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lunedì 28 gennaio 2013

FABIO VOLO * PENSIERI, PAROLE E OPERE DELL'EX PANETTIERE CHE SFORNA BESTSELLER

Fabio Volo, all'anagrafe Bonetti, l’ex panettiere che sforna bestseller, è nato a Calcinate, in provincia di Bergamo, il 23 giugno 1972, ma si professa sempre, orgogliosamente bresciano: «Mio padre è bresciano» spiega «e il Lago d’Iseo è diviso tra sponda bresciana e bergamasca. In pratica, mia madre mi ha portato di là per partorire, ma siamo tornati subito dall’altra parte». I primi passi nello spettacolo sono alcune, dimenticate canzoni, come «Volo» («Come cantante nasco e per fortuna muoio subito»), che gli lascia però in eredità il cognome d’arte. Nel ‘96,  a Radio Capital, lo scopre Claudio Cecchetto («Mi disse: “Sei simpatico: se rimani in onda come sei nella vita, vai bene”. E subito dopo: “Ora stai qui e fai la pianta grassa per una settimana”. Mi ha insegnato le basi»), ma il successo arriva fra il ‘98 e il 2001, come co-conduttore e inviato di alcune edizioni de «Le iene». «Mi ripetevano: “È il tuo momento, devi fare le televendite, guadagni un sacco di soldi”. Anche la Ventura mi consigliava di fare le convention. Ho sempre rifiutato: non ho mai avuto l’idea di stare in pista cinque anni e spremere il limone il più possibile perché può finire...».

TEMPO DI «DEEJAY» Il Fabio Volo sapiente miscelatore di suggestioni che solleticano (soprattutto) il pubblico femminile, nasce però nel 2000 a Radio Deejay con «Il Volo del mattino». Al programma segue la pubblicazione del primo libro: «Esco a fare due passi» (300 mila copie). Ma questo tipo c’è, o ci fa?, si domandano in molti. Lui, scaltramente, ne esce così: «Quando non mi ricordano che sono un personaggio, sono me stesso. Se si accendono i riflettori, le cose cambiano. Diciamo che sono l’80% personaggio e il 20% persona. E viceversa».

LO SCRITTTORE Al primo exploit letterario, ne seguono altri cinque. L’ultimo, «Le prime luci del mattino», risale al 2011. L’invidia cresce esponenzialmente. «Mi stupirei del contrario: faccio tante cose e mi vanno tutte bene. Ho la terza media, facevo il panettiere. E siccome mi presento come un improvvisato, ciò genera una reazione umana in chi si sbatte da anni senza troppi riscontri». Un’altra shakerata al mix delle sue passioni, Fabio la dà nel 2002, quando Alessandro D’Alatri lo chiama per interpretare il suo primo film: «Casomai».

VOLARE AL CINEMA  Ne seguono altri nove, sino a «Il giorno in più» (2011), e in attesa che il 7 febbraio esca nelle sale il nuovo «Studio illegale». La sua ricetta per il grande schermo viaggia in bilico tra la prestazione da attore puro, e l’impiego dei propri libri come ideale canovaccio per dare più credibilità alle storie che interpreta. In questo turbinio di impegni ad alta visibilità, è quasi inevitabile che la radio, primo amore, diventi alla fine un peso. E così Fabio, quest’anno, lascia Deejay: «Era il mio sogno, poi è diventata un dovere. Ho bisogno di lavorare con gente più brava di me. Come diceva Cecchetto, il successo è un lavoro».

I LIMITI Parrebbe quasi un’inedita (per Volo) concessione all’immodestia. Ma l’interessato compensa così: «Sono sempre stato una persona che, se voleva giocare in serie A, si doveva allenare più degli altri. Non sono Maradona, che può permettersi di saltare un allenamento e segnare comunque un gol mitico. Ci provo. Studio, leggo, mi informo, ma poi sono quel che sono. Fin troppo bravo, se penso al punto da cui sono partito».

(TV SORRISI E CANZONI - GENNAIO 2013)

martedì 20 novembre 2012

NICOLA SAVINO * «L'ISOLA DEI FAMOSI? LA METTO NEL LIMBO DEGLI SHOW NON MORTI»

Parlagli di quel che ti pare, compreso il suo nuovo game-show, «Un minuto per vincere», in onda dal 22 novembre in prima serata su Raidue, ma il volto di Nicola Savino si illumina solo con tre consonanti e due vocali: Inter. «È un periodo strepitoso, e con l’età mi rendo conto che peggioro. I miei familiari mi guadano come uno da curare: ho visto dai preliminari di Champions, sino alla magia di Juventus-Inter. Come spiegarlo? È vivere con 60 mila persone ogni settimana un’eterna adolescenza. Immutabile. Le donne possono capirlo forse solo parlando di borsette, o di scarpe. Meno male che ora c’è questo programma, a Roma, altrimenti diventava preoccupante».

Nicola, torni in sé per un attimo e mi dica come mai l’hanno richiamata in video: non si poteva tenere in panchina un vincente?
«Sono orgoglioso che la Rai l’abbia fatto, intanto: a me questi giochi piacciono, e mi piace parlare con la gente. Come molti sanno, avrei dovuto occuparmi della nuova edizione dell’“Isola dei famosi», invece...».
Invece è dispiaciuto che l’abbiano cassata.
«Se le dicessi di no, mentirei. Con Vladimir Luxuria ci siamo divertiti molto a farla, e sarebbe stata un’edizione ancora più cucita sulla nostra pelle. Ma l’azienda, rispondendo a una domanda di sobrietà che viene dal Paese in un momento difficile, ha deciso di  toglierla dal palinsesto, anche per abbattere alcuni costi, e io rispetto questa scelta».
C’è forse anche il problema del cast. Il parterre dei soggetti interessanti da reclutare sembrava ormai oggettivamente sguarnito...
«Mi creda, non è così. E non è neppure la formuletta: è finito il tempo dei reality, ora tocca ai talent. Avevamo già studiato alcune soluzioni che giocando su ripescaggi e altre malizie, ci avrebbero consentito di portare a casa una buona edizione. Pazienza».
Che cosa facciamo? La archiviamo nel limbo dei programmi non morti, allora?
«Mi piace pensare che sia così».
Sta provando a cambiare faccia alla Tv italiana?
«Temo sia un’ambizione troppo grande. Cerco di essere informale, amichevole. Mi rifaccio a Insinna, Bonolis, Scotti, Conti. Vorrei poter dire che sono il 2.0, ma ho ancora molta strada da fare. Forse sono lo 0.1». 
Le pesa ereditare questo show, che è un format non suo, già testato da Max Giusti lo scorso anno su Raiuno?
«Mannò, anche l’Isola era un format non mio, partito con qualche aggiustamento da fare e recuperato - mi sembra onestamente - in corsa. Non ho più certe insicurezze».
È rimasto lontano dalla tv per un po’, ma in fondo la fa tutti i giorni, con Linus, su Deejay...
«Beh, quella telecamera è solo un buco della serratura sul programma».
Quest’anno la vostra squadra in radio ha subito alcuni rimaneggiamenti...
«Allude all’uscita di scena di Platinette e Fabio Volo?».
Alludo.
«Credo che Fabio volesse dedicarsi in modo più serio alla tv, e per Plati non conosco i motivi. Certo, mi spiace che se ne siano andati, da sempre amo fare squadra. Ma sa come si dice, no? Tutti siamo utili, nessuno è insostituibile. Me compreso. E lo dice uno che è stato più a Radio Deejay che con i suoi genitori».
Come, scusi?
«Certo, sono lì da 23 anni, e me ne andai da casa quando ne avevo 22. Quindi è ufficiale: ho passato più tempo a Deejay che con mamma e papà».
Un piccolo record.
 «Il vero genio fu Cecchetto, che nell’82 - credo faccia fede l’opportuna copertina di “Sorrisi” - creò un’idea blindata che resiste al passaggio di chiunque. È un flusso continuo di musica, c’è e ci sarà sempre».

(TV SORRISI E CANZONI - NOVEMBRE 2012)

martedì 3 aprile 2012

FABIO VOLO * «SONO VERO ALL'80% (O AL 20%, DIPENDE)»

Coniugare Battiato e autoironie sulla calvizie; poesie della Merini e accenni all’Articolo 18. Per tre giorni a settimana, in seconda serata su Raitre con il suo «Volo in diretta», Fabio Volo non prova tanto a far convivere l’alto e il basso, ma a sposare il trasversale. In uno show trendy contro il logorio della tv moderna. Gioco non facile. Tanto che il debutto è stato scoppiettante, ma la seconda puntata ha segnato il passo. «Non mi preccupa» spiega. «Sto facendo il programma che ho in testa e so che ha bisogno di tempo. È una cosa complessa, un linguaggio diverso. Spero che cresca. Fra l’altro alla seconda puntata avevamo contro di tutto, con l’“Isola” che non andava in pubblicità e la rete che ci ha consegnato uno share dell’1,2%. Da lì è difficile risalire. In ogni caso, dovesse andare male, sarà solo colpa mia».
 
Fabio, ha letto le prime critiche?
«Lavoro con un gruppo di autori molto bravi: l’autoanalisi ce la facciamo tra noi. A mezzanotte chiudo, ci riuniamo e ragioniamo. Chi scrive articoli, può non sottolineare alcuni handicap dai quali partiamo. Però ci sono, chi è del mestiere li conosce».
Lei è tra i nove autori. Tra questi c’è Federico Taddia, del team di Fiorello.
«Taddia è uno che in teoria come budget non mi potevo permettere, però entrambi ci piaciamo molto, e ci siamo venuti incontro. Ma non voglio assolutamente fare il Fiorello».
Sia sincero: lei, in percentuale, quanto è personaggio e quanto persona?
«Quando non mi ricordano che sono un personaggio, sono me stesso. Se si accendono i riflettori, le cose cambiano. Diciamo che sono l’80% personaggio e il 20% persona. E viceversa». 
Un giudizio sui palinsesti italiani.
«Non dovrei dirlo, ma la tv non la guardo mai. Vedo soprattutto programmi dove o si balla, o si cucina. Diciamo che non mi fa impazzire».
Dal Fabio Volo nudo a «Le iene» a quello di oggi, scrittore da milioni di copie, come è cambiato?
«All’epoca lavoravo in un nutrito gruppo di colleghi e avevo necessità di emergere in modo clamoroso. Oggi ho la fortuna di essere nella fascia alta, e per fortuna non devo più sgomitare».
Linus ha detto: «Fabio in radio serve il nulla, ma lo cucina benissimo»...
«Non sono d’accordo. Deejay è una tra le prime emittenti italiane e credo di avere contribuito non poco. Quanto ai contenuti, ho letto anche cose di grandi autori. Non le senti ovunque. Non mi pare siano il nulla».
I suoi contributi su Twitter a volte sembrano spenti. Si sono sfogati i maligni, che hanno commentato: lì è lui a scrivere, ma i libri glieli fanno i ghost writer.
«Ho uno strano rapporto con Twitter. Quando mi va, posto qualcosa, un pensiero o una frase. Ma non sono ossessionato dal mezzo. In condizioni normali preferisco fare altro. E dei libri rispondo interamente».
Molti la invidiano...
«È giusto, mi stupirei del contrario. Faccio tante cose e mi vanno tutte bene. E siccome mi presento come un tipo un po’ improvvisato, ciò genera una reazione umana in chi si si sbatte da anni senza troppi riscontri».
Sportivo, da parte sua. Nei suoi confronti vedo parecchio accanimento.
«Mettiamola così: tra fare libri che nessuno legge, film che nessuno vede e programmi che nessuno guarda essendo trattato bene, e fare libri, film e programmi di successo ed essere insultato, mi va bene così».


(TV SORRISI E CANZONI - MARZO 2012)

giovedì 29 marzo 2012

QUANDO FABIO VOLO CANTAVA (E AVEVA I CAPELLI)

Un piccolo cimelio datato 1994-95. È la copertina del disco d'esordio di Fabio Volo, ex panettiere e cameriere prestato - con successo - allo spettacolo e all'editoria. All'anagrafe Fabio Bonetti, il nostro uscì allo scoperto nella discografia come un personaggio da moderno talent show, come un talento di «X-Factor», solo con il nome di battesimo: Fabio. «Volo» invece era, come si può notare, il titolo del disco con cui ha esordito. E che poi è diventato stabilmente il suo cognome d'arte.

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