venerdì 30 agosto 2013

LA MODA DI TWITTER E IL FINTO «SOCIAL(ISMO)» IN TV: CENSURANO TUTTO

Il collega Mario Manca mi ha rivolto 10 domande (per la sua tesi di laurea) sul rapporto fra giornalismo, web, spettacolo, nuovi media e comunicazione in genere. Ecco come gli ho risposto.
 
1) In che maniera, secondo te, il mondo dello spettacolo si approccia alla "critica"?

È un rapporto, da sempre, molto conflittuale: in genere ossequioso con i critici (non di rado fintamente ossequioso), a volte isterico, quando il personaggio viene colpito da qualche osservazione che ritiene pesante. E che spesso non lo è, ma viene solo vissuta come tale.
Anche se una critica, persino quella che proviene dalla testata o dal critico più influente, non sposta in realtà molte teste in termini di audience, fa comunque opinione. Ed è impattante sull’ego dell’interessato. Per cui tutti i mestieranti dello spettacolo sono a caccia di critiche e al contempo le temono. In privato hanno reazioni scomposte, e in pubblico fingono disinteresse. I più sensibili e desiderosi di essere citati sono spesso coloro che stanno dietro le quinte, gli oscuri facitori del prodotto, dagli autori ai produttori.

2) Ci sono delle differenze fra le "critiche" espresse dai blog e quelle dei giornali?

Essendo prevenuto su buona parte della stampa cartacea, on-line intravedo – o mi sembra di intravedere – maggiore libertà d’azione e d’espressione. In realtà, riflettendoci, mi rendo conto che si tratta spesso solo di un’impressione. La verità è che bisogna imparare a conoscere e apprezzare i critici. Una questione di gusto rispetto allo stile e di fiducia nelle singole persone. Conoscere alcuni retroscena a volte aiuta inoltre a capire il perché di alcune affermazioni, che non di rado non sono così imparziali come si vorrebbe far credere.

3) Ravvedi delle differenze nel linguaggio usato dai due mezzi informativi in questione?

Le differenze non sono tanto nel linguaggio, ma nello spazio a disposizione e nell’attitudine ad affrontare lo specifico. Sul web non c’è la necessità di limitare il numero di battute, come avviene invece (sempre più spesso, purtroppo) sulla carta, che con la foliazione è legata ai carichi pubblicitari. On-line c’è la possibilità di approfondire un argomento – per esempio la televisione – in modo sicuramente più completo. L’unico inconveniente, che ho riscontrato spesso, è che questa completezza, nei blog, a volte sfocia in qualcosa che mi sa molto di “maniacale” o dispersivo. Un po’ di capacità di sintesi in più, non guasterebbe.

4) Secondo te i blog soffrono di un'autorevolezza meno forte rispetto alla carta stampata?

Probabilmente non hanno ancora la stessa considerazione della carta. Però stanno prendendo sempre più piede, giustamente. E in ogni caso vale ciò che dicevo prima: in defintiva sono i nomi, le firme, che contano. Non tanto il mezzo, ma il messaggio e il messaggero. Scritto con la minuscola.

5) Leggi i blog di tv? C'è qualcuno che consulti più spesso?

Tvblog lo leggo con una certa regolarità, ormai da tempo. Per gli altri mi lascio guidare dall’interesse o dalle necessità del momento; magari quando inciampo in qualche link interessante trovato sui social network. L’immediatezza della rete è impagabile, anche se a volte per la fretta e la concorrenza ormai tremenda anche sul web, vedo che si tende a sparare notizie non troppo verificate che poi risulteranno inevitabilmente smentite dai fatti. Questo ovviamente non giova alla buona reputazione dei blog.

6) Pensi che la comparsa di social network come Twitter, dove chiunque ha la possibilità di scrivere quello che pensa, abbia limitato un po' l'ascendente di blog e carta stampata sulla "critica televisiva"?

Twitter ha spostato l’attenzione soprattutto su se stesso, sul medium, diventando un formidabile punto di riferimento. Chi scrive di spettacolo o lavora nello spettacolo oggi non può non avere un profilo Twitter: toglie la barriera fra spettatore/lettore e personaggio (pur lasciandola, di fatto, perché per interagire in privato bisogna seguirsi reciprocamente) e consente al critico di esprimersi, anche solo con un pensiero o una battuta in 140 cararatteri. È uno sfogo per chi scrive sui giornali ma non ha una propria rubrica di critica, ed è un mini-supplemento che sopperisce al vuoto fra un’uscita e l’altra in edicola per chi ce l’ha. Certo, un tweet non ha né potrà mai avere la profondità e lo spessore di un buon pezzo. Il fatto che tutti possano scrivere il proprio pensiero non è limitativo, perché ciò che conta davvero sono l’autorevolezza (e nella maggior parte dei casi, purtroppo) la notorietà di chi scrive.

7) Come giudici l'ingerenza di Twitter nei programmi tv di oggi? Una moda o una strategia intelligente?

Se intendi la recente moda, non solo televisiva, di ammiccare a Twitter, mettere sottopancia twitteriani o cancelletti (#) vari nei titoli di brutti programmi, penso che alla base ci sia un’elementare strategia per portare a casa le simpatie dei tanti internauti, o di intercettare un pubblico che si ritiene giovane. Si sfrutta la voglia della gente di esserci, di esprimere un pensiero, di partecipare. Il problema è che Twitter è spesso – nella realtà - la quintessenza della cattiveria, o comunque del parlare schietto o ironico. La maggior parte dei programmi che rende pubblici i tweet, li filtra o li censura. Facendo passare solo i messaggi positivi, neutri o utili alla trasmissione. Così si snatura un mezzo (il social) e se ne annacqua un altro (la tv) che annacquato lo è già abbastanza. Durerà? Non lo so. Se Twitter resterà di moda com’è attualmente (in America lo è da prima che in Italia e per ora resiste abbastanza), questo trend probabilmente continuerà.

8) Cosa pensi sui continui scongiuri che vedono la carta stampata come in fin di vita o in procinto di "soccombere"?

La carta subirà altre, dolorose contrazioni. In prospettiva resteranno in vita i quotidiani locali, pochi nazionali e i periodici che sapranno reggere l’urto di questa crisi e di un ridimensionamento costante e fisiologico delle vendite nei formati tradizionali. Convertire tutto sul web sembra la soluzione più ovvia e logica, ma non è sempre facile o attuabile, perché si fatica (non solo in Italia) a trasformare in business ciò che viene da troppo tempo percepito dagli utenti come gratuito.

9) Quali sono, a tuo avviso, i programmi più "social" oggigiorno?

Paradossalmente, quelli che strettamente social non sono, come le trasmissioni del weekend di Raidue, dirette da Michele Guardì, che da anni porta in scena la sua finta Piazza Italia, con le telefonate del pubblico da casa. Preferisco quelle, al social(ismo) apparente di molte trasmissioni.

10) Quali sono le novità che i mezzi informativi (blog, giornali…) dovrebbero attuare per essere al passo coi tempi?

Spingere l’interazione ai massimi livelli, rinnovare o rinfrescare le grafiche il più possibile (si fa da anni con la carta, ed è bene farlo anche sul web), e piazzare contenuti giornalistici come valore aggiunto su siti o portali che vendano prodotti, in modo da compensare così i ridotti guadagni derivanti dai click o dalle news pure vendute on-line.

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