mercoledì 5 febbraio 2020

FESTIVAL DI SANREMO, PRIMA SERATA * ONESTA, TROPPO LUNGA, SENZA MAGIA

Diletta Leotta, Amadeus e Rula Jebreal a Sanremo
Sul piano degli ascolti, diciamolo subito, è andata prevedibilmente  benissimo: 10.058.000 spettatori con il 52,2% di share. Meglio del debutto dei Sanremo 2019 e 2018 di Baglioni. Con buona pace degli hashtag sovranisti #BoicottaSanremo e #IoNonGuardoSanremo, che hanno lasciato il tempo inutilmente trovato. Ma veniamo alla pura critica.

Il Festival di Sanremo è (già dagli anni baudiani) un reiterato sequestro di persona che dura 5 ore (ieri sera 4,54, contando anche la mezz'ora di preambolo) e che coinvolge milioni di persone. E la tendenza alla farcitura ricca del cappone, per esigenze amical-pubblicitarie, sta col tempo persino peggiorando. Non si prendono, però, le dovute contromisure.
Se lavori in questo modo, devi essere anche in grado di dare al tuo lungo, lunghissimo, interminabile prodotto quella magia che ieri non c'è stata. Il carismatico Claudio Baglioni, giusto per fare un esempio recente, riusciva a crearla. Amadeus, che è un bravo ragazzo da bosco e da riviera (ligure), no. Alla Rai lo sapevano e gli hanno affiancato il vulcanico Fiorello, che però ieri sera appariva sottotono e soprattutto con testi alquanto deboli. Intendiamoci, il ritmo, prima lento, poi è decollato (proprio per la necessità di farcire il cappone: se hai troppa carne al fuoco devi fare presto), sono stati eliminati giocoforza alcuni classici, inutili siparietti pseudo-umoristici. Ma non è bastato a sollevare lo show da quella onesta medietà senza guizzi che se si può accettare alla prima serata d'assaggio, diventa pericolosa dalla seconda in poi.

Intanto Amadeus, dopo la memorabile gaffe di «un passo indietro», ormai presenta le donne del Festival col timore reverenziale del politicamente corretto e per sicurezza si fa scrivere tutto da un team di avvocati.

C'era il monologo di Rula Jebreal (sullo stupro; pagina alta, appassionata, sofferta, delicata, significante), e c'era quello della bombastica Diletta Leotta (sull'invecchiare serenamente, come il pubblico a casa e in platea), inutile, sciatto nella scrittura e soprattutto poco credibile dal suo pulpito. La stessa pagina, magari con qualche luogo comune in meno e più sentitamente, avrebbe potuto recitarla un'Isabella Ferrari.

A livello di presentazione (non sto a discutere la scelta dei pezzi, da Modugno a Mia Martini), Tiziano Ferro è stato buttato via. Se hai uno come lui nel cast devi montarci sopra la panna come neanche Joe Bastianich quando fa pubblicità all'ultimo McDonald. Cosa che Amadeus non ha fatto, non so se per volontà propria o autorale, o per limiti. Ma Ferro sembrava poco più di un riempitivo, ed è un grosso errore.

Veniamo ai pezzi. Mi limito a citare quelli che spiccano. Come la potente intepretazione della tanto contestata Rita Pavone, che sarà pure Nefertiti, ma aveva la canzone migliore, più tosta e meglio arrangiata del Festival. E se quel gran furbacchione di Achille Lauro ha indossato l'agghiacciante tutina giusto per farci parlare, anche il suo brano meritava. E così pure l'intensissimo Diodato. Pezzo straziante e sensibile. Unico difetto: prima di terminare l'ascolto devi chiamare il coroner per te stesso. Alla fine prevalgono in classifica al momento Le Vibrazioni, che non vibrano granché perché hanno sempre il solito pezzo da quando hanno iniziato a vibrare.
Tra gli ospiti, Al Bano e Romina hanno proposto un brano inedito scritto da Cristiano Malgioglio. Che sedeva in prima fila, sempre più in modalità Karl Lagerfeld. 
Stasera c'è la reunion dei Ricchi e Poveri, «e sarà, sarà quel che sarà...» (cit.).

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