensieri ho chiamato invece per sbaglio proprio il mio cellulare, che era lì sul divano, accanto a me. Vedo comparire sul display un numero di Milano che non conosco, riaggancio e lo chiamo. Hai visto mai che sia lo studio legale che mi annuncia che il ricorso è pronto. Dà occupato. Amen. Riaggancio, riprendo il cordless e premo il tasto di richiamata dell'ultimo numero per tornare a mia madre. Di nuovo mi squilla il cellulare con sul display quel misterioso numero di Milano. Riaggancio. Torno al cellulare (che nel frattempo ha smesso di suonare) e chiamo l'ignoto numero milanese, riflettendo sulla bizzarria di «questo che mi chiama sempre mentre ho appena iniziato a chiamare di là». Occupato. Morale: ho impiegato una decina di minuti e tre telefonate a capire che mi stavo telefonando da solo. Vi prego abbiate pietà di me, sono frollo come un Galbusera nel thè.

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