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giovedì 30 ottobre 2025

GIORNALISTI DEL CARTACEO POSTANO SUI SOCIAL ARTICOLI CHE SI BRUCIANO DA SOLI

Giornalisti autolesionisti del cartaceo che si buttano da soli la zappa sui piedi condividendo sui social network il loro articolo del giorno. E i giornali spariscono. 

I colleghi del cartaceo che si affrettano a postare sui social il loro pezzo del giorno, l'articolo per intero, leggibile con poco o senza sforzo e senza neppure pixelare il testo, io proprio non li capisco. Comprendo l’ego, la soddisfazione per il buon (?) prodotto, mettici quel che ti pare, ma la carta è conciata così male, che togliersi lo sfizio anche di regalarli, gli articoli… boh. Altrimenti fai direttamente un post per i social, e amen. Non riesci ad aspettare un paio di giorni o una settimana prima di spammarlo gratis? Oppure metti un teaser oggi col titolo e poi lo condividerai con calma. Personalmente, non l’ho mai fatto neanche quando i giornali vendevano milioni di copie, figurati oggi che fatichi persino a trovare le edicole. Mi viene in mente solo una parola: tafazzismo.

giovedì 25 novembre 2021

RAI QUIZ * LA GIORNALISTA INVIDIOSA CHE CHIAMA PER LAMENTARSI DELL'OSPITE

Una giornalista al lavoro.

Un quesito per abili solutori che viene direttamente da Roma, Viale Mazzini. Chi è quella giornalista di centro-destra (più destra che centro, a dire il vero), non particolarmente nota, da sempre piuttosto compresa nel suo ruolo, che chiama la redazione per lamentare il fatto che Selvaggia Lucarelli sia stata invitata come ospite su Rai1 del programma di Francesca Fialdini «Da noi... A ruota libera»?

Chi autorizza questa collega a protestare per un invito che viene rivolto ad altri e non a lei? Chi le dà il diritto (e anche la protervia) per rampognare, dall'alto della sua fra l'altro non pregnante notorietà? L'invidia è una brutta bestia, si sa, ma non porta da nessuna parte. Al massimo diventa utile per popolare questo modesto Rai quiz.

domenica 8 dicembre 2019

MASSIMO BERTARELLI * ADDIO MAESTRO, COME TE (SICURAMENTE) NON NE FANNO PIÙ

Massimo Bertarelli.
La faccio breve (e spero con il minor tasso di retorica possibile: lui non avrebbe gradito) perché oggi per me è una giornata molto triste. Ho avuto tre padri: Gigi, il mio, quello biologico. Che quando voleva e quando stava bene era un bel numero. Poi Giorgio Calabrese, autore musicale e televisivo, giocoliere della parola, che mi ha trasmesso una passione vera per lo spettacolo e la sua aneddotica; Giorgio ci lasciato nel 2016. Infine, giornalisticamente parlando, svettava questo signore ridanciano pressoché sconosciuto ai non addetti ai lavori. Massimo Bertarelli - questo il suo nome - se n'è andato ieri, e quel che mi spiace è che non lo vedevo da un po', da troppo tempo (anch'io ho avuto le mie traversie) e non sapevo della sua malattia. 

Da ragazzo leggevo Massimo e le sue recensioni cinematografiche scoppiettanti e al fulmicotone sul Il Giornale di Indro Montanelli almeno con la stessa voracità con cui mi cibavo di Indro. Ma la fame era maggiore, proprio per quell'amore per lo spettacolo che abbiamo sempre condiviso. E per il suo cinismo che sfociava puntualmente in battuta folgorante, definitiva. Con una penna di una classe raffinatissima che maneggiava con padronanza totale, a volte andava di badile (gli piaceva il badile), ma spesso sapeva costruire il periodo in modo tale da distruggere chiunque con otto parole, anche meno, senza che neppure se ne accorgesse. Il veleno di solito lo metteva in coda, naturalmente. Troppo sbrigativo, secondo alcuni critici con la puzza sotto il naso. Del resto detestava Fellini e Bertolucci e questo pochi glielo perdonavano. Un Maestro vero, dico io. Come Massimo non ne fanno più. E vi prego di credermi. D'altra parte se devi imparare conviene farlo dai migliori.
Non vi dico la gioia quando iniziai a collaborare proprio con #IlGiornale (diretto dal Vittorio Feltri dell'epoca con Maurizio Belpietro come solido uomo-macchina; Montanelli se n'era appena andato a La Voce) ed ebbi la fortuna di conoscerlo personalmente. Arrivavo dall'Oltrepò Pavese con la mia metaforica valigia di cartone e ogni volta che mi affacciavo nell'acquario della redazione spettacoli di Via Negri lui a voce altissima, creandomi reale imbarazzo, urlava: «Uèèè, alòra, sei arrivato? Mettiti lì, con-ta-di-no!». Quel «contadino» che ammiccava alle mie origini significava che Massimo mi aveva accettato. A modo suo, naturalmente. Non potete immaginare quanto per me fosse importante. E col tempo mi aveva preso anche in grande simpatia. Per me era un gradino sotto Dio. Anzi, pari merito. Ma col vantaggio di essere infinitamente più divertente.

Non amava fare il capo. È stato quasi sempre un vice (al massimo sopperiva alle assenze di qualche capetto): aveva meno responsabilità, poteva dedicarsi ai pezzi, ai film e ai suoi cazzeggi. Era un omone burbero che mascherava con fare ispido tanta timidezza e alcune fragilità che ho conosciuto più tardi. Non si contano le mie telefonate, da collaboratore, per proporgli pezzi e interviste a qualche personaggetto televisivo. La risposta era, invariabilmente: «Eh, e alòra? È morto?». Io: «No Massimo, non è morto». Tradotto dal giornalistese da quotidiano significava: questo fa notizia solo se muore. «Non è morto, Massimo! Mi spiace. Ma ascoltami un secondo».
«E alòra niente, dai che non ho tempo che mi comincia Paolo Limiti!». Un piacere proibito: credo non ne perdesse una puntata, sempre per via dell'aneddotica da showbiz che spesso proponeva o propinava. Poi chiudeva la telefonata dicendo: «Vabbé, quando arriva ... (il o la caposervizio) glielo dico e vediamo». In genere il pezzo passava, ma quando comandava lui avevo praticamente carta bianca. «È morto/a?» me lo domandava comunque, ma poi aggiungeva: «Va beh, fammi quattromila battute al massimo. Non sbrodolare». Quando sul Giornale varai la rubrica di indiscrezioni televisive «Bassa frequenza», che nell'ambiente ebbe anche il suo buon seguito, non ne perdeva una puntata. Anche perché spesso era costretto a passarla. Salvo poi dirmi in privato, ridendo: «Massì, ma non gliene frega un cazzo alla gente di quella roba lì». Non ho mai saputo dargli completamente torto.
Per lui fondai il «Massimo Bertarelli Fun & Fan Club», con tanto di tesserine che conservo da qualche parte. Il primo raduno fu per una cena a Barbianello (nel mio Oltrepò «Con-ta-di-no!»), alla Confraternita del cotechino caldo, dove con alcuni amici lo mettemmo a capotavola e lo sezionammo di domande. Alla fine lo costringemmo al grottesco supplizio di sorbirsi un elenco di titoli di film storici storpiati in parodie porno. Abbozzò, ma era felice: la festa era tutta per lui. Un po' vanitoso ma con timidezza. Tipo molto particolare, Massimo. Qualche anno dopo fui felice di poterlo intervistare per il televisivo «Sali & Tabacchi», su Canale 5, facendolo parlare del suo punto debole: il vizio del gioco, che aveva faticosamente perso. Assieme a molti soldi. Pur senza negarsi ogni tanto ancora qualche scommessina. Come il prefissino del Mascetti in Amici miei. Aveva voglia di liberarsi di un vecchio peso.

Ti ho voluto molto bene, «Massimino». Come ti chiamava una collega per sminuire i tuoi modi fintamente sbrigativi. L'hai sempre saputo, lo so. Però non te l'ho mai detto, e ne approfitto ora.

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