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lunedì 30 settembre 2019

LASCIATE IN PACE TARANTINO, CHE HA FATTO IL SUO DOVERE

Leonardo DiCaprio e Brad Pitt sul set di «Onece Upon a Time in Hollywood»
«C'era una volta a... Hollywood» è stato un film divisivo: pubblico e critica, variamente mescolati, a tesserne lodi sperticate oppure non a stroncarlo (non sarebbe possibile) ma ad arricciare il naso un po' annoiati.
È un Quentin Tarantino un po' diverso dall'usuale e meno pulp? Sì, qui predilige dettagli e situazioni. È un Tarantino inaccettabile? Certo che no.
Il suo film è un atto d'amore nei confronti del cinema, zeppo com'è di citazioni di ogni sorta (da «Un dollaro d'onore», passando per i film di genere e arrivando persino a «La pantera rosa»); ma soprattutto di adorazione per gli Anni 70. Ricostruiti con incredibile cura del dettaglio. Si racconta l'atmosfera hippie folle e malsana del periodo che ha portato all'omicidio di Sharon Tate, che appare come dilatata citazione, nei panni della divina Margot Robbie. E poi ci sono i protagonisti, in un ammiccante, continuo gioco sui dietro le quinte e le miserie del cinema: Brad Pitt, controfigura tuttofare, e il sempre più bravo Leonardo DiCaprio, attore in declino che racconta con maestria ascesa e fine di un mito. Ma ci sarà una seconda occasione? La narrazione e il tuffarsi in un gioco di pennellate prevalgono insomma sul classico Tarantino, che riserva però gli ultimi dieci minuti alle sue scintillanti diavolerie in purezza.

domenica 2 dicembre 2018

«BOHEMIAN RHAPSODY» * LE FRAGILITA' DI FREDDIE MERCURY, IL PIU' GRANDE PERFORMER

Rami Malek in "Bohemian Rhapsody".
Infiocchettato nella sua sontuosa impaginazione, frutto di un bel montaggio, di una maniacale ricostruzione scenografica e di costumi, «Bohemian Rhapsody» è (giustamente) il film del momento.
Una boccata d'ossigeno per le sale sempre più in crisi, sabato a parte, quando un po' di spettatori si riescono ancora a strappare a Netflix, Sky e Amazon Prime Video.

Più che un'opera sui Queen, è un viaggio nell'immane, tormentata, a suo modo straordinaria personalità dominante di Freddie Mercury, interpretato dall'immenso Rami Malek («Mr. Robot»). Dalle liti in famiglia, all'ingresso («Con quei dentoni?») nella band che macina successi in tutto il mondo; dalle bizze nella discografia e ai party orgiastici, alla fidanzata-fan, per arrivare all'omosessualità e alla curiosità morbosa dei media; sino all'AIDS, lasciato però sulla porta. La pellicola si ferma sei anni prima della morte della star, nel 1985, al leggendario Live Aid di Wembley.

La somiglianza non solo di Malek, ma di tutto il cast con la vera band e i comprimari della storia nella realtà è stupefacente. Ma il protagonista è talmente calato nella parte da diventare più vero del vero. Il più grande performer di tutti i tempi raccontato nelle sue fragilità. E oggi che siamo circondati quasi soltanto da lagnosi rapper, lasciatemelo dire, è una benedizione.
VOTO: 8

lunedì 3 marzo 2014

LE REAZIONI DEL ROMANO MEDIO ALLE CRITICHE A «LA GRANDE BELLEZZA»

Caro romano medio,

me stai a fa' preoccupà. E mo te spiègo er perché. Perdona si te lo scrivo soprattutto in itajano, che me viè senz'artro mejo.

Da quando è uscita «La grande bellezza», mi è capitato di scrivere alcune volte su Facebook e Twitter che eravamo in presenza di qualcosa di «bello ma sopravvalutato» (un giudizio tutto sommato positivo, non trovi?). Un film piuttosto noioso, ben recitato (non solo) da Toni Servillo, che giocava strategicamente sulle immagini di una Roma stupenda per conquistare la platea, con un occhio già ben puntato sul gusto americano. Situazioni un po' già viste del generone capitolino, un collage purtroppo disunito di ironici quadri a volte ben impostati da Paolo Sorrentino (dimentichiamo il lungo scivolone del capitolo Santa, inguardabile) ma nell'insieme un buon lavoro. Certo, sopravvalutato.
Dev'essere stata questa parola sconcia, dev'essere che forse, romano medio mio, nun te se po' di' gnènte, fatto sta che ho subito compreso la totale intangibilità de «La grande bellezza» ai tuoi occhi partigiani. Il titolo del film e alcune critiche - anche motivate - non potevano essere associati, neppure per scherzo. Guai. E così, bello mio, hai cominciatò a inzurtà: il messaggio basico era, sostanzialmente: a stronzo, nun te devi permétte de criticà 'n capolavoro. Con varie sfumature. La parola più usata per attaccarmi, quella a te più cara, era: rosichi, stai a rosicà. Vedi, romano medio mio, potrei rosicà se facessi er cinematografaro, er reggìsta o l'attore. No, faccio er giornalista. Mestiere fra l'altro in via d'estinzione. Quindi scialla, nun te preoccupà. So immune da 'sti tipi de rosicamento. Stacce. 
Poi, meravigliosi, gli insultanti: «Visto il giornale per il quale scrivi, come puoi conoscere la Grande Bellezza?». Oppure, con altrettanta sufficienza: «Occupati de le cosétte tue...». Pochi si lasciavano andare a disamine più accurate. Non avevano nulla da dire se non una difesa cieca e assoluta. Doveva essere chiaro a tutti che «La grande bellezza» non andava toccato neanche con un fiore. Pena la morte. Stamattina, dopo la vittoria agli Oscar, un'altra romana modello curva sud ha pubblicato in bacheca (e per sicurezza stampato anche sulla mia), un faccione ghignante di Jep Gambardella accompagnato dalla seguente dicitura: «Nordisti perchè non vi ammutinate e non fate girare un altra GRANDE BELLEZZA nelle vostra anonime cittá?? L'OSCAR è di Roma una città riconosciuta in tutto il pianeta tranne che in questo Paese invaso dai Barbari».
Aaahhh, che sciocco. Ecco che cosa non avevo capito: non si stava parlando solo di un film. Per te, romano medio mio, qui è una questione d'orgojo, de campanile, de indossà 'na majetta. Stava a ggiocà 'a Roma, cor Capitano Totti, e io manco me n'ero accorto. E allora, faccela vedè, faccela toccà, 'sta grande bellezza. Stupido io, che vivo in un'anonima città del Nord e non faccio autocritica (a parte che secondo me «Il capitale umano» valeva quattro volte «La grande bellezza» ed era una spietata satira su un certo tipo di Nord, ma vabbé). Stupido io che non mi «ammutino» (ma che, vivo sur Bounty, pe' fa l'ammutinato?) e mi permetto di muovere blande critiche non a un film, ma alla grandezza di Roma in persona. Sai che te dico, romano medio mio? Roma tua me piasce da morì (vengo apposta ar Ghétto a magnà li carciofi a la giudìa, penza te), me piasce Servillo (un po' supponente, ma bravissimo), me piasce pure Sorrentino. Ma vojo conzervà er diritto, tutto mio, de potè di' si un firme me pare brutto, bbòno, oppure bbòno e sopravvalutato. Come questo. Quanno poi, nun ce potrai créde, fijo mio, ma so' pure contènto che abbia vinto l'Oscar per Le conseguenze del clamore, parafrasando Sorrentino. L'Oscar. Quello vero. E non l'Oscardabbàgno, come diresti tu facendo una battutona sdrammatizzante delle tue. Hai capito, romà? Te piasce sta dichiarazione d'amore a Rroma tua, o vòi equivocà pure questa?
Te saluto citando un vero pilastro della romanità: Gigi Proietti. Lui si che un Oscar l'ha sempre meritato. Romano mio, a volte (solo a volte) «Tu me rompe er ca'». Parecchio. Ma te vojo bbène.

martedì 21 agosto 2012

«IL CAVALIERE OSCURO - IL RITORNO» * DIO È MORTO, E ANCHE BATMAN NON SI SENTE TROPPO BENE

Dio è morto, e anche Batman non si sente troppo bene. Sparito da otto anni, sopravvive solo nell'anima acciaccata del suo burattinaio, il miliardario filantropo Bruce Wayne (Christian Bale). Peraltro più azzoppato dell'anima stessa. Addossarsi le colpe della morte del procuratore Harvey Dent, nel capitolo precedente della saga, non dev'essere stata una genialata, pensa Bruce, al quale sotto sotto la figura di cacca ancora brucia. Come del resto all'amico commissario Gordon (Gary Oldman). Tanto che l'ex eroe si deprime e passa tutto il tempo barricato in casa abbrutendosi davanti alle televendite di Mediashopping. Non lo regge più neanche il fido maggiordomo (Michael Caine), per intendersi.
A Gotham City, intanto, spunta una maliziosa ladra (Anne Hataway) che fa strage di cuori e collane di perle della nonna. E soprattutto un corpulento terrorista, tale Bane (l'accostamento delle due parole è voluto), che fa molta paura soprattutto perché parla amplificato e con un distorsore nella voce. È sfigurato, e si copre la faccia con una versione riveduta e corretta della maschera di Hannibal Lecter. Corre voce che abbia anche problemi di alitosi. Il suo piano - non lo indovinerete mai - è piazzare la superbomba che, se non disinnescata in tempo, finirà col far esplodere tutta la città. L'unico che può provare a salvare la capra e i cavoli è Batman, che deve tornare in servizio ma non ha più l'energia di un tempo e soprattutto ormai parla come Maurizia Paradiso. Ascoltare per credere.

Il regista e produttore Christopher Nolan confeziona un filmone coi fiocchi per far ballare l'ultimo valzer all'amato supereroe sotto antidepressivi. Il risultato convince (non credete a chi vi parla di lavoro epocale, non lo è), ma la pellicola è troppo lunga e con una trama piuttosto scontata (il finale l'avevo previsto nei dettagli a metà film, e non credo di essere il solo). Il grande pregio è soprattutto quello di essere un film livido, con alcune scene da manuale, stilisticamente perfetto, che azzera ogni possibilità di speranza e salvezza ai suoi protagonisti. Il che sarebbe ottimo, se la logica americana da blockbuster non imponesse un epilogo parzialmente a lieto fine. Che forse darà un po' di sollievo al pazzo della strage di Denver, quando lo vedrà. Si spera il più tardi possibile. VOTO: 7/8.

mercoledì 28 dicembre 2011

«LE IDI DI MARZO» * OTTIMO, MA UN CAST COSI' RECITAVA ANCHE IL CATALOGO IKEA

Anche se lavora sotto il controllo del maturo e scafato Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) Stephen Meyers (Ryan Gosling) è il giovane ed entusiasta addetto stampa del candidato democratico alle Primarie presidenziali, il seducente Morris (George Clooney). Paul è una bomba quanto a efficienza. Tanto che persino il capo della comunicazione (Paul Giamatti) del concorrente tenta di convincerlo a saltare il fosso. Non mi avrai così facilmente, anche perché l'uomo per il quale lavoro è uno tutto d'un pezzo.
Peccato che il nostro debba ricredersi poco dopo, quando scopre che l'integerrimo Morris ha qualche scheletro - tanto per cambiare sessuale - nell'armadio e vuole il potere a tutti i costi. Inizia il grande complotto. Restare fedeli alla linea o lasciarsi corrompere dal malaffare?

Il Clooney regista - ma anche l'attore - sembra non risentire troppo dell'assenza di Elisabetta Canalis e confeziona un film asciutto e impeccabile. Ma soprattutto molto vero. Incentrato sugli oliati meccanismi legati alla politica, col passaggio dal candore alla sporcizia, sino all'inevitabile perdita di ingenuità (vien da dire di verginità morale) di chi bazzica i corridoi del comando. Una tra le pellicole più belle dell'anno, rigorosa, ben girata, senza neppure la concessione di un facile finale a sorpresa. E comunque un cast di mostri del genere, poteva serenamente recitare anche il catalogo dell'Ikea, senza sfigurare. VOTO: 8,5

lunedì 6 settembre 2010

«I MERCENARI» (THE EXPENDABLES)» * PENSIONATI, MA ANCORA ARZILLI

Il maturo mercenario Barney Ross (Sylvester Stallone) è a capo di un gruppo di colleghi pagati per risolvere - possibilmente uccidendo - questioni più critiche della festa di Mirabello (in attesa del discorso di Fini su Berlusconi e il Pdl). Il metodo è semplice: un blitz, una mitragliata, un coltello in gola e via, passando all'incasso. Va d'accordo con l'orientale tutto pepe Ying Yang (Jet Li); con il ruvido Christmas (Jason Statham); persino col negrazzo Caesar (Terry Crews). Gli tocca però sbattere fuori dal gruppo quella testa matta di Gunner (Dolph Lundgren) che beve, si droga e poi uccide con gusto sadico. Cribbio, saremo anche mercenari, ma non ammazziamo per divertirci! Il vecchio amico tatuatore Tool (Mickey Rourke), che a occhio e croce non si lava dal '32, procura a Barney il contatto con un agente della Cia sotto copertura (Bruce Willis), che gli commissiona la missione spaccaossa. Far fuori il generale di Valona, un'isoletta sudamericana, in combutta con un americano (Eric Roberts) ex agente deviato ora trafficante di cocaina. Sul posto a guidare la rivolta del popolo cornuto e mazziato c'è la bella Sandra (Giselle Itiè), più umida della foresta amazzonica nonché figlia del generale. Mossoccàzzi pe' ttutti.

Sponsorizzato dall'Inps, che ha versato tutti i contributi per il cast, il film (più stunt-man che pellicola) ruota attorno all'idea di mettere assieme - spendendo il minimo indispensabile - tutte le vecchie glorie del cinema americano d'azione. C'è persino un cameo non accreditato di Arnold Schwarzenegger, ora Governatore della California, che se ne va dopo un minutino. Non prima di aver fatto lampeggiare gli occhioni di ghiaccio.
Alla regia s'impone Stallone, già «Rambo», già «Rocky» e ancora con un fisicaccio invidiabile nonostante il pannolone. Il risultato, grazie ad alcune scene memorabili e al sempre convincente Statham, messo lì per accalappiare il pubblico giovane, è accettabile. Quel che difetta a Sylvester è la memoria, altrimenti non si spiegherebbero alcuni buchi temporali che ogni tanto lasciano un po' perplessi. Qualcuno l'ha definito un «Sex and the City» al maschile. Se non avete altro da fare... Voto: 6,5.

venerdì 30 luglio 2010

«THE LOSERS» * I REPLICANTI DI «A-TEAM» RIESCONO A NON SFIGURARE

In Bolivia per fare la pelle a un narcotrafficante, gli sporchi ragazzi del Colonnello Clay (Jeffrey Dean Morgan) giocano alla guerra da sempre, ma con un'etica di fondo che neanche quelli della Valfrutta. Ecco Roque (Idris Elba), esperto di esplosivi; non manca Jensen (Chris Evans), che si dedica a comunicazioni e tecnologia senza dimenticare le armi da fuoco; spunta Pooch (Columbus Short), che guida mezzi pesanti dotati di artiglieria non certo leggera; e infine voilà il tiratore scelto Cougar (Oscar Jaenada), che con gli altri ha lo stesso dialogo che c'è fra Fini e Berlusconi.  
Max (Jason Patric), un infiltrato della Cia, li incastra, e loro si fanno credere morti sognando di vendicarsi. Li aiuta la bella ammazzatutto Aisha (Zoë Saldaña), felice di condividere la missione apparentemente suicida.

Tratto dall'omonimo fumetto, il film girato da Sylvain White ha non pochi debiti da pagare nei confronti del modello di riferimento più prossimo, quel remake dell'«A-Team» appena approdato sugli schermi. Nonostante tutto, le scene d'azione sono piuttosto convincenti, e se si chiudono gli occhi di fronte alle medio-piccole incongruenze, si passa un'oretta e mezza rilassante.
VOTO: 6,5

martedì 29 giugno 2010

TWILIGHT SAGA «ECLIPSE» * VAMPIRI NOIOSI E UNA BELLA (SENZ'ANIMA)

C'è ancora un fermentone che non ti dico nel regno dei non morti e affini a spasso per l'America d'oggidì. Mentre Bella (Kristen Stewart) è a un passo dal diploma, i suoi ormoni vengono frullati dall'inestinguibile passionaccia per Edward (Robert Pattinson), che si scontra con l'antica amicizia - forse amore - per il palestrato Jacob (Taylor Lautner), lupo part-time. Me li faccio entrambi, oppure ne scelgo uno, rinfocolando l'eterna guerra tra vampiri e licantropi? Son problemi seri. Va a finire che come minimo ne sposo uno (vampirizzandomi) ma bacio quell'altro. Perché nella vita quel che conta è la coerenza.
Tra l'altro, c'è poco da scherzare: a Seattle avvengono misteriosi omicidi. Una vampira che più stronza e deviata non si può, sta costituendo un'armata di fortissimi non morti «neonati» che ce l'hanno con chiunque. Per tentare di combatterli, urge estrema alleanza vampiri buoni (o vegetariani) e licantropi. Se si riesce, siamo mostri come si deve.

Quel furbacchione di David Slade confeziona un filmetto puramente adolescenziale, fatto di palpiti e sfioramenti, addominali a tartaruga, prati verdi tipo cartolina e sentimenti a esclusivo uso e consumo dei (delle) teen-agers. Il resto è tutto clamorosamente già visto negli altri capitoli della «Twilight saga»: buono il primo, mediocre il secondo, non entusiasmante questo terzo. Che acquista un po' di vita proprio negli stucchevoli siparietti romantici, nobilitati da un filo d'ironia. Un film tranquillamente evitabile. VOTO: 6.

domenica 20 giugno 2010

«A-TEAM» * POTEVA ESSERE UNA CLAMOROSA BOIATA, E INVECE...

Mentre in Iraq, alla fine della prima Guerra del Golfo, le truppe sbaraccano, la squadra dell'A-Team, formata da ex militari delle Forze Speciali, viene incaricata di tornare a Bagdad a recuperare alcune matrici per stampare dollari americani e un enorme carico di contanti. Al lavoro ci sono il fascinoso Sberla (Bradley Cooper), il magnetico colonnello Hannibal (Liam Neeson), il sergente in crisi mistica P.E. Baracus (Quinton Jackson) e quella testa matta del Capitano Murdoch (Sharlto Copley) pilota da ricovero in neurodeliri. Il blitz riesce, ma qualcuno trama nell'ombra: la matrici vengono rubate, i soldi distrutti e i nostri finiscono braccati non solo dalla bella agente della Cia Carissa Sosa (Jessica Biel), che li vuole spedire davanti alla corte marziale, ma anche dal cattivo doppiogiochista di turno, che li ha incastrati.

Gli estimatori dell'ingenua, gloriosa serie Nbc datata 1983 temevano il peggio, invece il prequel diretto da Joe Carnahan riesce a non sfigurare, soprattutto grazie alla sapiente regia degli effetti speciali, che regalano ai patiti del genere action almeno 3-4 scene da antologia. Il resto è deboluccio, soprattutto la trama, raffazzonata, pretestuosa e a tratti un po' contorta. Jessica Biel lì dentro non c'entra nulla, ma è forse uno tra i migliori "non c'entra nulla" della storia del cinema.
VOTO: 6/7.

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