Visualizzazione post con etichetta teo teocoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teo teocoli. Mostra tutti i post

martedì 24 maggio 2022

TEO TEOCOLI, IL CORAGGIO DELLA VERITA'

Il cabarettista di origine pugliese Teo Teocoli.

In questo periodo è stato molto coraggioso, Teo Teocoli (77). Quel coraggio di esporsi con la massima sincerità che è purtroppo raro nel mondo dello spettacolo. Prima ospite delle interviste di «Belve», il programma di e con Francesca Fagnani, ha lamentato di sentirsi professionalmente trascurato da tempo, dicendo chiaramente di avere la sensazione di vivere «Il punto più basso in carriera». Poi è approdato nel salotto di Mara Venier a «Domenica in», per parlare di vecchie ruggini con un altro mostro sacro, Maurizio Costanzo. Problemi nati probabilmente dopo il rifiuto di Teo a partecipare a una «Buona domenica» del signor De Filippi. Costanzo è intervenuto in diretta per affermare «Ho massima stima di Teocoli», aggiungendo «È stato forse un po' sfortunato». Affermazione accolta dall'interessato con un'espressione piuttosto stupita. Ha fatto seguito un puntuale invito allo show di Mr. Parioli. E tutto è finito come sempre a tarallucci e vino. 

VOTO: 9

(TRATTO DAL PAGELLONE DELLO SPETTACOLO DI FRANCO BAGNASCO PER I SETTIMANALI VERO E VERO TV)

lunedì 27 giugno 2016

ADDIO CANEVARI, QUANDO LE DISCOTECHE SI GESTIVANO IN DOPPIOPETTO BLU

Uno tra gli incontri edificanti di quasi trent'anni (li festeggio l'anno prossimo) di questo mestieraccio, è stato senza dubbio quello con Giampiero Canevari, che ci ha lasciati ieri a 69 anni dopo un infarto. 
Io giovane collaboratore de La provincia Pavese, appassionato di spettacolo, lui gestore del Docking, piccola e ben frequentata discoteca nel cuore di Pavia, a due passi dal Ponte coperto. Negli anni in cui le discoteche spopolavano sul serio.
Canevari era un signore d'altri tempi. Un imprenditore vecchio stile che gestiva locali (fu anche per qualche tempo tra i titolari in quota minoritaria delle mitiche Rotonde di Garlasco, se non ricordo male) con una serietà raramente riscontrabile altrove.

Chiuso nel suo ufficio di direzione, fasciato in un doppiopetto blu d'ordinanza, intavolava sorrisi mai troppo larghi e ironie mai troppo pronunciate, anche se a volte affilatissime. Era un cauto per indole e Dna. Fuori, nel «casino», sfilavano tanti nomi che erano o che sono diventati pilastri del nostro spettacolo. Da un Teo Teocoli dalla carriera già affermata, a un Gene Gnocchi al debutto (lo incontrai per la prima volta proprio lì, dietro le quinte) che se la stava plasmando. Le dimensioni del locale costringevano Giampiero a scegliere soprattutto cabarettisti, non cantanti. Che avrebbero richiamato folle non contenibili. E il costo senza dubbio minore dell'ingaggio era commisurato all'offerta. Una volta ci ritrovammo al Docking con l'amico Gigi Brega (già compagno d'avventure nei Beagles) piegati in due dalle trovate trash dell'ormai sparito Mago Gabriel, all'anagrafe Salvatore Gulisano. Con i suoi «esperimenti di pinotismo». Molto adatti per chi come noi veniva dall'Oltrepò Pavese. Nell'ufficio di Canevari vidi piangere, mentre la intervistavo, un'appassionata Alba Parietti, in un momento difficile della sua carriera, e lì Marco Predolin mi mostrò il certificato di sieronegatività con il quale era costretto a muoversi nel periodo in cui circolò la voce che avesse l'Aids. Tutti gli chiudevano le porte, e per poter lavorare si era messo a girare col certificato medico.

Mi ha passato tante dritte utili al mio lavoro, Canevari. Te le buttava lì con indifferenza, ma aveva quasi sempre la notizia ed era ottimamente informato. In quanto persona straordinariamente affidabile. Altri tempi. Adesso purtroppo domina ovunque l'approssimazione, e disattendere promesse non è l'eccezione, ma la regola. Giampiero è stato tra i re (veri) delle notti pavesi quando Albert One spopolava e Max Pezzali frequentava il mondo piccolo e variegato delle disco di provincia che avrebbe poi cantato con gli 883. Quindi, a modo suo, è entrato nella storia.
Ciao Giampiero, mi piace ricordarti in quell'ufficio, alla tua plancia di comando, quando chiudevi la porta, l'artista era lì davanti e il casino là fuori si faceva attutito e lontano.

venerdì 25 novembre 2011

CINEMA * «BAR SPORT» INAUGURA L'ERA DELLA PUBBLICITA' COL FALSO STORICO

E arrivò l'ora della pubblicità col falso storico. Succede in «Bar sport», il film con Claudio Bisio e Teo Teocoli da poco approdato nelle sale e ispirato all'omonimo libro cult di Stefano Benni.
Tra le vecchie promozioni tabellari degli Anni 70-80 che compaiono nella commedia (dal banco gelati Motta, al Crodino), spunta nella sala biliardo anche il logo di «Better», un marchio legato alle scommesse di Lottomatica nato ovviamente in un periodo ben successivo a quello in cui sono ambientate le vicende.
Peccato veniale o presa in giro dello spettatore? I promo o product placement (per esempio l'auto inquadrata col simbolo in bella vista o il pacchetto di sigarette in favore di telecamera) sono oggi consentiti dalla legge. Ma a quanto pare qui ci si trova di fronte al primo caso di singolare falso storico in pubblicità.

domenica 29 maggio 2011

MA RED RONNIE (GABRIELE ANSALONI) E' MAI STATO QUALCUNO?

Credo che Red Ronnie (all'anagrafe Gabriele Ansaloni) non sia mai stato nessuno anche quand'era qualcuno. Cioè quando l'essere in video gli dava qualche chances in più di poterlo credere. Un piazzista di tele-corsi di chitarra dall'aria furbetta che ha brillato per un po' di luce riflessa sui cascami delle canzoncine Anni 60, aprendo un "Roxy Bar" che ha via via perso clienti, fra improbabili rotonde sul mare e la ricerca di band emergenti che servivano forse a far emergere più lui, che le suddette band.
Colpito oggi da improvvisa e ritengo meritata impopolarità - basta dare un'occhiata ai commenti sul suo Facebook- per il sostegno, da molti ritenuto opportunistico, a Letizia Moratti, mi piace ricordare un aneddoto di tanti anni fa.
All'epoca scrivevo per un quotidiano locale, La Provincia Pavese, e mi dilettavo canticchiando con alcuni vecchi amici nei Beagles, gloriosa band dialettale pavese che riproponeva in dialetto oltrepadano le cover di alcuni cult della musica. Una goliardata, non certo un business, come è facile intuire. Presenziando a molte conferenze stampa per motivi di lavoro, mi capitava di incontrare quasi tutti i personaggi dello star system italiano, ai quali spesso chiedevo una cortesia: 15 secondi (cronometrati) del loro tempo per registrare al volo su cassettina un "saluto" ai Beagles. Saluto che avremmo poi piazzato in apertura dei bigoleschi dischi. Un piccolo vezzo che però ci galvanizzava. Hanno accettato tutti - ripeto, tutti - coloro ai quali l'ho chiesto. Alcuni con grande entusiasmo. Personaggi veri, del calibro di Eros Ramazzotti, Teo Teocoli, Antonio Ricci, Gene Gnocchi, Gerry Scotti, Raf, Marco Masini, la Gialappa's Band. Persino l'immenso Raimondo Vianello. E ne dimentico molti altri. L'unico - ripeto, l'unico - che si rifiutò con una punta di snobismo fu Red Ronnie (alias Gabriele Ansaloni). Già, ma all'epoca scrivevo per La Provincia Pavese.
E vedendo muoversi il nostro diplomaticamente dietro le quinte, ebbi la netta sensazione che se la stessa richiesta gli fosse arrivata da un collega, chessò, del Corriere della sera o di Repubblica, cioè di una grande testata, avrebbe acconsentito senza fare una piega.
Gabriele Ansaloni per me è morto quel giorno. Mi piace constatare come molti oggi stiano iniziando a conoscerlo ed apprezzarlo.


lunedì 3 gennaio 2011

CAPODANNO * VENIER, INSEGNO (E PADRE PIO) STRACCIANO BARBARA D'URSO


Mentre si segnala il capodanno teatrale da record di Teo Teocoli, che a Milano agli Arcimboldi ha collezionato 2325 presenze, con un incasso pari a 178 mila euro, pare che in video qualcuno si lecchi le ferite. Per esempio Barbara D'Urso, che con il suo «Capodanno 5» ha floppato alla grande, portando a casa 2.598.000 spettatori e il 16,55% di share. In pratica meno della metà di quello di Raiuno, «L'anno che verrà» (prima parte 34,83% con 5.536.000 spettatori, seconda parte 38,37% e 3.796.000).
Nel tele-party trash di Canale 5 abbondavano ex tronisti, avanzi di reality e uno stucchevole montaggio di sfighe mondiali degli ultimi dieci anni, con morti e feriti, accompagnate da improprio sottofondo allegro, mentre quello kitsch della prima rete di stato puntava su un ideale gemellaggio con Padre Pio. Che ha avuto la meglio. Mara Venier e Pino Insegno, vestiti così, sembravano Totò e Peppino del memorabile «noio volovànt savuar» in piazza Duomo, e il povero Fred Bongusto in collegamento da Napoli, appariva spaesato e confuso in un playback, per dirla con Ruggeri. Alla sua età ha tutto il diritto di non sentirci bene e dovrebbe essere tutelato da qualche associazione benemerita: perché partecipare a questi show?

martedì 20 aprile 2010

RAIMONDO VIANELLO * UNO CHE HA FATTO TANTO PER I «BEAGLES»

Non credo che Raimondo Vianello avrebbe gradito la pacchianata che è stata allestita in morte di Raimondo Vianello. Chi lavora nello spettacolo ha qualche prezzo da pagare alla popolarità, d'accordo, ma il Signore dell'ironia aveva sempre cercato di evitare tutti i pedaggi. Schivo e inarrivabile, con quel sottofondo di umorismo nero e la zampata cattiva capace di stenderti senza che te ne accorgessi.
Senza nulla togliere a Sandra Mondaini, per me Vianello è sempre stato sposato con Ugo Tognazzi, nella coppia che ha (re)inventato il varietà televisivo. Sandra è stata la seconda parte della sua carriera,  fortemente voluta, e la prima l'aveva in qualche modo quasi rimossa. Non si capisce bene perché. 
Chi conosce bene Sandra e Raimondo riferisce che in realtà - a dispetto della fiction - era lui a comandare. Aveva gestito e indirizzato con rigore ogni passo della carriera della coppia, nella quale aveva il ruolo del dominatore assoluto. Lei aveva dovuto piegarsi, forse persino rinunciare a qualcosa per amore suo e della Ditta.
Il mio personale ricordo di Raimondo Vianello è tenero e grato. Quasi vent'anni fa, giovane cronista de «La provincia pavese», lo incontrai per la prima volta a una conferenza stampa Fininvest. All'epoca mi davo parecchio da fare per promuovere i «Beagles», stravagante formazione pop dialettale dell'Oltrepò Pavese nella quale militavo, e convinsi Raimondo ad aggiungersi all'elenco dei prestigiosi testimonial che avevo già intercettato. Si trattava di registrare solo una breve frase di saluto alla band, da piazzare all'inizio del nastro. Lui accettò di buon grado, con una leggera diffidenza iniziale, guardandomi strano con i suoi profondi occhi azzurri. «Ma devo proprio?» disse stropicciando le guance. «Mi farebbe un grande favore». Lo fece. Così come lo fecero altri che conoscevo da tempo, come Gene Gnocchi, Antonio Ricci, Gerry Scotti, la Gialappa's Band e Teo Teocoli. Ma persino Eros Ramazzotti e Marco Masini. Grande Raimondo. Grazie anche per questo.
L'unico che rifiutò, poco collaborativo, con una punta di supponenza, fu Red Ronnie. All'anagrafe Gabriele Ansaloni. Perché? Sarebbe bello domandarglielo, ma di lui disgraziatamente non esiste quasi più traccia.

P.S.
Ho il sospetto che questa chiosa sarebbe piaciuta a Raimondo.


Post più popolari

Lettori