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martedì 2 ottobre 2018

L'OPEN SPACE, OVVERO LA MORTE DEL LAVORO D'UFFICIO

Un classico open space
Leggevo del ritorno in auge degli Open Space negli uffici. Per quanto ne so (purtroppo, avendo un sacco di esperienza alle spalle) non sono mai passati di moda. Credo che l'open space sia il male assoluto; l'alienazione a buon mercato; la morte del lavoro d'ufficio, soprattutto in ambito giornalistico. Ma non solo.
Azzerano la privacy, sono costruiti con il chiaro intento di creare un reciproco controllo invasivo del capo e della sua cricca sul dipendente e fra dipendenti stessi con effetti deprimenti/livellanti al basso sul prodotto. Immaginate di dover fare una telefonata che richieda riservatezza. Non la potrete fare, perché vi ascolteranno tutti o avrete comunque quella sensazione. Di conseguenza dovrete cercare (non sempre è facile) luoghi appartati e scomodi. Immaginate di dover fare un'intervista telefonica, che richiede a volte un particolare approccio. Peggio che mai. Negli open space si crea quell'effetto che definirei da «chiesa sconsacrata», fra silenzi, sussurri e sguardi guardinghi.
La cosa triste, oltre alla mancanza di rispetto (quello è finito ormai da tempo ovunque), è che le aziende cercano di favorire il peggioramento della qualità del lavoro anziché il miglioramento. Si vogliono solo pecore nel gregge, non lavoratori pensanti.

venerdì 10 marzo 2017

IL CASO FORCHIONE E LA BRUTTA DERIVA DEL MONDO DEL LAVORO IN ITALIA

La vicenda di Antonio Forchione, l'operaio di Torino che dopo 27 anni di lavoro in un'azienda e il trapianto di fegato viene messo alla porta e poi reintegrato in pochi giorni perché denuncia i fatti ricorrendo ai media, è sintomatica di quanto sia messo male il mondo del lavoro in questo Paese. Di quanto alcuni pilastri fondamentali, come quelli sindacali, abbiano ceduto. Di come rispetto e gratitudine non esistano più. Un segnale che mi arriva forte anche da molte persone che conosco direttamente. Si è passati dall'Italia dell'eccessivo garantismo aziendale (malato), a quest'altra dove è permesso tutto. Ma proprio tutto, senza fare una piega. E chi è dentro, complice la crisi, il tengo famiglia, e l'assenza di coraggio (che «Se uno non ce l'ha, non se lo può dare», per dirla col Don Abbondio di Manzoni), ha una paura fottuta di farsi sentire. Mala tempora.

lunedì 3 novembre 2014

MAI PIU' SENZA * CONTRO LA CRISI SKY BREVETTA L'ASCENSORE A PIANI ALTERNI

«Ascensore per il patibolo», «Ascensore per l'inferno»... Ai tanti titoli cinematografici del genere, da oggi Sky aggiunge (non per gli abbonati all'on-demand ma - attenzione - con un servizio esclusivo riservato ai dipendenti, vedi foto) il nuovissimo «Ascensore a piani alterni». Magari sbaglio, ma è la prima volta che vedo qualcosa del genere a livello mondiale, quindi sono certo che diventerà in breve un cult, scaricatissimo.
Lo so, se ve la raccontano non vi sembra vera: dovete sedervi, darvi un pizzicotto e riprendere fiato, ma da oggi nella sede Sky di via Monte Penice 7 (zona Rogoredo), a Milano, gli ascensori interni non consentono più fermate a tutti i piani, ma ogni due. Con una zona buia di un piano. Per capirsi: dal livello terra si può andare al secondo, ma non al primo. Dal terzo si può salire al quinto e scendere al primo, ma non passare al quarto o al secondo. La regola vale per tutti, eccetto fattorini e dipendenti del bar, che usufruiscono di un montacarichi speciale. Un «Diabolico piano», insomma. Un «Piano proibito». Una piccola tortura medioevale messa in atto, pare, per disincentivare l'uso dell'ascensore per brevi tragitti, e quindi ridurre le spese. Non è la supercazzora di un redivivo Ugo Tognazzi. C'è tanto di cartello sopra il pulsante di chiamata che lo dice a brutto muso: «Non sale e non scende di un piano». 
Fra le trovate per combattere l'austerity si vocifera anche dell'imminente eliminazione dei buoni pasto, a favore dell'ospitale mensa interna. I bar della zona verrebbero disertati e sarebbe disincentivata anche l'uscita del personale durante la pausa pranzo.

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