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giovedì 30 ottobre 2025

GIORNALISTI DEL CARTACEO POSTANO SUI SOCIAL ARTICOLI CHE SI BRUCIANO DA SOLI

Giornalisti autolesionisti del cartaceo che si buttano da soli la zappa sui piedi condividendo sui social network il loro articolo del giorno. E i giornali spariscono. 

I colleghi del cartaceo che si affrettano a postare sui social il loro pezzo del giorno, l'articolo per intero, leggibile con poco o senza sforzo e senza neppure pixelare il testo, io proprio non li capisco. Comprendo l’ego, la soddisfazione per il buon (?) prodotto, mettici quel che ti pare, ma la carta è conciata così male, che togliersi lo sfizio anche di regalarli, gli articoli… boh. Altrimenti fai direttamente un post per i social, e amen. Non riesci ad aspettare un paio di giorni o una settimana prima di spammarlo gratis? Oppure metti un teaser oggi col titolo e poi lo condividerai con calma. Personalmente, non l’ho mai fatto neanche quando i giornali vendevano milioni di copie, figurati oggi che fatichi persino a trovare le edicole. Mi viene in mente solo una parola: tafazzismo.

mercoledì 29 ottobre 2025

GIORGIO ARMANI: HO PASSATO LA VITA A INSEGUIRLO, E UN GIORNO A FORMENTERA...

Giorgio Armani in versione sovrano della moda riletto dall'Intelligenza artificiale.

Di Re Giorgio, piacentino svezzato a (e da) Milano, ho due piccoli ricordi personali.
Era il 1990, suppergiù, e all’epoca scrivevo per La Provincia Pavese. Armani, che in Oltrepò, a Cigognola, possiede Villa Rosa, dimora stupenda di 26 stanze, 1.400 metri quadrati, con grande tenuta annessa e un maneggio (era affezionatissimo a quella casa) organizzò un lussuoso party ultra vip con le più grandi star hollywoodiane dell’epoca. C’era chiunque. Tutti i nomi ancora oggi più ambiti da chi organizzi eventi a livello mondiale. E un’autentica goduria per chi amasse lo spettacolo. Cercai di imbucarmi in ogni modo canonicamente, ma fui respinto con perdite da inflessibili addette stampa. Essendo tignoso, arrivai a pensare di riuscire a penetrare nel bunker e realizzare un servizio fingendomi un tizio qualsiasi del catering, come succede spesso nei film. Ma il buon senso (e il motivato timore di essere cacciato a calci nel sedere dall’imponente security) mi fece desistere. Dovetti accettare la sconfitta.

Per ironia della sorte, moltissimi anni dopo, durante una vacanza a Formentera, in Spagna, incontrai il sovrano della moda e lo vidi nel modo più semplice, inusuale, informale (e meno vestito) possibile. Camminava tranquillo sulla spiaggia di Illetes, zona stupenda che è anche riserva naturale, zeppa di turisti, fra la battiglia e l’acqua che gli arrivava alle caviglie. Fisico perfetto nonostante l’età già avanzata, indossava soltanto un costume da bagno slip (non so se della maison) e si concedeva senza remore a foto e selfie che la gente, la “sua” gente, gli richiedeva. 

Percepii chiaramente la voglia di godersi un po’ di quella popolarità che in una vita si era faticosamente conquistato. Avrebbe potuto restare indisturbato nel suo mega yacht ormeggiato al largo a fare la star inavvicinabile. Invece al bagno di mare preferì quello di folla. In costume, su una spiaggia esclusiva ma molto popolare. I body guard erano sicuramente nei dintorni ma non ne percepii la presenza. Avrei potuto tranquillamente avvicinarlo e parlargli. Magari anche intervistarlo brevemente. E raccontare un domani agli amici: pensate, un giorno intervistai Giorgio Armani. Eravamo entrambi in costume da bagno. Ma King George era in vacanza. E anch’io, nel mio piccolo. Decisi quindi di lasciarlo al piacere del contatto col pubblico. Poi, in tutta onestà, non essere neanche costretto a travestirmi da bagnino per poterlo avvicinare, mi tolse parte del gusto.

martedì 20 settembre 2022

CARO BERLUSCONI, APRIAMO UN OSSERVATORIO CONTRO GLI ABUSI NELLE REDAZIONI?

Da sinistra, Franco Bagnasco, giornalista. E Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia.

Caro Silvio Berlusconi

Lei rappresenta la forza più moderata e libertaria della compagine di quel Centrodestra, che (stando ai sondaggi) si appresta a vincere con ampio consenso popolare le elezioni del 25 settembre. Mi rivolgo a lei non a caso. Confidando di trovare un interlocutore che si dimostri sensibile ai problemi che vado a esporre.

Come le è noto, tra le tante difficoltà che l'Italia già affronta e andrà ad affrontare in futuro, ce n'è una che, per il bene di tutti, non può più essere trascurata: la crisi senza precedenti dell'editoria, che vede in sofferenza primariamente la carta stampata. I lettori hanno sempre fame di news (che cercano gratis sul web o in video) ma comprano sempre meno giornali. I quali però spesso sono ancora i principali produttori di informazione, non di rado poi scopiazzata e commentata dalla Rete. Una stortura evidente.

A questo scenario desolante legato puramente alla situazione di mercato (a cui poco si può opporre, bisogna adeguarsi), si aggiungono condizioni di lavoro sempre più precarie e difficili per chi pascola nelle redazioni. In questi ultimi anni ho raccolto sfoghi e confidenze di colleghi di varie realtà che si trovano a sopportare vessazioni di ogni tipo sotto la bandiera delle loro testate e di editori che si pretendono rispettabili. Colleghi che spesso non hanno una voce o viene loro negata, a causa dell'ormai infinita debolezza delle componenti sindacali. Hanno paura, e li comprendo benissimo.

Cito brevemente in modo non esaustivo da un lungo elenco che si commenta da solo: ingiurie ai danni di chiunque, calunnie su documenti e in sedi ufficiali, intimidazioni, violazioni costituzionali, utilizzo a fini strumentali e diffamatori di informazioni sensibili vistosamente alterate rispetto alla realtà e dimostrabilmente false. Carte alla mano. Giochi sporchi, insomma. Fatti per giunta in sedi ben poco adatte a queste furberie.

Comportamenti squallidi, da qualsiasi parte li si osservi. In qualche caso denunciati anche cento e più volte dai giornalisti ai Comitati di Redazione e ai loro editori, che da un lato magari condannano privatamente in modo severo, dall'altro poi fanno spallucce. Sempre con nell'aria lo spauracchio che venga utilizzato l'espediente della lite temeraria; degli avvocati che servono a intimidire, diffidare, soffocare la verità. Siamo al paradosso che in alcune piccole realtà editoriali ci sono colleghi che vorrebbero andarsene, esasperati dalla situazione, ma non possono farlo perché le loro aziende in crisi o in malafede si rifiuterebbero di corrispondere loro il normale TFR. Conviene ingollare il boccone amaro e aspettare che il giornale fallisca, per percepire almeno l'indennità di disoccupazione e finire in qualche lista creditoria.

In una situazione come questa, fatta di lavoro precario, di indegnità diffusa e di gente incattivita (anche) dal crepuscolo di una certa editoria, le forze sindacali ormai possono ben poco. Sono una voce nel deserto o al limite timidi confessori-consolatori. Niente di più. È comprensibile: i sindacati sono parte dello stesso mondo editoriale che è un circolo chiuso; vivono e si muovono nello stesso brodo redazionale e non hanno più peso. Rischierebbero in prima persona. Alle vittime non resta che urlare nel deserto oppure optare per il silenzio (degli innocenti).

In una situazione come questa è la politica che non solo può ma deve intervenire, se pensa e agisce in modo sano. Anche per tutelare con il suo indispensabile paracadute (anche legale) chi ha il coraggio di esporsi in questi tempi bui. Berlusconi, perché non apriamo un Osservatorio permanente contro gli abusi nelle redazioni? Un organismo esterno che tuteli la qualità del lavoro (dovrebbe esistere ormai in ogni campo, a mio avviso), agendo in sinergia con i sindacati ma in modo totalmente autonomo e protetto da ingerenze e attacchi pretestuosi che mettano a repentaglio chi denuncia i fatti. Da qui in avanti, se possibile, darò il mio contributo. Non possiamo tornare indietro: i giornalisti non possono vivere alla stregua degli schiavi nelle piantagioni di cotone nell'Alabama di metà Ottocento. Mi metterò a disposizione (la mia e-mail è ilbagnasco@gmail.com) per raccogliere con discrezione le segnalazioni dei colleghi che hanno storie da raccontare.

Però serve la sua collaborazione, Cavalier Berlusconi. Seguiterò a chiedergliela, costantemente, anche in futuro. Confrontiamoci. Darò conto in questo spazio dei progressi o dei mancati progressi fatti sulla via di questo progetto che è impegno civile non differibile. Serve il suo apporto o quello di coloro che in politica (anche all'opposizione, in subordine, ciò che conta è il risultato) vorranno farsi carico di portare pulizia in un mondo che oggi ne ha estremo bisogno. E porteremo se occorre tutto anche all'attenzione dell'opinione pubblica. L'informazione è fondamentale, spesso ce ne dimentichiamo. Bene, lo è anche la qualità della vita di chi la fa. Facciamo che le parole libertà, democrazia, etica del lavoro non siano soltanto ammiccamenti da campagna elettorale. Non si può davvero più fare finta di niente.

giovedì 12 maggio 2022

VUOI FARE IL GIORNALISTA? PENSACI BENE E (SE VUOI DUE DRITTE) PRIMA LEGGI QUI

Crisi dell'editoria. Fare il giornalista o no?

Quando qualche ragazzo mi chiede: «Vorrei fare il giornalista, che cosa mi consigli?» Mi permetto di sconsigliarlo, sommessamente ma caldamente. A meno che l'interessato/a non abbia il sacro fuoco, che nulla può fermare. Gli anni epici sono finiti da tempo, e se devo parlare autobiograficamente, li ho vissuti. Inizi formativi alla mitica Provincia Pavese, quotidiano locale, pagato 5-10 mila lire a pezzo (quando andava bene), il successivo passaggio a il Giornale di Maurizio Belpietro appena dopo l'uscita di scena di Indro Montanelli, e - dopo un corollario di mille collaborazioni vissute nel frattempo - l'approdo a Tv sorrisi e canzoni. Giornale tuttora guidato con cura del prodotto e mano felice, in uno scenario difficile e concorrenziale.

Attualmente mi occupo soprattutto di critica per alcune testate, come TPI, Vero, Vero Tv e talvolta genericamente di spettacolo per Oggi. E poi ho un canale YouTube in crescita. Ma visto che la carta (tutta) vive un momento a dir poco complicato, fra copie in calo ed edicole che chiudono come mosche, consiglio ai giovani che si avvicinano a questo mestieraccio di puntare soprattutto sul web, ovvero il futuro. Sicuramente in questo momento più libero e interessante e con una fetta di mercato in continua espansione. Anzitutto per l'immediatezza della confezione della notizia, che supera quella dei quotidiani, che appena usciti appaiono già datati. E poi c'è il mondo dei podcast, altro sviluppo oggi molto interessante. Ma è meglio avere un po' di visibilità già acquisita per poterli affrontare sensatamente. A questo proposito, vi do un'anteprima: sto pensando di farne uno mio. Quando sarà arrivato il momento, sarete i primi a saperlo.

giovedì 1 aprile 2021

INCONTRI * BRUNO VESPA, L'ETERNO SORRISO DEL POTERE FATTO PERSONA


Qualche anno fa, nella hall di un bell'hotel milanese, fra stucchi e troni dorati che neppure a Uomini e donne, mi capitò di intervistare Bruno Vespa. Fu uno tra i pochi, pochissimi incontri professionali della mia vita (e ne ho viste di tutti i colori, credetemi) in cui percepii dall'altra parte il Potere allo stato puro. Bruneo, come lo chiamano quelli di Striscia la notizia per sdrammatizzarne l'influenza politica devastante, era uno dei Padreterni della categoria, certo. Lo è dalla notte dei tempi. Padrone di casa di quel Porta a porta di Rai1 che spesso è stato definito "la terza Camera" dello Stato. Mi misi a intervistarlo facendo il mio dovere, cioè infilando, nel tempo concesso, domande di tutti i tipi. Non ho mai amato le interviste totalmente sedute, prone, il lecchinaggio tanto in voga. Bisogna trovare un giusto compromesso, che fra l'altro è utile a tutti. Ma solo quelli intelligenti lo capiscono.

Ebbene, a ogni domanda che pretendeva di essere un po' più ardita, che provava a denudare un po' il Re, lui mi fissava e rispondeva con un sorriso tenero, affettuoso, quasi compassionevole. Al quale non potei che dare due interpretazioni : 1) Piccino, non c'è niente che tu possa domandarmi che mi metterà mai in difficoltà. 2) Ricorda che io ci sarò sempre, nei secoli dei secoli. Tutti passano e passeranno, tu compreso, ma io ci sarò per sempre. Il Potere vero mi aveva fatto capire, fra sorrisi e qualche smorfietta: scansati ragazzino, lasciami lavorare. Sono passati anni e Governi, e Bruno è ancora lì, che sorride malizioso.


venerdì 12 febbraio 2021

IL METODO INFALLIBILE PER FARE INCAVOLARE UN GIORNALISTA

Una redazione giornalistica al lavoro.

Esiste un modo semplice quanto sottile (di vecchia scuola redazionale) per fare imbufalire un giornalista. Che comunque - è altrettanto provato - per orgoglio non lo darà mai a vedere ma ne soffrirà come un cane.
Bisogna far leva sulla componente ego-narcisistica presente praticamente in chiunque abbia una penna (un computer) in mano esercitando il mestiere più antico del mondo. Che non è sicuramente il primo che vi viene in mente, ma questo.
Bisogna sapere anzitutto che le caratteristiche che di norma, da sempre, fanno la reputazione di un buon giornalista sono tre:

1) Efficacia nel reperire notizie non farlocche (qualche passo lo fa anche chi smercia bufale ma in genere dura pochissimo, ovviamente, a meno che non lavori per testate che ci campano, non farò nomi).
2) Sufficiente, buona o elevata capacità di scrittura.
3) Velocità nella stesura del pezzo. 

Sebbene i primi due aspetti siano più importanti (il secondo oggi lo è quasi più del primo, perché è particolarmente in voga l'opinionismo, per amore o per forza), la velocità è quel piccolo orgoglio del navigato mestierante che non si può trascurare. Più o meno chiunque (o quasi) è in grado di mettersi al desk e scrivere un buon testo, magari impiegando ore per limarlo e impreziosirlo. Pochi sono in grado di mantenere alta l'asticella della qualità, impiegando però il minor tempo possibile nella consegna. Era importantissimo ai tempi dei quotidiani, che pure vanno in stampa di notte e te li trovi in edicola il giorno dopo; lo è ancora di più oggi, con l'immediatezza del web e milioni di poveri cristi ad azzannare le stesse quattro notizie per gli N mila siti presenti sul mercato.

Te la giochi a ore, a volte a minuti. Il lettore ovviamente non se ne accorge, ma sono pallini non trascurabili per chi esercita il longevo mestieraccio.
Seconda premessa. A parte rarissimi casi, tra i giornalisti non corre buon sangue o comunque esiste un alto tasso di competitività. Che ovviamente si fa sentire più nella stessa redazione, che fra colleghi di altre. Fratelli coltelli. Non a caso si dice: "I colleghi della tua stessa redazione non sono colleghi". Inteso: competitors peggiori degli altri.
Considerato tutto ciò, ecco che i saggi della vecchia scuola hanno inventato un metodo perfido e geniale per riconoscere il talento di un collega, se è ovviamente conclamato (altrimenti non ci sarà pietà alcuna), riuscendo al contempo a sminuirlo. Perché se uno è bravo, è bravo. C'è poco da fare. E negarlo sarebbe meschino agli occhi, e alle orecchie, di chi ti ascolta. Non fai bella figura.
Ecco allora nelle conversazioni di corridoio lo standard:
- "Hai letto il pezzo di Tizio? Bellissimo".
- "Sì, l'ho visto, in effetti non è male. Lui lavora bene".
- "Sì sì, è proprio bravo".
- "Ah sì, per bravo è bravo. BRAVO... (pausa tecnica di alcuni secondi e poi faccia perplessa) MA LENTO".

Ovviamente nel giro di 14-20 secondi, tempo europeo, all'interessato verrà riferito il commento. Non potrà incazzarsi perché gli hai fatto un complimento, in fondo. Hai riconosciuto che è bravo. Cosa indiscutibile. Ma soffrirà parecchio per quel lento, che lo allontana dalla professionalità.
Ricordate il segreto del cuoco: se volete dileggiare un giornalista in modo apparentemente blando, ma efficacissimo, questa è musica: "BRAVO, BRAVO... BRAVO... MA LENTO".
Non dimenticate la pausa, la testa vagamente ciondolante destra/sinistra e la bocca che si contorce un po' in una specie di smorfia.


sabato 15 febbraio 2020

DA OGGI MI TROVATE ANCHE SU «TPI», CRONACA E SPETTACOLI BY SELVAGGIA LUCARELLI

Amici, vi segnalo che da oggi mi trovate anche qui, sul sito più deliziosamente cool e cazzuto del momento: TPI.IT.
La cui sezione cronaca e spettacoli è diretta da Selvaggia Lucarelli. Collega che conosco da una vita e che considero (da tempi non sospetti, non facciamo i furbi) dannatamente brava.
Cercheremo (e nello specifico cercherò) di fare ciò che lo slogan che vedete qui sotto promette: «L'informazione senza giri di parole». Visto che dilagano ipocrisia e leccaculismi, penso ce ne sia un gran bisogno. E poi divertirci appassionando il lettore.
Inizio con un pezzo sul «Grande Fratello Vip 4».

venerdì 20 dicembre 2019

SALLUSTI METTE IL DITO FRA D'URSO E LUCARELLI: FINIRÀ IN TRIBUNALE

Da sinistra, Barbara D'Urso, Alessandro Sallusti e Selvaggia Lucarelli.
A volte uno si domanda: ma chi te lo fa fare? Già, chi l'ha fatto fare ad Alessandro Sallusti, dalle colonne de il Giornale, di infilarsi in una querelle tra Barbara D'Urso e Selvaggia Lucarelli? Con tanti problemi che ha questo Paese, e con il dovuto rispetto per le due signore, ci sono forse temi un filino più importanti da trattare. Giusto un filo. Ma magari sbaglio.

Eppure il direttore del Giornale di Via Negri ieri ha dedicato un intero editoriale di prima pagina all'attacco a testa bassa alla firma di un'altra testata (Lucarelli scrive per il Fatto quotidiano) non per un articolo da lei vergato, ma per un tweet ironico che l'opinionista ha dedicato alla D'Urso. Fra le due da tempo non corre buon sangue, e questo è risaputo.
La domanda iniziale me la pongo non tanto perché pensi che ci sia un mandante (lungi da me, figurati se il direttore del Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi si presta a un'operazione del genere), ma proprio per un fatto di opportunità. In quanto ora la questione finirà in Tribunale, con una querela preannunciata da Lucarelli oggi sul Fatto quotidiano.

Si parlava di Vessicchio. Non il sanremese maestro Beppe, ma Sergio, il giornalista radiato dall'Ordine per aver stigmatizzato la presenza di una guardalinee femmina in una partita di calcio locale. Il non proprio femminista Vessicchio viene chiamato in trasmissione dalla D'Urso (che quindi gli dà voce), ma la patata bollente le sfugge di mano: Vessicchio s'infiamma, muove critiche al programma, e viene silenziato dalla conduttrice, che gli fa chiudere l'audio, e tanti saluti. Lucarelli su Twitter commenta: «C’è il giornalista radiato dall’Ordine dei giornalisti che ha appena detto alla D’Urso, in diretta, che la sua televisione è becera. Ridategli il tesserino da giornalista!». Una battuta che gioca sul paradosso e ammicca al genere televisivo trash fieramente cavalcato da zia Carmelita.

Sallusti brandisce la penna, e in un editoriale intitolato «Donne che odiano le donne di successo» fa una ricostruzione del programma nella quale afferma che Vessicchio «l'altra sera ha sfogato il suo odio contro il gentil sesso dando di fatto e in diretta delle zoccole a Barbara D'Urso e alle sue ospiti» e aggiunge: «Nella contesa che ne è seguita un'altra donna, Selvaggia Lucarelli, ha preso le parti di Vessicchio: "Sante parole - riassumo il suo post - a Vessicchio va ridata la tessera da giornalista”. Non so se la Lucarelli ... parli in quanto esperta di zoccolaggine o di giornalismo».

Una frase che non va di certo per il sottile, sempre in materia di femminismo e dintorni. Alla quale Lucarelli risponde oggi sul Fatto quotidiano preannunciando querele e contestando la prima asserzione («Mi attribuisce un fatto mai avvenuto (e lo attribuisce pure a Vessicchio): polpetta avvelenata della Santanché? Il direttore inventa una notizia e dalla sua notizia deduce che io odi le donne, come se poi tutte fossimo la D'Urso. Spero nessuno si offenda se dico che ho molte amiche che piuttosto che essere identificate con Barbara D'Urso preferirebbero sminare l'Afghanistan») e facendo pelo e contropelo al collega. Sallusti viene definito «suffragetto della D'Urso», si fa un richiamo alla compagna del giornalista «Patrizia, spesso ospite nei suoi salotti tv», e c'è spazio anche per un altro rilievo. Nel suo articolo il direttore rinfaccia alla Lucarelli di essere giornalista iscritta «nel sottoelenco dei pubblicisti»
Disgraziatamente nel suo pezzo Sallusti fa un errore d'ortografia: utilizza un GLI al posto del LE, e la rivale lo incarta chiosando così: «Suvvia, lo sappiamo perfino noi pubblicisti».

giovedì 19 dicembre 2019

L'ADDETTA STAMPA E LA NUOVA SINDROME DEL «COME MI HAI RAGGIUNTO»

Riflessioni sparse sul lavoro da ufficio stampa.
Comprendo il travaglio delle addette e degli addetti stampa. Fanno un lavoro spesso ingrato, si fanno carico delle paturnie dell'artista, delle rotture di balle che provengono dai giornalisti e non di rado (secondo una recente moda autolesionistica molto in voga) si trasformano in carabinieri. Non ti traghettano alla notizia o al pezzo in una forma di virtuosa collaborazione, ma cercano di allontanartici. Con una certa pervicacia. Il motivo? L'ossessione del controllo, che viene loro inculcata da capi, cape e capette che un po' sono frustrate, un po' ossessionate, un po' approfittano della drammatica crisi dei giornali. Anche i più grossi stanno collassando, loro non vedevano l'ora (perché Tafazzi in fondo non muore mai) e volano nel cielo come avvoltoi cercando di imporre i loro più o meno strambi diktat. A volte ci riescono, spesso (per fortuna) ancora no. Il braccio di ferro sono convinto che non paghi mai, ma ognuno faccia un po' come crede. Quel che non capisco è l'addetta stampa purista del «come mi hai raggiunto»

Moda recentissima e ridicola. Mi spiego meglio. Se devo comunicarti qualcosa o chiederti un'informazione, di norma ti mando un'e-mail, ma può capitare che per velocità o brevità ti mandi un messaggio su Messenger di Facebook in posta privata. È veloce, comodo, mi dà persino il feedback della lettura. Tutti vantaggi. Di norma uso le mail o il telefono, ma può capitare che utilizzi quello, oppure whatsapp, persino l'sms, molto demodé ma ancora in funzione. Se mi contatti tu, a me va bene anche il piccione viaggiatore. Basta che ci si raggiunga in qualche modo.
Ebbene, negli ultimi anni un paio di addette stampa (non faccio nomi), in assenza di un riscontro a una domanda che avevo posto, mi hanno risposto: «Eh, ma mi hai scritto su Messenger, non era un'e-mail. Non è professionale».

A me dici non è professionale? È meraviglioso. Ma che ti importa di come ti abbia raggiunto? Viviamo nel 2019, vagamente connessi in ogni modo. Appena appena. Comunque ti raggiunga, va bene. Se contattano me, da sempre, va bene anche il telefono senza fili. Forse è per tutelare i tuoi rigidi orari di lavoro? Della serie: l'e-mail la leggo solo in ufficio e in quelle ore lavoro. Non barare. L'e-mail la leggi ovunque e in qualsiasi ora del giorno e della notte sullo smartphone. Se non è urgente, rispondimi quando puoi. Ci mancherebbe. Ma non mi contestare il «come» ti ho raggiunto. La forma è sostanza, lo dico da sempre. Ma mi sembra che qui si esageri. Altrimenti s'andava tutti insieme a lavorare al catasto e non nell'allegro mondo dello showbiz.

domenica 8 dicembre 2019

MASSIMO BERTARELLI * ADDIO MAESTRO, COME TE (SICURAMENTE) NON NE FANNO PIÙ

Massimo Bertarelli.
La faccio breve (e spero con il minor tasso di retorica possibile: lui non avrebbe gradito) perché oggi per me è una giornata molto triste. Ho avuto tre padri: Gigi, il mio, quello biologico. Che quando voleva e quando stava bene era un bel numero. Poi Giorgio Calabrese, autore musicale e televisivo, giocoliere della parola, che mi ha trasmesso una passione vera per lo spettacolo e la sua aneddotica; Giorgio ci lasciato nel 2016. Infine, giornalisticamente parlando, svettava questo signore ridanciano pressoché sconosciuto ai non addetti ai lavori. Massimo Bertarelli - questo il suo nome - se n'è andato ieri, e quel che mi spiace è che non lo vedevo da un po', da troppo tempo (anch'io ho avuto le mie traversie) e non sapevo della sua malattia. 

Da ragazzo leggevo Massimo e le sue recensioni cinematografiche scoppiettanti e al fulmicotone sul Il Giornale di Indro Montanelli almeno con la stessa voracità con cui mi cibavo di Indro. Ma la fame era maggiore, proprio per quell'amore per lo spettacolo che abbiamo sempre condiviso. E per il suo cinismo che sfociava puntualmente in battuta folgorante, definitiva. Con una penna di una classe raffinatissima che maneggiava con padronanza totale, a volte andava di badile (gli piaceva il badile), ma spesso sapeva costruire il periodo in modo tale da distruggere chiunque con otto parole, anche meno, senza che neppure se ne accorgesse. Il veleno di solito lo metteva in coda, naturalmente. Troppo sbrigativo, secondo alcuni critici con la puzza sotto il naso. Del resto detestava Fellini e Bertolucci e questo pochi glielo perdonavano. Un Maestro vero, dico io. Come Massimo non ne fanno più. E vi prego di credermi. D'altra parte se devi imparare conviene farlo dai migliori.
Non vi dico la gioia quando iniziai a collaborare proprio con #IlGiornale (diretto dal Vittorio Feltri dell'epoca con Maurizio Belpietro come solido uomo-macchina; Montanelli se n'era appena andato a La Voce) ed ebbi la fortuna di conoscerlo personalmente. Arrivavo dall'Oltrepò Pavese con la mia metaforica valigia di cartone e ogni volta che mi affacciavo nell'acquario della redazione spettacoli di Via Negri lui a voce altissima, creandomi reale imbarazzo, urlava: «Uèèè, alòra, sei arrivato? Mettiti lì, con-ta-di-no!». Quel «contadino» che ammiccava alle mie origini significava che Massimo mi aveva accettato. A modo suo, naturalmente. Non potete immaginare quanto per me fosse importante. E col tempo mi aveva preso anche in grande simpatia. Per me era un gradino sotto Dio. Anzi, pari merito. Ma col vantaggio di essere infinitamente più divertente.

Non amava fare il capo. È stato quasi sempre un vice (al massimo sopperiva alle assenze di qualche capetto): aveva meno responsabilità, poteva dedicarsi ai pezzi, ai film e ai suoi cazzeggi. Era un omone burbero che mascherava con fare ispido tanta timidezza e alcune fragilità che ho conosciuto più tardi. Non si contano le mie telefonate, da collaboratore, per proporgli pezzi e interviste a qualche personaggetto televisivo. La risposta era, invariabilmente: «Eh, e alòra? È morto?». Io: «No Massimo, non è morto». Tradotto dal giornalistese da quotidiano significava: questo fa notizia solo se muore. «Non è morto, Massimo! Mi spiace. Ma ascoltami un secondo».
«E alòra niente, dai che non ho tempo che mi comincia Paolo Limiti!». Un piacere proibito: credo non ne perdesse una puntata, sempre per via dell'aneddotica da showbiz che spesso proponeva o propinava. Poi chiudeva la telefonata dicendo: «Vabbé, quando arriva ... (il o la caposervizio) glielo dico e vediamo». In genere il pezzo passava, ma quando comandava lui avevo praticamente carta bianca. «È morto/a?» me lo domandava comunque, ma poi aggiungeva: «Va beh, fammi quattromila battute al massimo. Non sbrodolare». Quando sul Giornale varai la rubrica di indiscrezioni televisive «Bassa frequenza», che nell'ambiente ebbe anche il suo buon seguito, non ne perdeva una puntata. Anche perché spesso era costretto a passarla. Salvo poi dirmi in privato, ridendo: «Massì, ma non gliene frega un cazzo alla gente di quella roba lì». Non ho mai saputo dargli completamente torto.
Per lui fondai il «Massimo Bertarelli Fun & Fan Club», con tanto di tesserine che conservo da qualche parte. Il primo raduno fu per una cena a Barbianello (nel mio Oltrepò «Con-ta-di-no!»), alla Confraternita del cotechino caldo, dove con alcuni amici lo mettemmo a capotavola e lo sezionammo di domande. Alla fine lo costringemmo al grottesco supplizio di sorbirsi un elenco di titoli di film storici storpiati in parodie porno. Abbozzò, ma era felice: la festa era tutta per lui. Un po' vanitoso ma con timidezza. Tipo molto particolare, Massimo. Qualche anno dopo fui felice di poterlo intervistare per il televisivo «Sali & Tabacchi», su Canale 5, facendolo parlare del suo punto debole: il vizio del gioco, che aveva faticosamente perso. Assieme a molti soldi. Pur senza negarsi ogni tanto ancora qualche scommessina. Come il prefissino del Mascetti in Amici miei. Aveva voglia di liberarsi di un vecchio peso.

Ti ho voluto molto bene, «Massimino». Come ti chiamava una collega per sminuire i tuoi modi fintamente sbrigativi. L'hai sempre saputo, lo so. Però non te l'ho mai detto, e ne approfitto ora.

giovedì 5 dicembre 2019

«LE FIABE VERE» (11) * LA VICEDIRETTORA CHE SPECULAVA SUL DOLORE



L'appuntamento con le mie Fiabe Vere di YouTube (cliccando sul link qui sopra) continua con una storia incredibile che viene dal mondo dell'editoria. Si intitola «La vicedirettora che speculava sul dolore». Si parla dei comportamenti di una donna, numero due ai vertici di un noto giornale e ben spalleggiata dal direttore, che approfittava della sua autorità per sottoporre ad angherie i propri sottoposti. Preferibilmente davanti a testimoni funzionali al disegno. Quale? Pretesti e cazziatoni servivano a stimolare reazioni stizzite che avrebbero consentito di sottoporre i malcapitati a eventuali provvedimenti disciplinari. Metodi che neanche a Guantanamo. Possibile che succedano cose del genere? Gli organismi a tutela dei giornalisti non fanno niente? Fino al colmo dei colmi, quando un giorno successe che...

Lo scoprirete ascoltando la Fiaba Vera di oggi.

Qui sotto, invece, quella della scorsa settimana, altrettanto sfiziosa e con risvolti pruriginosi, intitolata «Il conduttore che mostrava gli attributi».

venerdì 25 gennaio 2019

«OTTOEMEZZO» * LILLI GRUBER E QUELLO SPIRITELLO CHE PROVA A DOMARE

La conduttrice di «Ottoemezzo», su La7, Lilli Gruber.
Adoro Lilli Gruber perché vorrebbe simulare di essere sempre super partes, ma - palesemente - nun je la fa. Inizia la puntata tutta in tensione da giornalismo anglosassone perfettino, ma già dopo pochi minuti le parte la frecciatina alla parte avversa, la domanda messa lì con malizia, l'ammiccamento con precisi fini. Ne ha tutto il diritto, ma noto in lei, persa fra le grandi labbra, la sofferenza per questo sdoppiamento della personalità che fa apparire evidente il suo schieramento di appartenenza.
È brava, naturalmente, ma quella donna secondo me soffre per questo spiritello che non riesce a domare.
Ogni Lilli Gruber che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre.

giovedì 20 dicembre 2018

«OPEN» DI MENTANA: UNA DELUSIONE, MA C'È AMPIO MARGINE PER MIGLIORARE

Enrico Mentana, fondatore del sito di news Open.
Ritengo Enrico Mentana il migliore tra i televisivi (del resto il web nulla c'entra con un Tg), e mi costa dire che il suo OPEN secondo me è partito debole. Graficamente debole (è ottimizzato per smartphone e su desktop rende pochissimo, giusto per dirne soltanto una) contenutisticamente debole (poche le notizie originali), e persino posizionato male sui motori di ricerca. Insomma, non ci siamo. E mi spiace, davvero. 
La consolazione è che i margini di miglioramento sono ampi. Mi auguro non ceda prima o poi alla tentazione delle notiziole da click facile, perché è un attimo. E anche questa è una scommessa. Basterebbe, intanto, migliorare vistosamente grafica e contenuti.

giovedì 13 dicembre 2018

EDITORIA * 22 ESUBERI: AL «GIORNALE» CRESCE LA PREOCCUPAZIONE

Il comunicato dei giornalisti de «il Gionale», denso di preoccupazione.
Come segnalavo ieri in questo articolo, che riprendeva un comunicato del Cdr (il comitato di redazione) dei colleghi de «il Giornale», il quotidiano di Via Negri, a Milano, è in stato di agitazione per il piano di «solidarietà» che prevederebbe un taglio del 30% agli stipendi.

Alessandro Sallusti.
Oggi la componente sindacale, nella quale nel frattempo è aumentata la preoccupazione, segnala ai lettori (lo si può leggere nel frame qui sopra) di aver ricevuto dall'editore un documento nel quale si annuncia un «piano di risanamento» che «prevede l'esubero di 22 giornalisti, equivalente alla riduzione del 30% della forza lavoro».
Il testo del piano viene giudicato «inaccettabile», anche perché, stando alla redazione «non dedica neppure una riga al rilancio della testata» e «induce a ipotizzare gli scenari più preoccupanti».

Come raccontavo in questo post di una decina di giorni fa, serpeggia in redazione la paura per il futuro della testata diretta da Alessandro Sallusti e di proprietà della famiglia di Silvio Berlusconi. Qualora il Cavaliere dovesse, per qualche ragione, lasciare la politica, verrebbe forse meno l'utilità di un giornale molto schierato che è sempre stato la stampella politica di «Forza Italia».

mercoledì 12 dicembre 2018

I GIORNALISTI DE «IL GIORNALE»: NO AI TAGLI DEL 30% AGLI STIPENDI

Il comunicato del Cdr del il Giornale. 
Con un comunicato (si può leggere interamente qui sopra) che esprime molta preoccupazione, i colleghi de il Giornale diretto da Alessandro Sallusti prendono posizione contro il proposito dell'azienda di tagliare del 30% gli stipendi ai giornalisti della testata di proprietà della famiglia Berlusconi nell'ambito della procedura di solidarietà in atto. 
Il comitato di redazione ha deciso all'unanimità di portare da due a cinque giorni il pacchetto di scioperi da proclamare prossimamente e stigmatizza l'impatto negativo che tale decisione potrebbe avere sulla qualità del prodotto che i lettori troveranno in edicola.
In questo post della scorsa settimana raccontavo invece quali sono le preoccupazioni dei lavoratori de il Giornale per le prospettive del quotidiano in un ipotetico futuro senza Silvio Berlusconi.

venerdì 30 novembre 2018

È MORTO SANDRO MAYER, IL PRINCIPE DEL GIORNALISMO TRASH

È morto il giornalista Sandro Mayer.
I suoi parrucchini diventati leggenda (aveva il vezzo di cambiare fotina quasi ogni settimana anche sulla cover del suo giornale, «Di Più»); gli scazzi privati; il piglio bonario in pubblico. Uno stile giornalistico che aveva fatto del trash una sorta di forma d'arte per cultori.

È morto a 77 anni il piacentino Sandro Mayer, un pezzo di storia del giornalismo leggero e gossiparo italiano. Uomo di ferro in redazione (non pochi ne hanno subito e raccontato le gesta), e pacato commentatore in tv. Tranne negli epici scontri con Selvaggia Lucarelli (che a lui non si piegava) nella giuria di «Ballando con le stelle».

Mayer aveva il gene del pop-trash. Sapeva mescolare allegorie su Padre Pio (presente credo in ogni numero delle sue riviste) e la ricetta del petto di pollo alla piastra fatto da Elisabetta Canalis. Vecchine vip e cagnetti (vip) malati. Una fantasia senza limiti. Un giornalismo popolare, caratterizzato anche da una grafica dubitabile, da colori sparati e da una scelta fotografica che a volte faceva accapponare la pelle ai puristi; e che però funzionava. Eccome. Era diventato esso stesso ricetta, segreto del cuoco. A suo modo format. Complice anche il prezzo altrettanto abbordabile del prodotto. 

Laureato in Scienze Politiche, Mayer aveva diretto «Dolly», «Novella 2000», «Epoca», «Gente», lanciando poi, dopo l'ingresso nel mondo di Cairo Editore, anche «Di Più Tv», la propaggine di «DiPiù» dedicata ai palinsesti televisivi. 
Conosco fior di direttori che la notte non riuscivano a prendere sonno perché col doppio dei suoi mezzi (e sfornando giornali eleganti) non riuscivano a fare la metà delle sue tirature. Perché  quel prodotto non era nelle loro corde e mancava loro il genio di saperlo fare.
Sandro Mayer, va e insegna agli angeli a portare il parrucchino. Comunque la si pensi sul suo conto, un uomo di talento.

martedì 9 ottobre 2018

VITTORIO FELTRI IN PRIMA LINEA: ORA ATTACCA PIER SILVIO E QUERELA MEDIASET

Da sinistra, Vittorio Feltri e Pier Silvio Berlusconi.
Vittorio Feltri non lascia. Anzi, raddoppia. Il direttore di Libero, nell'editoriale pubblicato oggi, oltre a riferire di non avere  accettato l'invito di Ezio Greggio di presentarsi a «Striscia la notizia» per parlare della querelle del fuori onda che tanto ha fatto discutere, punta al figlio di Silvio, vicepresidente esecutivo e amministratore delegato del Gruppo Mediaset.

«Poiché ho scritto che Mediaset mi fa schifo» dice Feltri su Libero «Pier Silvio Berlusconi - mi è stato riferito - ora pretende che mi scusi con lui. Mi sembra non abbia capito nulla. Le sue Tv mi hanno vilipeso ed egli anziché chiedere a me perdono impone a me di inginocchiarmi alla sua maestà del piffero. E dicono che l'ubriaco è il sottoscritto. Qui se c'è qualcuno non in sentore va ricercato nel Biscione ... Nel ribadire che Mediaset mi fa schifo, e non potrebbe essere diversamente, annuncio di querelare civilmente l'azienda per il danno che essa mi ha arrecato».

Nel suo precedente editoriale il giornalista aveva definito le sue pubbliche lagnanze contro Mediaset e la decisione di non partecipare al nuovo programma di Piero Chiambretti come un atto di «legittima difesa». 

giovedì 1 febbraio 2018

VINCENZO MOLLICA VA IN PENSIONE? FORSE SI', FORSE NO, MA ECCO COME LA DEFINIREBBE LUI

Claudio Baglioni (conduttore-organizzatore del prossimo Festival di Sanremo) insieme con il giornalista Vincenzo Mollica
Il collega Vincenzo Mollica, storico - e senza dubbio capace - giornalista di spettacolo del Tg1, va in pensione. A quanto pare, perché sono circolate anche smentite. Del resto è ancora nel fiore degli anni, quindi, perché lasciare il trono vacante?

Comunque sia, se fosse, sono sicuro che lui (perdonate l'apologetico volo pindarico) la definirebbe così: «Mi accingo a entrare, fra lustrini e paillettes, in uno straordinario periodo della mia vita che cercherò di trascorrere e raccontare con inusitata levità. Non avrei mai immaginato che il collocamento in quiescenza potesse risvegliare in me tanti e sopiti ardori, e che la generosa mamma Rai potesse essere così benevola nei miei confronti, corrispondendomi persino tutti gli emolumenti di fine rapporto ai quali pure avevo diritto, ma che oggidì non possono sempre essere dati per scontati. Nel corso della mia carriera ho cercato di interfacciarmi con i grandi (a volte immensi, a volte indimenticabili, a volte irripetibili, comunque l'avrete intuito: mai scarsi) artisti che ho incontrato con un approccio sempre sobrio, che sarà parso ad alcuni amichevole, ma mai troppo sbilanciato. Proprio perché decantarne la grandezza era mio compito e piacere assoluto. Ora inizia un nuovo, luminoso percorso, che affronterò con altrettanta sobrietà, ringraziando già da ora l'immarcescibile Inpgi, l'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, per la sua munifica e comprovata lungimiranza. Sempre vostro, Vincenzo Mollica».


venerdì 22 dicembre 2017

FALLISCE «BLOGO», PERCHE' QUESTO NON È PIU' UN PAESE PER GIORNALISTI

Il logo della piattaforma Blogo.
«Blogo. Informazione libera e indipendente»
Questo lo slogan (al quale ha sempre cercato di tenere fede) della nota piattaforma giornalistica web che ha presentato questa mattina istanza di fallimento. 
Ancora non si conosce con maggiore chiarezza la situazione, ma a quanto pare, leggendo sui social i commenti dei tanti collaboratori che l'hanno animata sino a ieri, si è trattato di un blitz della proprietà, che pure nei mesi scorsi avrebbe dato ampie rassicurazioni a chi ci lavorava.


La punta di diamante di Blogo era forse TvBlog.it, il sito televisivo per antonomasia, fattosi strada negli ultimi anni per un'informazione capillare, precisa, a volte quasi maniacale sul mezzo televisivo. Anche lui oggi ha cessato di produrre, così come GossipBlog, SoundsBlog, CineBlog, Reality Show e tutte le propaggini (non solo dell'entertainment, naturalmente) di Blogo.

Chi ci ha lavorato lo ha fatto sempre con passione e competenza, arrivando a risultati importanti per l'on-line. Ma non sono bastati, in questo Paese dove fare i giornalisti (informare non può far rima con smarchettare) è diventato e sta diventando sempre più difficile. Ai colleghi, che sicuramente sapranno rialzarsi, la mia piena solidarietà. Per quanto può servire.

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