lunedì 6 aprile 2026

VECCHIA TV * IL 75% DEGLI SHOW DELLE RETI ITALIANE HA PIU' DI VENT'ANNI

Uno schema (sotto la seconda parte) che dà un'idea di quanto siano vecchi gli show della nostra televisione.

La Tv gioca sulla ripetitività, d’accordo. Ma forse un po’ si esagera, dal momento che i programmi datati o datatissimi, dilagano. Abbiamo provato a dare un’occhiata ai palinsesti delle nostre reti generaliste scoprendo che circa il 70% della programmazione di prima serata è occupato da titoli che hanno (almeno) 20 anni o più di vita. Si sale al 75% se lo sguardo si posa sull’intera giornata. E il diluvio di vintage (per essere generosi) è solo all’inizio. Milly Carlucci su Raiuno ora ripropone un adattamento di «Canzonissima», che ha 70 primavere suonate. Cinque in meno del Festival di Sanremo, il più longevo, che se la passa ancora discretamente. E Canale 5 sta per rispolverare il Karaoke di Fiorello, il quale ha già lanciato il suo anatéma: «Chiunque lo faccia dopo di me, muore. È come passare sotto una scala».
Si intitolerà «Super Karaoke» (gli aggettivi a volte fanno molto) e le prime puntate sono state registrate a Ferrara per la conduzione di Michelle Hunziker. Intanto, dopo il ritorno de «La ruota della fortuna» (39 anni), che ha fatto del gran bene a Gerry Scotti, Mediaset ha in rampa di (ri)lancio anche «Ok, il prezzo è giusto!», format statunitense in onda in Italia dal 1983 al 2001. E se Amadeus è tornato sul Nove con «La corrida» (58), dal canto suo pare che Rai, dopo che Fabio Fazio (nel 2016) e Antonella Clerici (nel 2018) hanno provato a rimandare in onda rispettivamente «Rischiatutto» e «Portobello», abbia in animo di scongelare qualche altro classico. A Viale Mazzini si parla a mezza bocca di «Sereno variabile», «Discoring», lo stesso «Portobello», padre di buona parte della Tv attuale, e «Giochi senza frontiere». Ma quest’ultimo sembra assai improbabile visto il complicatissimo impegno produttivo e i costi chenon sono propriamente da periodi di magra.

Perché questo diluvio di pezzi d’antiquariato dell’etere? I motivi sono essenzialmente due: da un lato l’invecchiamento della base dell’audience, che in soldoni significa: davanti al televisore ci stanno ormai soprattutto i boomer, che gradiscono un po’ di nostalgia, mentre i ragazzi sono su altri media, la tv non la guardano neppure o al massimo si concentrano su qualche serie in streaming sulle piattaforme; e poi il coefficiente di rischio. Programmi in qualche modo già testati o pluritestati hanno meno probabilità di floppare rispetto ad altri nuovi. C’è una vecchia battuta che circola nel giro autorale, e che dà molto l’idea della situazione: «Piuttosto che sperimentare un programma nuovo, magari fatto in Italia, i manager televisivi sarebbero disposti a comprare un format che ha fatto il 2% in Zambia».
Vale a dire: per evitare l’ignoto alla lotteria dell’Auditel, qualsiasi cosa che abbia avuto un minimo di test precedente ha più probabilità di messa in onda.
Seguendo queste due logiche ben tracciate, non si sperimenta quasi più. Mediaset è un’azienda privata e non sarebbe neppure tenuta a farlo. Il servizio pubblico a volte minimamente ci prova («Splendida cornice» con Geppy Cucciari è un esempio riuscito), magari su Rai 2 o Rai 2 in seconda o terza serata. Ma questi programmi risultano spesso, nei fatti, soltanto il modo per dare bonifico e contentino ad artisti più o meno appetibili che indossano di volta in volta la maglietta del Governo di turno.
L’elenco che trovate qui
, con titolo del programma, data di nascita ed età anagrafica, parla da solo. Ovviamente alcuni sono stati lievemente modificati o rinfrescati nel corso del tempo; hanno subito cambi di rete o addirittura d’azienda, come «X-factor» e «L’isola dei famosi», per citarne solo un paio».
Ma nella lista è finito per forza di cose anche «Il commissario Montalbano» (27 primavere) con Luca Zingaretti, che ciclicamente torna in video in blocco nonostante la produzione sia cessata (definitivamente? Chi può dirlo, oggi come oggi) nel 2020. Per forza, le repliche
danno ascolti signorili garantiti. E chi ci rinuncia, signora mia?


(Di Franco Bagnasco - Dal settimanale Gente - marzo 2016)

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