martedì 24 settembre 2013

ANGELA MERKEL * IL TIMIDO TRIONFO DELLA «CULONA INCHIAVABILE»

Sarà anche una «culona inchiavabile» (mirabile sintesi berlusconiana che la marchierà a vita sulle natiche come bestiame d'allevamento), ma l'avete vista Angela Merkel mentre festeggiava il suo trionfo elettorale? Sul palco era stranita, imbarazzata, spaurita come un'imbucata al party della conoscente ricca e appena tollerata. Come quelle che ai matrimoni afferrano il bouquet ma per la vergogna vorrebbero scomparire. Attorno, festa. E intanto lei in disparte batteva a stento le mani fuori tempo. Come se quel clamore non le appartenesse. Con un risultato del genere, provate a pensare che teatrino avrebbe imbastito un politico italiano, di qualsiasi schieramento. Compresa Rosi Bindi, che in quanto a culonica inchiavabilità non ha niente da imparare. «A me le telecamere, please!», una pioggia di frasi a effetto per fare titolo sui giornali (la lezioncina ormai l'hanno imparata tutti), qualche battuta per screditare gli avversari, champagne, ricchi premi e cotillons. Protervi protagonisti assoluti a monopolizzare la scena. È la politica, bellezza, dirà qualcuno. Sì, ma la "culona" ci insegna che forse si può anche fare diversamente.

giovedì 19 settembre 2013

È AUTUNNO, E LA NUOVA STAGIONE TV MI HA GIA' STANCATO

RICEVO E VOLENTIERI DIFFONDO:

L'offerta televisiva di quest'autunno,
mi sta già logorando. Tra fiction tristissime, D'Urso impettite che speculano sulle tragedie altrui per fare audience, e spettacoli di pacchi vuoti, non ce la faccio già più...
È pur vero che stiamo diventando un popolo di anziani e di disoccupati, ed è facile colpire la sensibilità di chi è più vulnerabile, ma siamo alle solite: come per la politica, il repertorio non cambia. Ma forse ce lo meritiamo.                   Daniela Castelluzzo

martedì 17 settembre 2013

VECCHI & NUOVI COMICI E BRUTTI SPOT (COME POZZETTO CHE COMPRA ORO CASH)

Da tempo sostengo che una mano divina dovrebbe proteggere i (vecchi e nuovi) comici dai brutti spot che ogni tanto si concedono il lusso di girare. Dovrebbe vegliare su di loro, e fermarli prima dell'irreparabile. La piaga, se ci si fa caso, è trasversale. Un po' perché è molto difficile restituire sane risate in 30-40 secondi di pubblicità seriali. Sempre ammesso che lo siano. Un po' perché il rapporto davvero speciale fra comico e spettatore, che gli è grato in quanto sul palco o in tv gli "regala" un sorriso senza avere apparentemente nulla in cambio, si involgarisce se diventa commerciale. Se sai che dietro quel tentativo di farti ridere - malamente - ci sono solo tanti bei soldoni. Non siamo più bambini, ma è materia delicata.
D'altra parte, non facciamo i moralisti: le bollette le devono pagare anche loro. E pazienza se l'attività di qualcuno (vedi Aldo, Giovanni e Giacomo) si è ridotta quasi soltanto a impegno promozionale. Pazienza se serve una mano che ti faccia il solletico sotto i piedi per ridere agli spot di Giorgio Panariello che gioca con la Incontrada. Il comico in formato spot in genere non fa ridere. Soprattutto quando si sbizzarriscono i creativi al soldo delle compagnie telefoniche, che girano cose più imbarazzanti dei film di Neri Parenti.
L'ultimo a cascarci è stato il grande Renato Pozzetto, che insieme con il figlio Giacomo si è concesso - spero per un mucchio di soldi - a OroCash. In un paio di brutte réclame, come le avrebbe chiamate lui nei suoi tempi migliori, l'uomo de "La canzone intelligente" invita il popolo che si presume alla canna del gas, data la crisi, a portare vassoi d'argento e oggettini d'oro a questa società che magicamente li trasforma in euro sonanti. Buoni per pagarsi una crociera, per esempio, come fanno il poco convinto Renato e il suo cresciuto pargolo. Li vedi e sembra quasi che si sentano in colpa di svendere e far svendere i gioielli di famiglia.
Triste spettacolo. Primo, per la bruttezza dei commercial. Secondo, perché non mi piace vedere una tra le più grandi maschere della comicità italiana, uno tra gli artisti che (col più saggio Cochi Ponzoni) ha saputo innovare il nostro modo di far ridere, impelagato con questa roba.
Serve una mano che li fermi, ripeto. Vecchi e nuovi comici: perché non si facciano male. Perché non si danneggino da soli. Perché non sono Giorgio Mastrota, che ha sempre campato di televendite. Paolo Villaggio (che pure ha fatto pessimi film ma che alla pubblicità non cede) invocava l'intervento di qualcuno per salvare l'ultimo Alberto Sordi, "prima che distrugga il suo mito", diceva.
Io mi auguro più semplicemente che Pozzetto si fermi qui. E che guardando il mare mi ripeta solo, all'infinito, come faceva una volta, che è "una massa d'acqua semovibile". Non gli chiediamo altro.

lunedì 16 settembre 2013

«UNA NUOVA LACRIMA»: BOBBY SOLO E IL SUO INDIFESO MINI ME

Ricevo da un solerte ufficio stampa: «Proprio in occasione della nascita del piccolo Ryan, BOBBY SOLO ha deciso di mettersi in gioco ed interpretare, a 50 anni di distanza dal suo esordio, il brano rap/soul "Una nuova lacrima" dedicata al figlio. "Una nuova lacrima" è un brano inedito e sincero e richiama in chiave moderna il suo più grande successo, “Una lacrima sul viso”».

Ora, a prescindere dalle battute (vedendo la foto qui sopra, c'è chi ha ironizzato su Han Solo e «Guerre stellari», ma il paragone forse più calzante è con il Mini Me di «Austin Powers», quello di quest'altra immagine),
a prescindere dal fatto che il nuovo singolo di Bobby lo devo ancora ascoltare, era proprio il caso di ficcarsi nella giacca l'indifeso Ryan, che a quell'età non può certo obiettare sul suo ruolo in commedia?

«I DOLCI DI BENEDETTA» SONO UN'ARMA IMPROPRIA?

Sarà che guardo sempre le Parodi con una certa diffidenza, sarà che sono prevenuto, non so, ma a me questo logo de «I dolci di Benedetta», con tanto di mattarello spianato, sa di minaccioso. Mi evoca manganelli e purghe non necessariamente provocate dalla qualità dei cibi della signora. Mi richiama alla mente camicie nere e pestaggi all'alba. Sono prevenuto, lo so, ma secondo me se vai a casa di Benedetta non ti fa la torta. Ti fa un mazzo così.

martedì 3 settembre 2013

LORENZO JOVANOTTI NEGLI STADI E QUEI "RAGAZZI FORTUNATI" (MA NEANCHE TANTO)

Ricevo da un bancario illuminato e volentieri diffondo.

La prima serata televisiva di ieri ci ha fornito una formidabile e non scontata carica di verità, che è la seguente: da un errore si deve generare attenzione e reazione.
Da un lato, su Raiuno, la mia amica “princess”, Daniela, ascoltava (o forse guardava?!) Jovanotti, Lorenzo Cherubini, animale da concerto, in una sua celebre canzone, e cantava il ritornello "Sono un ragazzo fortunato, perché mi hanno regalato un sogno, sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno…" (memorabile errore grammaticale, ma denso di vita e positività!).
Dall’altro, su Raitre, il mio indomabile ma riflessivo collega Giorgio, preparatosi già dal pomeriggio a pubblicizzare l'offerta giornalistica sempreverde di Riccardo Iacona, osservava in silenzio, in “Presadiretta”, un errore più grande di una semplice regola grammaticale: l’errore o per meglio dire il fallimento di un'intera generazione di politiche sociali e del lavoro, che hanno portato quegli stessi ragazzi fortunati e sognatori a perdere anche la dignità di cittadini.
E se allora, dietro a un semplice (ed errato) inciso di una canzone, si nasconde una moltitudine di ragazzi e ragazze che ringrazia per quello che ha e balla come se la musica di Lorenzo fosse un rito propiziatorio (scaccia guai e brutti pensieri), dall’altra parte, è manifesto che un gruppo ristretto di non illuminati o poveri di idee (non solo i rappresentanti della nostra democrazia) ha affossato fino all’estrema povertà, materiale e non, quegli stessi sogni e speranze di chi non ha potuto e non potrà essere presente sotto a quel palco (per gioire di quella musica propositiva, “ombelico del mondo”). Se tanti non sono "ragazzi fortunati", insomma, nonostante Jovanotti, dovrebbero sapere che c'è qualcuno che di tutto questo è moralmente e concretamente responsabile.  
Lorenzo Sulmona 

venerdì 30 agosto 2013

LA MODA DI TWITTER E IL FINTO «SOCIAL(ISMO)» IN TV: CENSURANO TUTTO

Il collega Mario Manca mi ha rivolto 10 domande (per la sua tesi di laurea) sul rapporto fra giornalismo, web, spettacolo, nuovi media e comunicazione in genere. Ecco come gli ho risposto.
 
1) In che maniera, secondo te, il mondo dello spettacolo si approccia alla "critica"?

È un rapporto, da sempre, molto conflittuale: in genere ossequioso con i critici (non di rado fintamente ossequioso), a volte isterico, quando il personaggio viene colpito da qualche osservazione che ritiene pesante. E che spesso non lo è, ma viene solo vissuta come tale.
Anche se una critica, persino quella che proviene dalla testata o dal critico più influente, non sposta in realtà molte teste in termini di audience, fa comunque opinione. Ed è impattante sull’ego dell’interessato. Per cui tutti i mestieranti dello spettacolo sono a caccia di critiche e al contempo le temono. In privato hanno reazioni scomposte, e in pubblico fingono disinteresse. I più sensibili e desiderosi di essere citati sono spesso coloro che stanno dietro le quinte, gli oscuri facitori del prodotto, dagli autori ai produttori.

2) Ci sono delle differenze fra le "critiche" espresse dai blog e quelle dei giornali?

Essendo prevenuto su buona parte della stampa cartacea, on-line intravedo – o mi sembra di intravedere – maggiore libertà d’azione e d’espressione. In realtà, riflettendoci, mi rendo conto che si tratta spesso solo di un’impressione. La verità è che bisogna imparare a conoscere e apprezzare i critici. Una questione di gusto rispetto allo stile e di fiducia nelle singole persone. Conoscere alcuni retroscena a volte aiuta inoltre a capire il perché di alcune affermazioni, che non di rado non sono così imparziali come si vorrebbe far credere.

3) Ravvedi delle differenze nel linguaggio usato dai due mezzi informativi in questione?

Le differenze non sono tanto nel linguaggio, ma nello spazio a disposizione e nell’attitudine ad affrontare lo specifico. Sul web non c’è la necessità di limitare il numero di battute, come avviene invece (sempre più spesso, purtroppo) sulla carta, che con la foliazione è legata ai carichi pubblicitari. On-line c’è la possibilità di approfondire un argomento – per esempio la televisione – in modo sicuramente più completo. L’unico inconveniente, che ho riscontrato spesso, è che questa completezza, nei blog, a volte sfocia in qualcosa che mi sa molto di “maniacale” o dispersivo. Un po’ di capacità di sintesi in più, non guasterebbe.

4) Secondo te i blog soffrono di un'autorevolezza meno forte rispetto alla carta stampata?

Probabilmente non hanno ancora la stessa considerazione della carta. Però stanno prendendo sempre più piede, giustamente. E in ogni caso vale ciò che dicevo prima: in defintiva sono i nomi, le firme, che contano. Non tanto il mezzo, ma il messaggio e il messaggero. Scritto con la minuscola.

5) Leggi i blog di tv? C'è qualcuno che consulti più spesso?

Tvblog lo leggo con una certa regolarità, ormai da tempo. Per gli altri mi lascio guidare dall’interesse o dalle necessità del momento; magari quando inciampo in qualche link interessante trovato sui social network. L’immediatezza della rete è impagabile, anche se a volte per la fretta e la concorrenza ormai tremenda anche sul web, vedo che si tende a sparare notizie non troppo verificate che poi risulteranno inevitabilmente smentite dai fatti. Questo ovviamente non giova alla buona reputazione dei blog.

6) Pensi che la comparsa di social network come Twitter, dove chiunque ha la possibilità di scrivere quello che pensa, abbia limitato un po' l'ascendente di blog e carta stampata sulla "critica televisiva"?

Twitter ha spostato l’attenzione soprattutto su se stesso, sul medium, diventando un formidabile punto di riferimento. Chi scrive di spettacolo o lavora nello spettacolo oggi non può non avere un profilo Twitter: toglie la barriera fra spettatore/lettore e personaggio (pur lasciandola, di fatto, perché per interagire in privato bisogna seguirsi reciprocamente) e consente al critico di esprimersi, anche solo con un pensiero o una battuta in 140 cararatteri. È uno sfogo per chi scrive sui giornali ma non ha una propria rubrica di critica, ed è un mini-supplemento che sopperisce al vuoto fra un’uscita e l’altra in edicola per chi ce l’ha. Certo, un tweet non ha né potrà mai avere la profondità e lo spessore di un buon pezzo. Il fatto che tutti possano scrivere il proprio pensiero non è limitativo, perché ciò che conta davvero sono l’autorevolezza (e nella maggior parte dei casi, purtroppo) la notorietà di chi scrive.

7) Come giudici l'ingerenza di Twitter nei programmi tv di oggi? Una moda o una strategia intelligente?

Se intendi la recente moda, non solo televisiva, di ammiccare a Twitter, mettere sottopancia twitteriani o cancelletti (#) vari nei titoli di brutti programmi, penso che alla base ci sia un’elementare strategia per portare a casa le simpatie dei tanti internauti, o di intercettare un pubblico che si ritiene giovane. Si sfrutta la voglia della gente di esserci, di esprimere un pensiero, di partecipare. Il problema è che Twitter è spesso – nella realtà - la quintessenza della cattiveria, o comunque del parlare schietto o ironico. La maggior parte dei programmi che rende pubblici i tweet, li filtra o li censura. Facendo passare solo i messaggi positivi, neutri o utili alla trasmissione. Così si snatura un mezzo (il social) e se ne annacqua un altro (la tv) che annacquato lo è già abbastanza. Durerà? Non lo so. Se Twitter resterà di moda com’è attualmente (in America lo è da prima che in Italia e per ora resiste abbastanza), questo trend probabilmente continuerà.

8) Cosa pensi sui continui scongiuri che vedono la carta stampata come in fin di vita o in procinto di "soccombere"?

La carta subirà altre, dolorose contrazioni. In prospettiva resteranno in vita i quotidiani locali, pochi nazionali e i periodici che sapranno reggere l’urto di questa crisi e di un ridimensionamento costante e fisiologico delle vendite nei formati tradizionali. Convertire tutto sul web sembra la soluzione più ovvia e logica, ma non è sempre facile o attuabile, perché si fatica (non solo in Italia) a trasformare in business ciò che viene da troppo tempo percepito dagli utenti come gratuito.

9) Quali sono, a tuo avviso, i programmi più "social" oggigiorno?

Paradossalmente, quelli che strettamente social non sono, come le trasmissioni del weekend di Raidue, dirette da Michele Guardì, che da anni porta in scena la sua finta Piazza Italia, con le telefonate del pubblico da casa. Preferisco quelle, al social(ismo) apparente di molte trasmissioni.

10) Quali sono le novità che i mezzi informativi (blog, giornali…) dovrebbero attuare per essere al passo coi tempi?

Spingere l’interazione ai massimi livelli, rinnovare o rinfrescare le grafiche il più possibile (si fa da anni con la carta, ed è bene farlo anche sul web), e piazzare contenuti giornalistici come valore aggiunto su siti o portali che vendano prodotti, in modo da compensare così i ridotti guadagni derivanti dai click o dalle news pure vendute on-line.

giovedì 22 agosto 2013

ATTENZIONE: «ACQUAVERDE» SU EBAY VENDE ARTICOLI CHE NON HA IN MAGAZZINO

Se comprate on-line, state sempre in guardia.
L'ultimo, strano caso capitato a me riguarda l'acquisto di alcuni prodotti dal negozio (presente anche su) Ebay chiamato Acquaverde. La società pugliese è Acquaverdesrl. Vendono articoli per il giardino e piscine, accessori che si utilizzano in genere d'estate, gonfiabili, elettrodomestici e altro.
A me è capitato di acquistare da loro, fuori dal circuito Ebay, pagando regolarmente con bonifico bancario, alcuni prodotti chimici per la piscina e un amplificatore stereo con microfono che sul sito più famoso di vendite on-line risultava regolarmente disponibile (fra l'altro in molti esemplari), a poco meno di 200 euro.
Una volta comprato e pagato, vengo a scoprire da Acquaverde che l'oggetto non è disponibile. In pratica, che avevano venduto qualcosa che non era nella loro disponibilità di magazzino. L'azienda mi proponeva il rimborso dello stereo acquistato, e intanto su Ebay portava il prezzo di vendita da poco meno di 200 a circa 800-1000 euro. Non lo cancellava dalla vendita, in pratica. Lo lasciava, ma a un prezzo moltiplicato per cinque.
Alla mia richiesta di spiegazioni, non solo non pervenivano scuse, ma il mio contatto indicava come normale la procedura di alzare il prezzo di un oggetto dopo essersi accorti che non è disponibile in magazzino, allo scopo evidente, mi si diceva, di disincentivarne l'acquisto perché chiaramente fuori mercato.
Strana procedura, che non credo risulti regolare per Ebay, nonostante gli addetti di Acquaverde sostengano il contrario. Forse qualcuno la applica, ma non mi pare rientri nella normale policy vendere qualcosa che non si ha. Ovviamente ho tutte le pezze d'appoggio (mail, foto tratte dal sito, ecc.) per dimostrare nei dettagli quanto ho raccontato.
Invece di desistere accettando il rimborso, ho preferito aspettare alcuni mesi per verificare che il mio acquisto si rendesse effettivamente disponibile. Cosa che alla fine - stranamente - non è avvenuta. Quell'articolo non l'avrei visto mai arrivare a casa mia.
Sono riuscito alla fine della triste storia a recuperare quanto speso, accettando il rimborso, ma vi sembra corretto questo comportamento commerciale?
Vi rivolgo questa domanda, invitandovi ancora a stare sempre con gli occhi meravigliosamente aperti.

lunedì 19 agosto 2013

AMORE * TI LASCIO PER NON METTERTI A DISAGIO

Ieri ho visitato un vecchio, glorioso locale po' fatiscente. Chiacchiero con il gestore, e mi dice (spontaneo, senza precisa domanda a proposito, riporto in modo testuale): "Oddìo, andrebbe messo un po' a posto, ma non lo si fa per non mettere a disagio il cliente...".
Un ribaltamento della prospettiva che ho trovato geniale. Invece di dire: non vogliamo/possiamo spendere, c'è crisi, non è periodo, lo faremo forse più avanti o forse mai, ecco un magnifico: non volevo mettervi a disagio. Andiamo al succo dell'interpretazione, che mi pare corretta: ti faccio stare in un posto un po' fetente perché in fondo non te lo meriti. Con la clientela che c'è, vorrò mica sistemarlo a dovere: rischio perfino di metterla in imbarazzo. C'è una grandezza assoluta, in queste parole, che colgono i classici due piccioni con una fava: ti fanno sentire padrone di una situazione che probabilmente invece stai subendo, e intanto offendono sottilmente l'interlocutore. Suggerisco a tutti, nel lavoro e nel privato, l'introduzione dell'espressione "L'ho fatto perché non volevo metterti a disagio".

- Eh, ma questo water l'ha riparato male...
- Sì, certo: è così abituata agli odori di uno scarico che non funziona bene, che non volevo metterla a disagio col profumo di pulito...

E ancora:

- Ti lascio perché non voglio metterti a disagio con una relazione che forse non puoi permetterti.

Gli esempi sarebbero infiniti. Da oggi, per esempio, quando mi capiterà di scrivere un pezzo un po' infelice, invece di dire che non era giornata, potrò sempre ribattere che l'ho fatto per "non mettere a disagio" i miei lettori. E mi sentirò ancora più buono.

venerdì 9 agosto 2013

TI SEI MAI LAVATO CON IL CIOCCOLATO? IO SI'

Non so se vi sia mai capitato di lavarvi con il cioccolato. A me, sì. Sono tre giorni che mi lavo con il cioccolato. Giuro. E non è una perversione sessuale. Almeno non ancora. Il fatto è che mi hanno regalato un doccia schiuma alle fave di cacao, e il mio risveglio da allora è diventato marrone. Già, perché il prodottino ha la consistenza del cioccolato fondente, il preciso colore del medesimo, e il profumo sta fra cioccolato e nocciola. Manca solo il cono. O il conato, perché sciacquarsi così sulle prime fa un po' senso. Hai presente cospargersi di Nutella sotto la doccia? Ecco, uguale. Poi te lo spalmi sul corpicino (evitando di mangiarlo), e si trasforma magicamente in schiuma. Non è facile abituarsi e non so quanto potrò reggere, ma per ora va così.
Controindicazione 1. Se ti vanno schizzi sul box-doccia e qualcuno li vede, non può fare a meno di pensare che ti sia venuta una diarrea fulminante in un posto quantomeno singolare.
Controindicazione 2. Per almeno un'ora dopo il lavaggio, la tua pelle profuma di cornetto Algida e ogni tanto ti viene voglia di leccarti da solo. O sperare che lo faccia una tipa sul tram. Robe che neanche Louis Malle.
Sui messaggi subliminali, sono sempre stato avanti una cifra.

lunedì 5 agosto 2013

ARRIVANO GLI «ABBATTITORI DI AUTOVELOX», SU RIEDUCHESIONAL CHANNEL

C'è un tizio (un eroe civile, mi tocca chiamarlo così, anche se non so chi sia) che stanotte, nei dintorni del mio paese, pare abbia abbattuto due colonne autovelox di recente, inutile introduzione. Poi c'è un problema più grande. C'è un Paese (scritto stavolta con la maiuscola) che non accontentandosi di tassare e stra-tassare in tutti i modi i propri cittadini-sudditi, e guardandosi bene dal braccare i veri evasori, ora si concede persino il lusso di vessarli, permettendo ai piccoli comuni bisognosi di soldi, di saccheggiare gli automobilisti a colpi di multe per superato limite dei 50 orari. In una pretestuosa caccia all'uomo che si è fatta implacabile, le sanguisughe attaccano senza pietà. Ovunque, su tutti i fronti e su tutte le fronti. Come zanzare a un grigliata estiva. È naturale che in questo clima, e di questo passo, gli «abbattitori di autovelox» (su Rieduchéscional Channel) siano destinati a diventare sempre più figure leggendarie, eroi popolari. Espressioni vive del malcontento. Gli Zorro di questi anni confusi, senza cavallo e mantello ma a bordo magari di un suv, o con fionde e bastoni, incappucciati, per fare finalmente giustizia. Accoppando autovelox non in nome di un malinteso senso di goliardia, ma per sopravvivenza. Pensateci, signori che governate, perché l'avete voluto voi. E dopo gli autovelox, che cosa verrà?

mercoledì 31 luglio 2013

LA STORIA DE «GLI SQUALLOR» IN DVD * VOLGARITA' COME TERAPIA

Lo spettacolo lo bazzico da qualche lustro. E tra le poche cose che salverei di questa bolgia, c’è il taumaturgico sax di «Cornutone» degli Squallor. Una medicina salvavita. Quando sono un po’ giù, mi chiudo in auto e - durante il primo viaggio che mi capita a tiro -, canto a squarciagola questo struggente gioiello della musica e altri 3-4 pezzi del gruppo che ha fatto dell’innocua volgarità un’arte. Anzi, un balsamo per lo spirito. Con il napoletano me la cavo egregiamente, e provate a smentirmi.
Proprio «Gli Squallor» è il titolo del dvd celebrativo appena uscito dopo lunga gestazione (CNI, 10 euro) a firma Carla Rinaldi e Michele Rossi. 150 minuti di affettuoso omaggio a Totò Savio, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Alfredo Cerruti; una manna per chi ha voglia di immergersi nella storia dei fantastici quattro della goliardia su pentagramma. Gli anticipatori di Elio e le storie Tese. 14 album celestialmente grezzi e scanzonati dati alle stampe fra il 1971 e il 1994.
Un giorno intervistai Giancarlo Bigazzi, che a proposito degli Squallor, col suo inconfondibile, graffiante vocione toscano, mi disse: «Che cosa vuoi, si stava tutto il giorno in sala d’incisione con ‘sti ‘azzo di ‘antanti, e la sera veniva voglia di mettersi a prenderli in giro, sdrammatizzando tutto…». È lo stesso Bigazzi (scomparso nel 2012), insieme con Cerruti, l’unico rimasto in vita e impegnato in un poker della memoria, a tenere il filo del racconto de «Gli Squallor». Insieme con Jacqueline Savio (la moglie di Toto), Gianni Daldello, il figlio di Pace e un mare di ospiti. Anche insospettabili.
Per scoprire la personalità del quartetto (Toto, «un principe», maestro di cortesia e buonumore e interprete eccelso; lo schivo Bigazzi, macchina da guerra della canzone leggera italiana, l’uomo che ha lanciato, fra gli altri, Tozzi, Masini e il Raf di «Self Control»; il sornione Pace, eccentrico e lunare, con la sua erre al sangue e quella sagoma di Cerruti, già direttore artistico della Sugar, incapace di prendere qualcosa sul serio per più di 20 minuti) e un florilegio di curiosità. Per esempio il fatto che i nostri erano soliti chiudere molte serate vedendo e rivedendo «Hollywood Party», con Peter Sellers, o perdere nottetempo al tavolo da gioco vagonate di soldi onestamente guadagnati di giorno. E ne guadagnavano parecchi, quando la musica vendeva e rendeva davvero.
Pubblicavano canzoni scritte per combattere «Il mal d’amore ripugnante della canzone italiana» (Pace), ma anche – dichiaratamente - per fare cassetta. Persino con film non proprio esaltanti ma entrati nella leggenda. Da «Arrapaho» («Costò 500 milioni e incassò tre miliardi», Cerruti) al flop di «Uccelli d’Italia». Gli album avevano copertine trash e titoli espliciti: «Pompa», «Scoraggiando», «Troia», «Palle», «Vacca», «Mutando», «Tromba», «Cappelle», sino all’ultimo, «Cambiamento», con le voce di Savio piegata dalla malattia e in parte rimpiazzata da Gigi Sabani. Che non poteva fare miracoli, perché la voce di Toto aveva del miracoloso.

E poi, le invenzioni di Cerruti, coi suoi monologhi in parte surreali: «Vieni giù, Berta, ho un toro nelle mutande … Ho consumato già due cassette di Little Tony». Lo stesso Cerruti che oggi, in camera caritatis, confessa: «Frequentavamo i cantanti, che sono i peggiori scassacazzi del mondo». Gli fa eco Mara Maionchi, che conferma: «Su questo sono d’accordo». E qui torniamo alle parole di Bigazzi, chiudendo il cerchio.
Gli Squallor, con le loro parodie: da «Usa for Italy» a «Mortò veneziano», quando il Rondò andava per la maggiore. Sino al vezzo solista di Pace, che per sfizio incise una misconosciuta canzone romantica in napoletano: «Piccerè».
La canzone preferita di Stefano Bollani nel repertorio squalloresco è quel gioiello di «Mi ha rovinato il ‘68». Ma tutti chiudono in coro fra lacrime e risate intonando «Cornutone». E poi non dite che non ve l’avevo detto.

lunedì 29 luglio 2013

SCORRANO * CONOSCI LA CAPITALE MONDIALE DEI BOTTI E DELLE LUMINARIE?

Chi vive al Nord è convinto - da sempre - che le luminarie siano solo e soltanto quelle quattro lucette sfigate raffiguranti una stella cometa, babbo Natale con la slitta o arabeschi vari a piacere che spuntano a dicembre, a ridosso delle feste, sopra le strade dei freddi centri della Bassa, per dare loro una parvenza di vita apparente. Con gli anni e la crisi, orpelli sempre più sparuti e insignificanti. Vai con l'effetto neve, e l'abbiamo sfangata anche quest'anno, dicono i commercianti locali, che pagano il disturbo.
Per questo rimasi stupito (ma non rendo abbastanza l'idea) e abbagliato come un bimbo accompagnato per la prima volta alle giostre quando alcuni amici pugliesi, un paio d'anni fa, mi portarono a Scorrano (Lecce), 7.000 abitanti nell'entroterra salentino, vicino alla più nota Maglie. "Andiamo a Scorrano, c'è la festa di Santa Domenica, con le luminarie!", mi dissero entusiasti. "Scorrano?", li guardai io con aria beffarda. Indeciso se pensare a una grave malattia della pelle o a una versione meridionale della superazzora brematurata di tognazziana memoria. Mai coverto, Scorrano. E poi senti questi, strani forte: se andare in un paesino a guardare le luminarie è il loro passatempo preferito, come Pozzetto quando si sedeva in campagna a veder passare il treno, sono conciati malissimo. Ebbene, niente di più sbagliato.
La percezione netta del mio errore, con la pelle d'oca e la fissità del bulbo oculare, l'ebbi all'imbocco della strada principale del paese, quando iniziò a palesarsi un kolossal della luce: enormi corridoi luminosi a rendere indimenticabili stradine anonime, archi luminescenti, castelli di lampadine intermittenti montati su strutture di legno alte decine e decine di metri. E poi tarantole lampeggianti, fiamme, draghi, mille sfumature. Un paradiso in terra. Per non parlare dei fuochi artificiali: suggestivi spettacoli piro-musicali, i migliori botti su piazza, e migliaia di persone da tutto il mondo che vengono a vederli. Giustamente. Perché Scorrano è la capitale riconosciuta di tutto questo. Finiti i cinque giorni dell'annuale sagra, a luglio, gli scorranesi si tassano per (mi dicono) circa 20-25 euro a famiglia, e iniziano a pensare all'edizoone dell'anno successivo. Come i contradaioli di una specie di Palio di Siena della luce. Complice il lavoro di tre-quattro ditte locali del settore, che per fare bella figura sui concorrenti si mettono in gara e per primeggiare venderebbero mamma ai beduini. E poco importa se Scorrano viene ritenuto spesso dagli altri salentini - ne conosco parecchi - un paese vocato al kitsch, un po' "truzzo". Una specie di Rozzano del Sud.
Questi sono matti, ho pensato anch'io la prima volta. E continuo a pensarlo, nonostante torni appena possibile a perdermi tra quelle architetture luminose che paiono disegnate da Storaro. Saper creare qualcosa che ti renda unico, paga sempre. E loro ci sono riusciti, con un senso dello spettacolo che ha pochi eguali. Quindi mi levo il cappello con rispetto, e vi invito a venirci, in questa benedetta Scorrano. Sempre che troviate parcheggio.

LA CRIPTO-GNOCCA, DONNA DOMINANTE

Una categoria che mi lascia sempre a bocca aperta è la cripto-gnocca. Quelle, per intenderci, bruttarelle o normali - non ci sarebbe niente di male -, che passano l'intera loro vita a credere e a far credere (non so quale delle due cose venga prima) agli altri di essere le più fighe del bigoncio. Ne sono perfettamente, totalmente, incrollabilmente convinte, e ciò le rende irresistibili, oltreché immortali. La loro convinzione di essere mostruosamente belle e attraenti, in un complicato intersecarsi con la dura realtà, genera a cascata effetti esilaranti. Che puoi solo contemplare come si contempla una meraviglia della Natura. 
Il mondo è delle cripto-gnocche, date retta a me.

ATTENZIONE ALLE FREGATURE: TIM AUTORICARICA SCADE PRIMA DI QUANTO TU CREDA

In data 5 giugno 2013, dopo un infruttuoso colloquio con un operatore di call center, ho spedito un fax (il testo è riportato in corsivo qui sotto) al servizio cienti di Tim per sottolineare un grave disservizio. Sotto, il racconto di com'è finita la vicenda. Diffidare, sempre.

 
In data 4/5 u.s. partendo per un mese negli Stati Uniti (ritorno in Italia previsto per il 2/6), sono stato costretto a farmi chiamare il giorno prima da un fisso per prorogare al 2/6 (come attestava la voce guida elettronica), appunto la scadenza del mio credito su Tim Autoricarica.
Rientrato in Italia il 2/6 mattina ho verificato l’effettiva presenza del credito, e per non farlo scadere (alla mezzanotte del 2/6, come avviene per tutte le vostre offerte, e come dice la logica) mi sono premurato di farmi chiamare in giornata ancora sia da un numero Vodafone che da un fisso per raggiungere i 20 minuti necessari a prolungare la scadenza di un mese.
Con mio grande stupore, però, durante la giornata del 2/6 (cioè prima della scadenza annunciata dalla voce), dal messaggio della voce guida quel credito è sparito. Ed è sparito definitivamente.
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Vi chiedo di verificare, dovreste avere un preciso controllo di tutto il traffico, e di riaccreditarmi i 30 euro che Tim mi ha ingiustamente sottratto. Ho chiamato il 119 per protestare, ma l’operatore non solo non è stato in grado di spiegami in modo convincente che cosa sia avvenuto (di certo una sottrazione indebita di credito), ma mi ha detto che mi aveva dedicato «più dei 4-5 minuti che in genere si dedicano a queste pratiche». Non faccio altri commenti su frasi del genere, perché parlano da sole. E per fortuna che lo chiamate servizio clienti.

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A circa due settimane da questo fax (il fax è l'unico modo per comunicare con l'azienda, se il reclamo diventa serio, e in questo caso era soprattutto una questione di principio, avendo ragione a carrettate), mi ha richiamato una responsabile del servizio clienti Tim. Sosteneva che avessi sostanzialmente ragione, ma che il mese di credito per l'Autoricarica 190 scadeva in realtà non alle 23.59 del giorno indicato dalla voce guida, come qualsiasi altra offerta o credito Tim, ma - non si capisce per quale ragione - alcune ore prima, nel pomeriggio. Se avessi attivato un messaggio di informazione sul credito (procedura a me ignota, visto che comunque nessuno si era premutato di informarmi), dice la signora, avrei avuto questa informazione. (???) Vi rendete conto dell'assurdità dell'argomentazione?
In ogni caso, visto che avevo "in parte ragione", con grande magnanimità Tim mi rimborsava sotto forma di credito utilizzabile 15 dei 30 euro che mi aveva ingiustamente sottratto.
Ma uno o ha ragione, oppure ha torto. Non si può sostenere che io abbia sostanzialmente ragione, ma anche torto. Anche perché altrimenti potrei facilmente interpretarla come una furbata della serie: ci proviamo, e se aveva le gambe... Cosa ormai molto comune, non solo nell'ambito delle compagnie telefoniche.
Ho accettato i 15 euro, anche perché non mi si davano alternative, e ora mi accingo ad abbandonare Tim dopo non so quanti anni di fedeltà, raccontando questa edificante storia. Domanda finale: dal punto di vista commerciale, è così producente comportarsi così?

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