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lunedì 2 novembre 2020

ARBORE, SALEMME E GOGGI SU PROIETTI: «PILASTRO DELLO SPETTACOLO, PAGANINI, L'ETICA DELL'ATTORE»

Renzo Arbore e Vincenzo Salemmo ricordano Gigi Proietti.

RENZO ARBORE:
 
«Ci sono dei personaggi che non sono dei semplici attori o intrattenitori o registi o cantanti o umoristi, ma sono degli autentici pilastri dello spettacolo. Gigi Proietti è uno dei pilastri sui quali si reggeva lo spettacolo italiano, tutto lo spettacolo italiano. Si ricorreva a lui quando bisognava celebrare l'antica Roma, come ha fatto la saggiamente Alberto Angela e si ricorreva a lui per raccontare una facezia romana dei borghi, si ricorreva a lui quando si voleva cantare una canzone meravigliosa, o quando si voleva fare una risata, ma anche quando si doveva pensare o si voleva chiedere un parere sulla società civile o sullo spettacolo.

Gigi è stato il più eclettico artista della sua generazione. L'idea di intestargli il Teatro Brancaccio mi sembra assolutamente un'idea da sposare. Gigi per il teatro e per la diffusione del teatro ha fatto veramente quanto non sono riusciti a fare altri: dalla regia, alla direzione, alla scoperta di nuovi talenti. E' difficile elencare i meriti di una personalità così eclettica come quella di Gigi Proietti. Per me, diciamo, provinciale foggiano trapiantato a Napoli, Gigi personificava Roma, la sua grandezza, la sua bellezza e il suo spirito, la sua cultura. E' l'erede veramente di grandissimi come Aldo Fabrizi, Alberto Sordi. Erede dell'umanità, del disincanto romano, delle qualità dell'ospitalità e dell'accoglienza che i romani hanno tra le proprie caratteristiche. 

E' inutile elencare le malefatte fatte insieme, ha partecipato perfino al mio mio film FF.SS. dopo che io ho partecipato a quasi tutti i suoi programmi televisivi di varietà, ricordando vecchie canzoni, e lui è stato protagonista di molti miei programmi televisivi, sempre con un'idea vincente. Tra i miei ricordi più belli c'è la sua partecipazione a "Meno siamo, meglio stiamo" dove veramente ha sintetizzato quella parte dello spettacolo leggero che lui condivideva insieme allo spettacolo importante del quale è sempre stato rappresentante. Capisco che ogni giudizio su Gigi è riduttivo in questo momento, effettivamente lo shock è stato violentissimo per me. Accanto all’intesa artistica c’è un’intesa umana che è stata fondamentale nella mia carriera, con lui e con la sua famiglia. Eravamo amici confidenti».

VINCENZO SALEMME: «Caro Gigi, ti scrivo qualche riga quando ancora non so se sarà consentito venire a darti l’ultimo saluto. Non ti vedevo da un anno. In una trasmissione televisiva mi avevi raccontato la tua volontà di prendere in gestione un teatro. E volevi farlo insieme a me. Per me sarebbe stata un’avventura entusiasmante. Fare teatro accanto al più luminoso dei Giullari. Sei quello che meglio di tutti ha saputo spazzare via quelle stupide etichette dei tempi moderni, che dividono gli artisti in “alti” e “bassi”, profondi e superficiali, popolari e di élite...

Avevi un rapporto con il pubblico che non era mai falso, manifestavi ciò che eri. Perché un attore, prima di tutto, deve essere onesto. Questa è l’etica di un vero attore. Tu ogni volta facevi un patto con il pubblico: facciamo finta che io sia... E così diventavi re Lear o Mandrake, un cantante maestoso o un menestrello, raccontavi una barzelletta o recitavi un sonetto del Belli. Il pubblico, con te, non era mai passivo, era essenziale, non ti guardava dal buco della serratura come accade nei reality, era in teatro con te e sceglieva il luogo con te, viveva il racconto con te. Avevi una quantità infinita di talento e, grazie al cielo, ce ne hai fatto dono. Di solito non mi piace usare il termine popolo a sproposito ma nel tuo caso è giusto e doveroso dire che il popolo te ne sarà grato per sempre e non ti dimenticherà mai.

Perché se Attore è anagramma di Teatro, tu ne sei stato l’esempio più nobile».

LORETTA GOGGI: «Dal pestifero Titti all’indomabile Gatto Silvestro: se è vero che mi hai definito uno Stradivari, è altrettanto vero che tu sei stato e rimarrai per sempre il “Cannone” di Guarneri del Gesù di Paganini e Paganini stesso messi insieme! Mi lasci insieme a Sagitta, Carlotta, Susanna, ai tuoi amici e al tuo sconfinato pubblico, orfana del tuo amore, del tuo affetto, della tua straripante  bravura.  Grande in tutto, Gigi caro, anche nell’insegnare, nel trasmettere, senza avarizia alcuna,  ai tuoi allievi, oggi affermati numeri uno, impostazione, dizione, tecnica e segreti della tua arte. Mi hai riportato a recitare, volendomi accanto a te, in teatro, nel 1981, condividendo per la prima volta il palcoscenico con qualcuno. Noi due (tu anche  meraviglioso regista!), da soli, in “Stanno suonando la nostra canzone”, un successo da brivido per me che venivo da Sanremo, che avevo rifiutato, per lavorare con te, il mio secondo Fantastico...  quanto ti devo anche per questo!

Ora non mi resta che unirmi, nello sconcerto di saperti nato al cielo, a tutte le voci del mondo dello spettacolo e al tuo pubblico sterminato  nel gridare a squarciagola perché ti arrivi fin lassù: GRAZIE, GIGIIIII!!!!».

ADDIO GIGI PROIETTI, IL GHIGNO BEFFARDO DEL TALENTO ASSOLUTO


Gigi Proietti
non faceva uno spettacolo. Gigi era lo spettacolo. Tout court. Quando si trovava in scena, su qualsiasi palco, polverizzava in un istante il resto e tutti coloro che – disgraziatamente per loro - gli si trovavano attorno. Diventavano accessori. Non certo per una sua volontà accentratrice (era generosissimo con i comprimari), ma con la forza di un talento assoluto, bruciante, definitivo. Di quel sorriso che diventava ghigno e poi si spegneva in un istante per farsi caricatura, sfottò, balbuzie, stupore, pernacchia. Di un carisma che si portava appresso con una disinvoltura che nessun’altro aveva. È come se si portasse appresso un occhio di bue (la luce tonda e potente che illumina il centro del proscenio) permanente, anche nella vita.
È entrato nella storia del teatro leggero per una marea di motivi, ma piace ricordarlo soprattutto quel «Nu me romp’ er ca’» che era la canzone/tormentone che prendeva mirabilmente in giro gli chansonnier esistenzialisti francesi. Nel 2006 pubblicai per Mondadori «Il peggio della diretta», un volumetto di racconti di sapidi dietro le quinte dello spettacolo raccontati dagli stessi protagonisti. Mi fece l’onore di regalarmi un paio di perle raccontate alla sua maniera, e per questo non finirò mai di ringraziarlo.
Famoso per la mandrakata di «Febbre da cavallo», film che uscì in sordina e che diventò col tempo oggetto di culto pagano, Proietti era molto altro. Poteva recitare qualsiasi cosa (e lo dimostrò nell’interminabile serie di spettacoli di «A me gli occhi, please»), ma non disdegnava neppure le barzellette, all’occorrenza. Con un modo sempre lieve di prendere e mettere in scena la vita, senza mai prendersi e prenderla troppo sul serio. Ebbe una scuola di teatro e alcuni pallidi imitatori di uno stile purtroppo inimitabile.




venerdì 20 gennaio 2017

«CAVALLI DI BATTAGLIA» DI GIGI PROIETTI * LO SPETTACOLO CON LA P MAIUSCOLA

Gigi Proietti
Se ti sei perso sabato scorso la prima puntata di «Cavalli di battaglia», il Best Of di Gigi Proietti, in prima serata su Raiuno dal Teatro Verdi di Montecatini Terme, domani sera (è un consiglio che viene dal cuore) hai modo di rifarti con il secondo appuntamento.

È una straordinaria cavalcata tra le perle del repertorio di un gigante del palcoscenico, che si apre con le note dolcissime di «Te vojo dì» (che risentirei milioni di volte), brano strappacòre che sta tra l'avanspettacolo e Nicola Piovani. A seguire, una passerella di sketch immortali e ospiti che, anche loro, distillano il meglio della loro carriera. Sabato c'era Claudio Baglioni. 
Un modo per scoprire all'opera anche la brava figlia di Gigi, mescolata al cast, e la generosità di un grande che dà spazio anche ai volti nuovi. Come quello di Francesco Cicchella, che la scorsa settimana ha dato vita al più bel numero della serata: una esilarante parodia dei virtuosismi da palco di Massimo Ranieri. 
«Cavalli di battaglia» è una full immersion da vero servizio pubblico nello spettacolo di qualità sopraffina, quello che - ahimé - non c'è più, confuso in un mare di tv senza un briciolo di talento.
Tra gli ospiti, domani, ci sarà anche un altro pezzo d'argenteria: Renzo Arbore. Sia Arbore che Proietti mi hanno fatto l'onore di comparire, raccontando alcuni divertenti aneddoti inediti, nel mio libro «Il peggio della diretta», da poco uscito per Mondadori Electa e ora anche in formato e-Book. I momenti imbarazzanti della loro straordinaria carriera sul palcoscenico finiti nero su bianco, per i cultori del genere.

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