venerdì 30 agosto 2013

LA MODA DI TWITTER E IL FINTO «SOCIAL(ISMO)» IN TV: CENSURANO TUTTO

Il collega Mario Manca mi ha rivolto 10 domande (per la sua tesi di laurea) sul rapporto fra giornalismo, web, spettacolo, nuovi media e comunicazione in genere. Ecco come gli ho risposto.
 
1) In che maniera, secondo te, il mondo dello spettacolo si approccia alla "critica"?

È un rapporto, da sempre, molto conflittuale: in genere ossequioso con i critici (non di rado fintamente ossequioso), a volte isterico, quando il personaggio viene colpito da qualche osservazione che ritiene pesante. E che spesso non lo è, ma viene solo vissuta come tale.
Anche se una critica, persino quella che proviene dalla testata o dal critico più influente, non sposta in realtà molte teste in termini di audience, fa comunque opinione. Ed è impattante sull’ego dell’interessato. Per cui tutti i mestieranti dello spettacolo sono a caccia di critiche e al contempo le temono. In privato hanno reazioni scomposte, e in pubblico fingono disinteresse. I più sensibili e desiderosi di essere citati sono spesso coloro che stanno dietro le quinte, gli oscuri facitori del prodotto, dagli autori ai produttori.

2) Ci sono delle differenze fra le "critiche" espresse dai blog e quelle dei giornali?

Essendo prevenuto su buona parte della stampa cartacea, on-line intravedo – o mi sembra di intravedere – maggiore libertà d’azione e d’espressione. In realtà, riflettendoci, mi rendo conto che si tratta spesso solo di un’impressione. La verità è che bisogna imparare a conoscere e apprezzare i critici. Una questione di gusto rispetto allo stile e di fiducia nelle singole persone. Conoscere alcuni retroscena a volte aiuta inoltre a capire il perché di alcune affermazioni, che non di rado non sono così imparziali come si vorrebbe far credere.

3) Ravvedi delle differenze nel linguaggio usato dai due mezzi informativi in questione?

Le differenze non sono tanto nel linguaggio, ma nello spazio a disposizione e nell’attitudine ad affrontare lo specifico. Sul web non c’è la necessità di limitare il numero di battute, come avviene invece (sempre più spesso, purtroppo) sulla carta, che con la foliazione è legata ai carichi pubblicitari. On-line c’è la possibilità di approfondire un argomento – per esempio la televisione – in modo sicuramente più completo. L’unico inconveniente, che ho riscontrato spesso, è che questa completezza, nei blog, a volte sfocia in qualcosa che mi sa molto di “maniacale” o dispersivo. Un po’ di capacità di sintesi in più, non guasterebbe.

4) Secondo te i blog soffrono di un'autorevolezza meno forte rispetto alla carta stampata?

Probabilmente non hanno ancora la stessa considerazione della carta. Però stanno prendendo sempre più piede, giustamente. E in ogni caso vale ciò che dicevo prima: in defintiva sono i nomi, le firme, che contano. Non tanto il mezzo, ma il messaggio e il messaggero. Scritto con la minuscola.

5) Leggi i blog di tv? C'è qualcuno che consulti più spesso?

Tvblog lo leggo con una certa regolarità, ormai da tempo. Per gli altri mi lascio guidare dall’interesse o dalle necessità del momento; magari quando inciampo in qualche link interessante trovato sui social network. L’immediatezza della rete è impagabile, anche se a volte per la fretta e la concorrenza ormai tremenda anche sul web, vedo che si tende a sparare notizie non troppo verificate che poi risulteranno inevitabilmente smentite dai fatti. Questo ovviamente non giova alla buona reputazione dei blog.

6) Pensi che la comparsa di social network come Twitter, dove chiunque ha la possibilità di scrivere quello che pensa, abbia limitato un po' l'ascendente di blog e carta stampata sulla "critica televisiva"?

Twitter ha spostato l’attenzione soprattutto su se stesso, sul medium, diventando un formidabile punto di riferimento. Chi scrive di spettacolo o lavora nello spettacolo oggi non può non avere un profilo Twitter: toglie la barriera fra spettatore/lettore e personaggio (pur lasciandola, di fatto, perché per interagire in privato bisogna seguirsi reciprocamente) e consente al critico di esprimersi, anche solo con un pensiero o una battuta in 140 cararatteri. È uno sfogo per chi scrive sui giornali ma non ha una propria rubrica di critica, ed è un mini-supplemento che sopperisce al vuoto fra un’uscita e l’altra in edicola per chi ce l’ha. Certo, un tweet non ha né potrà mai avere la profondità e lo spessore di un buon pezzo. Il fatto che tutti possano scrivere il proprio pensiero non è limitativo, perché ciò che conta davvero sono l’autorevolezza (e nella maggior parte dei casi, purtroppo) la notorietà di chi scrive.

7) Come giudici l'ingerenza di Twitter nei programmi tv di oggi? Una moda o una strategia intelligente?

Se intendi la recente moda, non solo televisiva, di ammiccare a Twitter, mettere sottopancia twitteriani o cancelletti (#) vari nei titoli di brutti programmi, penso che alla base ci sia un’elementare strategia per portare a casa le simpatie dei tanti internauti, o di intercettare un pubblico che si ritiene giovane. Si sfrutta la voglia della gente di esserci, di esprimere un pensiero, di partecipare. Il problema è che Twitter è spesso – nella realtà - la quintessenza della cattiveria, o comunque del parlare schietto o ironico. La maggior parte dei programmi che rende pubblici i tweet, li filtra o li censura. Facendo passare solo i messaggi positivi, neutri o utili alla trasmissione. Così si snatura un mezzo (il social) e se ne annacqua un altro (la tv) che annacquato lo è già abbastanza. Durerà? Non lo so. Se Twitter resterà di moda com’è attualmente (in America lo è da prima che in Italia e per ora resiste abbastanza), questo trend probabilmente continuerà.

8) Cosa pensi sui continui scongiuri che vedono la carta stampata come in fin di vita o in procinto di "soccombere"?

La carta subirà altre, dolorose contrazioni. In prospettiva resteranno in vita i quotidiani locali, pochi nazionali e i periodici che sapranno reggere l’urto di questa crisi e di un ridimensionamento costante e fisiologico delle vendite nei formati tradizionali. Convertire tutto sul web sembra la soluzione più ovvia e logica, ma non è sempre facile o attuabile, perché si fatica (non solo in Italia) a trasformare in business ciò che viene da troppo tempo percepito dagli utenti come gratuito.

9) Quali sono, a tuo avviso, i programmi più "social" oggigiorno?

Paradossalmente, quelli che strettamente social non sono, come le trasmissioni del weekend di Raidue, dirette da Michele Guardì, che da anni porta in scena la sua finta Piazza Italia, con le telefonate del pubblico da casa. Preferisco quelle, al social(ismo) apparente di molte trasmissioni.

10) Quali sono le novità che i mezzi informativi (blog, giornali…) dovrebbero attuare per essere al passo coi tempi?

Spingere l’interazione ai massimi livelli, rinnovare o rinfrescare le grafiche il più possibile (si fa da anni con la carta, ed è bene farlo anche sul web), e piazzare contenuti giornalistici come valore aggiunto su siti o portali che vendano prodotti, in modo da compensare così i ridotti guadagni derivanti dai click o dalle news pure vendute on-line.

giovedì 22 agosto 2013

ATTENZIONE: «ACQUAVERDE» SU EBAY VENDE ARTICOLI CHE NON HA IN MAGAZZINO

Se comprate on-line, state sempre in guardia.
L'ultimo, strano caso capitato a me riguarda l'acquisto di alcuni prodotti dal negozio (presente anche su) Ebay chiamato Acquaverde. La società pugliese è Acquaverdesrl. Vendono articoli per il giardino e piscine, accessori che si utilizzano in genere d'estate, gonfiabili, elettrodomestici e altro.
A me è capitato di acquistare da loro, fuori dal circuito Ebay, pagando regolarmente con bonifico bancario, alcuni prodotti chimici per la piscina e un amplificatore stereo con microfono che sul sito più famoso di vendite on-line risultava regolarmente disponibile (fra l'altro in molti esemplari), a poco meno di 200 euro.
Una volta comprato e pagato, vengo a scoprire da Acquaverde che l'oggetto non è disponibile. In pratica, che avevano venduto qualcosa che non era nella loro disponibilità di magazzino. L'azienda mi proponeva il rimborso dello stereo acquistato, e intanto su Ebay portava il prezzo di vendita da poco meno di 200 a circa 800-1000 euro. Non lo cancellava dalla vendita, in pratica. Lo lasciava, ma a un prezzo moltiplicato per cinque.
Alla mia richiesta di spiegazioni, non solo non pervenivano scuse, ma il mio contatto indicava come normale la procedura di alzare il prezzo di un oggetto dopo essersi accorti che non è disponibile in magazzino, allo scopo evidente, mi si diceva, di disincentivarne l'acquisto perché chiaramente fuori mercato.
Strana procedura, che non credo risulti regolare per Ebay, nonostante gli addetti di Acquaverde sostengano il contrario. Forse qualcuno la applica, ma non mi pare rientri nella normale policy vendere qualcosa che non si ha. Ovviamente ho tutte le pezze d'appoggio (mail, foto tratte dal sito, ecc.) per dimostrare nei dettagli quanto ho raccontato.
Invece di desistere accettando il rimborso, ho preferito aspettare alcuni mesi per verificare che il mio acquisto si rendesse effettivamente disponibile. Cosa che alla fine - stranamente - non è avvenuta. Quell'articolo non l'avrei visto mai arrivare a casa mia.
Sono riuscito alla fine della triste storia a recuperare quanto speso, accettando il rimborso, ma vi sembra corretto questo comportamento commerciale?
Vi rivolgo questa domanda, invitandovi ancora a stare sempre con gli occhi meravigliosamente aperti.

lunedì 19 agosto 2013

AMORE * TI LASCIO PER NON METTERTI A DISAGIO

Ieri ho visitato un vecchio, glorioso locale po' fatiscente. Chiacchiero con il gestore, e mi dice (spontaneo, senza precisa domanda a proposito, riporto in modo testuale): "Oddìo, andrebbe messo un po' a posto, ma non lo si fa per non mettere a disagio il cliente...".
Un ribaltamento della prospettiva che ho trovato geniale. Invece di dire: non vogliamo/possiamo spendere, c'è crisi, non è periodo, lo faremo forse più avanti o forse mai, ecco un magnifico: non volevo mettervi a disagio. Andiamo al succo dell'interpretazione, che mi pare corretta: ti faccio stare in un posto un po' fetente perché in fondo non te lo meriti. Con la clientela che c'è, vorrò mica sistemarlo a dovere: rischio perfino di metterla in imbarazzo. C'è una grandezza assoluta, in queste parole, che colgono i classici due piccioni con una fava: ti fanno sentire padrone di una situazione che probabilmente invece stai subendo, e intanto offendono sottilmente l'interlocutore. Suggerisco a tutti, nel lavoro e nel privato, l'introduzione dell'espressione "L'ho fatto perché non volevo metterti a disagio".

- Eh, ma questo water l'ha riparato male...
- Sì, certo: è così abituata agli odori di uno scarico che non funziona bene, che non volevo metterla a disagio col profumo di pulito...

E ancora:

- Ti lascio perché non voglio metterti a disagio con una relazione che forse non puoi permetterti.

Gli esempi sarebbero infiniti. Da oggi, per esempio, quando mi capiterà di scrivere un pezzo un po' infelice, invece di dire che non era giornata, potrò sempre ribattere che l'ho fatto per "non mettere a disagio" i miei lettori. E mi sentirò ancora più buono.

venerdì 9 agosto 2013

TI SEI MAI LAVATO CON IL CIOCCOLATO? IO SI'

Non so se vi sia mai capitato di lavarvi con il cioccolato. A me, sì. Sono tre giorni che mi lavo con il cioccolato. Giuro. E non è una perversione sessuale. Almeno non ancora. Il fatto è che mi hanno regalato un doccia schiuma alle fave di cacao, e il mio risveglio da allora è diventato marrone. Già, perché il prodottino ha la consistenza del cioccolato fondente, il preciso colore del medesimo, e il profumo sta fra cioccolato e nocciola. Manca solo il cono. O il conato, perché sciacquarsi così sulle prime fa un po' senso. Hai presente cospargersi di Nutella sotto la doccia? Ecco, uguale. Poi te lo spalmi sul corpicino (evitando di mangiarlo), e si trasforma magicamente in schiuma. Non è facile abituarsi e non so quanto potrò reggere, ma per ora va così.
Controindicazione 1. Se ti vanno schizzi sul box-doccia e qualcuno li vede, non può fare a meno di pensare che ti sia venuta una diarrea fulminante in un posto quantomeno singolare.
Controindicazione 2. Per almeno un'ora dopo il lavaggio, la tua pelle profuma di cornetto Algida e ogni tanto ti viene voglia di leccarti da solo. O sperare che lo faccia una tipa sul tram. Robe che neanche Louis Malle.
Sui messaggi subliminali, sono sempre stato avanti una cifra.

lunedì 5 agosto 2013

ARRIVANO GLI «ABBATTITORI DI AUTOVELOX», SU RIEDUCHESIONAL CHANNEL

C'è un tizio (un eroe civile, mi tocca chiamarlo così, anche se non so chi sia) che stanotte, nei dintorni del mio paese, pare abbia abbattuto due colonne autovelox di recente, inutile introduzione. Poi c'è un problema più grande. C'è un Paese (scritto stavolta con la maiuscola) che non accontentandosi di tassare e stra-tassare in tutti i modi i propri cittadini-sudditi, e guardandosi bene dal braccare i veri evasori, ora si concede persino il lusso di vessarli, permettendo ai piccoli comuni bisognosi di soldi, di saccheggiare gli automobilisti a colpi di multe per superato limite dei 50 orari. In una pretestuosa caccia all'uomo che si è fatta implacabile, le sanguisughe attaccano senza pietà. Ovunque, su tutti i fronti e su tutte le fronti. Come zanzare a un grigliata estiva. È naturale che in questo clima, e di questo passo, gli «abbattitori di autovelox» (su Rieduchéscional Channel) siano destinati a diventare sempre più figure leggendarie, eroi popolari. Espressioni vive del malcontento. Gli Zorro di questi anni confusi, senza cavallo e mantello ma a bordo magari di un suv, o con fionde e bastoni, incappucciati, per fare finalmente giustizia. Accoppando autovelox non in nome di un malinteso senso di goliardia, ma per sopravvivenza. Pensateci, signori che governate, perché l'avete voluto voi. E dopo gli autovelox, che cosa verrà?

mercoledì 31 luglio 2013

LA STORIA DE «GLI SQUALLOR» IN DVD * VOLGARITA' COME TERAPIA

Lo spettacolo lo bazzico da qualche lustro. E tra le poche cose che salverei di questa bolgia, c’è il taumaturgico sax di «Cornutone» degli Squallor. Una medicina salvavita. Quando sono un po’ giù, mi chiudo in auto e - durante il primo viaggio che mi capita a tiro -, canto a squarciagola questo struggente gioiello della musica e altri 3-4 pezzi del gruppo che ha fatto dell’innocua volgarità un’arte. Anzi, un balsamo per lo spirito. Con il napoletano me la cavo egregiamente, e provate a smentirmi.
Proprio «Gli Squallor» è il titolo del dvd celebrativo appena uscito dopo lunga gestazione (CNI, 10 euro) a firma Carla Rinaldi e Michele Rossi. 150 minuti di affettuoso omaggio a Totò Savio, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Alfredo Cerruti; una manna per chi ha voglia di immergersi nella storia dei fantastici quattro della goliardia su pentagramma. Gli anticipatori di Elio e le storie Tese. 14 album celestialmente grezzi e scanzonati dati alle stampe fra il 1971 e il 1994.
Un giorno intervistai Giancarlo Bigazzi, che a proposito degli Squallor, col suo inconfondibile, graffiante vocione toscano, mi disse: «Che cosa vuoi, si stava tutto il giorno in sala d’incisione con ‘sti ‘azzo di ‘antanti, e la sera veniva voglia di mettersi a prenderli in giro, sdrammatizzando tutto…». È lo stesso Bigazzi (scomparso nel 2012), insieme con Cerruti, l’unico rimasto in vita e impegnato in un poker della memoria, a tenere il filo del racconto de «Gli Squallor». Insieme con Jacqueline Savio (la moglie di Toto), Gianni Daldello, il figlio di Pace e un mare di ospiti. Anche insospettabili.
Per scoprire la personalità del quartetto (Toto, «un principe», maestro di cortesia e buonumore e interprete eccelso; lo schivo Bigazzi, macchina da guerra della canzone leggera italiana, l’uomo che ha lanciato, fra gli altri, Tozzi, Masini e il Raf di «Self Control»; il sornione Pace, eccentrico e lunare, con la sua erre al sangue e quella sagoma di Cerruti, già direttore artistico della Sugar, incapace di prendere qualcosa sul serio per più di 20 minuti) e un florilegio di curiosità. Per esempio il fatto che i nostri erano soliti chiudere molte serate vedendo e rivedendo «Hollywood Party», con Peter Sellers, o perdere nottetempo al tavolo da gioco vagonate di soldi onestamente guadagnati di giorno. E ne guadagnavano parecchi, quando la musica vendeva e rendeva davvero.
Pubblicavano canzoni scritte per combattere «Il mal d’amore ripugnante della canzone italiana» (Pace), ma anche – dichiaratamente - per fare cassetta. Persino con film non proprio esaltanti ma entrati nella leggenda. Da «Arrapaho» («Costò 500 milioni e incassò tre miliardi», Cerruti) al flop di «Uccelli d’Italia». Gli album avevano copertine trash e titoli espliciti: «Pompa», «Scoraggiando», «Troia», «Palle», «Vacca», «Mutando», «Tromba», «Cappelle», sino all’ultimo, «Cambiamento», con le voce di Savio piegata dalla malattia e in parte rimpiazzata da Gigi Sabani. Che non poteva fare miracoli, perché la voce di Toto aveva del miracoloso.

E poi, le invenzioni di Cerruti, coi suoi monologhi in parte surreali: «Vieni giù, Berta, ho un toro nelle mutande … Ho consumato già due cassette di Little Tony». Lo stesso Cerruti che oggi, in camera caritatis, confessa: «Frequentavamo i cantanti, che sono i peggiori scassacazzi del mondo». Gli fa eco Mara Maionchi, che conferma: «Su questo sono d’accordo». E qui torniamo alle parole di Bigazzi, chiudendo il cerchio.
Gli Squallor, con le loro parodie: da «Usa for Italy» a «Mortò veneziano», quando il Rondò andava per la maggiore. Sino al vezzo solista di Pace, che per sfizio incise una misconosciuta canzone romantica in napoletano: «Piccerè».
La canzone preferita di Stefano Bollani nel repertorio squalloresco è quel gioiello di «Mi ha rovinato il ‘68». Ma tutti chiudono in coro fra lacrime e risate intonando «Cornutone». E poi non dite che non ve l’avevo detto.

lunedì 29 luglio 2013

SCORRANO * CONOSCI LA CAPITALE MONDIALE DEI BOTTI E DELLE LUMINARIE?

Chi vive al Nord è convinto - da sempre - che le luminarie siano solo e soltanto quelle quattro lucette sfigate raffiguranti una stella cometa, babbo Natale con la slitta o arabeschi vari a piacere che spuntano a dicembre, a ridosso delle feste, sopra le strade dei freddi centri della Bassa, per dare loro una parvenza di vita apparente. Con gli anni e la crisi, orpelli sempre più sparuti e insignificanti. Vai con l'effetto neve, e l'abbiamo sfangata anche quest'anno, dicono i commercianti locali, che pagano il disturbo.
Per questo rimasi stupito (ma non rendo abbastanza l'idea) e abbagliato come un bimbo accompagnato per la prima volta alle giostre quando alcuni amici pugliesi, un paio d'anni fa, mi portarono a Scorrano (Lecce), 7.000 abitanti nell'entroterra salentino, vicino alla più nota Maglie. "Andiamo a Scorrano, c'è la festa di Santa Domenica, con le luminarie!", mi dissero entusiasti. "Scorrano?", li guardai io con aria beffarda. Indeciso se pensare a una grave malattia della pelle o a una versione meridionale della superazzora brematurata di tognazziana memoria. Mai coverto, Scorrano. E poi senti questi, strani forte: se andare in un paesino a guardare le luminarie è il loro passatempo preferito, come Pozzetto quando si sedeva in campagna a veder passare il treno, sono conciati malissimo. Ebbene, niente di più sbagliato.
La percezione netta del mio errore, con la pelle d'oca e la fissità del bulbo oculare, l'ebbi all'imbocco della strada principale del paese, quando iniziò a palesarsi un kolossal della luce: enormi corridoi luminosi a rendere indimenticabili stradine anonime, archi luminescenti, castelli di lampadine intermittenti montati su strutture di legno alte decine e decine di metri. E poi tarantole lampeggianti, fiamme, draghi, mille sfumature. Un paradiso in terra. Per non parlare dei fuochi artificiali: suggestivi spettacoli piro-musicali, i migliori botti su piazza, e migliaia di persone da tutto il mondo che vengono a vederli. Giustamente. Perché Scorrano è la capitale riconosciuta di tutto questo. Finiti i cinque giorni dell'annuale sagra, a luglio, gli scorranesi si tassano per (mi dicono) circa 20-25 euro a famiglia, e iniziano a pensare all'edizoone dell'anno successivo. Come i contradaioli di una specie di Palio di Siena della luce. Complice il lavoro di tre-quattro ditte locali del settore, che per fare bella figura sui concorrenti si mettono in gara e per primeggiare venderebbero mamma ai beduini. E poco importa se Scorrano viene ritenuto spesso dagli altri salentini - ne conosco parecchi - un paese vocato al kitsch, un po' "truzzo". Una specie di Rozzano del Sud.
Questi sono matti, ho pensato anch'io la prima volta. E continuo a pensarlo, nonostante torni appena possibile a perdermi tra quelle architetture luminose che paiono disegnate da Storaro. Saper creare qualcosa che ti renda unico, paga sempre. E loro ci sono riusciti, con un senso dello spettacolo che ha pochi eguali. Quindi mi levo il cappello con rispetto, e vi invito a venirci, in questa benedetta Scorrano. Sempre che troviate parcheggio.

LA CRIPTO-GNOCCA, DONNA DOMINANTE

Una categoria che mi lascia sempre a bocca aperta è la cripto-gnocca. Quelle, per intenderci, bruttarelle o normali - non ci sarebbe niente di male -, che passano l'intera loro vita a credere e a far credere (non so quale delle due cose venga prima) agli altri di essere le più fighe del bigoncio. Ne sono perfettamente, totalmente, incrollabilmente convinte, e ciò le rende irresistibili, oltreché immortali. La loro convinzione di essere mostruosamente belle e attraenti, in un complicato intersecarsi con la dura realtà, genera a cascata effetti esilaranti. Che puoi solo contemplare come si contempla una meraviglia della Natura. 
Il mondo è delle cripto-gnocche, date retta a me.

ATTENZIONE ALLE FREGATURE: TIM AUTORICARICA SCADE PRIMA DI QUANTO TU CREDA

In data 5 giugno 2013, dopo un infruttuoso colloquio con un operatore di call center, ho spedito un fax (il testo è riportato in corsivo qui sotto) al servizio cienti di Tim per sottolineare un grave disservizio. Sotto, il racconto di com'è finita la vicenda. Diffidare, sempre.

 
In data 4/5 u.s. partendo per un mese negli Stati Uniti (ritorno in Italia previsto per il 2/6), sono stato costretto a farmi chiamare il giorno prima da un fisso per prorogare al 2/6 (come attestava la voce guida elettronica), appunto la scadenza del mio credito su Tim Autoricarica.
Rientrato in Italia il 2/6 mattina ho verificato l’effettiva presenza del credito, e per non farlo scadere (alla mezzanotte del 2/6, come avviene per tutte le vostre offerte, e come dice la logica) mi sono premurato di farmi chiamare in giornata ancora sia da un numero Vodafone che da un fisso per raggiungere i 20 minuti necessari a prolungare la scadenza di un mese.
Con mio grande stupore, però, durante la giornata del 2/6 (cioè prima della scadenza annunciata dalla voce), dal messaggio della voce guida quel credito è sparito. Ed è sparito definitivamente.
...

Vi chiedo di verificare, dovreste avere un preciso controllo di tutto il traffico, e di riaccreditarmi i 30 euro che Tim mi ha ingiustamente sottratto. Ho chiamato il 119 per protestare, ma l’operatore non solo non è stato in grado di spiegami in modo convincente che cosa sia avvenuto (di certo una sottrazione indebita di credito), ma mi ha detto che mi aveva dedicato «più dei 4-5 minuti che in genere si dedicano a queste pratiche». Non faccio altri commenti su frasi del genere, perché parlano da sole. E per fortuna che lo chiamate servizio clienti.

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A circa due settimane da questo fax (il fax è l'unico modo per comunicare con l'azienda, se il reclamo diventa serio, e in questo caso era soprattutto una questione di principio, avendo ragione a carrettate), mi ha richiamato una responsabile del servizio clienti Tim. Sosteneva che avessi sostanzialmente ragione, ma che il mese di credito per l'Autoricarica 190 scadeva in realtà non alle 23.59 del giorno indicato dalla voce guida, come qualsiasi altra offerta o credito Tim, ma - non si capisce per quale ragione - alcune ore prima, nel pomeriggio. Se avessi attivato un messaggio di informazione sul credito (procedura a me ignota, visto che comunque nessuno si era premutato di informarmi), dice la signora, avrei avuto questa informazione. (???) Vi rendete conto dell'assurdità dell'argomentazione?
In ogni caso, visto che avevo "in parte ragione", con grande magnanimità Tim mi rimborsava sotto forma di credito utilizzabile 15 dei 30 euro che mi aveva ingiustamente sottratto.
Ma uno o ha ragione, oppure ha torto. Non si può sostenere che io abbia sostanzialmente ragione, ma anche torto. Anche perché altrimenti potrei facilmente interpretarla come una furbata della serie: ci proviamo, e se aveva le gambe... Cosa ormai molto comune, non solo nell'ambito delle compagnie telefoniche.
Ho accettato i 15 euro, anche perché non mi si davano alternative, e ora mi accingo ad abbandonare Tim dopo non so quanti anni di fedeltà, raccontando questa edificante storia. Domanda finale: dal punto di vista commerciale, è così producente comportarsi così?

sabato 8 giugno 2013

"LA GRANDE BELLEZZA"? NO, LA MEZZA BELLEZZA, NON DI PIU'

"La grande bellezza"? No, dai, direi piuttosto La media bellezza: farcito di cliché (anche suggestivi, per carità), senza una vera storia, il film di Sorrentino è soprattutto un collage di situazioni, di momenti di alta poesia ben girati in location uniche offerte dalla generosa Roma. Ci sono citazioni felliniane, dalla giraffa circense all'opulenta e sfattissima Serena Grandi, c'è il solito, immenso Toni Servillo e una Sabrina Ferilli "artigggiana della qualidà" nella sua migliore interpretazione (e ho detto tutto) che avrebbe fatto meglio, però, a fermarsi alle più congeniali telepromozioni dei salotti; si riflette in pienezza su: presenze, assenze, valori, vuoti, senso della vita. 
Detto questo, du cojoni signora mia...

mercoledì 5 giugno 2013

I PIÙ FASTODIOSI? QUELLI CHE... LA LORO VITA È MEGLIO DELLA TUA

Ai primi posti nella speciale top ten di coloro che mi stanno sulle balle, da sempre, ci sono quelli che usano la propria vita come parametro per giudicare la tua. Se la tua vita somiglia alla loro, è perfetta. Altrimenti, andrebbe cambiata. Suggeriscono cambiamenti. In genere questi pericolosi soggetti, che tante volte sono in buona fede, non si accorgono o preferiscono non accorgersi di tutto ciò che nella loro vita non funziona (spesso cose macroscopiche); cose che tu eviti di ricordare loro perché non vuoi infierire. Ecco, ogni tanto faremmo bene - tutti - a infierire.

sabato 1 giugno 2013

MIAMI BEACH * LA DONNA DI COLORE NON CAPISCE LA TINTA UNITA


La donna di colore non capisce la tinta unita. Anzi, di più: la rifugge. La respinge con tutta la sua forza (che spesso non è poca). Non ne apprezza il fascino discreto e ammaliatore. La donna di colore sta alla tinta unita, così come l'uomo medio sta allo shopping compulsivo. D'altra parte, lo dice la parola stessa: essendo di colore, appunto, ai suoi occhi resta ben poco margine per ciò che a prima vista sembra monotono, monocorde, ma che in fondo non lo è.
Te ne accorgi soprattutto a Miami Beach, che è la città delle donne. Altroché Fellini e le sue proiezioni oniriche: questo è il vero circo pacchiano che non si ferma mai. Una passerella diurna e notturna di mezze nudità ostentate, di vestitini all'ultima moda, di fashion victim o di just victim, che basta e avanza, di Ferrari e Lamborghini a uso utilitaria, di Limousine da passeggio e piste di coca, di lusso indiscusso ma discutibile. Sarà anche un mondo a misura di sciampiste, sarà anche - mi spingo a dire - la città dove vengono a spiaggiarsi e a morire i Ricky Martin, ma passeggiando per Miami ti fai un sacco di risate.
E le donne sono protagoniste conclamate. L'uomo qui è un accessorio, spesso neanche griffato, e forse lo è sempre stato. Loro sono e si sentono giustamente padrone di casa. Calano da tutto il mondo: tante bambole italiane, moltissime francesi, meno russe del previsto. Ovviamente torme di squittenti americanine bionde modello B movie hollywoodiano. Il sesso è il richiamo costante sottotraccia per tutte e tutti, ma in città se ne fruisce molto meno di quanto si creda o si ami far credere. Se c'è, nella maggior parte dei casi è a pagamento o viaggia su circuiti surrogati che si appoggiano sempre a una carta di credito. Miami Beach è soprattutto una sfilata permanente, la voglia di mostrarsi non tanto per quello che si è, ma per come si vuole apparire agli occhi del mondo. E se la donna bianca, dal punto di vista modaiolo, è un copione già visto e stravisto (lo dico senza offesa, spesso amo le confortanti rassicurazioni), non si può non rimanere sconcertati di fronte al dilagare delle nere da combattimento. Galline in un enorme, concorrenziale pollaio, certo, ma quanta sfrontatezza e quanta maestosità sanno mostrare? Se tre americane dalla pelle chiara per strada sono un fastidioso rumore di fondo, e cinque un fastidioso, etilico rumore di fondo, tre negrette (in genere negrone, mi si perdoni la semplificazione gergale) sono un pericolo reale, e cinque possono diventare un problema per la sicurezza nazionale. Servono i corpi speciali per placare corpi molto, molto speciali. Soprattutto per le dimensioni. La formazione tipo è 3-5, come dicevo, e si spostano ai semafori in genere urlando o chiacchierando animatamente, con scatti inspiegabili e improvvisi avanti e indietro; scarti incontrollabili che a volte mettono anche in difficoltà chi è alla guida. Come se fossero possedute da un oscuro demone, perdono per un istante il controllo, per poi riacquistarlo di lì a pochi istanti. Ne ho viste alcune che sarebbero perfette per un remake de L'esorcista. Peccato non mettano i letti nei crocevia. E parlano gesticolando tutte insieme, non badando minimamente a ciò che le altre stanno dicendo. Fisicate quasi tutte in modo più che possente, spostano in scioltezza gambe, braccia e sederi apocalittici dal fast food o dal ristorante di turno, al marciapiede. E intanto discutono fra loro. Ne ho viste tre litigare, suppongo per questioni di corna (non ho un inglese fighting advanced, purtroppo) con una bambina presente, e il livello di inquinamento acustico era intollerabile.
La negrona media miamese è totalmente priva di gusto e senso estetico. Più che una critica, è una constatazione amichevole. La stessa che devi fare se ti scontri a piedi con una di loro, rimbalzando direttamente dall'assicuratore. La cosa che noti di più è che mescolano senza ritegno colori impossibili da abbinare in natura. Per noi sarebbe inconcepibile. E poi, vezzose come sono, perché ci credono davvero, impreziosiscono il tutto con un enorme fiore viola o verdognolo tra i capelli. Ovviamente abbondano le tonalità fluo, e maglione traforate sotto le quali ho intravisto cose che voi umani... Piazzano righe orizzontali - variamente distanziate anche nell'ambito dello stesso vestito - su corpi che si sviluppano orizzontalmente. L'errore del dilettante. E fiori giganti ovunque, lingue di fuoco che spuntano dal fondo dei pantaloni, strani disegnoni geometrici vintage, fantasie pitonate. L'altroieri ne ho intercettata una che sfoggiava una borsetta in plastica e pelo sintetico con un disegno così concepito: ai lati due strisce panterate (chi ha inventato il panterato secondo me andrebbe arrestato per crimini contro l'umanità) e al centro un'esplosione di rosso scozzese. Per non parlare delle unghie, alcune lunghissime ad artiglio, altre più semplici, ma comunque pittate più della più ardita miniatura. Con tutti i colori del pantone. La moda nails primavera estate 2013 prevede tutte le unghie dello stesso colore, tranne quella dell'anulare, che in genere stacca con una tinta completamente diversa. Ma uguale per entrambi gli anulari. Segnatevelo, casomai voleste fare bella figura...
Come dicevo prima, la donna di colore non capisce la tinta unita. Con la lodevole eccezione di alcuni esemplari straordinari, elegantissime, perfette dee, probabilmente modelle che si affidano a personal shoppers, oppure (e questo vale per tutte) quando presenziano a gala o eventi da gran sera. In questo caso i vestiti sono o totalmente neri - il famoso ton sur ton spinto all'ennesima potenza - o totalmente bianchi.
Ma per strada, dilagano cromaticamente e foneticamente come uno tsunami. Senza contare che gestire tutta quella carne che ballonzola gioiosa, può diventare complicato. Osservate posteriormente, le negrone si differenziano in modo netto dalla caucasica media. Mentre la bianca, europea o americana, in presenza di sedere rilassato, si sviluppa lateralmente, durante il camminamento, con accenno di pieghe stile muso di cocker, la Big Black gestisce il simultaneo movimento a pistone, totalmente verticale, di due immense natiche che - giunte a fine corsa - rilasciano la cellulite a elastico con forte tremolio modello grande sasso buttato nell'acqua. Ma sempre e solo verticalmente, mai orizzontalmente. Qualcosa di sorprendente, che sembra andare contro anche le più elementari leggi della fisica.
Capirete che in presenza di fauna di questo tipo, la single europea che si stende al sole in spiaggia con l'iPhone tra le mani (vista con i miei occhi, per tre quarti d'ora), spostandosi ogni 5 minuti dal telo mare al bagnasciuga dopo essersi più e più volte sistemata i capelli, per farsi da sola la foto perfetta con lo sfondo del mare di Miami da mettere su facebook, passa praticamente inosservata. Anche perché, genio che non sei altro, chi mi dice che non l'hai scattata a Celle Ligure?

martedì 28 maggio 2013

MIAMI BEACH * ABBORDATO DA UN CUBANO IN ACQUA DAVANTI A OCEAN DRIVE

Prima o poi doveva succedere. Ed è successo, alla terza settimana. Un pomeriggio qualsiasi, in spiaggia, fra la tredicesima e l'ultimo tratto di Ocean Drive. Ricordo con assoluta precisione la posizione perché queste cose noi ragazzi di campagna non le dimentichiamo facilmente. Ero entrato in acqua da poco, e nuotavo sbuffando placidamente vicino a riva, come un'otaria che cerca sane distrazioni. Confortato da quell'acqua così calda, nonostante le sue oceaniche pretese di grandezza, e dalla vista parziale dello skyline di Miami Beach: uno strano contrasto fra moderni, imperiosi grattacieli e timide case color pastello. Rannicchiato, mi concedo una mezza riemersione da quelle acque sulle quali sin da piccolo avevo sempre sognato di poter camminare. Pochi istanti di distrazione, ed ecco che mi si avvicinano due ragazzotti cubani sulla trentina. Entrambi non certo alti ma dal fisico prestante, uno pressoché muto, col capello lungo, l'altro ciarliero e dalla corta chioma. È lui che attacca discorso: "Meglio stare qui vicino a riva, no? È più sicuro", mi dice con un mezzo inglese-mezzo spagnolo stentato, che comunque capisco, anche perché se per anni ho capito quel che diceva Aldo Biscardi, non vedo perché non dovrei capire lui. "Oh, Yes", rispondo annuendo con un mezzo sorriso di circostanza e quella punta di diffidenza tutta oltrepadana. Il brillante interlocutore passa quasi totalmente allo spagnolo: "Ma tu, da dove vieni?", dice mentre il suo amico mini-pony lo guarda e mi guarda con un sorriso un po' ammiccante. "Dall'Italia", faccio io. "Ah, Italia, bella Italia. E dicono che tutti gli italiani sono sexy...". "Sì, può essere, ma non è sicuramente il mio caso", dichiaro, calando un rapido due di picche che in Florida farà molto parlare. "Eh, perché no? Perché no?", insiste Cuba libre con fare mellifluo. "Fidati, non è il mio caso", sono costretto a rimarcare mentre mi sposto a nuotare un po' più in là. "Comunque stai attento, perché qui in giro ci sono molti pescecani...", mi dice ridacchiando come monito di congedo. Rifletto sul fatto che tutto sommato due li ho appena evitati. E senza neanche vedere le minacciose pinne uscire dall'acqua.
Ora, chi mi conosce lo sa: sono sempre stato una persona disponibile e il più possibile educata. Ma non così disponibile e così educata da mettere a disposizione parti di me tuttora inviolate. A volte mi si chiede un po' troppo, perdio. Soprattutto all'estero.
Detto questo, mi piace notare come alla mia tenera età vada ancora via come il pane. Sono grosse soddisfazioni. Mi lascia un po' perplesso solo questo ampliamento della clientela. Chiederò agli americani, che sulla customer satisfaction la sanno lunga. Probabilmente meno lunga dei cubani.

mercoledì 22 maggio 2013

FRASARIO ESSENZIALE PER AFFRONTARE UN CORSO D'INGLESE IN AMERICA

Se hai già fatto almeno un corso d'inglese in America, lo sai perfettamente. Se non ti è ancora capitato, è bene che tu conosca il frasario essenziale per affrontare un'eventualità come questa, e tutti i suoi chiaroscuri.
I corsi d'inglese, a meno che non siano buone ma fredde e costose lezioni one-to-one, ti riproiettano immediatamente in un clima da tempi supplementari della tua adolescenza: classi miste, compiti da fare, piccoli jokes con i compagnucci, quella carina della classe, quello che sta sulle balle al mondo intero, e convenevoli mattutini che si svolgono secondo un rigorosissimo copione. Da non trasgredire mai, pena l'amputazione delle falangi e la gogna in sala computer. Peraltro sempre meno utilizzata perché tutti ormai sono provvisti di smartphone. Si cercano piuttosto ovunque, improvvisandosi rabdomanti, reti wi-fi aperte, come nei sempre ospitali caffè della catena Starbucks, dove allegri scrocconi bivaccano per ore navigando senza ritegno e telefonando in capo al mondo con Skype al costo di un solo cappuccino. Ask to your Barista.
Per ragioni ancestrali ignote a tutti ma accettate come convenzione, la prima, fondamentale domanda che tutti si rivolgono reciprocamente senza soluzione di continuità, nelle scuole d'inglese in America, è: "Where do you come from?". C'è qualcosa - forse un'antica maledizione - che impone agli iscritti di sapere e chiedere continuamente e ossessivamente al prossimo da dove provenga e, soprattutto, quanto tempo si fermi lì ("How long do you stay here?"). Questa chiave di lettura consente, da lì in avanti, di sfoggiare una miriade di sapidi lazzi e luoghi comuni sui rispettivi paesi. Dall'italiano che gesticola, al francese polemico e snob; dalla brasiliana di Rio che si distingue per l'accento unico ed irripetibile da tutti i brasiliani del mondo (quest'anno c'è una giornalista carioca che con questa storia ammorba chiunque incontri senza accorgersi di averla già raccontata più volte alla stessa persona; sembra il giorno della marmotta, e c'è già chi ha proposto di abbatterla alle macchinette con frecce al curaro), al tedesco un po' pirata, un po' signore, un po' Gestapo. C'è persino un kazako che ogni giorno maledice il giorno in cui nelle sale è uscito "Borat", giusto per capirsi.
Le due domande sopra esposte sono la base pizza di qualsiasi scuola, l'argomento principe di conversazione quotidiano, ed equivalgono al sorrisetto smorto e alle chiacchiere sul meteo in ascensore da noi in Italia. I più svegli le rivolgono con estrema velocità subito a chiunque, mettendolo al tappeto, oppure svicolano per corridoi aspettando che qualcuno li incontri e le rivolga a loro, in una sorta di duello modello far west. Vivere o morire a Miami. Sono consentite piccole varianti e aggiustamenti durante lo sviluppo del percorso di studi. Avremo per esempio: "How long do stay more?" che consente al "richiedente" di mettersi a posto la coscienza formulando la domanda obbligatoria, e al "rispondente" di aggiustare il tiro riducendo di volta in volta il numero delle settimane a disposizione. Il tempo scorre ingrato, non dimenticare di aggiungere opportuna espressione di disappunto, oppure parole come "Unfortunately", molto apprezzate per via del loro impiego infrequente. Si narra che il record, tuttora imbattuto dal '94, sia detenuto da un giovane tirolese che l'aveva fra l'altro proposto in inedita versione jodler: 1 secondo e 12, non omologato per assenza di testimoni.
Questi due certo interessanti ma incessanti interrogativi partono dal momento dell'arrivo alla school, quando vieni ricevuto al bancone dalla squittente segretaria americana di turno. Anche se l'anima dannata approfitta del suo inglese fluente per rivolgertele alla velocità della luce e a bruciapelo, dopo depistanti giri di parole con i quali medita di farti cadere subito nel suo tranello. I più scaltri sorridono senza parlare porgendo i documenti (sguardo di diffidenza). D'altra parte siamo gente di mondo e non sarà certo una post-pischella a stelle e strisce a metterci nel sacco. Quelli che ostentano maggiore confidenza con la lingua si spingono sino a varianti (peraltro sempre sconsigliate dal protocollo per via dell'aumento del livello di difficoltà) come "How long have you been here?". Lo fai a tuo rischio e pericolo, insomma. Può andarti di lusso, con ovazioni da stadio, oppure puoi rimediare una figuraccia meschina che ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni.
I meno avvantaggiati, per via delle difficoltà fonetico-grammaticali, sono gli studenti orientali, che devono la loro fama di persone più riservate e schive esclusivamente alla difficoltà di pronunciare le due domande rituali nelle scuole di inglese. Un annoso problema senza soluzione. Coreani, giapponesi e cinesi infatti sarebbero dei pazzerelloni irriducibili che manco a Zelig, se la loro immagine non venisse costantemente danneggiata da una vita da questa maggiore lentezza nell'apprendimento e nell'elaborazione delle due questions fondamentali. Non a caso compensano fermandosi in America a studiare per intere ere geologiche. Quando tornano in patria, la lingua non la sanno parlare e i parenti non li riconoscono più. Ma se ti sbagli a domandare loro da dove provengano e quanto si fermeranno ancora lì, tengono un discorso (totalmente a braccio) di almeno due ore.

martedì 21 maggio 2013

MIAMI BEACH * AMO L'AMERICA (ANCHE) PERCHÉ...


Amo l'America (anche) perché ha tanto da dire e niente da raccontare. Una rassicurante semplicità senza sfumature che si scambia facilmente per piattezza, e che forse lo è. Ma ha davvero importanza? Amo l'America perché non ha la pretesa di farti credere di essere qualcosa di diverso da questo. D'altra parte noi, a furia di complicarci la vita, come siamo messi? Amo l'America perché non si nasconde dietro un dito. E se lo fa al massimo è quello medio.
Amo l'America perché qui puoi permetterti il lusso di comprare un telo mare con impressa la bandiera a stelle e strisce e stenderti sul bagnasciuga senza sentirti (troppo) coglione. E se hai questa percezione, è solo un problema tuo, dal momento che tutti lì attorno lo considerano perfettamente normale, visto come si presentano in spiaggia. È il Paese dove stranezza ed eccesso diventano normalità conclamata. Proviamo a immaginare che cosa succederebbe da noi, ad Alassio o a Riccione, a Gallipoli come a Stintino, se chiunque, italiano o straniero, prendesse posto sulla battigia disteso su una spugna raffigurante il tricolore. Come minimo gli farebbero un Tso, o lo guarderebbero con la compassione che si riserva ai casi più disperati. Forse si beccherebbe anche una denuncia per vilipendio alla bandiera e poi finirebbe in uno speciale di Porta a porta con la Santanché, la Mussolini, Fassino e Mannheimer. Qui, no. Questa è la terra della stravagante normalità. Un posto che ti fa sentire anche maledettamente al sicuro, perché i guardaspiaggia di Miami, i famosi Baywatchers che stazionano nelle leggendarie torrette color pastello, escono preoccupati e fischiano appena un bambino si allontana anche di pochi metri dalla riva con condizioni di mare che da noi sarebbero ritenute di calma piatta. Il bimbo torna indietro ubbidiente. Il problema è che il servizio di guardaspiaggia finisce alle 6.30 p.m. precise. E se alle 6.35, mentre il bagnino sta smontando, lo stesso frugoletto affoga fra atroci sofferenze, beh, non è più un problema suo. Questa si chiama serietà. Altro che Pamela Anderson. Ci sono orari precisi anche per lasciarci la pelle, e vanno rispettati. È andata meglio - si fa per dire - a un ragazzo che l'altro pomeriggio percorreva il lungomare di Ocean Drive su un SegWay, uno di quegli strani trabiccoli elettrici a due ruote dove si viaggia in piedi, da soli, leggermente inclinati. Seguito dalla sua ragazza, anche lei motorizzata, stava facendo bonariamente il bulletto per farsi bello. Una distrazione, cade e si frattura la caviglia davanti ai miei occhi. Un massacro. I soccorsi arrivano dopo 10 minuti, ed è un camion dei pompieri. Però con tanto di barella.
La maggior parte della gente in spiaggia se ne sta appollaiata a ustionarsi sui teli mare. Pochi ricorrono ai lettini, e gli ombrelloni tradizionali volerebbero inevitabilmente via, a causa di colpi di vento frequenti e più o meno improvvisi. In compenso alcune diavolerie, come quella brevettata dai Boucher Brothers, vengono in aiuto. Questi sacripanti hanno concepito una sorta di semi-tenda (un po' come quelle piazzate all'ingresso di alcuni negozi da noi) che si apre a spicchio per proteggere dal sole: ha un'armatura in metallo, alcuni pesi che la ancorano alla sabbia, e si apre a 90 gradi preservando dal sole. Può coprire testa e busto di due persone coricate su un letto da spiaggia matrimoniale, che viene opportunamente incassato sotto questo trabiccolo, oppure può ospitare una persona seduta e una coricata, entrambe perfettamente all'ombra. E il vento viene gabbato definitivamente, grazie anche a una traforatura che evita l'effetto barca a vela. Ogni mezz'ora passa un aereo che fa garrire al vento tanto di striscione che informa meticolosamente sul Dj ingaggiato per la serata stessa da una delle tante discoteche locali. Come se in questa musica martellante, in questa marmellata di bassi senza soluzione di continuità, si percepisse qualche differenza.
In compenso, a South Beach, non intercetti un topless neppure col binocolo. Nelle spiagge più ricche, quelle dei mega hotel sul lungomare (come l'elegante Delano, a dire il vero più noto in Italia che in città, il Ritz o l'emergente Shorecrest), così come in quelle più popolari che si affacciano su Ocean Drive e i suoi vecchi, piccoli hotel più o meno ristrutturati, si fa uso solo di due pezzi o di costume intero. Non esiste compromesso. Puoi percorrere tutta la costa senza trovare uno straccio di scostumata con le tette al vento. E se ne trovi una, è protetta dal WWF più della foca monaca. Credo che l'amministrazione locale stia pensando di importarne una quota da Formentera. E immagino anche la straziante sofferenza delle nostre starlette che svernano a Miami finendo puntualmente - tutto l'anno - nelle fotogallery del Corriere on line, nel dover sopportare questa usanza locale così barbara. Magari erano rifatte di fresco, appena tagliandate, pronte per la copertina di una rivista di gossip. E invece niente: qui esibirle non è polite. Immagino sia davvero terribile essere florida in Florida e non poterlo mostrare...

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