Referendum, una riflessione a tutto campo dopo la vittoria del No.
Credo che abbiano vinto sia il buonsenso che i bastian contrari. Qualche riflessione sparsa da scrivano campagnolo, al di là degli scherzi, con buona pace dei milioni di esperti di Diritto Costituzionale che vedo spuntare ovunque.
- Si prefigurava una vittoria di misura del No, o addirittura una sconfitta, invece è stata una vera batosta per il Sì. Impietosa.
- Gli italiani (ormai si è intuito, ne sa qualcosa Renzi) non hanno grande simpatia per chi vuole mettere mano alla Costituzione, soprattutto in modo fumoso e con mire future tutte da decifrare. Come in questo caso.
- Meloni, Salvini, Tajani e accoliti ( mi sembra ormai evidente) avevano in mano sondaggi che lasciavano intravedere questo scenario finale. E avendoci messo troppo la faccia sin dal cauto inizio, hanno deciso poi di fare muro giocandosela alla disperata. Che significa sciogliere tutti i cani, tutte le facce a disposizione e far circolare un diluvio di fake news sui media, social compresi. Errore strategico, perché la gente è meno scema di quanto pensi Giorgia e il sistema politico in genere. E se vede che le balle diventano insistite, rozze, indigeste, apodittiche nella loro stupidità, o se percepisce che sei alla frutta per imporle, fa (ed è giusto) esattamente l'opposto. Le fandonie non diventano vere soltanto perché le enfatizzi e le replichi da tutti i pulpiti, podcast di Fedez compreso.
- I somari del web che hanno diffuso schemi, specchietti, e soprattutto insulti alla parte avversa, hanno fatto un gran male alla causa del Sì. La polarizzazione funziona (Salvini la aizza e ci campa da tutta la vita senza saper fare nulla nella medesima) se la sai gestire. Ma può sfuggirti di mano. E anche se sulla carta avresti tutti i numeri per vincere, può finire con un autogol sorprendente, come in questo caso.
- Questo è un No che va anche al vizio di chiamare la gente al voto referendario su questioni estremamente complesse che andrebbero gestite in altro modo. Questioni che con varie astuzie si prestano a grandi strumentalizzazioni, da una parte e dall'altra. Abbiamo miriadi di problemi nel Paese più urgenti della separazione delle carriere dei giudici. Non basta. Siamo alla canna del gas e praticamente in guerra (o comunque con una situazione politica internazionale angosciante) appecoronati a un pazzo coi capelli arancioni che destabilizza il mondo, e si chiamano gli elettori a votare su tecnicismi inestricabili persino dagli esperti. Inevitabilmente tutto questo finisce soprattutto in una stupida lotta tra fazioni.
- Questo risultato ha un significato anche politico? Ce l'ha eccome, viste le ragioni di cui sopra.
- Aspetto positivo: l'affluenza notevole alle urne. La grande partecipazione popolare che fa sognare un ritorno alla parteicpazione. Vedremo se sarà così anche alle prossime elezioni. Mi permetto di dubitarlo.
Il Ministro del Turismo Daniela Santanché insieme con il compagno Dimitri Kunz.
Nella vita farsi un nome è giusto; persino lodevole. Ma 14, tendenti al 15, cognomi e titoli nobiliari compresi, sembra un filino esagerato anche per chi ha ambizioni personali sovradimensionate. D'altra parte il Principe Dimitri Miesko Leopold Kunz d'Asburgo-Lorena Piast Bielitz Bielice Rellino Spalia Rasponi Spinelli Romano (pensa la povera maestra all'appello), compagno di Daniela Santanché, attuale Ministro del Turismo della Repubblica Italiana, mica se li è dati da solo: ci pensò papà, depositando quel sobrio appellativo all'anagrafe di San Marino. Il babbo di Dimitri - perdonate la sintesi, ma del resto lui stesso con signorilità la concede - era un agricoltore non privo di fantasia e forse di ironia, e negli Anni 60 se ti presentavi agli uffici del Titano (il Titano ti dà una mano) con quel pizzico di verve in più, potevi far chiamare tuo figlio un po' come ti pareva. Anche Giuseppe Attila Re degli unni Vercingetorige Thor Zeus Brambilla. Tanto mica controllavano. Al massimo un'alzata di sopracciglio.
La storia l'ha raccontata Report di Sigfrido Ranucci, in una puntata dove si andava a scavare tra i pochi splendori e le tante miserie delle società appartenute o riconducibili all'elegante signora Santanchè. Alcune delle quali quotate in Borsa. Ma anche un po' in borsetta, perché lo stile in fondo vuole la sua parte. Da Ki Group (settore bio), rilevata con l'ex compagno - se si può dire compagno a casa di una senatrice di Fratelli d'Italia - Canio Mazzaro, a Visibilia (editoria), che in ultima analisi ha visto come Amministratore Delegato proprio il fiorentino Dimitri Kunz eccetera. Perché la signora Daniela Garnero Santanchè, che iniziò la sua carriera politica come allieva di Ignazio La Russa (un signore che i figli li ha chiamati Geronimo, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache, quindi in onomastica non può prendere lezioni da nessuno), è una che non si fa mancare niente. Iniziò fondando un'agenzia di PR a Torino, e ora vive nel bel mondo, tra alta moda, stabilimenti balneari assai chic e vernissage esclusivi.
Un ambiente dove se la natura non ti ha concesso di essere (al) Twiga, devi almeno attrezzarti per piacere assai. E in quella dimensione additiva, rimodellante, linfodrenante e ristrutturante della vita, vale tutto. Sentimenti a parte, sui quali non si discute, un bel Principe con 14 nomi (tendenti al 15) molto wertmulleriani può sempre fare comodo. E Dimitri, 1.83 di figliolo, con quell'appeal che sta tra Ridge di Beautiful e il navigato conduttore di televendite tricologicamente più attrezzato di Giorgio Mastrota, è di certo una benedizione. Molto soap opera è anche il percorso sentimentale della coppia, dal momento che Dimitri prima era legato alla giornalista Patrizia Groppelli, poi fidanzatasi con Alessandro Sallusti, a sua volta fidanzato con Daniela Santanchè, passata quindi a sorpresa al Kunz.
Dove lo trovi uno che quando è in buona ti fa lo sconto e non si fa chiamare neanche "Altezza reale"? E, onestamente, spiace vedere gli Asburgo-Lorena (più Asburgo che Lorena) rimarcare con fermezza: "Dimitri Kunz non appartiene al nostro casato e non è nemmeno principe". Si fa torto alla fantasia di un papà brillante, all'anagrafe di San Marino, ma anche alla genialità di Paolo Villaggio, che in Fantozzi s'era inventato personaggi come la Contessa Serbelloni-Mazzanti Viendalmare, il Duca Conte Semenzara e il Visconte Cobram.
Guardiamo avanti. Qualora Daniela e Dimitri dovessero optare per le nozze (in bianco, officiate da Flavio Briatore al Billionaire di Porto Cervo, in diretta su Retequattro), sarebbe una gioia per gli occhi. "Vuoi tu Daniela Garnero sposare il qui presente...". Tre ore solo per leggere per intero il nome dello sposo. Sai quanti spot ci puoi infilare? Uno in gamba come minimo ci risana l'azienda.
La Premier Giorgia Meloni e il leader di Forza Italia Antonio Tajani. In questo periodo l'esponente di Fratelli d'Italia viene spesso sbeffeggiata in video.
Alla fine Forza Italia ce l'ha fatta. Con un pressing notevole sull'alleata di Governo Giorgia Meloni, il partito guidato da Antonio Tajani è riuscito d'imperio a far rientrare (parzialmente) la follia della bozza della nuova Manovra, che prevedeva il passaggio della cedolare secca sugli affitti brevi dal 21 al 26%. Il provvedimento in definitiva riguarderà soltanto chi affitta dalla seconda seconda casa posseduta in poi, non chi ne ha appena una oppure affitta la propria o parte di essa. Il ridimensionamento di un'ingiustizia grave, dal momento che già il 21% è una truffa di Stato legalizzata, visto che l'importo si calcola sul lordo, non sul netto percepito.
Non è un buon momento per Giorgia Meloni, vittima di pubblici sberleffi. Dopo lo scoop di Striscia la notizia sull'ormai ex compagno Andrea Giambruno, con quei fuori onda che hanno fatto il giro del mondo raccontando dei suoi atteggiamenti in studio e delle velleità di "threesome" con le colleghe, la Premier, leader di Fratelli d'Italia, è finita anche nel mirino di due comici russi che l'hanno contattata (bucando la sicurezza di Palazzo Chigi) qualificandosi come un leader africano. Le frasi estorte a Meloni hanno creato non poco imbarazzo.
Cara Giorgia Meloni, comprendo che la questione Andrea Giambruno, appena sollevata da «Striscia la notizia», ora stia primariamente occupando i suoi pensieri. D'accordo, il brutto affaire sembra essersi chiuso con le pubbliche rassicurazioni di Marina Berlusconi e il forte e doveroso ridimensionamento in Mediaset del suo ex compagno, che di fatto sparisce dal video dopo i suoi comportamenti, restando dietro le quinte di «Diario del giorno». Ma ci sono anche cose più importanti alle quali pensare. Per esempio la bozza di manovra che sta per varare con il suo Governo.
È al corrente, gentile Premier, che la tassazione in questo Paese ha ormai raggiunto da tempo (già da ben prima del suo arrivo) livelli inaccettabili?
La cedolare secca del 21% sugli affitti brevi, varata nel 2011, era già una truffa legalizzata, perché nella realtà Lei sa bene che quel 21% diventava almeno il 25% e più, visto che si paga sul lordo. Significa che se affitto un appartamento con Booking o Airbnb e prendo una cifra virtuale (mettiamo) di 500 euro, mi arriverà dalle suddette grandi agenzie decurtata di una commissione del 19%. Non poco. Soldi che non percepisco. Invece la tassazione del 21% è calcolata sui 500 euro iniziali. Follia. Una totale assurdità tutta italiana. Ora lei minaccia di portare la cedolare al 26%, quindi l’impatto reale sul lordo diventerà il 30% e più. Siamo all'ingiustizia elevata all'ennesima potenza.
Un documento cult. La locandina del 1992, quando Red Ronnie si candidò nelle liste del Partito Socialista Italiano.
Quando si parla di elezioni politiche (il prossimo appuntamento è per il 25 settembre, con ancora un 42% di indecisi, dicono i sondaggi) e di volti più o meno noti che tentano la sorte affidandosi alle urne, non si può non ricordare che nel 1992 ci provò anche lui. Il leggendario Gabriele Ansaloni. Red Ronnie si accasò sotto l'insegna del rampantissimo Psi di Bettino Craxi. L'uomo di "Una rotonda sul mare" e "Roxy Bar", forte dell'allora rilevante successo televisivo che voleva capitalizzare, aveva uno slogan che più vago non si può: "Non hanno più rispetto per nessuno. Impariamo a stare insieme". Seguito da un laconico: "Se ci credi, votami". Che ricorda un po' l'attuale "Credo" della Lega di Matteo Salvini. Un atto di fede, in sostanza. Non Emilio. Nessuna promessa precisa, di fatto; solo disarmante qualunquismo. Che se vuoi è una cosa persino onesta. Tra i personaggi di spettacolo che sono stavolta nell'agone c'è Rita Dalla Chiesa, candidata in Liguria per Forza Italia. L'ex conduttrice di Forum riuscirà a essere più convincente del giornalista musicale bolognese?
Il direttore del settimanale mondadoriano Grazia, Silvia Grilli.
Sul web è già leggenda un ponderoso editoriale della direttrice di Grazia, Silvia Grilli. Andando al cuore del ruolo della donna inquadrata nel Paese e nelle sue magnifiche e progressive sorti politiche, la più alta in grado nello storico settimanale di Mondadori ha tessuto per bene le lodi di Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d'Italia e indicata dai maggiori sondaggisti come probabile trionfatrice alle elezioni del 25 settembre prossimo.
La chiosa dell'editoriale di Silvia Grilli.
Se si pensa che Grilli abbia voluto saltare anticipatamente sul carro della vincitrice (pratica molto comune, in Italia) si sbaglia. Non si tiene conto della frase finale del pezzo, che è un capolavoro di cerchiobottismo incastonato nel capolavoro: "In questo senso, ma anche per l'autostima formidabile che ha fatto sì che in un'intervista internazionale lei si sia già immaginata premier, io starò sempre con Giorgia Meloni anche se non la voterò". Un triplo carpiato con ritorno di fiamma che ha del leggendario. Dopo aver riversato tanto amore, perché tirare indietro la mano dalla feritoia dell'urna? Oddio, se vogliamo andare proprio a fare un'analisi semantica, la giornalista non ha proprio detto che non la voterà (in quel caso avrebbe scritto "...ma non la voterò"): ha infilato un se salvifico ("Anche SE non la voterò"), che lascia per fortuna aperto almeno uno spiraglio. Eravamo in pensiero. "E sottolineo se", avrebbe detto Mina.
Ci rincuora se non altro vedere come, con un notevole sprezzo del pericolo, Grilli abbia espresso alla vigilia della tornata elettorale tanta e motivata ammirazione per un soggetto politico che è pur sempre leader in pectore del Centrodestra. Certo, si sarebbero potute accontentare più lettrici (ma le altre, quelle di sinistra, a proposito, che cosa ne pensano?) citando anche Matteo Salvini. Certo, si poteva fare ancora meglio tirando in ballo Silvio Berlusconi e spiazzando tutti con un "Ma io voterò Forza Italia" finale. Però la nostra, saggiamente, non ha voluto strafare. Era già tutto così stupendo.
Il banchiere Mario Draghi. Ha rassegnato le sue dimissioni.
Da tempo mi sono stancato di provare a capire le dinamiche che guidano l'inazione di questa classe politica di nani sui trampoli e ballerine sciancate (ma molto in movimento, rimestando nel nulla). Vivono in campagna elettorale permanente effettiva perculando i loro elettori e cercando ogni occasione per mettere in atto eclatanti prove di forza allo scopo di guadagnare consensi nei sondaggi. L'unica parola che mi viene in mente è autolesionismo, oltre al tentativo perenne di conservazione della specie improduttiva. Perché diciamolo, il mandato da tempo non è più concepito come servizio al Paese ma rifugio di diversamente abili in altre attività. Hanno creato tale e tanto disamore verso la politica che Tafazzi non avrebbe saputo fare meglio percuotendosi ripetutamente gli zebedei. Fanno male a tutti e a loro stessi per salvare loro stessi.
Credevo che l'ultima sceneggiata fosse un teatrino più o meno concordato con Sergio Mattarella per rimettere in sella Mario Draghi in sicurezza almeno sino al voto. Invece a quanto pare gli hanno talmente frantumato i gioielli di famiglia che questo se ne va. Draghi non è infallibile e ragiona un po' troppo da Amministratore Delegato. La democrazia parlamentare vive di tanti compromessi e sfumature. Ma l'uomo è così, le circostanze che l'hanno portato alla Presidenza del consiglio erano (sono) a dir poco eccezionali. Ed è anche la persona indubbiamente più capace e con la migliore reputazione internazionale in mezzo a un branco di cialtroni. Valeva la pena di prorogargli la corsa almeno sino a chiudere il giro, ma ha resistito sin troppo senza mandare tutti a ranare. Ci sarebbero state (ci sono) ancora questioni importanti da risolvere. Ma i pagliacci autolesionisti hanno estremo bisogno di riguadagnare i riflettori. Nella vana speranza di convincerci della loro utilità.
Da sinistra, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, leader rispettivamente della Lega e del Movimento 5 stelle.
È singolare come Centrodestra e M5S si siano spaccati e siano implosi quasi contemporaneamente. Dopo un lungo e progressivo processo di deterioramento. Nel Centrodestra tutto è iniziato dall'estate del Papeete. Lasciato il Governo, Matteo Salvini è andato visibilmente nel panico, iniziando a infilare un errore pesante dietro l'altro (ne abbiamo parlato spesso anche qui) e a perdere drammaticamente consensi nei sondaggi. Nella Lega Giorgetti vorrebbe farlo fuori, ma non è abbastanza noto al grosso pubblico e incisivo nelle piazze; e Luca Zaia ho l'impressione che tenga soprattutto al suo Veneto. Oppure fa un gioco scaltro, di lento logoramento salviniano. Al contempo, cresceva Giorgia Meloni, destabilizzando la leadership di Matteo da Milano nella compagine.
Mentre Silvio Berlusconi, dall'alto del suo 7% circa, pretendeva di dire ancora la sua. E l'ha dimostrato al momento dell'elezione del Presidente della Repubblica, costringendo gli altri due a capriole fantasmagoriche per fingere di sostenere la sua candidatura, che non volevano. Che nessuno voleva a parte lui. Dopo le due figuracce salviniane dei due nomi femminili per il Quirinale finiti in niente, la resa dei conti. Ognuno per conto proprio a leccarsi le ferite. In zona Cinquestelle, dove tutti si odiano fra loro da sempre (ma non è carino dirlo), Giuseppe Conte ha perso un po' di appeal dopo aver lasciato la poltrona di primo ministro, e Luigi Di Maio, che stava alla finestra (così come Di Battista, solo che non la apre mai davvero, e tutto ciò fa un po' ridere) ne ha approfittato. Grillo ne ha visibilmente pieni gli zebedei ormai da anni di tutto, e tra le grane del figlio e l'uscita di scena di Casaleggio, che l'aveva ingaggiato, sembra che intervenga solo ogni tanto per metterci una parola pubblicamente. Il minimo sindacale. Perché in fondo agli occhi degli elettori è sua la creatura che langue fra litigi, uscite di scena e scissioni.
Devo dirlo: mi fa tenerezza. Ma una tenerezza struggente, malinconica, devastante. Vedere Silvio Berlusconi che - alla sua tenera età e con tutto il pregresso politico, giudiziario e mediatico che ha interessato la sua persona - crede davvero di poter diventare presto Presidente della Repubblica al posto di Sergio Mattarella, mi mette addosso un sapore che fatico a spiegare. Che sa più d'amaro che di rabbia.
A parte il fatto che fatico a comprendere (ma questo da sempre, persino da quando la cosa aveva un valore aggiunto indiretto anche per gli interessi aziendali del Cavaliere) come uno come lui, multimilionario, si interessi ancora ai teatrini della politica nostrana invece di spaparanzarsi con un cocktail in mano a bordo piscina in una villa su qualche isola sperduta. O su uno yacht imbottito di medici, paramedici e apparecchi medicali al posto dell'equipaggio.
Però conoscendo la tigna dell'uomo, padre e soprattutto padrone di Forza Italia (dove i suoi non sanno più come arginarlo), tutto rientra in una dimensione forse comprensibile. Dicono che per arrivare al gol gli manchino 54 voti dei Grandi Elettori. E magari già da tempo il nostro sta lavorando sottotraccia per accaparrarseli. Chi può dirlo?
Finirà in niente, ovviamente. Prevarrà il buon senso, se non prevarrà il senso dello Stato. È qualcosa che non sta né in cielo né in terra. Ma solo il fatto che noi si sia qui a parlarne, lascia intuire come siamo messi.
I leader del Centrodestra sconfitto, sia a Milano che a Roma: Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.
Tralasciando il dato non trascurabile dell’astensionismo alle stelle, fossi in Enrico Letta non farei tanto il figo. Il risultato elettorale di oggi non è in realtà frutto di una vittoria o di particolari strategie del Pd, ma soprattutto figlio di una grande sconfitta del Centrodestra. E non per via dei recenti scandali o scandaletti. Credo che gli italiani abbiamo vissuto molto male le uscite contraddittorie e insensate della Destra su Covid, vaccini e Green pass.
Il Paese, che già si fida poco della politica e la vive con insofferenza, voleva soltanto rialzarsi dopo la batosta del virus. Con fatica e pazienza. Avrebbe preferito trovare un fronte compatto. Un vero Governo di unità nazionale e poche divagazioni per amore di parrocchietta o per recuperare nei sondaggi. La popolarità di Mario Draghi lo dimostra. Invece gli italiani si sono trovati di fronte gente che a Destra remava contro per puro interesse di bottega. L’hanno capito e non l’hanno gradito. È un voto che non deve né può stupire.
I risultati delle elezioni comunali dell'ottobre 2021 a Milano.
Parliamoci chiaro: a Milano era scontato che fosse riconfermato Beppe Sala. Ha lavorato bene, ed è stato premiato. Quel che non ci si aspettava (in questi termini) era una sconfitta così pesante di Luca Bernardo, l'uomo fortemente voluto da Matteo Salvini, e il tracollo del Centrodestra. 57,7% contro il 32% non sono parole o analisi politiche, ma numeri che bruciano, soprattutto in Lombardia, tradizionale feudo leghista.
La gente ha capito il bluff vivente e si allontana sempre più dal confuso, ormai molto confuso imbonitore prossimo alla liquidazione da parte di Giorgetti, vista la sempre più marcata spaccatura interna. Anche nel resto d'Italia Centrosinistra e Pd (che è soprattutto apparato) hanno vinto, come di consueto, facendo paradossalmente ben poco. Sfruttando soprattutto gli errori altrui, che sono parecchi. E non parlo tanto dell'inchiesta di Fanpage, che credo poco abbia impressionato gli elettori di Fratelli d'Italia: sapere che a Milano ci sono loro eletti che inneggiano al fascismo e prendono soldi in nero non penso li preoccupi particolarmente. E del resto Silvio Berlusconi, che forse sogna ancora illusoriamente il Colle, è stato impeccabile. Ormai sembra uno statista vero.
Parlo soprattutto di come la Lega e Salvini hanno gestito la questione vaccini e Green Pass. In modo ondivago, contraddittorio, fra continue retromarce e cambi di rotta insensati e dettati dalla disperazione del capo a picco nei sondaggi. Per accaparrarsi i voti di qualche picchiatello no-vax, sono andati a perdere il consenso della maggior parte dell'elettorato del Carroccio che giustamente nei vaccini credeva e crede, e l'ha dimostrato. Ha pesato più questo aspetto che non la vicenda di Luca Morisi, che pure di certo bene non ha fatto all'immagine di Salvini e della Lega tutta. Poi ci sono stati il boom del Centrosinistra a Bologna e quello del Centrodestra in Calabria. E Roma, dove la batosta per i 5 stelle è stata letale: perse in pochi anni 550 mila preferenze, Virginia Raggi è riuscita a rimediare un 20%; ma il vero exploit è stato Carlo Calenda (se avessi votato nella Capitale l'avrei premiato anch'io), che è arrivato a numeri notevoli dal niente con una lista civica. Là il Centrodestra chiude il primo giro tre punti sopra il Centrosinistra, ma dovrà soccombere al ballottaggio perché dubito che gli elettori di Raggi e Calenda daranno il loro voto a destra.
Che il no-vax sia autolesionista e un po' delirante ci sta, è nella sua natura (ho letto post di gente che mi è toccato cancellare dai contatti, carichi di livido rancore, frustrazione, convidivisione di qualsiasi fake news da social pur di avvalorare in ogni modo le proprie tesi complottiste o negazioniste), ma che il no-vax diventi anche violento, è inaccettabile. Quindi mi auguro che lo Stato provveda quanto prima non solo a neutralizzare i facinorosi, ma anche a stabilire l'obbligo vaccinale. E appena ora, a settembre, qualche pazzerello bloccherà treni di pendolari, qualche bidello picchierà giornalisti, qualche sconsiderato minaccerà a destra e a manca, si farà (mi auguro) i suoi bei 10-15 giorni "ar gabbio", come dicono a Roma. Poi se ne riparla.
Questo scritto illiberale, nella sua essenza un po' fascio (direbbero i no-vax) dovrebbe piacere tanto a Giorgia Meloni, che invece per ragioni di crescita politica si ritrova bizzarramente a fare il gioco opposto. Un gioco molto pericoloso. Vedevo poco fa in città la sua faccia photoshoppata su alcuni cartelloni per le comunali di ottobre: "Meloni per Milano". A ogni stagione, la sua frutta. Sembra quasi uno slogan da Milano da bere, che ammicca un po', tra Colpo Grosso e le feste all'Hollywood. Io sono all'antica: continuo a preferire le angurie.
Persino Vittorio Sgarbi, accodatosi a un Centrodestra che si pone a volte in modalità apparentemente anti-vaccinale o anti green-pass solo per ragioni di opposizione e opportunità politica, non certo per rispetto delle esigenze sanitarie del Paese (e di questo risponderanno alla loro coscienza), messo alle strette poco fa da una giornalista in tv ha ammesso: "Ho il green-pass, ho fatto le vaccinazioni, ho tutto". E alla fine si sono vaccinati anche Matteo Salvini (che ha fatto per un po' il simpatizzante no-vax - diciamo così in modo sbrigativo - per non perdere altri voti) e Giorgia Meloni. Che si candida a nuova leader dello schieramento. E' stucchevole tutto questo perché siamo all'"armiamoci e partite".Vabbé, dirà qualcuno: Sgarbi ormai è politicamente bollito da anni. Ed è perfettamente vero, non fa testo. Però sempre lì si torna. I teatrini politici danneggiano il Paese. Remare contro le vaccinazioni solo per vellicare una parte del tuo elettorato, è autolesionisitico. Per il futuro del Paese stesso, che ha estremo bisogno di liberarsi dall'autunno o comunque prima possibile dall'incubo del Covid. E le vaccinazioni a tappeto, c'è poco da fare, sono l'unico modo. Il successo si raggiunge con una percentuale alta - almeno l'80% - dei vaccinati. Chi non si vaccina (se non ci sono stringenti motivi medici di incompatibilità) è come Tafazzi. Solo che non martella soltanto sugli zebedei propri, ma su quelli di tutti noi. Per questo quando vedo circolare fake news in materia, i deliri di qualche "non mi vaccino per partito preso, sono più furbo degli altri, non faccio come voi massa di stolti" ("Movacaghèr", direbbe Verdone), o le sceMeggiate politiche di gente che poi fa il contrario di quel che predica al pueblo o soltanto ammicca al pueblo (questi sono i peggiori), mi viene da piangere.
Beppe Grillo, il Garante del M5S, che si definisce "elevato".
Non che ci si potesse aspettare di meglio da questo Paese, che di sorprese in questo senso ne ha riservate sempre pochissime, ma il disfacimento del Movimento 5 Stelle (sotto gli occhi di tutti) è di una tristezza devastante: Casaleggio Junior che litiga con gli altri e vuole mantenere il data base degli iscritti in capo all'associazione Rousseau; si va per avvocati. Luigi Di Maio in ruggine (sottotraccia) con Alessandro Di Battista, che è sempre lì un po' alla finestra e un po' no in attesa di capire che cosa fare per non bruciarsi; e intanto si brucia, facendo il vecchio saggio che commenta i lavori nei cantieri; Giuseppe Conte e Beppe Grillo che si mandano reciprocamente a ranare in uno scenario livido di ricattini, esternazioni, sparate mediatiche.
Per tenere ostinatamente la palla su qualcosa che stava già faticosamente insieme prima, e che ora sta diventando difficile da gestire. La figura di Grillo, il Garante che perde colpi e ironia impazzendo nel tentativo di non perdere potere (quando sembrava sino a poco tempo fa sul punto di lasciare), è quella che ne esce peggio. D'accordo, c'è la grana del figlio da gestire, ma non l'ho mai visto in queste condizioni. Un brutto spettacolo, per uno che sapeva regalare show non stupendi, indimenticabili. Ma la politica è un'altra partita. E, come in tutte le cose nella vita, bisognerebbe avere la forza di fermarsi qualche attimo prima e uscirne; qualche attimo prima di fare pena.
Il leader della Lega Matteo Salvini, succeduto a Umberto Bossi.
Ingiustamente dileggiato per il suo giocare all'opposizione pur essendo nella compagine di Governo, nonché per la demagogia con la quale sta cercando da q ualche tempo di mettere il cappello su riaperture, zone bianche e decisioni in tema di mascherine (purtroppo tutto già stabilito da Mario Draghi e dal CTS), Matteo Salvini pesta ancora i pugni sul tavolo. L'ottimo leader della Lega ha così ottenuto per il prossimo futuro degli italiani di dettare il calendario di alcune priorità:
- L'appuntamento col Natale fissato inderogabilmente per il 25 dicembre. - Un grande evento musical-televisivo, battezzato "Festival di Sanremo", in onda su Rai1 tra febbraio e marzo, probabilmente con Carlo Conti alla conduzione. Finalmente un'idea nuova. - La riconferma delle accise sui carburanti, che da tempo aveva promesso di togliere, ma che trova ormai psicologicamente così rassicuranti... - Carni da cuocere su una piastra esposta al fuoco, altrimenti dette Grigliata di Ferragosto, probabilmente in data 15 agosto. - Possibilità per gli italiani vaccinati con la seconda dose di viaggiare all'estero senza tamponi né quarantene utilizzando quello che lui stesso ha voluto definire "Green Pass", in omaggio ai colori della sua formazione politica.
Il discorso di Mario Draghi al Senato mi è piaciuto molto, ma su questo non avevo alcun dubbio. Tra le sottolineature che mi hanno colpito (tralascio il dovuto ringraziamento a Giuseppe Conte che, checché ne dicano i fanatici, si è trovato a gestire un’emergenza epocale, e l’ha fatto in modo complessivamente più che degno) ci sono questi:
1) Pandemia first, ma sostegno alle imprese. 2) Sostegno in futuro alle attività che hanno un futuro, penalizzando (“Accompagnando alla transizione”) quelle che visibilmente non l’hanno. È inutile buttare soldi nei pozzi vuoti. 3) Promessa di una grande, dovuta attenzione all’ecologia. 4) Riforma fiscale globale, e in bocca al lupo perché saranno cavoli amari. 5) Una carezza ruffiana alla politica, proprio quando alla politica viene chiesto l’ennesimo passo indietro per lasciare spazio al tecnico, all’uomo forte. Ma la politica negli ultimi anni e negli ultimi mesi è stata a dir poco imbarazzante e ora deve salvare la faccia grazie a lui. 6) La precisa indicazione che il sostegno a questo governo contempla l’accettazione totale dell’Europa e dell’irreversibilità dell’euro.
La tenerezza triste, malinconica del Movimento 5 Stelle, che vuole sottoporre al voto sulla piattaforma Rousseau l'entrata o meno nel Governo di Mario Draghi. Come mi è capitato di dire altre volte, riecheggiando il buon Fantozzi, la piattaforma Rousseau è sempre stata "una cagata pazzesca" (cit.). Senz'altro una geniale trovata di marketing politico del primo Casaleggio, ma costituzionalmente sempre "una cagata pazzesca". Una volta che hai votato i tuoi rappresentanti, quelli si insediano nelle Camere, votano e governano. Non può esistere in natura una sub-consultazione con gli iscritti della base per poi decidere o avallare ogni cosa quegli altri debbano o dovrebbero fare.
E' come se l'Amministratore Delegato di una società, prima di prendere ogni decisione che la riguarda, dovesse convocare un'assemblea on-line con tutti i soci e ottenere il placet. Un'assurdità che solo in Italia può prendere corpo e materializzarsi. I grillini sono (ormai) un partito come gli altri, se ne facciano una ragione. Anzi, lo sono sempre stati. E siccome all'inizio, con il boom, hanno tirato dentro (come è ovvio che sia) anche parecchi soggetti "not 100%", come direbbe un amico, almeno abbiano la decenza di tacere e tirare dritto.
Da sinistra, Mario Dragi e il leader della Lega Matteo Salvini.
Molti lo deridono, ma fa piacere (lo dico senza particolare ironia) vedere come Matteo Salvini, l’antieuropeista per antonomasia, si sia deciso a entrare nel Governissimo di Mario Draghi, l’ultimo vessillo dell’europeismo. Draghi lo spauracchio dei sovranisti. Draghi “il liquidatore”, l’uomo dei poteri forti. Pur di esserci ed entrare al Governo, visto che comunque il centrodestra si era già spaccato con l’ok di Silvio Berlusconi, Mr. Papeete ha deciso che fosse meglio non aspettare sino al 2023 e staccare il biglietto per il viaggio col dottor Draghi. Che farà buone cose (a dispetto della Lega più esaltata) e gli consentirà di ripulirsi un po’ un’immagine distrutta dal dissennato lavoro fatto (tutto da solo) dopo aver lasciato il Governo. La decisione scellerata dalla quale non si è più ripreso.
Avrà tutto il tempo a fine legislatura per tornare a essere il cazzaro di sempre. Quello che tutti amiamo. Quello che fa un’ottima comunicazione politica protestataria nelle piazze, in campagna elettorale, ma che non sa neppure da che parte si cominci a provare ad aggiustare un Paese. Meglio che lo faccia un caro, vecchio buon europeista competente e stimato figlio dei poteri forti che ha già salvato il culo all’Europa e (stando in Europa) più volte all’Italia. Se sei nel mucchio selvaggio puoi sempre prendere una parte dei meriti oppure andartene protestando a cavallo di una ruspa qualora il vento dovesse cambiare.
Una smorfia ammiccante del fighissimo Matteo Renzi, leader di Italia Viva.
TRADUZIONE E SINTESI IN LINGUAGGIO MENO AULICO DEL DISCORSO PRONUNCIATO IERI SERA DA MATTEO RENZI, DOPO L'INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Sono figo. Ma visto che tutta Italia, da quando ho fatto cadere il Governo, mi sta massacrando di critiche (giustificate, ma non lo posso certo ammettere perché sono strafigo), preciso che: anzitutto il Governo lo fo' cadere quando mi pare e piace perché con i miei quattro gatti io sono l'EGO della bilancia, e se non mi fate sentire costantemente - ho detto costantemente - che nella coalizione conto qualcosa, porto via il pallone. Tiè. Tiè. E ancora tiè. Specchio riflesso, faccia di serpente! Poi va ribadito che sono figo. Così figo che ho capito che qui le nuove elezioni non le vuole nessuno, pertanto mica me le posso intestare io. Di suicidi politici ne ho già fatti a iosa.
Quindi vi tengo ancora tutti per le palline almeno ancora per una settimana buona, tra veti, vetini, vetucci incorciati... Vieni avanti vetino! Poi farò quello che con estrema generosità e bontà d'animo (dopo aver portato a casa quel che si può, perché so' figo da morire) farà la scena di cedere, ma solo, sia chiaro, per il bene del Paese: voglio parlare di politica (e al massimo di fard), non di poltrone. Intanto a voi qui dico che non c'è nessuna riserva sul nome di Conte (ma a Mattarella ho appena detto l'esatto contrario e farò tutto il possibile per farlo cadere), tanto che mi frega. Sono un oratore e un politico di razza, di grande caratura. E guadagno un milione di euro l'anno, soprattutto con le consulenze all'Arabia Saudita. Terra illuminata. I 14 mila mensili da senatore sono solo bruscolini nel mio bilancio familiare. Ci si vede alla mezza, bischeracci povery! (Ma per caso ve l'ho già detto che sono figo come il mare? Dovrei mettermi a fare anche lap dance, tanto sono figo).
Da sinistra, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Matteo Salvini.
Il Senatore Vitali, che aveva annunciato ieri il passaggio al nuovo gruppo dei 10 europeisti raccattati per salvare il salvabile dopo l'inspiegabile crisi di Governo egoriferita voluta da Matteo Renzi, ha informato oggi la stampa di averci ripensato dopo una telefonata di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini ed è dunque tornato nei ranghi di Forza Italia. Ora, è risaputo che la politica è "Sangue e merda", come diceva il vecchio socialista Rino Formica. E se il problema è sacrificare la testa del pur popolare Giuseppe Conte, perché sia il cazzaro verde che quello fucsia ormai la vogliono sul piatto, sia pure sacrificata la testa di Conte. Che problema c'è? Bisogna essere realisti in queste cose, ed è sempre stato uno degli scenari possibili.
Ma quel che trovo insopportabile è che questi odi personali e giochetti di partito fatti non nell'interesse del Paese che dovresti rappresentare, ma esclusivamente per il bene tuo e della casacca che porti, siano fatti tirando per le lunghe in questo momento, drammatico per l'Italia, per l'Europa e per il mondo. Quando avremmo disperatamente bisogno di chiudere velocemente questo teatrino imbarazzante e fingere che non sia mai avvenuto per avere ancora un vago stimolo in futuro per andare ancora alle urne. Renzi, Berlusconi, Salvini. Ricordiamoci questi nomi.