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martedì 20 gennaio 2026

RAI * IN ATTESA DI FARE SERVIZIO PUBBLICO NON CONSENTA VENDETTE PRIVATE

Da sinistra, Fabio Fazio e Luca Barbareschi.

Fabio Fazio fa una bella serata in omaggio alla Vanoni (non per sminuire, ma ci mancherebbe altro: lì era di casa, ci campava con le simpatiche mattane di Ornella e il volgarismo stantìo di Littizzetto) e una quota rilevante di colleghi giù a pelarsi le mani dagli applausi dicendo che - mioddìo, scandalo - quell'evento era da servizio pubblico e l'avrebbe dovuto fare la Rai. A parte il fatto che mi pare che Viale Mazzini
il servizio pubblico abbia rinunciato a farlo da un po', non ho ancora visto un degno ricordo di Pippo Baudo, che pure la Rai l'ha fatta, nella forma che conosciamo. E neppure di Carrà, che ne è stata un'altra colonna. Ma non erano cantanti, e gli omaggi musicali sono più semplici da strutturare autoralmente.
Inoltre ricordiamoci che la tv è fatta di persone e di contatti che portano persone. Fazio, che una buona parola non la nega mai a nessuno, ha saputo crearsi un suo orticello che paga in termini di presenze, di amicizie, di cambi merce sotto il segno della gratitudine. Buon per lui. Anche se Grazia di Michele s'è offesa per essere stata tagliata fuori a favore di nomi più mainstream, e se è vero ciò che racconta tutti i torti non li ha.
Rai pensi piuttosto a non consentire a un soggetto come Luca Barbareschi in pieno delirio onnipotenziale di attaccare in diretta Sigfrido Ranucci perché gli cede la linea senza menzionarlo. Servizio pubblico è anche non permettere a chi ci lavora di trattare Rai come casa propria.
Ranucci questa settimana ha effettivamente menzionato Barbareschi ricordando che gli è stata richiesta la restituzione di 8 milioni di euro di finanziamento pubblico per il Teatro Eliseo, ma che il sommo conduttore (per mancanza di prove) nicchia e ha messo di mezzo gli avvocati.

mercoledì 29 febbraio 2012

LA FIGLIA DI RENZO VILLA CONTRO LA FICTION SU WALTER CHIARI: «SNATURA LA REALTA'»

Non solo il peccato di vanità della stucchevole autocitazione fatta dal produttore, Luca Barbareschi, che ha trovato il modo di incensare se stesso facendo leggere a una delle protagoniste una vecchia recensione di "Romance" scritta da Repubblica. Ora contro la fiction di Raiuno "Walter Chiari - Fino all'ultima risata" scendono in campo anche familiari e collaboratori di Renzo Villa, proprietario, direttore e storico volto di Antenna 3 Lombardia, con la quale il grande attore comico collaborò per qualche tempo. "A differenza di questo rappresentato, mio padre non licenziò mai Walter Chiari. Ci furono anche vivaci momenti di confronto, ma gli manifestò sempre la sua stima, sia in pubblico che in privato" dice la figlia Roberta. Renzo Villa non può più difendersi da solo, essendo morto di cancro a Varese il 16 dicembre 2010. Forse non fu un conduttore eccellente, ma è stato senza dubbio un ottimo coordinatore e direttore di rete, e ha dato vita a quella che fu probabilmente la più entusiasmante avventura delle tv private italiane nel Nord Italia.
"Esprimiamo il nostro parere negativo - dicono Roberta Villa e Wally Giambelli, stretta collaboratrice del direttore-presentatore - circa lo spezzone della fiction riguardante il rapporto di Walter Chiari con Antenna3 e con Renzo Villa. L’immagine di Villa e dell’emittente sono state completamente snaturate dagli sceneggiatori.
Villa è stato presentato come una macchietta e si è ricorso allo sfruttato stereotipo dell’industrialotto brianzolo un po’ rozzo e arrogante. Antenna3, invece che nella sua grandiosità (all’epoca possedeva lo studio televisivo più grande d’Europa, che poteva accogliere più di 1000 persone) è stata rappresentata come una piccolissima emittente locale. Veri errori. Il rapporto tra Chiari e Villa (a Telealtomilanese prima e ad Antenna3 poi) è stato caratterizzato sempre da grande stima e simpatia reciproca. Le assenze ingiustificate di Walter certo non erano gradite né dall’emittente né dagli sponsor, ma ogni volta Renzo restava affascinato dalle parole che Walter trovava per farsi perdonare e dalle promesse tipo “… manderò fasci di rose a tua moglie!”. Il loro è stato un incontro tra persone sensibili e con un grande senso dello spettacolo: questo avrebbe dovuto, a nostro parere, trasparire dallo spezzone della fiction che riguarda Antenna3. E’ logico che, per Walter Chiari, lavorare in una Tv privata, dopo i fasti della Rai, abbia rappresentato un “arretramento”, ma la libertà ed il rispetto che ha potuto sperimentare chiunque abbia lavorato là in quegli anni non gli sono mai stati negati né da Villa né da alcun altro suo collaboratore".

giovedì 11 agosto 2011

STORIA DELLA TV DELLA (FINTA) BONTA'

Quanta cattiveria nasconde la Tivvù dell'insistita bontà. Quanta perfidia si cela sotto una lieve patina di buonismo a prezzo di saldo. Lo schermo trabocca di esempi di questo candore al curaro e a volte - distratti - manco ce ne accorgiamo, accontentandoci di una lettura superficiale di ciò che ci viene ammannito dai signori dell'etere. Un po' per pigrizia, un po' perché in fondo è pur sempre solo televisione, intrattenimento. E forse non vale la pena scaldarsi più di tanto. Il primo a camminare, con acume e leggiadria, su questo sottile confine fu - ancora una volta - Enzo Tortora, che con il suo Portobello (Raiuno ha intenzione di resuscitarne quest'anno una versione edulcorata) pose le basi di gran parte della Tv attuale. Le rubriche dei Fiori d'arancio, con una varia umanità di bizzarri cuori solitari a caccia di anime gemelle, e il Dove sei?, che prevedeva il reincontro di vecchi compagni d'armi, sottintendevano maliziosamente ironia per i primi in scena e caccia alla facile lacrima per i secondi. La ruffiana abilità del Tortora conduttore, faceva il resto. La prima rubrica ha partorito lo spietato (ma apparentemente buonissimo) Agenzia matrimoniale di Marta Flavi, nonché i lavori di tutti i suoi emuli; il secondo è l'ossatura portante di Carràmba, che sorpresa!, il gioiello di madame Pelloni: tra gli otto e i dieci milioni di spettatori ogni sabato sera sulla prima rete. Ma c'è chi ha saputo fare di più e meglio. Ricordate Scene da un matrimonio, con Davide Mengacci? Il programma (da un'idea di Gianni Ippoliti) andava a sfruculiare, con sorriso bonario e intento apparentemente solo cronistico, le nozze degli italiani. Fra parenti pittati, mamme piangenti, cappelli, miti, riti e bomboniere, ne usciva il ritratto agghiacciante di un'Italia (vera, verissima) oltre i confini del kitsch. Un capolavoro di programma, apparentemente buono ma cattivissimo negli intenti. Eppure la lettura che ne fece il pubblico fu diversa: non gradì la presa in giro e lo seguì avidamente come una mini-soap «de noantri». Tanto che Mengacci e soci furono costretti a modificare il taglio stesso della trasmissione: più fotoromanzo e meno ammiccamenti. L'Italia vera davanti al video si specchiava in se stessa e non gradiva le prese in giro, anche se velate. In queste ultime stagioni alcuni guizzi in questo senso sono venuti dal rassicurante - solo in apparenza, va da sé - Meteore (Italia 1) e da tutti i suoi cloni (Ma che mu). Mandando in onda gli artisti che trionfarono per una stagione per poi sparire dalle scene, non si fa solo un'operazione nostalgia. In realtà il messaggio che il pubblico recepisce è questo: hai avuto notorietà e guadagnato centinaia di milioni, quando io faccio una vita anonima e piatta, con un lavoro malpagato? Bene, tu però poi sei scomparso, hai finito di cantare, mentre io - tutto sommato - sono ancora qui. Il retrogusto, insomma, è un mix di invidia e vendetta postuma. Però spacciata per sano revival di ieri l'altro. Da lustri resiste, infine, il cinico confessionale de I fatti vostri di Raidue, passato attraverso le conduzioni di Alberto Castagna, Giancarlo Magalli, Massimo Giletti e Fabrizio Frizzi, che se ne è chiamato fuori non avendo abbastanza pelo sullo stomaco per reggere un programma simile, cassonetto per la raccolta differenziata di casi umani tra un premio, una busta giusta e una canzoncina con l'orchestra. Di fronte a programmi come questi si arriva a rivalutare persino il Luca Barbareschi di C'eravamo tanto amati. Il che è tutto dire.

(IL GIORNALE - AGOSTO 2000)

sabato 5 febbraio 2011

LUCA BARBARESCHI * ATTORE O PAGLIACCIO?

«Come ti ho detto in privato, te lo ripeto in pubblico: ci sono attori e pagliacci. I pagliacci non fanno sempre ridere, a volte fanno anche piangere» 

(Gianfranco Fini a Luca Barbareschi)

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