Gaber è grande, e Iacchetti è il suo profeta. Anche se mille, comprensibili timori lo accompagnano, il signor Enzino ha deciso di affrontare il cimento d’autunno: un disco di cover significativamente intitolato «Chiedo scusa al signor Gaber». «Quando sono andato a far ascoltare le canzoni a sua figlia Dalia e a quelli della fondazione a lui dedicata, mi tremavano le gambe» dice. «A ogni loro faccia strana, temevo il peggio. Invece, alla fine è partito un applauso. Ho preso i vecchi pezzi di Giorgio, quelli classici, e li ho riletti a modo mio con la triestina Witz orchestra. Eravamo amici, ci trovavamo a cena nel dopoteatro nei suoi ultimi anni e mi facevo piccolo piccolo davanti a lui; non amava alcune mie cose televisive, ma mi incitava a farle. Questo disco gli farebbe piacere, ma solo perché è mio. Fosse di un altro, mi sa di no». La giocosa rilettura iacchettiana, fra mille innesti e folli citazioni (dalla Carrà a Zucchero, da Jovanotti a Jannacci) diverte e convince. «Credo che questi tempi barbari, dove dilagano l’odio e le guerre per bande, non gli andrebbero per niente a genio. Spesso sento il bisogno di ascoltare il pensiero di Gaber» dice Iacchetti. «Ma purtroppo lui non c’è più e non c’è neppure un suo erede, anche se ogni anno al Festival del Teatro Canzone proviamo a cercarlo tra i giovani. Lì anche tutti i grandi hanno cantato Gaber, tranne forse Mina e Celentano, chissà perché? Vedo male lo stato di salute della musica italiana: con 1500 copie vendute vai in classifica, e i cantautori sono in crisi creativa: sfornano solo raccolte o live». Se il signor Enzino si dedica alla musica, significa che è stanco di tv? «Fortunatamente posso permettermi di cantare perché lo so fare bene, e mi prendo le mie distrazioni. Certo quel bancone di “Striscia” è un marchio difficile da cancellare, te lo porti sempre addosso. E non voglio neppure farlo, dal momento che a quel marchio devo tutto. Non sarei nessuno senza “Striscia”. Il mio piccolo sogno ora è Sanremo: ho già nel cassetto una bella canzone che sarebbe adatta. Se mi prendessero, potrei andare e fare anche la talpa di Antonio Ricci nel cast del prossimo Festival, ma proprio per questo motivo so che non mi prenderanno mai. A Sanremo deve ritornare Baudo, è l’ultimo grande rimasto, l’unico vero cerimoniere. Simpatici i vari Fabio Fazio, Paolo Bonolis, tutto quel ti pare, ma a Sanremo serve il classico, la pacca sulla sulla spalla. Insomma Pippo, il presentatore».
(TV SORRISI E CANZONI - OTTOBRE 2009)
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