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venerdì 24 luglio 2020

CORONAVIRUS * MARCO PREDOLIN: "SO BENE COSA VUOL DIRE ESSERE CONSIDERATO UN UNTORE"

Il conduttore tv Marco Predolin.
Se c’è uno che si intende di psicosi da virus, quello è Marco Predolin. Classe 1951, parmigiano di Borgonovo Val di Taro, il conduttore che negli Anni 80 sfondò nell’allora Fininvest con «M’ama non m’ama» e «Il gioco delle coppie», fu perseguitato, alcuni lustri fa, da una nomea di potenziale untore che gli azzoppò la carriera.

Marco, ci ricorda che cosa successe?
«1992, ero al culmine della mia popolarità. Nell’ambiente, messa in giro non si sa da chi, circolò la falsa voce che fossi malato di AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita». 

Risultato?
«Qualcosa di strano, impalpabile ma incredibile: iniziarono di botto a non chiamarmi più, a non farmi più lavorare. Una cappa di silenzio, alimentata da voci e tam tam incontrollabili, fece sì che il mio nome mettesse paura: oddìo, il contagiato».

È un ambiente che a volte non ha pietà, quello dello spettacolo.
«C’era proprio il godimento di farla circolare, quella bufala, e ognuno, per renderla più credibile, aggiungeva particolari di fantasia frutto del passaparola. Una volta un produttore str… chiamò un amico, l’autore Marco Balestri, dicendogli: “Sono a Pavia, dove è ricoverato Predolin”». E lui gli rispose: “Peccato che Marco sia qui con me. Ora te lo passo”». 

All’ospedale di Pavia lei è anche morto, se non sbaglio.
«Non me ne parli: uscì La Notte, un quotidiano del pomeriggio che ora non esiste più, col titolo: “Marco Predolin morto a Pavia”. Presero per buono il lancio di uno speaker radiofonico locale. Anche voi giornalisti, soprattutto quelli della tv, ci avete marciato tanto».

Il vento della calunnia.
«Come quell’altra ghiotta perla che girò a lungo su due famose conduttrici tv che si volevano per forza amanti o su Richard Gere malato in un ospedale romano infettato da un topo finito chissà dove». 

E lei che cosa fece, per difendersi?
«Contro le leggende metropolitane non puoi fare nulla, ma quella cosa procurò alla mia carriera un danno davvero rilevante. E se dopo quasi trent’anni siamo ancora qui a parlarne…».

Girava anche con un certificato...
«Avevo fatto il test che accertava la mia sieronegatività: andai da Costanzo a mostrarlo in tv e poi tenevo sempre quel foglietto in tasca, per placare gli increduli. Fui letteralmente travolto da queste dicerie. In fondo andò peggio a chi ebbe la vita completamente rovinata perché tacciato di essere portatore di sfiga, come Mia Martini e Mino Reitano». 

Tra gli episodi più tristi?
«Quando mi fermai in un autogrill a predere un cappuccino, e poi andandomene sentii chiaro uno dei due baristi dire all’altro: “Lavala bene, quella tazza, perché quello è malato”. Cose che fanno male. Questo episodio mi ha ricordato quello recente di cronaca della signora di Ischia che ha preso a insulti i due pullman di presunti untori di Coronavirus dal Veneto. Ma ci rendiamo conto?».

Lei, con i dovuti distinguo, è come se avesse vissuto nell’ormai famosa «Zona Rossa».

«Non le invidio per niente, queste persone. Perché temo che anche quando tutta questa storia, gestita male dal nostro Governo, sarà finita, non riavranno la loro stessa vita sociale. Saranno sempre quelli di Codogno e dintorni. L’ignoranza impera». 

Perché dice che l’emergenza è stata gestita male?
«Perché gli altri Paesi europei hanno adottato un low profile, sono stati più “schisci”, come si dice a Milano. Noi subito a farci belli, a far vedere che siamo bravi, a pompare sui media, e ora col turismo agli occhi del mondo, come la mettiamo? Anche il Governatore della Lombardia, Fontana, che fa il video con la mascherina. Ma si può?».

Un danno d’immagine?

«Lo stesso che credo avrà Ischia per colpa di quell’incauta signora che crede di vivere in un talk del pomeriggio, e che credo ora sia ricercata da tutti gli albergatori ischitani». 

Come se ne esce?
«Oggi c’è più ironia, anche sui social. Ai miei tempi tutto fu preso molto più sul serio. Ma d’altra parte si tratta anche di situazioni in larga parte diverse».

Adesso lei che cosa fa?

«Sono rientrato appena in tempo da un viaggio a Bali, dove ho fatto incetta di vestiti: ho un negozietto di abbigliamento accanto al mio ristorante di Porto Rotondo, “Pirati italiani”. Necessitava di un approvvigionamento».


(DAL SETTIMANALE OGGI - MARZO 2020) 

lunedì 27 giugno 2016

ADDIO CANEVARI, QUANDO LE DISCOTECHE SI GESTIVANO IN DOPPIOPETTO BLU

Uno tra gli incontri edificanti di quasi trent'anni (li festeggio l'anno prossimo) di questo mestieraccio, è stato senza dubbio quello con Giampiero Canevari, che ci ha lasciati ieri a 69 anni dopo un infarto. 
Io giovane collaboratore de La provincia Pavese, appassionato di spettacolo, lui gestore del Docking, piccola e ben frequentata discoteca nel cuore di Pavia, a due passi dal Ponte coperto. Negli anni in cui le discoteche spopolavano sul serio.
Canevari era un signore d'altri tempi. Un imprenditore vecchio stile che gestiva locali (fu anche per qualche tempo tra i titolari in quota minoritaria delle mitiche Rotonde di Garlasco, se non ricordo male) con una serietà raramente riscontrabile altrove.

Chiuso nel suo ufficio di direzione, fasciato in un doppiopetto blu d'ordinanza, intavolava sorrisi mai troppo larghi e ironie mai troppo pronunciate, anche se a volte affilatissime. Era un cauto per indole e Dna. Fuori, nel «casino», sfilavano tanti nomi che erano o che sono diventati pilastri del nostro spettacolo. Da un Teo Teocoli dalla carriera già affermata, a un Gene Gnocchi al debutto (lo incontrai per la prima volta proprio lì, dietro le quinte) che se la stava plasmando. Le dimensioni del locale costringevano Giampiero a scegliere soprattutto cabarettisti, non cantanti. Che avrebbero richiamato folle non contenibili. E il costo senza dubbio minore dell'ingaggio era commisurato all'offerta. Una volta ci ritrovammo al Docking con l'amico Gigi Brega (già compagno d'avventure nei Beagles) piegati in due dalle trovate trash dell'ormai sparito Mago Gabriel, all'anagrafe Salvatore Gulisano. Con i suoi «esperimenti di pinotismo». Molto adatti per chi come noi veniva dall'Oltrepò Pavese. Nell'ufficio di Canevari vidi piangere, mentre la intervistavo, un'appassionata Alba Parietti, in un momento difficile della sua carriera, e lì Marco Predolin mi mostrò il certificato di sieronegatività con il quale era costretto a muoversi nel periodo in cui circolò la voce che avesse l'Aids. Tutti gli chiudevano le porte, e per poter lavorare si era messo a girare col certificato medico.

Mi ha passato tante dritte utili al mio lavoro, Canevari. Te le buttava lì con indifferenza, ma aveva quasi sempre la notizia ed era ottimamente informato. In quanto persona straordinariamente affidabile. Altri tempi. Adesso purtroppo domina ovunque l'approssimazione, e disattendere promesse non è l'eccezione, ma la regola. Giampiero è stato tra i re (veri) delle notti pavesi quando Albert One spopolava e Max Pezzali frequentava il mondo piccolo e variegato delle disco di provincia che avrebbe poi cantato con gli 883. Quindi, a modo suo, è entrato nella storia.
Ciao Giampiero, mi piace ricordarti in quell'ufficio, alla tua plancia di comando, quando chiudevi la porta, l'artista era lì davanti e il casino là fuori si faceva attutito e lontano.

mercoledì 13 novembre 2013

MARCO PREDOLIN * «TUTTI MI RICONOSCONO, MA NESSUNO MI FA PIU' LAVORARE»

L'appello, decisamente accorato, che su «Lo spettacolo deve continuare» mi sento di raccogliere, viene da Marco Predolin, un decano della tv commerciale italiana: «Mi chiedono perché non mi si vede più in tv. Questo è il mio pensiero fisso: non riesco più a fare il lavoro che ancora oggi saprei certo fare. Forse ho troppi amici altolocati, che quando mi incontrano mi abbracciano e mi salutano come se fossi un extraterrestre che deve ritornare nella sua galassia... Ma io c... sono qui, sono un contemporaneo che non è ancora passato a miglior vita!».
62 anni, originario di Borgo Val Di Taro, nel parmense, Marco Predolin è stato il conduttore di programmi cult come «M'ama non m'ama» (1983, riproposto nel '94), «Il gioco delle coppie» ('85), classici di Retequattro e Canale 5, e rispolverato da Raidue per «La talpa» nel 2004. Guascone, fascinoso, noto al gossip per una vecchia storia con Michelle Hunziker nell'era pre Eros Ramazzotti, per qualche anno dovette subire – a suo dire - una sorta di ostracismo per sospetta sieropositività. Una maldicenza tanto diffusa nell'ambiente dello spettacolo, che fu costretto a girare per mesi con in tasca un certificato di “sieronegatività”, che un giorno mostrò anche a me, nel camerino di un teatro.

Oggi Predolin è titolare di un ristorante a Milano, «L'osteria dei Pirati», ma il mondo dello spettacolo gli manca parecchio. Tanto che rincara la dose: «Vi prego, non mi chiedete più perché non sono più in televisione: vi assicuro è veramente faticoso essere ancora riconosciuto per strada e ovunque io vada, senza poter tornare a fare il lavoro che so fare. Ho provato tutto, ho bussato a tutte le porte, anche quelle della radio. Niente. A volte non mi ricevono neppure. E pensare che sono miei amici. Amici un cazzo! Occhio agli amici... Non esistono più».


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