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lunedì 6 gennaio 2020

«TOLO TOLO» * LO ZALONE MENO PARACULO DI SEMPRE (MA ANCHE MENO DIVERTENTE)

Checco Zalone in una scena di «Tolo Tolo».
Partiamo da un punto fermo: «Tolo Tolo» è sicuramente il film meno paraculo della carriera di Luca Medici, in arte Checco Zalone. E, visti i tempi che corrono, schierarsi in modo così netto sul fronte anti-salviniano gli fa sicuramente onore.
Non a caso i pasdaran leghisti gli hanno già ammollato una bella fatwa fra capo e collo. Anzi, fra capocollo. Sin qui infatti il pugliese che fa saltare i botteghini era riuscito a stare sempre in equilibrio conquistando con la sua satira l'alto e il basso, il colto e l'inclita, giocando perfettamente sull'equivoco. Che equivoco in realtà non è mai stato. Fatto sta che uno percepiva la derisione di un mondo dal quale era lontano; l'altro si sentiva protagonista di quel mondo e si autoesaltava non cogliendola. Diabolico perché così acchiappi il pubblico trasversalmente.

In «Tolo Tolo» (forse anche grazie al lavoro fatto sulla sceneggiatura con Paolo Virzì) Checco smussa molto il suo lato caricaturale e fa capire subito da che parte sta. Da quella dell'amore universale; concetto un po' utopistico, politicamente correttissimo e molto funzionale al racconto vagamente fiabesco. È un film simpatico, fondamentalmente innocuo (si può serenamente aspettare di vederlo in tv senza correre al cinema), ma che fa perdere per strada, purtroppo, parecchie risate. Il rischio (probabilmente calcolato), così facendo, è di lasciare sul campo alla lunga l'irrinunciabilità del periodico appuntamento nelle sale. Quando Zalone lavorava in coppia con Gennaro Nunziante si usciva dal cinema col mal di pancia e la mandibola slogata dal ridere. Stavolta no. Stavolta vince il sorriso. Lasciando da parte i calcoli di cassetta, sui quali è più forte il produttore Valsecchi, sul piano artistico è comunque sicuramente una forma di evoluzione.

sabato 8 giugno 2013

"LA GRANDE BELLEZZA"? NO, LA MEZZA BELLEZZA, NON DI PIU'

"La grande bellezza"? No, dai, direi piuttosto La media bellezza: farcito di cliché (anche suggestivi, per carità), senza una vera storia, il film di Sorrentino è soprattutto un collage di situazioni, di momenti di alta poesia ben girati in location uniche offerte dalla generosa Roma. Ci sono citazioni felliniane, dalla giraffa circense all'opulenta e sfattissima Serena Grandi, c'è il solito, immenso Toni Servillo e una Sabrina Ferilli "artigggiana della qualidà" nella sua migliore interpretazione (e ho detto tutto) che avrebbe fatto meglio, però, a fermarsi alle più congeniali telepromozioni dei salotti; si riflette in pienezza su: presenze, assenze, valori, vuoti, senso della vita. 
Detto questo, du cojoni signora mia...

sabato 7 gennaio 2012

CINEMA * MA IN ITALIA ESISTE LA VIA DI MEZZO FRA NERI PARENTI E SORRENTINO?

Ho visto soltanto ora Sean Penn che gigioneggia depresso in "This Must Be The Place". Una sorta di "Forrest Gump" virato Tavor, e soprattutto due zebedei mai così gonfi. Altroché film d'autore: qui si sconfina nel penale per due ore di sequestro di persona.
Possibile che nel nostro cinema sia così difficile trovare la via di mezzo fra Neri Parenti e Paolo Sorrentino?

sabato 10 dicembre 2011

"MIDNIGHT IN PARIS" * UN BUON WOODY ALLEN, MA ENTRATE IN SALA A STOMACO VUOTO

Uno sceneggiatore hollywoodiano con velleità di scrittore (Owen Wilson) visita Parigi insieme con la futura moglie (Rachel McAdams), addict dello shopping, e gli altrettanto futuribili quanto invasivi suoceri. Come se non bastasse, in riva alla Senna spunta anche una coppietta di amici di lei, resa insopportabile al nostro eroe dalla presenza di un fascinoso lui (Michael Sheen) del genere "so tutto io e tu non sei nessuno".
Per distrarsi, oltre ad affidarsi a una guida (Carla Bruni), lo stralunato americano a Parigi inizia a passeggiare per la Ville Lumiere, venendo letteralmente rapito allo scoccare della mezzanotte da un'auto d'epoca, che lo proietta nello splendore degli Anni 20. Un modo per conoscere i grandi dell'epoca, da Picasso a Hemingway, passando per Scott Fitzgerald e signora, Lautrec, Degas, e via estasiando. C'è spazio persino per invaghirsi di un'altra graziosa viaggiatrice del tempo (Marion Cotillard). Restare lì, potendo, oppure tornare al 2011?

Premesso che qualsiasi refolo di vita artistica di Woody Allen vale più dell'opera omnia di 40 generazioni di Neri Parenti, l'osannato Midnight in Paris probabilmente non è uno tra i film migliori dell'ultimo Woody, che a mio avviso ha dato il meglio di sé in "Match Point". Detto questo, nel film, inevitabilmente un po' troppo lento (quindi da non affrontare con una grigliata mista romagnola sullo stomaco) c'è tutto: amore, dubbi, gelosia. Un po' del Paolo Conte di "Vieni via con me". Altro personaggio che con Parigi ha non pochi punti in comune. E soprattutto la nostra ossessiva ricerca della felicità. Per farci capire che il nostro tempo sereno è sganciato dallo spazio esteriore e persino dal tempo, ma non può essere scisso dalla dimensione interiore. E se per migliorare il proprio stato bisogna rimettere in discussione tutto, non resta che farlo. In attesa che un sorriso riaccenda la nostra voglia d'amare.
P.S. Nel film il ruolo della glaciale Madame Sarkozy è poco più di un cameo. Come quello dell'Italia nell'unione europea.
VOTO: 7,5.

"TOWER HEIST" * UN'ONESTA ACTION COMEDY, MA NIENTE DI PIU'

Josh Kovaks (Ben Stiller) è il direttore del personale al The Tower, lussuoso condominio nel centro di Manhattan. Il proprietario dell'attico con mega piscina è un magnate della finanza (Alan Alda) che ispira fiducia. Tanto che le maestranze del palazzo gli affidano senza se e senza ma tutti i loro risparmi da investire e triplicare. Quando si scopre che l'uomo è un faccendiere senza scrupoli che ha mandato tutti sul lastrico, Josh decide di organizzare prima un blitz ai suoi danni, e poi un furto con destrezza che consenta ai malcapitati di recuperare i danari che hanno preso il volo. Per farlo chiede aiuto, fra gli altri, a un onesto affarista fallito (Matthew Broderick) e a un ladruncolo di colore (Eddie Murphy) con più precedenti in galera di Wanna Marchi.

Osannata da una parte della critica, questa di Brett Ratner non è altro che un'onesta action comedy che gioca la sua carta migliore grazie a un supercast, per la verità un po' svogliato. In particolare Stiller, che si trova più a proprio agio nei filmetti con un che di boccaccesco. Lento nel primo tempo, si riprende nel secondo, con una girandola di intricate situazioni sul filo dell'improbabile. Se proprio non avete di meglio da fare... VOTO: 6/7.

domenica 4 dicembre 2011

«ANONYMOUS» * E SE IL VERO SHAKESPEARE FOSSE UN ALTRO?

Il giovane Edward de Vere, diciassettenne conte di Oxford, è un talentaccio naturale. Scrive che è una meraviglia, ma i suoi componimenti allegoricamente politicizzati non sono graditi a corte. Come se non bastasse, essendo fascinoso, riesce a conquistare la Regina Elisabetta I (Vanessa Redgrave) e a darle un figlio, prima che le ragioni di stato (sul fuoco soffiano cortigiani in vena di complotto) impongano ai due di allontanarsi. Per veder rappresentati i propri lavori nel giro sempre più convincente del teatro popolare, il talentoso Edward decide di affidarli a un autore sconosciuto, con l'impegno che non riveli mai il suo nome. Dovranno essere i manoscritti di un anonimo. Sbucando da dietro le quinte dopo uno spettacolo che finisce in modo trionfale, però, l'attorucolo William Shakespeare decide di rivendicare la paternità di quei lavori.

Imbastendo un dramma shakespeariano sull'affascinante storia del vero/finto Shakespeare, Roland Emmerich fa centro, anche se il continuo sbilanciamento fra i piani temporali, crea qualche scompenso allo spettatore. Che si ritrova sballottato fra epoche, paggetti, intricate trame e giochi di ruolo. Impagabile la Redgrave, ma tutti gli attori sono in parte. Compreso l'immancabile gobbo malefico, che sta come il cacio sui maccheroni in ogni film in costume che si rispetti. La voce di colui che doppia il cattivo (Roberto Pedicini, già noto per Kaiser Soze de I soliti sospetti) andrebbe depositata alla Siae. VOTO: 7.

domenica 11 settembre 2011

«CONTAGION» * SI TRASMETTE SOPRATTUTTO LA NOIA

La prima a lasciarci misteriosamente le penne, grazie a Dio, è Gwyneth Paltrow, reduce da una trasferta di lavoro - con annessa scappatella - in Cina. Il premuroso maritino (Matt Damon) vede schiattare lei e una delle due figlie, prima di scoprire di essere immune al nuovo, pericolosissimo virus che inizia a espandersi a macchia d'olio a livello planetario. Per tentare di bloccare la pandemia, si mettono al lavoro l'Organizzazione Mondiale della Sanità e il Center for Desease Control di Atlanta, negli Stati Uniti, guidato dal solito omone nero largamente sovrappeso (Lawrence Fishburne) che vedete in quasi tutti i film americani nel ruolo dell'ispettore buono che muore nel secondo tempo. Lavora duramente sul campo anche una brillante ricercatrice (Kate Winslet) già inabissatasi col "Titanic" insieme a Di Caprio e destinata a lasciarci anche stavolta, fra gli spasmi. E' una gran brutta faccenda, ragazzi. Ci vuole qualcuno che isoli il batterio killer e poi non resta che produrre cataste di antidoti perché siamo oltre la frutta. Faremo in tempo prima che il mondo si estingua?

Steven Soderbergh, com'è noto, non è un pirla. Eppure questo suo film furbo (perché gioca su diffusissime paure inconsce) e ben girato difetta non poco sul piano del ritmo. Che come minimo ti aspetteresti in un prodotto del genere. Le corse contro il tempo sono un classicone della cinematografia americana. Non è ammissibile che dopo un'oretta in platea ci si auguri di contrarre un'ebola per poter provare qualche emozione in più. Tutto scorre comunque nei binari di una discreta credibilità e il supercast fa sentire meno alcune pecche. VOTO: 6,5.

domenica 29 agosto 2010

«GIUSTIZIA PRIVATA» * UN THRILLER PER CHI E' DI BOCCA BUONA

Clyde Shelton (Gerard Butler) è a casa tranquillo quando una maledetta sera due ladri fatti come i fuochi artificiali di Scorrano irrompono a casa sua, lo malmenano e gli uccidono moglie e figlia. Stupirsi è dir poco quando il buon Clyde si rende conto che, riconosciuti e arrestati i due delinquenti, il pubblico ministero Nick Rice (Jamiee Foxx), pur di vincere parzialmente la causa, è costretto a patteggiare: il che significa mandare uno dei due sulla sedia elettrica, e far scontare all'altro - tra parentesi il vero assassino - appena cinque anni di prigione.
"Viuleeeenza, tremenda uiulenza!", avrebbe detto Abatantuono. Passano 10 anni e il mite Shelton si trasforma in una spietata macchina per uccidere. Dopo aver fatto schiattare tra atroci sofferenze il condannato, si dedica all'altro, che squarta personalmente con voluttà. Poi, una volta arrestato, passa a tutti gli altri, col nobile piano di sconfiggere "il sistema".


Gerard Butler, che in una scena compare di spalle tutto nudo per mostrare il fisicaccio di spartana memoria, cerca di nobilitare un thriller un po' prevedibile nella scrittura, che recupera e si salva grazie al ritmo e a qualche effettaccio pulp sulla scia di "Saw" e "Seven". La pulita regia di F. Gary Gray fa del suo meglio, anche se le piccole incongruenze di copione e le forzature consumate sull'altare del "vendetta, tremenda vendetta!" sono parecchie, e faranno storcere il naso ai patiti dei thriller a prova di sbugiardamento. Qui siamo più dalle parti della rassicurante action esplosiva per bocche buone che dei sublimi intrighi alla Hitchcock.

lunedì 17 maggio 2010

«ROBIN HOOD» * LA FRECCIA CHE NON UCCIDE, MA ADDORMENTA

Inghilterra, XIII secolo. L'appesantito arciere Robert Longstride (Russell Crowe) combatte senza paura contro la cellulite e nell'esercito di Riccardo I, ma il sovrano illuminato viene ucciso in combattimento. Sir Loxley si incarica di riportare a casa la corona del re per annunciarne la morte, ma il drappello dei suoi uomini rimane vittima di un'imboscata. Longstride soccorre Loxley, riporta la corona e promette al cavaliere morente di riportare a suo padre lo spadone di famiglia. Simbolo fallico quant'altro mai.
Sai la sorpresa quando, arrivato a Sherwood, Robert scopre che Loxey ha lasciato una grintosa vedovella (Cate Blanchett) che andrebbe risposata pena prossima perdita di tutti i terreni di famiglia, peraltro già saccheggiati.
Intanto sale al trono Giovanni Senzaterra (Oscar Isaac), uno stronzone di prima categoria, che - oltre a voler spremere i sudditi di tutto il regno con tasse assurde - licenzia i dignitari di corte fedeli e si serve di personaggi infidi (Mark Strong), pronti a tradirlo con i nemici francesi. Oddio, bisogna unirsi per salvare la patria, anche se Johnny non lo meriterebbe.

Oltre alle nobili ragioni produttive, bisognerà prima o poi indagare sugli oscuri motivi che impongono a Ridley Scott di realizzare solo e soltanto film con Russell Crowe, sia egli gladiatore, affarista pentito novello vignaiolo o arciere di Sherwood. Detto questo (che prima o poi andava detto), il film è senza dubbio un'americanata, almeno nel secondo tempo, rutilante di sangue e spade. Il primo scorre troppo lento, fra sbadigli e attori che viaggiano col pilota automatico. Non è male l'idea di leggere e reinterpretare la leggenda di Robin Hood prima delle note scorribande della serie togli ai ricchi per dare ai poveri, ma ci si poteva aspettare molto di più. Scenografia e costumi, comunque, sono splendidi.
L'impressione di fondo, purtroppo, è che ormai ci siamo giocati anche Ridley Scott. VOTO: 6.5

martedì 13 aprile 2010

«FROM PARIS WITH LOVE» * UNA BUONA SPREMUTA DI ADRENALINA

Il giovane agente segreto James Reese (Jonathan Rys Meyers) lavora sotto copertura come assistente dell'ambasciatore americano a Parigi. Ogni tanto riceve telefonate da una voce misteriosa (Luca Ward, non ancora fagocitato dall'Isola dei famosi) e corre a destra e a manca a seminare cimici. Intese come microspie. Un giorno, per sgominare una banda di finti ristoratori cinesi spacciatori di droga, è costretto ad accettare la collaborazione con un nuovo partner, lo svitato Charlie Wax (John Travolta), più avvezzo a maneggiare mitra e bazooka che a discutere col prossimo. Per stare appresso a lui, deve persino lasciare sola la bella Carolina (Kasia Smutniak), un fiore di devotissima fidanzata. Insieme ammazzano una media di un cattivo all'ora. Occhio perché sta arrivando in città una delegazione di diplomatici, presi di mira da una cellula di terroristi islamici, e la trama - si fa per dire - s'infittisce.

La mano (sinistra) di Luc Besson dietro le quinte si nota assai in questo più che discreto action spy movie di Pierre Morel. In una Parigi autunnale, novelli Bud Spencer e Terence Hill a mano armata, i due protagonisti gigioneggiano. Soprattutto Travolta, che pare persino un filo dimagrito rispetto al pallone aerostatico degli spot Telecom con Michelle Hunziker. Lo script è molto esile, ma si compensa con ritmo, ironia e ammazzamenti a mille all'ora che faranno la felicità degli appassionati del genere. Anche se va detto che Bud e Terence erano un'altra cosa. Menzione d'onore per la brava Kasia Smutniak, alla quale si può rimproverare (per invidia) solo di stare con Taricone. VOTO: 7.

domenica 11 aprile 2010

«GREEN ZONE» * UN MATT DAMON DA VEDERE A COLPO SICURO

2003. Arrestato Saddam Hussein, gli americani occupano l'Iraq. Ma la squadra guidata dall'ufficiale Roy Miller (Matt Damon), incaricata di ritrovare le micidiali armi di distruzione di massa, gira a vuoto tra un sito e l'altro imbattendosi solo in cianfrusaglie e vecchi cessi staccati dal muro. Colpa dei servizi segreti, nelle cui fila si scannano due partiti: uno che cerca la verità; l'altro che inquina le acque, segnalando ai militari falsi obiettivi. L'informatore segreto è tale «Magellano». E chi l'ha mai visto?
Inizio a spazientirmi, dice Miller, quando sulla sua strada spunta un mutilato iracheno che diventa prezioso informatore, utile alla cattura di buona parte dello stato maggiore del governo di Saddam. Un generalissimo sfugge, ma se lo becchiamo vuoi vedere che si sbroglia la matassa?

Con mano da grande mestierante, Paul Greengrass confeziona un action thriller guerrafondaio di assoluta qualità, dove spari e combattimenti non sono mai fini a se stessi, ma funzionali al racconto. Teso, drammatico. Un processo impietoso (e fatto a cadavere ancora caldo) agli interventi americani in Iraq. Per il Vietnam, il cinema Usa ha impiegato molto più tempo a metabolizzare. Date una mitraglietta e una divisa a Matt Damon, e farete di lui l'uomo e l'attore più felice e redditizio del mondo. Purché non si trombi. Che volgarité. VOTO: 8

giovedì 8 aprile 2010

«BASILICATA COAST TO COAST» * MEGLIO MARATEA DI HOLLYWOOD. O NO?

Lo stralunato Nicola (Rocco Papaleo), insegnante di storia dell'arte con la passione per la musica, ha una moglie poco sognatrice e una band molto particolare: c'è il timido chitarrista Salvatore (Paolo Briguglia); Rocco (Alessandro Gassman), aspirante belloccio televisivo fallito nonché percussionista per mancanza di prove; e infine Franco (Max Gazzè), contrabbassista muto causa trauma sentimentale. Insieme, decidono di partire per un viaggio al limite dell'avventuroso: percorrere la Basilicata a piedi, dal Tirreno allo Jonio, ovvero da Maratea a Scanzano Jonico, solo con i propri strumenti e qualche tenda caricata a bordo di un carretto trainato da un cavallo. Arrivati alla fine, potranno coronare il sogno di esibirsi sul palco di un festival per nuovi talenti. Li segue, armata di videocamera, la svogliata reporter locale Tropea Limongi (Giovanna Mezzogiorno). Strada facendo, ognuno riflette sulla propria vita.

Rocco Papaleo non è il Gabriele Salvatores di «Tournée», «Mediterraneo» e «Marrakech Express», però se la cavicchia, facendosi carico della regia di una storiella fragile e minimalista, non priva di qualche intuizione. C'è molto già visto, intendiamoci, ma gli attori sono discretamente in parte, anche se le incursioni nella psicologia dei personaggi peccano a volte di qualche ingenuità di troppo. Tra una bottiglia di Aglianico del Vulture e le citazioni d'obbligo a Carlo Levi e Gian Maria Volontè, si arriva alla fine senza spararsi negli zebedei. E la Regione Basilicata (oggetto altrimenti misterioso) ringrazia. 
In fin dei conti, forse è meglio una commediola sgarrupata come questa, dell'ennesimo prodotto hollywoodiano, leccatino e prevedibile. VOTO: 6,5.

lunedì 5 aprile 2010

«GAMER» * UNA BOIATA NON INDIFFERENTE

In un futuro prossimo, Ken Castle (Michael C. Hall), sorta di Bill Gates incattivito perché ha smesso di fumare, brevetta un paio di giochi che prevedono interazioni con avatar umanissimi: una specie di Second Life (a proposito, che fine ha fatto?) per ingrifati cronici e il temibile Slayers, dove un manipolo di condannati a morte sogna di ottenere la libertà superando 30 cruentissime battaglie.
L'eroe di Slayers, che appassiona la popolazione più del Grande Fratello e dell'Isola dei famosi messi insieme, è il barbuto Kabel (Gerard Butler), che ne ha i bicipiti pieni di quella vita d'inferno. Persino la moglie (Amber Valletta) gli hanno rintronato con un chip nel cervello. Manco fosse nel cast di Uomini e donne. Per fortuna un gruppo di ribelli, grazie alla prode infiltrata di turno (Alison Lohman) trama per liberare Kabel e il mondo dalla schiavitù del gioco.

Incerta e velleitaria prova registica di Mark Neveldine e Brian Taylor, alle prese con un fumetto ipercinetico, fracassone, truculento, prevedibile, che pilucca qua e là da alcuni film di genere, come l'insuperato "Rollerball". Le poche intuizioni sono annacquate e l'impressione d'insieme è quella di un lavoro tirato via troppo alla svelta e incompiuto. Meglio lasciare l'inespressivo Butler a "300" (per questo film gli spartani l'avrebbero impiccato) e lo stronzetto Michael C. Hall a "Dexter", che per gli sceneggiatori avrebbe previso una morte lenta. VOTO: 4/5

domenica 28 marzo 2010

«HAPPY FAMILY» * E DIEGO ABATANTUONO TORNA GRANDE

Il timido scrittore Ezio (Fabio De Luigi) è alle prese con la sceneggiatura di un film ambientato a Milano: nella stesura della trama, si intrecciano i destini di due famiglie, preoccupate perché i due figli sedicenni, Filippo e Marta, hanno deciso di sposarsi. Da una parte ci sono il pacatissimo avvocato Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), che si scopre malato di tumore, insieme con la distratta moglie Margherita (Margherita Buy) e la complessata figlia Caterina (Valeria Bilello); dall'altra, lo sconvolto papà di Marta (Diego Abatantuono, nella foto) ex sessantottino intento a farsi canne dalla mattina alla sera, e la sua esaurita metà (Carla Signoris).
Ezio si innamora di Caterina, e vorrebbe lasciare il film con un finale aperto, ma i protagonisti si ribellano, convincendolo a portare a termine la stesura del racconto.

Tratta da un lavoro teatrale di Alessandro Genovesi, la fresca commediola di Gabriele Salvatores scivola via piacevolmente, fra una tirata di fumo e l'altra di un Diego Abatantuono ormai monumentale nella mole, ma tornato in buona forma artistica. Complice il cialtronesco personaggio dalle improbabili camicie awaiane. De Luigi è bravino, ma in questo contesto sono altri - più in parte - a staccare. Salvatores fa la sua dichiarazione d'amore soprattutto a Milano, quasi irreale nella sua bellezza. Soprattutto per chi ci vive e ne conosce le asperità. Da vedere, per sorridere di noi stessi e delle nostre mille paure.
VOTO: 7.5.

mercoledì 24 marzo 2010

«DAYBREAKERS - L'ULTIMO VAMPIRO» * MEGLIO PERDERLO, CHE TROVARLO

2019. In un mondo popolato soltanto da vampiri, i pochi umani rimasti sono sangue da macello: alcuni vengono allevati in cattività per produrre globuli rossi; altri si radunano in un gruppo di resistenza guidato da un accigliato signore (Willem Dafoe) che a seguito di un incidente stradale è riuscito a tornare umano dopo anni di militanza nel regno dei non morti.
Il plasma però scarseggia, e il diffondersi di una rara malattia che trasforma tutti in bestiacce deformi spaventa l’ematologo Edward Dalton (Ethan Hawke), scienziato vampiro che pure da qualche anno, senza l’aiuto della dottoressa Tirone, cerca di disintossicarsi dal consumo di emoderivati, come i Sonohra. La trovatona potrebbe essere produrre un sangue artificiale che scongiuri l’estinzione della razza umana. A meno che non sopravvengano altre sorprese, sempre in agguato.

Truculento polpetton-thriller che non difetta quanto a ritmo, ma che non regala straordinarie emozioni. Qualche trovatina i fratelli Peter e Michael Spierig riescono a metterla in campo, ma non si va oltre l’ordinario. Abbastanza in parte lo spaesato belloccio Hawke, compensato dallo statico Willem Dafoe, che ha due espressioni: con i canini e senza. Se l’idea è quella di percorrere la strada di «Twilight», si tratta di un tentativo non riuscito. VOTO: 6.

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