Sarà allestita mercoledì 16 giugno al Pantheon della
Certosa di Bologna, dalle 9 alle 16, la camera ardente per Michele Merlo,
il cantante di Amici scomparso a 28 a seguito di un'emorragia cerebrale scatenata da una
leucemia fulminante.
La messa funebre si terrà venerdì 18 giugno e sarà celebrata per motivi di
sicurezza presso lo Stadio comunale “Toni Zen” di Rosà,
in via dei Fanti, alle ore 17.
Si precisa inoltre che eventuali iniziative benefiche in
memoria di Michele Merlo saranno comunicate dalla famiglia stessa e devolute ad
“AIL, Associazione italiana contro le leucemie”.
Coda di chiarimenti da parte della famiglia di Michele Merlo, il giovane cantante di Amici morto a Bologna nei giorni scorsi per un male incurabile. Un lutto che ha comprensibilmente scosso l'Italia.
"La
famiglia Merlo - si legge ora in un comunicato che viene dai suoi consulenti - desidera ringraziare quanti in questi giorni hanno fatto
sentire la loro vicinanza e il loro affetto, a partire dai fans, gli
artisti e colleghi di Michele, passando per gli addetti ai lavori e a
tutti quelli che spontaneamente hanno creato raccolte fondi per
ricordarlo. A
questo proposito la famiglia tiene a informare che ad oggi non ha
avanzato né incentivato nessuna richiesta di donazioni in memoria del
proprio figlio per il quale si sta ancora attendendo lo svolgimento
dell’autopsia e il nullaosta per celebrare il funerale. Eventuali
iniziative verranno ufficialmente comunicate dalla famiglia".
Il giovane cantante Michele Merlo, 28 anni, nato a Marostica e conosciuto anche con lo pseudonimo artistico di “Mike Bird”, già concorrente di talent-show come X-Factor e Amici di Maria De Filippi, è ricoverato in gravi condizioni nel reparto rianimazione dell’Ospedale Maggiore di Bologna dove è stato sottoposto ad intervento chirurgico d’Urgenza nella notte tra giovedì e venerdì scorso a seguito di emorragia cerebrale scatenata da una Leucemia Fulminante improvvisa. A Comunicarlo, attraverso i suoi consulenti, è la stessa famiglia Merlo. Nei giorni scorsi aveva preoccupato un post su Instagram del cantante che aveva pubblicato sul suo profilo: «Mi esplode la testa».
"Chiudere i ristoranti alle 18 è una pazzia che sfiora la criminalità. Vuol dire obbligare l'Italia a lavorare la metà. Pazzi, incoscienti e, politicamente, SUICIDI". Così, con forza, con una veemenza, che di solito non gli appartiene, le parole che istintivamente ha messo domenica sera 25 ottobre su Facebook e su Twitter Edoardo Raspelli, giornalista e " cronista della gastronomia", davanti al decreto del governo che impone da lunedì 26 la chiusura in tutta l' Italia dei ristoranti alle ore 18. Un distico che in breve tempo è diventato "virale".
Edoardo Raspelli completa il suo pensiero :"E' un provvedimento gravissimo, superfluo, inspiegabile che aggraverà ulteriormente non solo la categoria ma tutta l'economia del nostro Paese. I posti dove in Italia si mangia, ristoranti trattorie, caffetterie, bar, sono da mesi penalizzati dal sempre più massiccio(anche se comprensibilmente inevitabile)lavoro da casa che li ha svuotati, soprattutto nelle grandi città e nelle zone di uffici e fabbriche. Ora quest'altra pessima idea, incomprensibile, senza senso. Abolire il servizio serale vuol dire costringere alla chiusura decine di migliaia di locali, far licenziare centinaia di migliaia di cuochi sommelier e camerieri. Queste sono le conseguenza dirette, poi ci sono le ricadute sull'indotto , e che indotto! In tutta la produzione agricola ed alimentare italiana avrà gravissime ripercussioni: già i ristoranti di ogni ordine e grado hanno diminuito vistosamente l'assortimento dei piatti nei loro menu e ridotto le cantine. Sarà ancora peggio d'ora in avanti, almeno fino a fine novembre, per vini liquori acque minerali, salumi, formaggi, frutta, verdura, pasticceria... tutto quello che siamo abituati a mangiare per vivere o per il piacere di cibo e bevande...".
Continua Edoardo Raspelli: "Oltre tutto non capisco il senso del provvedimento: il ristorante, l'agriturismo, la trattoria, non sono luoghi soggetti ad assembramenti(almeno quelli che non violano la legge). Io, appena ho potuto muovermi ho ripreso le mie ispezioni nei ristoranti. Continuo a vedere locali(ai più vari livelli)assolutamente attenti corretti e professionali: misurazione della temperatura all'ingresso dei clienti, disinfettanti dovunque, menu lavabili, bustine per non mettere sul tavolo le mascherine di ogni cliente, mascherine correttamente indossate da patron e personale, rigoroso regolare distanziamento tra i tavoli, diminuzione dei coperti...". "C'è un ultimo aspetto da non sottovalutare - conclude Edoardo Raspelli -. Anche a quei pochi turisti stranieri che in questi mesi vengono nel nostro Paese si è reso impossibile apprezzare uno dei motivi principali delle loro visite: certo, giapponesi russi austriaci tedeschi vengono per i musei, le chiese, i panorami ma anche per cibi e piatti, vini e spumanti. Mi auguro proprio che questo governo ci ripensi, anche perché sono sicuro che si stia alienando le più sincere simpatie(e perdendone i voti)".
C'è un virologo che mi fa impazzire, ed è Massimo Galli dell'ospedale Sacco di Milano. Il saggio nonno Galli in questi giorni lo invitano un po' ovunque in tv perché non solo aveva previsto la seconda ondata del Covid-19 (in contrapposizione per esempio a Zangrillo che dava il virus per «clinicamente morto» e alla fine ha fatto una figura barbina, assieme ad altri colleghi), ma è sempre stato tra i più cauti e favorevoli a rigide misure di contenimento. In questi giorni Galli non riesci a tenerlo perché il sottotesto di ogni sua frase nelle interviste è «ve l'avevo detto». Oppure, in modo più esplicito, «si sono verificate le situazioni che avevamo previsto, dunque ora occorre fare...», ecc.
Fa ciondolare leggermente la testolina con un mezzo sorrisetto e lo vedi che vorrebbe dire: «Manica di cogl... che quest'estate avete riaperto tutto, discoteche comprese, vi siete spostati ovunque in ferie su e giù per l'Italia battendovene il belino della pandemia mentre io facevo il profeta di sventure avendo piena ragione, lo vedete il risultato?». Ma non può dirlo, ovviamente, e per questo l'impatto emozionale è straordinario. E in quel non detto ci sono colleghi/rivali, gente comune, politici, giornalisti, negazionisti. C'è mezzo mondo. Adoro nonno Galli. Lo si può adottare?
Milano (ma anche Roma e tutte le grandi città che possono usufruire del bonus da 500 euro del Governo, che dovrebbe terminare alla fine di dicembre) si sta riempiendo di monopattini, hoverboard, segway, ecc. ecc. È la famosa mobilità sostenibile, signora mia. Vengono parcheggiati ovunque, anche sui marciapiedi di notte. Totalmente incustoditi e quasi mai legati. Essendo mezzi tutto sommato leggeri, temo che si faccia strada sempre più anche la "ciulabilità" sostenibile dei medesimi. Ovvero la loro sottrazione indebita.
Avranno anche un blocco elettronico, magari non si potranno avviare, quel che ti pare. Ma è possibile che si faccia strada quanto prima anche il mercato nero delle costose batterie. Non è un gran business? Può essere. Ma se pigli un camioncino e con due ceffi nel cassone ti fai un giro per Milano di notte e appena ne vedi uno ti fermi, butti tutto dentro e poi smonti con calma a casa, secondo me arrivi all'alba con un bottino mica da ridere. Sarà il Piano B del futuro?
«Non voglio farmi compatire, né finire sui giornali. Vorrei salvare vite, far capire che servono mille tamponi, soprattutto ai sanitari, altrimenti non ne usciamo più. Vivo chiusa nella stanza da letto della mia villetta con la febbre che un giorno sale e l’altro scende, e vedo mio marito Simone e i miei due figli dalla finestra, in giardino. Li tocca con i guanti di gomma e per dare da mangiare a tutti ha imparato persino a cucinare. Non so neppure se sia positivo. Se si ammala lui, come faccio?». Daniela Lupini, 36 anni, vive a Bolgare, comune di 6.000 anime della provincia di Bergamo, martoriata dalla pandemia. Ha il Covid-19, «una polmonite interstiziale con due grossi focolai» e (nonostante i tubicini collegati 24 ore al giorno alla bombola d’ossigeno) parla con una foga inarrestabile, inframmezzata a crisi di pianto repentine, che spuntano dal nulla e poi altrettanto velocemente scompaiono. Soprattutto quando ricorda papà Antonio, 69 anni, morto di coronavirus al San raffaele di Milano.
Daniela, com’è rimasta contagiata? «Da mia suocera, che lavora in una RSA a Bergamo, dove sono morti i primi pazienti Covid non verificati. Lei l’ha trasmesso ai bambini, Stella e Andrea, di nove e tre anni, e loro a me. Mio padre invece era in vacanza ad Alassio, dove c’era qualcuno febbricitante. Sempre stato sanissimo, con una lieve demenza. È via via peggiorato, con il medico di base irrintracciabile. Il 112 gli ha diagnosticato prima una bronchite, poi, dopo un ulteriore peggioramento, è stato portato al San Raffaele. Dov’è morto solo in un letto d’ospedale».
Intanto lei? «Dopo un’odissea tra febbre e guardie mediche, grazie alla chat delle amiche ho trovato una persona gentile che aveva il turno al pronto soccorso di un altro paese, e mi ha portare a fare il tampone e una Tac, che altrimenti non avrei mai fatto. La mia vita non può essere stata salvata dal piacere personale di un medico che ha infranto la legge. È inaccettabile».
Ha scelto lei di restare a casa? «Sì, anche perché posti per il ricovero non c’erano, ma l’avrei comunque rifiutato: avevo comprato un saturimetro, lo strumento per vericare l’ossigenazione del sangue. Poi è iniziata una lunga odissea per procurarmi la bombola d’ossigeno. In tutte le farmacie della Bergamasca non trovano più e te la deve assegnare l’ATS, ex Asl. Qui sono tutti a casa malati con, tra virgolette, “un’influenza”. Che è poi coronavirus. Tutti abbandonati a se stessi dalla Sanità».
Non si può fare nient’altro? «Si vive di espedienti: sapevo di un’azienda vista su Facebook: due medici che avevano aperto una società che fa i Raggi X a domicilio, facendosi pagare un sacco di soldi. Ma ti può salvare la vita, perché dai raggi riesci a vedere se hai il coronavirus. Accertato quello puoi chiamare il 112 e allora forse qualcuno ti dà retta. Altrimenti qui lo si chiama solo se si è in crisi respiratoria. C’è il mercato nero delle bombole d’ossigeno: andrebbero restituite ma, visto che sono introvabili, quando qualcuno se ne va le teniamo e le giriamo a chi ne ha bisogno». Tutto il paese in ginocchio. «Muoiono mediamente sette persone al giorno. Prima due al mese. I negozi ci stanno consegnando generi alimentari e altro e lasciano tutto vicino al cancello, facendoci credito. Pagheremo. Nessuno nelle istituzioni ha capito che cosa stiamo vivendo qui, dove tutti hanno almeno un morto o un malato in casa».
Quali sono gli errori nella prevenzione? «È tutto inutile se ci sono file ai supermercati da 45 minuti, con gente che esce a prendere acqua e uova. E anche voi giornalisti, smettatela di scrivere: aveva patologie pregresse: stiamo morendo di Coronavirus, non di asma! È terribile dire questo. Non siamo numeri, ma persone ». Che lavoro fa? «Ho un’azienda di rottami e rifuti, la “Lupini metalli”, ma per ora l’ho chiusa: fanc… i soldi, fanc… tutto. E ho fatto mettere in quarantena la mia babysitter e la mia impiegata, era inevitabile».
È vero che ha festeggiato il suo compleanno a letto, con l’ossigeno? «Sì, anche quello di mia figlia, a cui suo padre ha piantato una tenda da campo in giardino. A me hanno passato la torta e lo spumante dalla finestra. Ieri sarebbe stato quello di papà. Dovevamo andare in un ristorante con 40 persone che gli volevano bene».
Quando finirà tutto questo, quale sarà la prima cosa che farà? «Abbracciare mio marito e i miei figli. Sono molto fisica, e ciò mi manca. Poi un salto a Jesolo, che mi lega a mio padre. E a settembre una crociera tutti insieme. Lui aveva girato tutto il mondo sulle grandi navi e ne avevamo in programma una per giugno. Con mia madre sono stati 47 anni d’amore. Ce la faremo. Tutti. Torneremo a essere felici. Più soli, ma felici». (DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2020)
Fabrizia Pecunia, sindaco di Riomaggiore, nelle Cinque Terre.
Travolta da un insolito flusso turistico nell’azzurro mare di luglio. Tocca parafrase un leggendario titolo di Lina Wertmuller per raccontare la storia di Fabrizia Pecunia, 46 anni, indomito sindaco di Riomaggiore, una delle Cinque Terre. Le altre sono Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso. Questo paradiso di sole, salsedine e case dai colori pastello a Est della Liguria, è congestionato dai villeggianti mordi e fuggi, e Pecunia, bella e combattiva almeno quanto Mariangela Melato nel film con Giannini, ha fatto il grande passo. Un’ordinanza di protezione civile con «allerta folla» con la quale di fatto limitava l’accesso al territorio. Accompagnata da parole forti: «Da domani non farò più scendere dai treni le persone, le farò bloccare in stazione, non entreranno in paese». Dottoressa Pecunia, chiariamo subito: sindaco o sindaca? «È uguale, sono una contabile, già commercialista e revisore dei conti: bado solo alla concretezza».
Qual è a oggi la situazione a Riomaggiore e Manarola, l’altra località che è sotto il suo controllo? «I treni circolano e i turisti scendono regolarmente. Trenitalia, che avevo segnalato anche a prefetto e Procura, ha fatto ricorso al Tar contro la nostra ordinanza. Il Tar l’ha annullata, ma solo perché non definiva in modo ancora più chiaro gli interventi da fare». Quindi? «La rifaremo più dettagliata. Intanto è stato stabilito che ci sono esigenze di sicurezza che vengono prima di quelle turistiche. Bisogna pianificare le azioni da fare, e quel che auspico è una collaborazione con Trenitalia, che sinora non c’è stata».
Siete davvero così nei guai? «L’emergenza vera è per 10-15 giorni l’anno: 25 aprile, 1° maggio, Pasqua, i ponti primaverili… Ora vedremo Ferragosto. Ma c’è stata un’impennata di turismo, anche crocieristico: ci sono giorni in cui nella vicina La Spezia sbarcano 14 mila persone». Perché questo boom? «Tanti fattori, compreso Instagram. Molti nel mondo vedono la classica foto delle case colorate a picco sul mare, e vengono qui per farsi il selfie. Siamo entrati, insieme con Roma, Venezia e Firenze nel giro dei luoghi assolutamente da vedere in Italia».
È vero che avete in media 92 turisti al giorno per ciascun residente? «Sì, e Monterosso 129. A Riomaggiore ci sono 1.500 abitanti e 1.900 posti letto. Con 3-3.5 milioni di presenze l’anno. La gente del posto preferisce ormai vivere altrove e affittare casa qui. E questi luoghi vanno preservati: sono e devono restare vivi. A Manarola siamo passati da 740 mila turisti nel 2014 a un milione e 400 mila nel 2017». Quindi scatta il: no, grazie. Ma scusi, visto che secondo i latini «Pecunia non olet» (Il denaro non puzza) - citazione che le avranno già fatto milioni di volte – che cosa ne pensano ristoratori ed esercenti di questa voglia birichina di tenere lontana la gente? «Siamo assolutamente pro turismo. Ma per le Cinque terre ci vogliono una strategia e un coordinamento globali, se occorre regionali o governativi, per non collassare. E poi guardi: io d’inverno fatico a far tenere aperti i negozi. E quando aprono, non c’è esercizio che non sia sempre, totalmente sold out. Non abbiamo mai avuto la ricettività. I turisti passano, prendono acqua, gelato e panino, e se ne vanno».
Toccate e fughe che rendono poco? «Pochissimo. Per questo dico: nelle Cinque Terre aboliamo la tassa di soggiorno, e introduciamo quella turistica: 50 centesimi per ogni biglietto di treno staccato. Avremmo soldi per tutte le nostre esigenze». Senta, è sposata, ha una figlia di dieci anni, Ester, un bell’eloquio, un’ottima presenza e fa politica con passione dal 2011. La vedremo presto a Montecitorio? «Mannò, non ipotechiamo il futuro: sono sindaco dal 2016 e cerco di portare avanti con coraggio la mia missione qui: è già tanto. Ho ereditato un comune in default».
Ma scommetto che in autunno la vedremo in qualche talk-show. «Non so, vedremo. Andrò se e dove mi inviteranno, forse». Scommetto che ai convegli del suo partito, il Pd, fanno a gara per sedersi accanto a lei. «Eh, sempre che riescano a mettersi d’accordo. Perché sa, nel Pd c’è sempre un po’ questo problema».
Milano. Il Naviglio Grande vuoto di sera dopo la stretta anti-Coronavirus del Governo.
Forse si inizia, pian piano, a capire. Del resto non c'è come chiudere tutto per far sparire magicamente la gente da ogni dove. La Milano brulicante e clacsonante alla quale siamo abituati è semi-deserta, e noto che spesso il 15, il tram che mi passa sotto casa, fa corse totalmente a vuoto. Altre segnalazioni di mezzi pubblici vuoti mi arrivano da più parti della città.
Neanche un cristiano a bordo. Tramviere a parte, che si guarda in giro spaesato, come gli ubriachi che nei film vagano nei villaggi del Far West. Disorientato come i pochi passanti, che hanno scoperto la lentezza vaga di chi non ha niente da fare. Si abbozza persino un sorriso, a volte, tra vittime della stessa sorte. C'è un po' più di malandata gentilezza in circolo. Chi porta in giro il cane, chi si muove con la dovuta circospezione verso non si sa bene quale meta. Ci si guarda negli occhi da lontano e spesso si fa anche il giro largo per non essere costretti a incontrare gente che si avvicini troppo a quel metro di zona di rispetto (ma adesso i cinesi dicono addirittura 4/5, quando saremo arrivati a 10 avvisate) ai quali ci sta abituando questa maledetta minaccia invisibile che mette angoscia. Che secca la pelle. Che toglie il fiato.
Milano. Il Naviglio Pavese di sera vuoto dopo le misure del Governo per arginare il Covid19.
I negozi di sera sono chiusi tutti. Restano in attività solo i mini-market degli alimentari e ieri sera, a sorpresa, nella mia zona, che è quella del Ticinese, anche una gelateria, la Riva Reno. Credo soltanto per accogliere i riders per le consegne a domicilio. Anche sui Navigli, pieni come un uovo sino a sabato scorso, e nella vicina Darsena, vedi soltanto qualche fantasma a fare quattro passi. Ha mollato il colpo (persino di giorno) il bar di un irriducibile che aveva ostinatamente tenuto aperto anche dopo le 18 durante il primo decreto che imponeva la chiusura. Stessa decisione anche per il titolare di un altro bar nei dintorni di Piazza Piemonte, che incontro portando Masha in area cani. «Ho otto dipendenti, facevo al massimo 40-50 coperti in pausa pranzo e poi niente per tutta la giornata. Tanto valeva tirare giù la saracinesca per un po', finché non sarà finita» mi dice. «Il guaio è che da questa cosa ci riprendiamo fra due anni». «Due anni?!» gli faccio io con l'aria di chi non crede alle favole. E lui corregge il tiro, conscio dell'amara realtà. Poi mi racconta di gente che frequenta il suo bar. «Ce n'è uno che aveva una fiorentissima società che cura eventi e catering. Avevano un calendario che non finiva più: manco uscivano dall'ufficio. Lavorava 20 ore al giorno e gli portavamo i panini sulla scrivania. I clienti hanno annullato tutto. Tutto, fino a data da destinarsi. È disperato. Un altro - erano marito e moglie - con un'azienda simile ma già scricchiolante, ha approfittato dell'occasione per chiudere definitivamente».
Anche dal mio paesello, in Oltrepò Pavese, solitamente refrattario a ogni cambiamento, mi arrivano voci di gente in rispettosa coda e a debita distanza, per entrare nella piccola salumeria. Anche lì è arrivato Mr. Covid19. E da adesso, per tutti, niente sarà più come prima.
Nella sua rubrica settimanale sul quotidiano Libero, «Buona Tv a tutti», il sempre cauto Maurizio Costanzo ha sparato ieri una bordata alzo zero contro la televisione di Barbara D'Urso. Un colpo secco e sferzante. Ecco a seguire la testuale riflessione del conduttore del Costanzo show:
«Ho sentito Barbara D’Urso annunciare in televisione che in una prossima puntata del suo programma, sarebbe stato ospite un giovanotto di ventidue anni, desideroso di fare l’amore con Lory Del Santo o con Carmen Di Pietro, e quest’ultima ha accettato.
Mi è venuto un senso di smarrimento e anche di malinconia. Non bastava Sgarbi che duellava contro Vladimir Luxuria, adesso abbiamo anche il giovane «in calore» che propone le sue preferenze. È televisione? Nutro ogni giorno sempre più dubbi».
Una presa di posizione, quella di mister «Buona camicia a tutti», che assume maggior valore simbolico proprio perché viene non solo da un personaggio storico del piccolo schermo, ma anche da un volto che da sempre lavora per casa Mediaset, e che spara su un prodotto (anzi, su una serie di prodotti, visto che contesta in generale il metodo televisivo) dell'azienda per cui lui stesso realizza contenuti. È l'inizio di una guerra interna, una baruffa, oppure la semplice contestazione su uno stile di programmazione, o l'assenza di uno stile?
Ieri non è stata una buona giornata per la conduttrice di «Domenica Live», «Pomeriggio 5» e «Live - Non è la D'Urso». Contro di lei e contro un altro giornalista di punta di Mediaset si è scagliato anche l'ottimo Nanni Delbecchi, critico televisivo de Il Fatto quotidiano. Ecco la riflessione di Delbecchi: «Non servono quote rosa, servono quote di competenza alla peggior televisione italiana di sempre, ai talk ormai in piena deriva trash, dai guantoni di Mario Giordano alle colonscopie di Barbara D’Urso».
Iva Zanicchi, la sento provata. Che cos’è successo?
«Un furto, ma anche una mia
distrazione imperdonabile: mi hanno rubato la Palma d’oro con la quale vinsi a
Sanremo 50 anni fa, nel 1969, con “Zingara”».
Andiamo con ordine: com’è successo?
«È tempo di Festival. Ero in
centro a Milano a fare un servizio fotografico e mi avevano chiesto di portare
quel trofeo che, dopo mezzo secolo, rievocava la mia vittoria sanremese.L’ho messo nella borsa».
E l’hanno scippata.
«No, sono arrivata sul posto, ma poi non trovavo l'indirizzo, sono scesa, mi sono guardata in giro e ho lasciato la borsa in auto con dentro il cimelio. E la portiera
aperta. Hanno portato via borsa e trofeo. Lo so, ho non mi dica niente perché
ho un diavolo per capello».
Prendi questo ladro, zingara! Per questo ha lanciato
un mini-appello sui social?
«Ovviamente quel trofeo ha un
valore economico ridicolo, ma dal punto di vista affettivo per me è
fondamentale. Sono iscritta a Instagram da quattro giorni, prima non sapevo
manco che cosa fosse. Così ho fatto un video. Altri artisti, come Antonella
Clerici, l’hanno condiviso su Twitter».
Spera di ritrovarlo?
«Mi auguro che chi l’ha preso
o qualcuno che sa, visto il valore irrisorio dell’oggetto, me lo voglia far
riavere in qualche modo».
E se le chiedessero una specie di riscatto?
«Ma è una cosa di cui non voglio neppure sentir
parlare: non voglio sottostare a ricatti. Se vorranno ridarmelo, bene.
Altrimenti, se lo tengano».
Enrico Ruggeri mentre sacrifica la capigliatura della sua collaboratrice Valentina Spada.
Ci sono debiti (col destino) che vanno pagati. Soprattutto quando c'è di mezzo la vita. E Valentina Spada, da anni promoter e addetta stampa di Enrico Ruggeri, ha pagato il suo prezzo: la capigliatura. È uscita su tutti i giornali e sul web, nei giorni scorsi, la notizia del brutto incidente nel quale sono incorsi sulla A10 il cantautore milanese e il suo gruppo di lavoro. L'auto ha sbandato per 400 metri sull'asfalto bagnato, ed è andata a schiantarsi contro il guard rail, che però fortunatamente ha retto. Poteva finire tutto in tragedia, ma non è stato così. Oggi, la sorpresa. Come rivela il Rouge sui suoi social: «La mia promoter Valentina Spada ha commesso l’imprudenza di confessarmi che, quando la macchina sbandava sul cavalcavia, ha pensato “se mi salvo mi rapo a zero” (un attimo prima stavamo parlando di tagli di capelli). Non avevo scelta: Le promesse si mantengono!!!». E così, a spavento passato, con qualche colpo di forbice e macchinetta ben assestati dallo stesso Ruggeri (severo ma giusto e con un futuro come parrucchiere per signora), Valentina ha perso la sua chioma. Un finale stupendo, che tanto sarebbe piaciuto anche a Sandro Mayer, re del giornalismo popolare. E comunque sia, anche una geniale trovata promozionale della stoica Spada, che per gli artisti che segue (come si può notare) fa decisamente tutto. In particolare a ridosso del Festival di Sanremo.
«Il mare d'inverno» a volte porta sfiga. Ne sa qualcosa Enrico Ruggeri, che è rimasto illeso ma se l'è vista davvero brutta ieri sera sull'autostrada A10, nel savonese, direzione Sanremo. Il cantautore era accanto al conducente a bordo di una Maserati guidata da Riccardo Nocera. Sui sedili posteriori due sue storiche collaboratrici: Stefania Alati e Valentina Spada. A causa del maltempo, il mezzo ha iniziato a sbandare, ha fatto un testacoda di circa quattrocento metri, come ha riferito Ruggeri stesso sui suoi social, e si è salvato grazie ai robusti guard-rail. Per fortuna nessuno si è fatto male, ma l'avventura è stata senza dubbio tremenda. «Evidentemente non era il momento», ha chiosato il Rouge. Che ha poi potuto proseguire in direzione Teatro Ariston, per le prove del Festival.
La vicenda dell'agente Lele Mora, che nel maggio scorso è stato derubato e minacciato in un campo Rom, a Milano, dove era con alcuni pregiudicati e stava trafficando, per quanto è dato sapere, in una partita di Champagne da 40 mila euro, viene raccontata nel dettaglio in quest'articolo del Corriere della sera on-line. La notizia, venuta alla luce soltanto oggi, ha scatenato immediatamente gli appassionati di satira. Nel mio piccolo, io ho semplicemente rilevato che a questo punto bisognerebbe telefonare a Raf per fargli sapere (visto che lui se lo domandava in una sua celebre canzone) che cosa sia rimasto degli Anni 80. Ma c'è anche chi, come Massimliano Uggeri, ha prodotto lo stupendo fotoritocco qui sotto. «Per brindare a un incontro», naturalmente (cit.).
Lo splendido fotoritocco satirico di Massimiliano Uggeri.
È bufera, al momento solo sul web (ma non è cosa da poco), per il volume dei promo del nuovo show di Adriano Celentano, «Adrian», abbinato a una graphic novel che giace da alcuni anni in attesa di essere mandata in onda e che vedrà la luce il 21-22 gennaio su Canale 5, per nove settimane. Il caso è scoppiato domenica sera, durante la messa in onda del primo episodio della sfortunata fiction «La dottoressa Giò», con Barbara D'Urso, non premiata dagli ascolti. Inframmezzati ai normali spot c'erano i promo del cartone animato (per semplificare) «Adrian», mandati in onda con un volume decisamente più alto rispetto alla normale programmazione. Su Twitter è iniziata una vera e propria sollevazione popolare da parte del pubblico. Critiche a pioggia, gente spaventata, insomma un apparente boomerang per chi voleva a tutti i costi attirare l'attenzione sul prodotto. O meglio, ci è riuscito ma con quali effetti? Le polemiche sono state fisse al secondo posto nelle tendenze del social network anche per buona parte della giornata di ieri. Qui sotto ne posto alcune, omettendo per carità di patria quelle più offensive. Il cantante, che non è nuovo alla tradizione dei promo a volume alterato (si pensi a «Rock economy», nel 2014) è solito affidarsi per la comunicazione e la gestione dei propri prodotti alla moglie Claudia Mori, che in genere fissa minuziosamente, nel dettaglio, tutte le condizioni. Quindi è possibile che sia stata lei a imporre a Mediaset di aumentare decisamente i decibel. La legge, che considera molesta questa pratica, tollera un aumento di volume degli spot non superiore al 15% rispetto a quello della normale programmazione, come sottolinea in questa pagina anche il Movimento Consumatori. L'AGCOM, qualora rilevasse che questo limite è stato superato, potrebbe sanzionare applicando «l'art. 51 del Testo Unico della radiotelevisione in materia di pubblicità». Staremo a vedere se ci saranno esposti o altre prese di posizione. D'accordo che pur di far parlare e destare attenzione, nel mondo dello spettacolo, va bene (quasi) tutto. Ma sarà questo il modo giusto?
Mamma Daria Nicolodi rende pubblico un messaggio di Asia Argento, e la figlia le risponde.
«Chi» pubblica lo scoop del bacio fra Asia Argento e Fabrizio Corona. Vero o costruito che sia, la cosa fa naturalmente parlare. Daria Nicolodi, la madre di Asia, che evidentemente non gradisce, fa un po' di ironia su Twitter: «Due signori di mezza età con felpa e cappuccetto... che si baciano. Un po' inguaiata e inguaianti». Segue emoticon con strizzata d'occhio.
Daria Nicolodi rincara la dose nel pomeriggio.
La fiera paladina del #MeToo, finita in mille casini, non gradisce a sua volta e scrive (in privato) a mammà una sequela di livorosi insulti da campionato del mondo delle contumelie. Madreh non la prende bene e decide di renderli pubblici. Ecco il testo: «Mia figlia @AsiaArgento mi scrive: la mia era una sciarpa, non un cappuccio. Fai schifo. Sei una donna pessima, madre già lo sai, una fallita, sola nel mondo. Torna nel tuo dimenticatoio. Ora hai veramente esagerato. Fottiti troia».
Alla fine Asia Argento sembra cedere e abbozza l'armistizio web.
Non c'è molto Mulino Bianco in questo quadretto che fa risaltare ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) il piglio e l'innato garbo dell'attrice romana. Che forse avrebbe bisogno seriamente d'aiuto. A nanna i più piccini.
Vittorio Brumotti a Pavia. Sullo sfondo il Ponte Coperto.
Vittorio Brumotti è approdato a Pavia ed è già pericolo costante, per dirla citando Elio e le Storie Tese. Lo spericolato ciclista acrobatico, accompagnato da una troupe (non era quella «Striscia la notizia» ma il personale di una serie di documentari straniera sulle bellezze d'Italia), era stamattina in centro, nei pressi dei ponti più celebri della città lombarda, per un servizio con la sua fedele bike da combattimento.
Brumotti: una vita a rischio.
Di norma il contro-tg di Antonio Ricci lo impiega invece per denunciare in modo singolare carenze e disservizi del bel Paese. L'atleta, fotografatissimo dai passanti, camminava a rischio caduta su muretti e ringhiere. Per gli amanti del gossip, dopo la storia d'amore con Giorgia Palmas, ora il nostro si accompagna ad Annachiara Zoppas.
Caro Comune di Milano (per la precisione Unità riscossione coattiva Verbali e sanzioni amministrative al Codice della strada),
mi vedo arrivare tra capo e collo una tua pregevole ingiunzione di pagamento di 425 euro relativa a una multa notificatami (firmò il portinaio) il 10 febbraio 2015. Andavo a 65 all'ora in un tratto tranquillissimo, dov'è però presente l'implacabile Autovelox di Chiesa Rossa, alle porte della città, inchiodato sui 50. Quanti soldi ha portato alle vostre casse quel birbante dell'Autovelox di Chiesa Rossa? Un giorno mi piacerebbe saperlo. Troppi e ingiustamente. Opinione mia, naturalmente. Mi tolsero punti dalla patente e pagai, eccome se pagai. Una multa di 292,54 euro che a quanto pare colpevolmente versai come previsto in misura ridotta non entro i cinque giorni indicati (ero fuori casa e ritirai con leggero ritardo la notifica) ma al settimo giorno. Quando nostro Signore finì il progetto e si riposò.
Ora caro Comune mi viene consegnato, ancora con ritardo (sempre al portinaio, che da ora in avanti ovviamente non autorizzerò più a firmare per me) una tua ingiunzione di 425 euro da pagare con MAV entro 30 giorni. Sotto choc, chiamo il tuo call center per scoprire il motivo. Ebbene, il mio ritardo di due giorni (due giorni) del pagamento in forma ridotta consente ora ai tuoi vigili di considerare la mia multa "praticamente come se fosse non pagata" - parole testuali dell'operatore al telefono - e di applicare interessi e maggiorazioni che portano una contravvenzione da 292 euro già pagata, ripeto, per il 70%, a una sanzione di 425 euro da saldare oggi. Come se non bastasse, mi si assicura che da questa cifra sia stato già scalato quanto da me corrisposto nel 2015. Quindi immaginiamo quanto mi costa complessivamente questo scherzetto. Gentile Comune di Milano, gentile Corpo di Polizia municipale, non so, magari avrete anche ragione, probabilmente avrete tutti i regolamenti dalla vostra, pronti a consentirvi questo scempio. Io pago, ancora una volta. Come ho sempre fatto. Ma lasciatemi esprimere tutto il mio più vivo, vibrante e sconcertato disgusto.
Ci sarà anche Claudio Amendola, uno tra i più gettonati duri del cinema italiano, all'evento contro la violenza di genere intitolato «Belle e dannati», in programma il 2 dicembre alle 16 al santuario Tempio d'Ercole Vincitore di Tivoli (Roma). Organizzato dall'Associazione socio-culturale Laboratorio del possibile di Daniela Di Camillo, vedrà la partecipazione di psicologi, sociologi, pedagogisti, medici, legali ed esperti in criminologia. Per l'elenco dei nomi vi rimando alla locandina.
La locandina di «Belle e dannati».
Il caso del produttore Harvey Weinstein, scoppiato negli Stati Uniti, ha sollevato clamore mediatico attorno a un tema già di profonda attualità soprattutto fra le mura domestiche. Ed è partita la ridda di denunce, soprattutto dalle colonne dei giornali. Lo spettacolo insomma ha fatto da cassa di risonanza, e anche da noi hanno iniziato a parlare personaggi come Asia Argento, Miriana Trevisan (che ha tirato in ballo Giuseppe Tornatore), sino alle recenti, numerose attrici che tramite «Le iene» hanno accusato il regista Fausto Brizzi. Che cosa è un'avance, che cosa una molestia, e che cosa violenza vera e propria? A molti sembra evidente, ma in alcuni casi c'è ancora troppa confusione. L'evento di Tivoli (che si soffermerà anche su tematiche molto più profonde e gravi di quelle portate alla ribalta dalla scena mediatica) servirà anche a fare maggiore chiarezza.
Lucio, il fidanzato omicida reo confesso di Noemi Durini nel Tg di TeleNorba
Di solito non parlo mai di casi di cronaca nera. Preferisco restarne alla larga. Un po' perché siamo già sommersi di inquietudini, un po' perché mi sento più a mio agio nella comfort zone della battuta. Di fronte a questa faccia, però, non riesco a non tacere. È la faccia incredibilmente sorridente e più che mai inquietante di Lucio, 17 anni, omicida reo confesso della sua ragazza, Noemi Durini, 16 anni. La picchiava regolarmente e un bel giorno ha deciso di ucciderla. Perché così, perché gli andava, perché mi sono rotto della Playstation e sai che faccio? La butto. Perché questa cosa che si uccide magari l'ha vista in un bel thriller cinico e carico d'adrenalina e forse voleva vedere che cosa succede a replicarla.
E come un terrificante Edward Norton in una pellicola hollywoodiana esce dalla caserma di Specchia, il suo paese, con stampato in faccia un ghigno che - temo - non è neppure quello dello psicopatico. Perché se fosse davvero così, sarei/saremmo un po' più tranquilli. È quello di un ragazzo che forse definiremmo «normale», che non si rende neppure conto di ciò che ha fatto. Che sorride beato perché prima chi se lo calcolava e ora di certo va in tv e forse tra 15 anni girerà voce che è stato contattato per participare all'Isola dei famosi. È questa la cosa più inquietante e preoccupante. La normalità del male assoluto. Che lascia esterrefatti e spenti perché è la sconfitta di un'intera società. Spero che non esistano tanti Lucio oggi in Italia, ma temo che non sia così. È una cosa troppo grave per non puntare il dito, tutti, con una forza senza precedenti. È una cosa troppo grave per non restare completamente disorientati e persi.