| Il cantautore Achille Lauro. |
La prima volta in cui ho sentito cantare Achille Lauro, non gli avrei dato un euro bucato. Tralasciando l’aspetto, ovvero la finzione scenica, il problema era soprattutto la voce. Oggettivamente debole, spesso trascinata. Quella di uno che il pezzo se lo porta dietro stancamente anziché animarlo, anziché dargli vita. Una roba da spleen, da noia esistenziale. Da martellata sugli zebedei.
Niente di paragonabile a Marco Mengoni, che è tecnicamente ineccepibile, e neppure a Mahmood, più eccentrico ma sempre col pieno controllo.
Però Lauro ha avuto subito un discreto successo, allora ho iniziato a interrogarmi. Perché questo tizio funziona, escludendo a priori una voce senza meriti?
Lauro anzitutto ha eliminato dal suo repertorio le parole rap e trap, ovvero i generi ossessivamente dominanti oggi, per riportare al centro melodie e malinconie che sembravano ormai quasi d’altri tempi. I suoi brani sono in genere ben scritti, piacevoli, e riscoprono un coté romantico che evidentemente andava a colpire l’interesse di un pubblico (soprattutto femminile) ancora a caccia di queste emozioni.
Inoltre Achille, nonostante il suo tallone, ha scelto di interpretare il tutto artisticamente, con messe in scena molto sofferte, eccentriche sul piano visivo e apparentemente molto pensate o sognanti. Riuscendo a portare in secondo piano i difetto: il rischio nenia e le carenze vocali. Dal vivo funziona, tutti le cantano. E questo suo essere riuscito ad andare a scavare nel vintage del romanticismo rivisitato in chiave moderna potrebbe portarlo un domani (sempre che riesca a durare in un mondo di cantanti usa e getta) a diventare il nuovo Claudio Baglioni. Non sarà facile, ma glielo auguro. Di Baglioni ce n’è uno solo e ha (anche) una tecnica interpretativa e un’estensione vocale non riproducibile. Ma chissà che Lauro non riesca nel miracolo di avvicinarsi almeno alla leggenda.