domenica 14 giugno 2020

MARIKA CISLAGHI * LA REGINA DEI CASTING TELEVISIVI CERCA PUBBLICO E TALENTI

La talent scout Marika Cislaghi, titolare dell'agenzia Parterre.
 Avete presente 90.000 spettatori? È una volta e mezza la capienza dello stadio San Paolo di Napoli. Bene, c’è una donna che ogni anno, a Milano, «muove» novantamila cristiani (da tutta Italia) prevalentemente verso gli studi Mediaset di Cologno Monzese. Una continua transumanza di pubblico, né pagato né pagante, che riempie le platee di tutti i programmi di Canale 5, Italia 1 e Retequattro. Accendi il televisore a qualsiasi ora del giorno e della notte, e la sua truppa è in onda.
Si chiama Marika Cislaghi, ha 40 anni, è di Locate Triulzi, e da venti è diventata la traghettatrice di quest’Italia televisionara.
Sposata, un figlio di otto anni, studi come segretaria d’azienda, alla fine due società le ha fondate lei: Parterre TV e la gemella MG Fiftyone.


Marika, lei dà lavoro a quante persone?
«Ventiquattro. Quindici a libro paga e le restanti a partita Iva».
Avete un data base con i nomi dei potenziali spettatori?
«Sì, ospita 300 mila persone in età fra i 18 e i 60-70 anni». 

Nessuno viene pagato per andare in onda?
«Nessuno. E arrivano con mezzi propri, oppure prendono la navetta Mediaset alla fermata della metro di Cascina Gobba».
Neanche un tramezzino?
«No. Se devono fermarsi a lungo consigliamo di portare qualcosa da casa oppure, come si dice: “Di venire già mangiati”».

Però qualcuno di loro lo pagate.
«Esiste un elenco a parte dei cosiddetti figuranti, in genere attori o persone che corrispondono a ben precisi requisiti estetico-anagrafici. Questi, se espressamente richiesti dalle produzioni, possono prendere 50 euro lordi per un impegno di un paio d’ore circa, e si arriva a 86 per l’intera giornata».
Non male, di questi tempi.
«Sì, ma se succede vuol dire che ho fallito io». 

In che senso?
«Vengo compensata forfettariamente per riempire le platee televisive. Se manca gente e all’ultimo devo pagare qualcuno per tappare i buchi, vuol dire che ho sbagliato l’organizzazione».
Quindi, come si fa?
«Esempio: “Verissimo” con Silvia Toffanin si registra il giovedì e servono 240 persone. Devo convocarne 270-280, per compensare chi poi non si presenta. Gli uomini sono i meno affidabili». 

Tanto per cambiare. Ci saranno gli abituée…
«A “Mattino Cinque” da Federica Panicucci, per esempio, vanno praticamente sempre le stesse persone. Si fanno certe levatacce…».
I clienti fissi sono una garanzia.
«Non sempre, perché ci sono anche i fenomeni: quelli che prendono confidenza e vogliono sedersi dove credono per apparire a ogni costo. Gente magari di vent’anni che non sa fare niente nello spettacolo e che non sa che mai avrà successo. O presenzialisti di 50-60». 

Qualcuno nell’elenco dei non pagati può finire nell’altro?
«No, mai. Non deve né può succedere. È una regola. I figuranti sono giovani e mezzi attori di professione, che seleziono con grande cura».
Ma a volte sono espressamente richiesti anche per ragioni pubblicitarie, per ammiccare al pubblico cosiddetto «attivo».
«Sì. Succede quando le produzioni vogliono volti 20-30-35 anni massimo per svecchiare i programmi e dare loro un’immagine più giovane. Per esempio quest’estate a “Tiki Taka Russia” di Pierluigi Pardo ne hanno chiesti un sacco». 

Fate anche casting veri e propri?
«Certo. Ormai le mie società fanno di tutto: una moltitudine di servizi con e per agenzie pubblicitarie e fotografiche, servizi navetta aeroportuali… Forniamo anche il body guard alla signora Barbara D’Urso».
Quali sono i programmi che come pubblico vivono totalmente di vita propria?
«”Le iene”, “Striscia la notizia” e “L’isola dei famosi”. Sommando “Le iene” e “Striscia” riceviamo su Facebook o via e-mail 80-100 richieste al giorno. Per tutto il resto bisogna ricorrere spesso al data base». 

Quali sono i personaggi Tv più affabili con gli spettatori in studio?
«Gerry Scotti con le sue sciure. Ma soprattutto Teo Mammucari, che rende inutile persino il cosiddetto scaldapubblico, la persona che intrattiene la gente prima dell’inizio dello show. Teo è splendido, si mescola alla gente in full immersion. Ma anche Fabio Volo, col quale feci “Lo spaccanoci” nel 2005, a telecamere spente fu un grande».
Chi è più restio?
«Direi Luca e Paolo, coi quali ho fatto “Le iene”. Qualche selfie anche loro l’hanno fatto, per carità, ma la loro disponibilità con la gente non è paragonabile a quella di chi ho già citato». 

È vero che gli spettatori portano regali ai conduttori?
«Spesso. Fiori, ma soprattutto cibo: pasticcini, torte, marmellate… L’altra settimana ho chiesto a un personaggio - non farò il nome - che aveva ricevuto alcuni omaggi di uscire a ringraziare e mi ha risposto: “Ma figurati!”. Credo sia sbagliato, perché in fondo se sei lì ci sei grazie a queste persone. Che amano essere un po’ coccolate».
Momenti difficili, ne ha vissuti?
«Due anni fa “Pomeriggio Cinque” iniziò presto, il 31 agosto, e in studio faceva particolarmente caldo. Non era in funzione l’aria condizionata, e la gente iniziò a non farcela più. Finché dovette intercedere la D’Urso e riuscì a far sistemare le cose». 

Niente di così drammatico.
«Ma una volta rischiai il linciaggio: alcuni anni fa a “Lo show dei record”, conduzione D’Urso, sempre per la regola delle convocazioni in numero maggiore, facemmo troppa confusione e ci ritrovammo all’inizio della registrazione con 47 persone in più. Davvero tante, venute apposta, e alle quali bisognava comunicare con delicatezza che dovevano andarsene. Iniziarono insulti, male parole, spintoni. Scesero anche i produttori per cercare di placare una rabbia che era ormai incontenibile. Niente. Li spingemmo a fatica fuori dal portone dello studio e sprangammo, ma ormai avevano preso coraggio, urlavano, picchiavano pugni. Una rivolta. Mi spaventai davvero».
E l’episodio più divertente?
«Il gorgonzola di Gerry». 

La ascolto.
«Una signora del pubblico portò in regalo a Scotti una forma di gorgonzola. Alla fine delle registrazioni un mio collaboratore, per errore, prese la forma e il resto e la portò nei nostri uffici, vicini a Cologno Monzese. Telefonarono subito dalla redazione per reclamare il gorgonzola. Spiegammo, scusandoci, che l’avremmo restituita la mattina successiva. Niente: mandarono un taxi che se ne andò con la forma di gorgonzola da riportare a Gerry piazzata sul sedile posteriore».
Quante telefonate riceve al giorno?
«Un numero incalcolabile. Da un po’ di tempo alle 16 lascio l’ufficio e delego molto a valenti collaboratori. Ma il cellulare squilla fino alle 22, minimo. Tra 10 anni smetto, non voglio morire».


(DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2019) 

venerdì 12 giugno 2020

IVA ZANICCHI: "IO SPONTANEA, MARA MAIONCHI HA LA PAROLACCIA MONTATA DI SERIE"

Iva Zanicchi opinionista del «Grande Fratello». La notizia girava, ma è servito molto tempo per ufficializzarla. Iva, ci faccia sognare: ha tirato sul prezzo?
«Ma nooo, hanno temporeggiato loro: aspettavo di firmare o di avere almeno una stretta di mano precisa».
Oggi lei guadagna di più facendo dischi e concerti, o con la tv?
«Ma parla solo di soldi, lei? Sono cose diverse: un disco richiede tempo: mesi, anni, cura. Un cd ti rappresenta, dura, è oltre il vil denaro. Il GF è tv di consumo e dopo poco si dimentica. Comunque sì, il video mi rende di più». 

Perché ha accettato?
«Guardare dal buco della serratura piace un po’ a tutti: è il segreto di questi show. Da piccola, a casa di mio zio, poggiavo l’orecchio contro il muro per sentire litigare i vicini».
In più, commenta il tutto formando una strana coppia con Malgioglio.
«Che conosco da 40 anni. È un fumetto, lo dico in senso buono. Bizzarro e col fiuto di capire che cosa piace alla gente. Mi ha già scritto due nuove canzoni». 

Deve dire la sua su maschioni palestrati a petto nudo che si agitano nel serraglio di Cinecittà. Suo marito Fausto Pinna non è geloso?
«Eh, ma mica sono dentro la Casa! E poi guardi, anche se fosse, per le quarantenni è un conto: oggi sono ragazzine. Ma le 70enni che vanno con i 30enni, sono aberranti».
È una diretta continua. Per essere aggiornata su tutto, adesso le tocca stare 24 ore davanti alla tv!
«Ma scherza?! Altroché 24! Non ci starò manco 12. Ogni tanto vado a buttare l’occhio, certo, ma c’è comunque l’infaticabile D’Urso che fa il grosso, l’80-90% del lavoro». 

Parteciperebbe come concorrente?
«Se mi dessero una sberla di soldi, forse… Ma guardi, non credo: nel 2005 feci “Music Farm”, dove pure eravamo serviti e riveriti, e c’erano le storie d’amore dubitabili, tipo Dolcenera e Baccini; dopo 40 giorni volevo scappare. Non sopporto di stare senza leggere, vedere la tv, il cellulare…».
E l’«Isola dei famosi»?
«Me l’hanno proposta ogni anno, tranne l’ultimo, da quando esiste: non andrei per nessuna cifra al mondo. Manca il cibo, ci sono i mosquitos… Devo litigare per un cocco? Figurati! In questa edizione la mancanza di rispetto nei confronti di Riccardo Fogli, me lo lasci dire, è stata una cosa tristissima». 

Dopo il «Grande Fratello», che cosa l’aspetta?
«Il 10 agosto al mio paese, Ligonchio, ci sarà una festa-concerto per i 100 anni della vicina centrale idroelettrica. Faremo cascare il mondo».
Qual è la tv che non ama?
«I talk-show: non mi beccheranno mai più: c’è gente che urla e dice cose mostruose per prevalere. In un talk giornalistico fu l’unica occasione della mia vita in cui persi davvero il controllo». 

Che cosa successe?
«Ero in politica solo dai sei mesi: il sindacalista di una fabbrica pretendeva di affibbiare a me e al mio “padrone” Berlusconi tutti i mali del mondo: gli tirai un vaffa, un’altra offesa, e lasciai lo studio».
Chi le piace, invece?
«Chiambretti, perché è sveglio: ho fatto con lui “La Repubblica delle donne”. Ti provoca sino a farti arrivare esattamente dove vuole, tu parli, lo fai felice, e poi magari ti rimprovera». 

La considero da sempre un idolo pagano di noi giornalisti perché lei può dichiarare tutto e il suo contrario nell’arco di poche ore. Spontaneità? Studio? Ci spieghi.
«Non c’è mai calcolo. Nei giorni in cui sono carica, faccio le fiammate; se è il giorno down, invece è come cavare sangue dalle rape. Ma sono stata bugiarda e voglio essere molto sincera con lei: non creda alla leggenda della Zanicchi fuori controllo. Anche se sono sopra le righe so sempre esattamente ciò che dico e dove fermarmi».
Fatto sta che se in tv si cerca una signora d’esperienza che dica le cose con schiettezza, o si chiama lei, oppure Mara Maionchi.
«Siamo in realtà piuttosto diverse, sa? Lei secondo me ha la parolaccia un po’ troppo montata di serie sul personaggio. Io sono un po’ più pudica: se mi scappa, mi scappa». 

È vero che a «Sanremo Young» avete litigato?
«C’è stato un episodio sgradevole: si stava valutando il talento di una ragazza, e non eravamo d’accordo. Lei a un certo punto, tra la diretta e il fuori onda, mi guarda e sbotta: “Tu di musica non capisci un c…”. Non so, io non mi sarei mai permessa. Boh…».
Lei, Mina, Milva… Un tempo nella nostra canzone era tutto un fiorire di aquile, tigri e pantere in lotta. Perché sono finiti questi dualismi? Erano già piazzati tutti gli animali?
«Chiuso il serraglio, finiti gli animali. O finiti quelli nobili. Ma poi erano cose create dai giornali. Noi all’epoca con le altre ci vedevano tre volte l’anno: Sanremo, Disco per l’estate a Riccione e a Napoli per “Studio uno”. L’unica con cui sono rimasta amica è la Caselli». 

Guardando la giuria di «Ora o mai più», show rivelazione di Raiuno, mi è venuto spontaneo pensare: lì dentro manca la Zanicchi. Che cosa ne pensa?
«Le rivelo una cosa: mi hanno già proposto quest’anno di farlo. E se me lo riproporranno, penso che ci sarò. I cantanti ancora spendibili che danno un’altra occasione alle meteore: mi piace. Stavolta sono riapparse voci ottime, come la Morlacchi e la Minetti. Poi si discute un po’, ma basta che non manchi mai il rispetto».
Lei vive in questa splendida villa in Brianza dal 1971. Una vita. Quali personaggi di spicco ha ricevuto?
«Tanti. Da Aznavour a Fausto Leali, da Alberto Lupo a Mike Bongiorno. La prevengo: Berlusconi no, perché Arcore è a 500 metri in linea d’aria da qui e sono sempre andata io da lui. Anni fa con quelli del giro tv facevo un paio di volte l’anno alcune belle feste in costume premiando le maschere migliori: settimane per due in Sardegna, materassi stile Mastrota…». 

Perché ha smesso?
«Si era perso lo spirito. Peccato. Ma quest’anno ho organizzato uno stupendo gruppo d’ascolto per Sanremo chiamando il miglior catering della Brianza. C’era tutto il cast del musical che ho fatto, “Men in Italy”, e poi è passata a trovarci anche la D’Urso».
Una cena elegante?
«Certo, nel senso letterale del termine». 

Questa sua casa, la farebbe spiare 24 ore su 24 dalle telecamere?
«Massì, potrei persino renderla un set. Sono piuttosto disponibile, come avrete notato. Però ci sono zone inviolabili».
Come la stanza da letto, che non ci ha lasciato fotografare. Sa che saremo rimproverati dal direttore?
«Quella, come diceva mia nonna, è e sarà sempre inviolabile. Gli dica che la Zanicchi dorme in piedi, come i cavalli!».


(DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2020) 

giovedì 11 giugno 2020

LA VITA DI ALVARO VITALI * DA PIERINO NELLE COMMEDIE SEXY ALLE BARZELLETTE

L'attore Alvaro Vitali con la moglie Stefania Corona.
Anche l’occhio vuole la sua parte; ma quello di Alvaro Vitali, piantato a spiare nobili docce femminili (dalla leggendaria Edwige Fenech a Gloria Guida, passando per Barbara Bouchet, Lilli Carati e Annamaria Rizzoli) nei buchi della serratura di una miriade di B movies degli Anni 80, diciamolo francamente, si è preso quasi tutto. «Infatti ormai ho la pupilla modificata: lunga e stretta» commenta l’attore romano, che per il complesso dell’opera ha ricevuto anche dal programma di Raidue «Stracult», a Venezia, un finto Leone d’oro alla carriera. In attesa di quello vero, naturalmente. 

Vitali, in questi giorni è sul set con sua moglie Stefania Corona: che cosa sta girando?
«Un servizio fotografico e il promo per una ditta di infissi, che andrà in alcuni Paesi dell’Est, come Romania e Polonia».

Sa che Mediaset ha in animo di resuscitare «La sai l’ultima?», lo storico programma di barzellette? Le piacerebbe farne parte?
«Certo, ma solo come ospite autorevole: avendo una certa esperienza, vorrei mettermi sul trono a fare l’opinionista, anzi, il tronista della barzelletta, e giudicare i concorrenti: bravura, efficacia, tempi comici…». 

Il segreto per raccontarle?
«Sono un mezzo mistero: bisogna dirle bene, certo, ma la resa sul pubblico può variare anche moltissimo da soggetto a soggetto raccontatore, a parità di storiella».

Escluso lei, che è un outsider, chi sono stati i più grandi della commedia di genere nei suoi anni d’oro?
«Lando Buzzanca fu strepitoso, e così pure Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Di loro ho bevuto tutto. Sono i miei punti di riferimento. Se parliamo di attori del filone delle commedie sexy, Renzo Montagnani e Mario Carotenuto». 

La chiamano mai come vip per qualche reality, chessò «L’isola dei famosi»?
«No, anche perché di vip ormai non c’è più manco l’ombra. Ma non andrei: le condizioni di vita sono piuttosto pesanti, e i mosquitos te se magnano vivo. Feci “La Fattoria” nel 2006, perché aveva un bel cast. E al ritorno sposai Stefania, che conoscevo già da sette anni». 

Già, Stefania. Una donna appariscente, per certi versi una Gradisca felliniana. Non le sarà sfuggito, visto che con Fellini lei ebbe frequentazioni cinematografiche.
«Stefania è una persona meravigliosa, con un fisico bestiale. Canta e scrive canzoni. È un sodalizio anche professionale, che ci fa portare in giro uno spettacolo che si intitola “90 minuti di…”. Ci esibiamo insieme fra musica e risate: dura 40 minuti, un’ora, a seconda delle versioni». 

Immagino ne abbiate anche una da un’ora e mezza, se si intitola “90 minuti di…”.
«Esatto! E i bambini vanno in visibilio. Abbiamo inciso anche un disco intitolato “Puzzle Sound”, che contiene la canzone “Aiutaci Pierino”, un inno contro il bullismo diffuso nelle scuole. Il mio storico personaggio cinematografico faceva scherzi e marachelle, ma non ha mai bullizzato nessuno».

Ha mai pensato di scrivere un’autobiografia?
«Ce l’ho in testa: “Una vita da Pierino”. Ho avuto una vita stranissima: alla nascita pesavo un chilo e due, mi portarono via dall’ospedale in una scatola di scarpe; poi sono stato in un istituto, dal quale mi strappò mia nonna, con la quale ho vissuto sino a 38 anni… Prima o poi… Il materiale c’è».

Qualcuno ha mai cercato di boicottarla, sul lavoro?
«Che io sappia, no. Anzi. Negli anni d’oro, in quelle commedie, il nome Vitali era una garanzia. Chiamavano i francesi per conoscere il cast e dicevano: “Ce sta er piccoletto? Bène, se ce sta ‘o compràmo!”». 

Tipico accento parigino.
«Massì, giuro: l’ho saputo da quelli della produzione di Medusa, perché la Francia era il primo mercato di quelle pellicole dopo l’Italia. Dicevano: “Se non ci sei tu, non ci comprano il film”. Tanto che quando uscì “La poliziotta a New York”, il primo nome in cartellone fu il mio. E non le nascondo che Edwige Fenech, l’altra protagonista, si scocciò non poco».


(DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2019) 

SIMONE CRISTICCHI CERCA LA FELICITA' (E NUOVI PERCORSI MUSICALI)

Simone Cristicchi.
Festa della Liberazione speciale al Teatro Verdi di Firenze, dove la sera del 25 aprile andrà in scena un adattamento inedito di «Mio nonno è morto in guerra», di e con Simone Cristicchi. Il cantautore romano proporrà i suoi aneddoti sui piccoli-grandi eroi della Seconda Guerra Mondiale, accompagnato dall’Orchestra della Toscana.

Cristicchi, uno show minimale restituito con l’imponenza orchestrale. Come l’ha modificato?
«Scegliendo per esempio i brani più adatti, come “Signore delle cime” e “Il testamento del capitano”; i canti alpini con orchestra li definirei quantomeno un esperimento».

A Sanremo ha portato «Abbi cura di me», un brano che si occupa della manutenzione dell’amore. Quanti ne ha persi per scarsa manutenzione?
«Di solito mi lasciano… No, dai: diciamo che si era esaurito il sentimento, che è effimero, incoercibile, varia di intensità. I veri amori duraturi sono fatti di umiltà, accettazione, sapersi mettere di fianco».

Lavora a un nuovo album?
«Per ora no: porto avanti il progetto del mio documentario, “Happy-Next – Alla ricerca della felicità”, e vorrei portare a teatro qualcosa che prenda singole parole e le svisceri: amore, dolore, cultura…». 

Qual è la musica che non sopporta?
«Non vedo tv e ascolto le radio che scelgo. Difficile che mi imbatta in cose sgradite. Sono nel periodo colonne sonore e musiche orchestrali. Troppe parole mi confondono». 

Il cantautorato di spessore è alla frutta?
«No, non morirà mai. E Brunori Sas, Le luci della centrale elettrica e gli stessi Baustelle lo dimostrano».


(DAL SETTIMANALE OGGI - APRILE 2019) 

martedì 9 giugno 2020

CHI E' HELL RATON, NUOVO GIUDICE DI X-FACTOR 2020 (CON EMMA, MIKA E MANUEL AGNELLI)

Hell Raton, nuovo giudice di X-Factor insieme con Emma Marrone.
Da settembre su Sky Uno torna Alessandro Cattelan con X-Factor 2020. Al tavolo della giuria Emma Marrone, i rientranti Manuel Agnelli e Mika, e un'altra novità assoluta: il rapper Hell Raton.
Gran debutto per EMMA: una delle voci più amate del panorama musicale italiano, è un’artista versatile ed eclettica con oltre 4 milioni e 500 mila follower su Instagram, oltre 3 milioni di “like” su Facebook, più di 2 milioni e 500 mila follower su Twitter, 400 milioni di visualizzazioni sul canale ufficiale Youtube. Ha pubblicato nell’ottobre 2019 il suo settimo disco d’inediti “Fortuna” il cui primo singolo “Io sono bella”, scritto appositamente per lei da Vasco Rossi, è stato per ben due settimane consecutive il brano più trasmesso dalle radio italiane. Con “Fortuna”, Emma, nel suo decimo anniversario di carriera, torna più matura e consapevole con un disco positivo, colorato, dal sound moderno e un nuovo linguaggio vocale. A febbraio 2020 partecipa, in qualità di super-ospite della prima serata, al 70° Festival di Sanremo, dopo aver vinto la kermesse nel 2012 con il brano “Non è l’inferno”. Sempre a febbraio Emma debutta al cinema recitando nel film “Gli Anni più belli” di Gabriele Muccino.
Per il suo arrivo a X Factor 2020 Emma ha dichiarato: «Ho sempre amato le sfide perché mi spingono a tirare fuori il meglio di me o almeno lo spero! Stiamo vivendo un periodo “strano” e inevitabilmente anche questa edizione di X Factor sarà “diversa” dalle precedenti. Mi auguro che la musica e l’intrattenimento siano di grande aiuto per lanciare un messaggio positivo di rinascita e di ripartenza, soprattutto per tutti i ragazzi e le ragazze che si mettono in gioco per il loro grande sogno. Non vedo l’ora di condividere questo ruolo con gli altri giudici che sono artisti che stimo molto. Faremo del nostro meglio! Ne sono sicura!».

Debutto assoluto in tv per HELL RATON, aka Manuel Zappadu, punto di riferimento discografico per la scena rap italiana grazie a Machete - celebre crew che ha fondato insieme a Salmo e Slait nel 2010 - e agli anni passati dietro le quinte dell’etichetta Machete Empire Records, fondata nel 2013, di cui è CEO e direttore creativo. In parallelo ha dato vita, insieme a Slait, a Machete Gaming - progetto in cui musica e gaming si incontrano in una formula mai vista prima - ed è promotore anche di vari progetti benefici: esempio ne è Machete Aid on Twitch, maratona a sostegno dei lavoratori del settore musicale colpiti durante l’emergenza sanitaria del Covid-19. La passione per la musica che si porta dietro dal 1990 e una determinazione senza limiti sono i due elementi che contraddistinguono Hell Raton.
Queste le sue parole a commento della nuova avventura a X Factor: «Ero un ragazzino affamato di musica, che è riuscito a realizzare il suo sogno più grande grazie a passione, dedizione e tenacia. Tutto il tempo passato in sala prove davanti al mic e live sui palchi, i più disparati, d’Italia, ha sicuramente arricchito il mio modo di vivere la musica. Negli anni ho imparato a mettermi in gioco, dal 2010 con la fondazione di Machete fino a Machete Gaming, passando per il debutto dell’etichetta Machete Empire Records e la nascita di Me Next e 333 Mob. Nel mio lavoro convivono i ruoli di discografico, talent scout, direttore artistico e creativo, ma anche musicista. Di fronte a un talento provo a esaminarlo in tutti i suoi aspetti e le sue e abilità, con un approccio 2.0, per trovare, insieme, il percorso più adatto alla sua carriera. È quello che vorrei fare qui a X Factor, voglio mettermi al servizio di nuovi talenti per aiutarli a trovare l’espressione più adatta alla propria personalità artistica, con un lavoro di ricerca che esplori sempre nuove tendenze e tecnologie».
MANUEL AGNELLI torna al tavolo della giuria che l’ha visto protagonista, amatissimo e temutissimo giudice, per 3 stagioni consecutive, dal 2016 al 2018. Il leader degli Afterhours rientra forte della sua esperienza e della sua visione musicale unica e innovativa. Una pausa di un solo anno che l’ha visto impegnato prima nel concerto al Forum di Assago, tutto esaurito, che celebrava i trent’anni di carriera della band e da cui è stato tratto il docufilm “Noi Siamo Afterhours” proiettato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, poi nel tour “An Evening with Manuel Agnelli”, uno spettacolo unico realizzato con il suo sodale amico e collega Rodrigo D’Erasmo, da cui è stato realizzato un vinile in edizione speciale. Manuel Agnelli è stata la voce di Caravaggio in “Caravaggio l'anima e il sangue”, il film d’arte che ha vinto il Globo d’Oro. Per due stagioni è stato alla guida di “Ossigeno”, il programma di Rai3 in cui parole e musica sono un fluire continuo. Nel 2019 ha vinto con “Argentovivo”, brano interpretato insieme a Daniele Silvestri e Rancore, il Premio della critica Mia Martini, quello della sala stampa Lucio Dalla e quello come miglior testo. A distanza di pochi mesi, “Argentovivo” vince anche la Targa Tenco come miglior canzone singola. Nello stesso anno ha inaugurato a Milano “Germi”, un centro culturale dall’animo alternativo ed è stato Direttore Artistico della cerimonia conclusiva di Matera 2019 che ha visto ospiti illustri come Damon Albarn e Lous & the Yakuza.
Per il suo ritorno nel talent di Sky ha dichiarato: «Mi piace molto il progetto che si sta costruendo attorno a questo nuovo X Factor. È molto stimolante tornare con la consapevolezza che seminare è necessario e produce effetti. Ho di nuovo e credo come mai prima, l'occasione per portare la voce di un modo di fare musica e del perché fare musica, lontani dalle logiche dei numeri e del risultato a tutti i costi. La musica come linguaggio, come espressione del sé, come percorso umano e interiore, come presa di posizione, come atto di vita. Molto, molto più potente dell'avere successo. Portare questa visione al grande pubblico, in televisione e in un contesto come questo, rimane uno scopo importante per me. X Factor per me torna ad essere, ma con una consapevolezza tutta nuova, un tavolo di discussione libero da formule troppo rigide, libero da preconcetti. Uno spazio che si riapre. Un’occasione. Prendiamocela».
Ritorno a casa anche per MIKA, all’attivo anche per lui 3 edizioni di X Factor, dal 2013 al 2015. Giudice molto amato e mai dimenticato dal pubblico del talent, lo scorso autunno è tornato sulla scena musicale con “My Name Is Michael Holbrook”, un album frutto di una marcata maturazione artistica che si è compiuta con lo straordinario one man show portato in ben dodici arene italiane con 70 mila biglietti venduti nel corso del “Revelation Tour”. Tour che è proseguito in Europa e Australia prima di essere interrotto a causa della pandemia sulla strada per l’Asia e i grandi festival americani che erano in calendario: dal Coachella (USA) fino al Lollapalooza, in Argentina. Il suo mini show durante il Festival di Sanremo, che ha ottenuto il picco di ascolti della serata raccogliendo il 60% di share, è stata la sua ultima apparizione sulla TV italiana. Mika commenta così il suo ritorno al tavolo della giuria: «Torno a X Factor con una forte motivazione e una missione che mi hanno convinto ad accettare questa sfida. La mia risposta alla crisi sociale che i recenti eventi hanno portato è quella di partecipare, di condividere e quello che so fare da artista e entertainer è appunto di intrattenere, fare sognare la gente. X Factor quest’anno sarà una nuova, grande occasione per avvicinarci, per sognare insieme e io rispondo a questa chiamata: ci sono!».

80 ANNI DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE: LA RACCONTA "LILI MARLENE"

Marlene Dietrich in Lili Marlene, o Marleen.

80 anni fa, il 10 giugno 1940, si consuma un evento che resta scolpito nella nostra Storia: l’ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale. “Focus”, rete tematica diretta da Marco Costa al 35 del telecomando, dedica due serate all’anniversario proponendo la prima visione assoluta del docufilm «Lili Marlene - La guerra degli italiani», in onda mercoledì 10 e giovedì 11 giugno, alle ore 21.15.
160 minuti intensi e dirompenti, di un prodotto originale VideoNews firmato da Pietro Suber, con la collaborazione di Amedeo Osti Guerrazzi, storico del fascismo, collaboratore della Fondazione Museo della Shoah di Roma, e Donatella Scuderi, autrice di soggetti e sceneggiature. Storie poco conosciute, eventi drammatici, quelli di «Lili Marlene», composti in un racconto che parte dal basso, attraverso vicende straordinarie di cittadini comuni, e le testimonianze di figure autorevoli come Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Gianni Letta, Dacia Maraini, Renzo Arbore, Pippo Baudo, le Gemelle Kessler, Pupi Avati.
«Lili Marlene» si distingue, inoltre, per rigore storiografico e intensità dei fatti narrati. Tre, gli aspetti fondamentali che ne fanno un prodotto esemplare:

·         la rievocazione di molti e poco noti casi, eppure estremamente significativi per capire la guerra degli italiani in tutta la sua varietà e complessità;
·         l’aver realizzato un racconto privo di retorica, crudo e, proprio per questo, struggente della guerra civile, con la carica d’odio inestinguibile che ha generato;
·         l’aver provato a documentare le ragioni di tutti, vittime e carnefici, vincitori e vinti, ma con un effetto finale che non è quello dell’elisione, bensì il senso del tragico e la consapevolezza della complessità della storia, che non permette di girare pagina e andare avanti, ma obbliga a coltivare tenacemente la Memoria.

«Lili Marlene - La guerra degli italiani» è anche un nuovo e originale tentativo di tenere aperto un dialogo su eventi che ancora oggi dividono, ma stando alla larga da facili scorciatoie, da frasi fatte e slogan, usati da chi strumentalizza la storia per fare propaganda.
«LILI MARLENE - LA GUERRA DEGLI ITALIANI»


SINOSSI
La Seconda guerra mondiale vista dal basso, attraverso le storie straordinarie di cittadini comuni. Per comprendere la profondità delle sofferenze, l’intensità delle esperienze, è necessario raccontare le vite delle singole persone per comunicarle a chi, come gran parte del pubblico italiano di oggi, non ha vissuto oppure non conosce la tragedia della guerra e le sue conseguenze. Per meglio capire cosa abbia rappresentato questa follia collettiva per il nostro Paese abbiamo ripercorso quegli anni con il racconto di storie poco conosciute e le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto in prima persona, oppure attraverso i racconti dei parenti più vicini, quegli eventi drammatici.

LILI MARLENE
Durante la II guerra mondiale era la canzone più popolare. Nonostante fosse osteggiata dal regime nazista perché antimilitarista, ebbe un enorme successo tra gli eserciti delle opposte fazioni. Ancora oggi è un canzone che evoca ricordi, sentimenti e passioni in chiunque abbia vissuto quel periodo. Dietrich l’ha cantata in tedesco, inglese e francese, in italiano e in russo. Ne esistono innumerevoli versioni, anche moderne, con vari interpreti tra cui Milva, Amanda Lear e i Matia Bazar.
LINEA EDITORIALE
A ottant’anni dall’inizio della Seconda guerra mondiale il programma si propone di narrare, in particolare alle giovani generazioni, storie di deportazioni, di delazioni, stragi, stupri di massa, famiglie lacerate dalla politica e dalla violenza, di tradimento e di eroismo. Storie viste attraverso gli occhi e le parole dei protagonisti, vittime e persecutori, vincitori e vinti. Un racconto collettivo che descrive la paura, l’angoscia e i rari momenti di esaltazione provati da famiglie comuni durante il più grande conflitto armato di sempre. La prova più dura subita dal popolo italiano nel XX secolo.
Il tutto introdotto da un narratore che, filmato nei luoghi simbolici, racconta prima il contesto e poi introduce la storia vera e propria. Ne emerge un affresco immediato e corale degli italiani di quegli anni in una dimensione il più delle volte trascurata da film e documentari: la guerra vista non solo attraverso una serie di eventi bellici, ma con gli occhi delle persone - i bambini di allora - che l’hanno vissuta in gran parte lontano dal fronte, nelle città e nelle campagne.

MODELLO NARRATIVO
Il racconto si sviluppa attraverso la scansione cronologica di date significative (dallo scoppio della guerra, all’entrata nel conflitto dell’Italia, all’armistizio, ecc.), con la narrazione di cinque storia a puntata, attraverso snodi narrativi con inviato sul campo. Il tutto supportato da immagini di repertorio dell’Istituto Luce, brani di discorsi dei principali leader mondiali (da Mussolini a Hitler, da Churchill a Stalin), manifesti della propaganda fascista (come Tacete. Il nemico vi ascolta!), stralci di verbali di polizia relativi agli interrogatori dei delatori e di altri personaggi legati al regime fascista, stacchi musicali di commento alle immagini (come Marlene Dietrich che canta Lili Marlene o Sag Mir Wo Die Blumen Sind, con versione in inglese Where all the flowers gone, Lou Reed con Perfect Day, David Bowie con Heroes, Faccetta Nera e altre canzoni fasciste). Per quanto riguarda le storie principali, le interviste ai vari testimoni sono ambientate nei luoghi più significativi degli eventi raccontati. Ad esempio negli stabilimenti delle ex colonie estive fasciste, oppure nei paesi e nei luoghi teatro delle stragi, o in quello che rimane dei vari campi di concentramento e prigionia.
CAMEO
Per arricchire il racconto, le varie storie di soldati e cittadini comuni narrate nel film, vengono collegate tra loro da alcuni cameo, costituiti da brevi interviste a personaggi celebri della storia del nostro Paese. Testimoni in grado di attrarre un pubblico più vasto raccontando episodi ed eventi vissuti in prima persona oppure dai propri familiari durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Come momenti di vita quotidiana, la grande miseria di quegli anni, le difficoltà di reperire il cibo, la paura dei bombardamenti, oppure i commenti familiari sulle gesta di Mussolini, le attività clandestine contro il regime... L’elenco degli intervistati comprende esponenti di punta della vita politica ed economica italiana come Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Gianni Letta. E sono presenti aneddoti di personaggi celebri della vita culturale, sociale e artistica del Paese, come Dacia Maraini, Pupi Avati, Pippo Baudo, Renzo Arbore, Alice ed Ellen Kessler (che da piccole, abitavano vicino a un campo di concentramento a Monaco di Baviera).

«LILI MARLENE - LA GUERRA DEGLI ITALIANI»


LE STORIE: 1° PUNTATA

1 – “W il Führer- Una giornata particolare” (3 maggio 1938)
Una rappresentante della comunità ebraica romana racconta quando, da bambina, scese in piazza per festeggiare Hitler durante il suo viaggio a Roma nel ’38.
Il 3 maggio 1938 Hitler arriva in un Italia che lo accoglie nella maniera più trionfale possibile. Il capo di uno Stato antisemita viene festeggiato da tutti gli italiani. Anche gli ebrei sono in piazza a sventolare le bandiere con la croce uncinata. Le riprese dell’Istituto Luce fanno da sfondo alle voci di una bambina ebrea, Silvana Ajò, oggi lucidissima novantenne, che era in piazza, all’epoca, per salutare l’arrivo del Führer. Quattro mesi dopo, quella bambina verrà cacciata dalle scuole del Regno con l’introduzione delle leggi razziali.
2 – “I bambini della Quarta Sponda” (10 giugno 1940)
I 13mila bambini fatti tornare dalla Libia, da Mussolini, e diventati in gran parte orfani.
I pochi testimoni rimasti narrano l’incredibile storia di quei 13mila, tra bambini e ragazzi, che nei primi giorni di giugno del 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, lasciarono la Libia per essere riportati in fretta e furia in patria. Ufficialmente doveva trattarsi solo di un semplice periodo di vacanza nelle colonie fasciste, in realtà per tanti bambini delle colonie del Regno quello fu solo l’inizio di una esperienza drammatica che avrebbe segnato le loro vite, separandoli per sempre dai loro genitori.

3 – “Le spie del Duce”. Internati da Churchill, uccisi da Hitler (2 luglio 1940)
La tragedia dell’Arandora Star. La più grande strage di migranti italiani all’inizio della guerra, arrestati da Churchill in Inghilterra, spediti in nave in Canada e silurati da Hitler.
Il crollo del mito del fascismo invincibile. Nonostante i rassicuranti discorsi del Duce sono moltissimi i morti, già nelle prime settimane del conflitto. Vittime che il regime nasconde accuratamente. Il 2 luglio del ’40 un sottomarino tedesco silura e affonda, a Nord dell’Irlanda, il transatlantico inglese Arandora Star con 815 italiani a bordo, tra cui molti ebrei. La nave era salpata da Liverpool, imbarcando 1.500 uomini, per lo più civili italiani, tedeschi e austriaci, tutti internati da Churchill perché sospettati di spionaggio. A raccontare la storia sono i sopravvissuti e i parenti delle vittime.
4 – “La caduta del Regime” (luglio/settembre 1943)
La morte della Patria Fascista.
La caduta di Mussolini viene salutata dalla popolazione italiana come la fine della dittatura e della guerra, ma per i fascisti è un trauma intollerabile. Non è la caduta di un regime, ma la caduta di un mondo. La storia viene narrata attraverso testimonianza di parenti dell’ex Ministro degli Esteri e genero del Duce, Galeazzo Ciano, di ex membri della X Mas e da documenti di archivio che illustrano il dramma vissuto e le violenze subite nei giorni immediatamente successivi al crollo del regime.

5 – “Io ho visto”. La strage di Civitella Val di Chiana (29 Giugno 1944)
Il racconto dei sopravvissuti alle stragi nazifasciste e le responsabilità dei partigiani.
Uno degli eccidi più brutali è quello di Civitella Val di Chiana, il 29 giugno ’44. Frutto di una rappresaglia, seguita ad un attacco di una banda partigiana guidata da Edoardo Succhielli, Renzino, avvenuto circa dieci giorni prima. Un agguato che apre una grande ferita a Civitella.
LE STORIE: 2° PUNTATA

1 – “Le marocchinate”. Stupri di massa in Ciociaria (14 Maggio 1944)
Le violenze delle truppe magrebine, sotto il comando dell’esercito francese, nel Basso Lazio.
Dopo aver travolto le difese tedesche sul fronte di Cassino, le truppe marocchine agli ordini del Generale francese Juin si scatenano contro le popolazioni locali della Ciociaria, violentando migliaia di donne (e anche qualche ragazzo) di tutte le età. La storia, già raccontata nel capolavoro di De Sica “La Ciociara”, è una ferita mai cicatrizzata. Invece della liberazione dagli orrori della guerra le truppe alleate portarono violenza selvaggia e stupri di massa, causa di traumi profondi che spinsero alcuni al suicidio. Anna, allora poco più che adolescente, testimonia l’orrore provato e il dolore che ancora oggi pervade una intera comunità. Come è stato possibile superare un trauma così profondo?

2 – “Caino e Abele: le delazioni” (Estate 1944)
Il terrore delle delazioni raccontato da una delle vittime: Riccardo Goruppi (Trieste).
Gli spioni, per lo più anonimi, si ritengono buoni cittadini dell’Italia littoria, collaboratori esemplari delle autorità. Lo scoppio della II guerra mondiale moltiplica il numero delle denunce segrete e il campo d’azione degli informatori del regime si estende a dismisura: dai «disfattisti» ai pacifisti, dagli ebrei agli ascoltatori di Radio Londra si arriva ai partigiani. Uno tra i tanti episodi viene raccontato da un ex partigiano triestino, vittima di una spia con cui di fatto ha continuato a convivere anche negli anni del Dopoguerra, abitando a poche centinaia di metri da casa sua.
3 – “Io ho visto”. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema (Estate 1944)
Il racconto degli ultimi sopravvissuti alla strage nazifascista del 12 agosto 1944.
Il 12 agosto 1944, senza una spiegazione plausibile, un reparto di SS italo-tedesco attacca il paese di Sant’Anna di Stazzema (Alta Versilia), dove in pochissimi, tra cui alcuni bambini, si salvarono fingendosi morti sotto pile dei cadaveri. I sopravvissuti descrivono il terribile massacro nazifascista su cui permangono molti interrogativi: perché tanta violenza? Come è stato possibile raggiungere livelli così estremi di crudeltà?

4 “Bella Ciao: la Guerra Civile” (1944-1945)
La guerra tra partigiani e repubblichini. L’incontro tra una ex ausiliare della X Mas, Fiamma Morini e l’ex partigiano veneto Carlo Bretzel.
Il 21 settembre del ‘44 scatta l’operazione “Piave”, che i nazifascisti hanno organizzato per “ripulire” il Grappa. Il risultato è una strage. Centinaia di morti tra i partigiani: 32 di loro vengono impiccati sui viali di Bassano del Grappa. Carlo Bretzel, a 17 anni fa esperienza tra i partigiani che combattono sul Grappa. Più volte si salva dai rastrellamenti organizzati dai nazisti e dalle Brigate Nere della Repubblica di Salò. La guerra civile, per chi l’ha vissuta direttamente, lacera ancora le anime. I ricordi sono dolorosi. Sono passati ottant’anni e i vecchi rancori non sono stati superati. Fascisti e partigiani non si sono mai riconciliati. Ma è possibile riconciliare due mondi così distanti?
5 – “Il dramma dei sommersi, gli incubi dei salvati” (25 aprile 1945)
Le deportazioni e il ritorno alla vita.
Il ritorno delle centinaia di migliaia di prigionieri di guerra e deportati politici e razziali è stata una odissea lunga e faticosa. L’ebrea fiumana Tatiana Bucci, con la sorella più piccola Andra, viene arrestata con gran parte della sua famiglia e trasferita ad Auschwitz dove finisce nel Kinderblock utilizzato dal Dottor Mengele per i suoi esperimenti sui bambini.


«LILI MARLENE - LA GUERRA DEGLI ITALIANI»


AUTORE: PIETRO SUBER

Giornalista, ha realizzato reportage e documentari. Oggi è caporedattore a Mediaset. Ha iniziato con RaiUno (con i programmi di Sergio Zavoli), RaiTre (Samarcanda, di Michele Santoro), e quotidiani come la Repubblica e Il Messaggero. Inviato durante i conflitti in Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia e Ucraina, ha vinto il Saint Vincent e, tre volte, l’Ilaria Alpi. Nel 2018 ha presentato alla Festa del cinema di Roma il film documentario 1938 - Quando scoprimmo di non essere più italiani, menzione speciale ai Nastri d’Argento 2019, sulle conseguenze delle leggi razziali in Italia attraverso le testimonianze di vittime e delatori.
CON LA COLLABORAZIONE DI:

Amedeo Osti Guerrazzi è uno storico del fascismo. Ex docente di Storia contemporanea all’Università di Roma, e Fellow dello Yad Vashem nel 2015. Attualmente collabora con la Fondazione Museo della Shoah di Roma. Autore di numerosi volumi sulla storia del fascismo e sulla persecuzione antiebraica: da Caino a Roma (Cooper, Roma 2006) a Noi non sappiamo odiare. L’esercito italiano tra fascismo e democrazia, Utet Torino 2013. Con Maurizio Molinari è coautore del libro Duello nel Ghetto (Rizzoli Milano 2017).

Donatella Scuderi, regista teatrale, autrice di soggetti e sceneggiature. Nel 2013 ha pubblicato con la società editrice Dante Alighieri Il caso Delizia Smile e, nel 2015, Giuseppina. Storia di una bambina organizzata, romanzo storico che ripercorre l’odissea di una fra i 13mila bambini italiani della Quarta Sponda, deportati nel giugno del ’40 per ordine del regime fascista. 

domenica 7 giugno 2020

TIMIDI SEGNALI DI RIPRESA ECONOMICA IN UN'ITALIA STREMATA DAL VIRUS

La quiete (apparente) dopo la temesta.
Matteo Salvini che tace un po’, nell’assoluta percezione della propria inutilità, anzi del danno che produce all’economia non appena proferisce verbo; la BCE che si predispone a dare, nell’emergenza e con modalità da definire, facendo sembrare la vecchia Europa ancora un po’ madre e non matrigna; la Borsa che in questi giorni ha ripreso parecchio a rifiatare dopo la batosta del Covid mentre lo spread si ridimensiona. 
Tutt’attorno, tra la gente, un po’ di voglia di ricominciare che si respira (a fatica, con grande fatica) dopo il ko tecnico che abbiamo subito. Tutti. Nessuno escluso.
Magari sono attimi. Magari non durerà (soprattutto il silenzio di Salvini), ma lasciatemi qui sotto la pianta a sognare. E portatemi un Lucano ghiacciato.

SMART WORKING E TELELAVORO * C'E' PERSINO CHI SE NE LAMENTA

Una donna mentre lavora a casa.
Ogni tanto mi capita di leggere sui social le lamentazioni (poche, a dire il vero, ma non così poche) di chi: "Non amo lo smart working: mi sembra di non avere più i miei spazi, rispondo sempre al telefono, anche negli orari delle pause, sì sono più libera però mi vesto sciatta, ecc.". Lagne che partono da gente che magari prima passava 365 giorni l'anno (anche i festivi) a lamentarsi di direttori stronzi, colleghi leccaculo, ambienti di lavoro invivibili, e quant'altro. Ma ringraziate Iddìo di non vederli, dico io.
 
Ora, a parte il fatto che si chiama smart working (con maggior precisione chiamiamolo telelavoro, che ha gabbie contrattuali più stringenti dello smart working) smart working perché è intelligente, lo dice la parola, sennò l'avrebbero chiamato coglion working, gli spazi siete voi che ve li create. Avete la libertà di gestirvi tempi e modalità senza gli occhi sempre puntati addosso di gente (non di rado) malevola. Soprattutto in tempi come questi, quando le aziende non vedono l'ora di lasciare a casa gente nei modi più fantasiosi. L'importante è fare al meglio ciò che si è chiamati a fare.
Personalmente, da sempre, la ragiono così. Il resto sono dettagli. E se fra le 13.30 e le 14.30 non vuoi rispondere al telefono perché sei in pausa, non rispondi. Se alle 18.30 stacchi, stacchi. Se ne faranno una ragione e richiameranno. E se finisci tutto in mezza giornata, l'altra metà fai un po' quel che ti pare. Impieghi meglio il tuo tempo. Invece di essere costretto a una scrivania davanti a un computer a far finta di produrre.
Quando fate così vi manderei ai lavori forzati. Anche quelli, a modo loro, sono smart.

mercoledì 3 giugno 2020

ENZO JANNACCI OGGI AVREBBE COMPIUTO 85 ANNI: SLOW CLUB PUBBLICA UNO SPECIALE

Il cantautore Enzo Jannacci.
La nuova puntata di Slow Club è online. Questa volta è un appuntamento davvero speciale, interamente dedicato a Enzo Jannacci, che proprio oggi, 3 giugno, avrebbe compiuto 85 anni. Dura oltre mezz’ora e contiene soltanto materiale inedito, realizzato ad hoc da persone che lo conoscevano bene. Un tributo più che meritato per un personaggio poliedrico, geniale, eclettico. Una figura inquieta, vulcanica, a tratti forse impenetrabile, volutamente inafferrabile, con molteplici “identità artistiche”. Per dirla con Pessoa, “un baule pieno di gente”.
Condotta dal regista-attore Corrado Gambi, la puntata si apre con un video mai visto prima realizzato a casa Jannacci nel 1998 da Ranuccio Sodi. Vi compare un Enzo assolutamente autentico: rivolgendosi all’amico-regista, gli dice: «Se si capisce troppo quello che dico fammi un cenno, che vuol dire che sto uscendo dal personaggio». Questo straordinario documento è stato suddiviso in tre parti, che fanno da fil rouge al programma. Subito dopo Paolo Jannacci propone una straordinaria interpretazione de L’artista, uno dei brani che - pur essendo uscito postumo - suo padre amava di più. A seguire, la versione originale e non censurata di Vengo anch’io? No tu no!, suonata da Franco Fabbri (voce e chitarra) e Mirko Puglisi (tastiere), resa ancora più preziosa da un video realizzato dal mago della sand art Mauro Masi.
Quindi c’è un intervento di Ranuccio Sodi, che offre un’ulteriore chiave di lettura per comprendere a pieno la poetica di Enzo. La puntata prosegue con un’intensa cover di Vincenzina e la fabbrica proposta da Paolo Barillari e con la rubrica Una rete di Bellezza, in cui Stefano Bonagura racconta diverse iniziative in Rete per onorare la memoria del grande cantautore milanese.
Si torna alla musica con Ricky Gianco che propone Una fetta di limone, un classico che risale al 1958, quando Jannacci formò con Giorgio Gaber uno stralunato duo chiamato I Due Corsari. Chiusura con un appassionante contributo parlato di Cochi Ponzoni, altro grande amico di Enzo. Ma la battuta finale è riservata al protagonista, che si sporca mangiando un panino e commenta: «Mi sa che alla casa di riposo non mi tengono. Si incazzano subito». Semplicemente geniale!

Qui il link per visualizzare la puntata:

https://www.youtube.com/watch?v=H2AXWH2d0F8&t=187s

Prima di questo “speciale”, sono andate in Rete 11 puntate di Slow Club, che hanno ottenuto ottimi consensi. Ma cos’è Slow Club? È un programma prodotto per il web da Slow Music, «un esperimento» come spiegano gli ideatori, «che nasce dalla voglia di non lasciarsi sopraffare dall’inedia in questi giorni un po’ così e dal desiderio di credere, oggi più che mai, alla straordinaria forza consolatoria e salvifica dell’arte in tutte le sue declinazioni, dalla poesia, alla musica, alla recitazione».
Montato da Michaela Berlini, Slow Club è un programma dalla cadenza periodica, a cura di Stefano Bonagura, Corrado Gambi, Massimo Poggini e Claudio Trotta, che dicono: «È realizzato grazie al contributo di amici musicisti, attori, scrittori, giornalisti e altre persone che gravitano all’interno e attorno a quel mondo fantastico chiamato “spettacolo”, un mondo troppe volte sottovalutato, in realtà capace – quando stimolato nel modo giusto – di regalare momenti di straordinaria Bellezza, nonché grandi emozioni».
Fino ad oggi si sono alternate al timone quattro conduttrici (Elena Di Cioccio, Chiara Buratti, Ketty Passa e Francesca Macrì) e sono stati numerosi i contributi artistici, tutti realizzati in esclusiva. Essendo l’elenco ormai molto lungo, facciamo solo qualche nome: Peter Cincotti, Nina Zilli, Saturnino, Fabio Treves, Mara Maionchi, Alberto Salerno, Massimo Cotto, Claudio Bisio, Omar Pedrini, Gail Richardson, Lillo, Federico Poggipollini, Maurizio Solieri, Mario Lavezzi, Giuseppe Anastasi, Roberta Giallo, Bocephus King, Alex Seel, Loredana Fadda, Gian Paolo Serino, Fabrizio Simoncioni, Grazia Di Michele, Damien McFly, i ragazzi del CPM, Francesco Piu, Pino Scotto & Steve Volta, Roberto Bartoli, Giuseppe Di Benedetto, Pino Daniele Opera, Ryan Bingham, Maurizio Colombi, Anna Foria & Alex Botta, Paola Minaccioni, Roberta Finocchiaro, Rosario Pantaleo, Alberto Casadei, Matteo Gabbianelli (Kusto) & Brian Riente, Luciano D’Abbruzzo, Ernesto Nobili, Fink, Antonio Torella, Tom Chacon, Marco Bonino. Nelle prossime puntate compariranno tra gli altri Martha Rossi, Woody Gipsy Band, Tigullio4Friends, Jack Anselmi & Rubens Menabue, Giancarlo Pini, Claudio Zanelli, Luisa Cottifogli.

TIZIANO FERRO E LORENZO JOVANOTTI PARLANO DI «BALLA PER ME»

Tiziano Ferro con la t-shirt raffigurante Jovanotti.
È “Balla per Me”, da venerdì 5 giugno in programmazione radiofonica, il nuovo estratto dall’album “Accetto Miracoli” di Tiziano Ferro. La canzone è per Tiziano l’occasione di cantare per la prima volta con Lorenzo “Jovanotti” - uno dei suoi idoli dichiarati - in uno straordinario duetto di voci che si fondono alla perfezione su questa ballata dance uptempo.
«Balla Per Me è un mondo a parte - racconta Tiziano. Era il 1987 quando comprai il mio primo disco italiano ed era di Jovanotti. Non sapevo nemmeno che si chiamasse Lorenzo ma il mio sogno era quello di cantare con lui. Ora è successo e il risultato è una delle canzoni più di cuore dell’album. Credo sia percepibile tutto il desiderio e l’entusiasmo di quel ragazzino di 7 anni, che sogna di cantare con il suo idolo e, sebbene non abbiamo mai avuto prima l’occasione di incrociare le nostre voci, in questo pezzo sembra che cantiamo insieme da sempre. Ho scritto il brano e l’ho fatto produrre a Timbaland, in maniera minimale ma molto energica, e poi lo abbiamo cantato d’istinto. È una canzone piena di vita, alla quale tengo moltissimo, e non smetterò mai di ringraziare Lorenzo per questo enorme regalo».
Queste le parole di Lorenzo: «Fin dal primo momento che Tiziano mi ha fatto ascoltare Balla per me, mi si è stampato in testa il ritornello. É un pezzo che ha qualcosa di immediato e zero pippe, parla di vita vera su un battito che pulsa, ma presenta una complessità armonica e compositiva piuttosto inusuale oggi. Lo ha scritto Tiziano e l’ha prodotto Timbaland, io sono arrivato per ultimo alla festa invitato dal padrone di casa ma mi sono divertito alla grande a infilarmici dentro. Per me è un onore essere in questa canzone con lui dopo tanti anni che ogni volta che ci siamo visti si finiva sempre per parlare di fare musica insieme. Lui è uno dei più grandi artisti che abbiamo, è quello che nell’ambiente si definisce un “killer”, uno di cui poi hanno buttato via lo stampo. In pochi anni ha piazzato un gran numero di pezzi memorabili ma non solo, ha pure ridefinito l’idea di musica popolare italiana portando in scena elementi classici misti a qualcosa di nuovissimo, di mai sentito prima dalle nostre parti».

martedì 2 giugno 2020

L'ILLUSIONISTA GAETANO TRIGGIANO, IL DAVID COPPERFIELD ITALIANO

L'illusionista Gaetano Triggiano, versione italiana di David Copperfield.
«Mai pensare che il pubblico sia ingenuo; mai mettere in scena numeri poco curati, e soprattutto mai sbagliare: noi illusionisti non ce lo possiamo permettere. Diventerebbe complicato da gestire, grottesco, a volte pericoloso».Se gli chiedi quali siano i tre errori che un “mago” non può commettere, Gaetano Triggiano non ha dubbi. Toscano, 42 anni, in attività da una ventina, il nostro sarà in scena dal 5 al 7 aprile al Teatro della luna di Milano con il suo show «Real Illusion». A seguire tappe a Roma (Brancaccio), Napoli (Politeama), Genova (Politeama) e Montecatini Terme (Teatro Verdi). 
Triggiano, l’hanno definita «Il David Copperfield europeo». Un po’ impegnativo, no?
«Vero. Grande onore e immenso onere. È stato una rockstar, ha rivoluzionato l’illusionismo con produzioni monstre. E anche se ora non si parla più di lui, è fisso all’MGM di Las Vegas con 400 spettacoli l’anno. Mi sono ispirato Copperfield, ma ho una dimensione più mia».
Ovvero?
«Sono più mediterraneo, caldo, coinvolgo la platea e faccio anche conoscere me stesso, pregi e debolezze».

La direzione artistica del suo spettacolo è di Arturo Brachetti, che definisce l’illusionismo «una necessità». È d’accordo?
«Ne siamo circondati. Pensi alla politica o ai social, che oggi sono l’apoteosi del dare l’idea migliore di se stessi, non necessariamente reale».
Qualche numero clou dello show.
«Finirò tritato in un orologio-macchina del tempo, ma ci saranno anche la donna dalla testa mozzata, quella che vola sui ghiacci e una del pubblico tagliata in due. E gli stupori di un bambino».


(DAL SETTIMANALE OGGI - MARZO 2019)

 

lunedì 1 giugno 2020

ZUMBA * CON BETO PEREZ E RIMINI WELLNESS LA PIU' GRANDE LEZIONE ON-LINE

La web-star Elettra Lamborghini con Beto Perez prima di una lezione di zumba.
Oltre 2000 persone hanno preso parte alla più grande lezione di Zumba® online che si sia mai svolta in Italia. Organizzato in collaborazione con Rimini Wellness che proprio in questi giorni avrebbe avuto luogo, il grande spettacolo, che si è svolto venerdì sera, ha visto la partecipazione di Beto Perez, il creatore del programma di fitness, insieme a tantissimi istruttori provenienti da tutte le parti d’Italia.
Sin dall’inizio del lockdown, Zumba ha trasformato le proprie lezioni fisiche in lezioni virtuali offrendo la possibilità a tutti i fan di trovare la propria classe virtuale preferita sul sito zumba.dance e mantenersi in forma divertendosi. Grazie alla collaborazione con The Global Foodbanking Network, l’organizzazione internazionale no profit che combatte la fame nel mondo, per ogni lezione virtuale a cui si prende parte, un pasto verrà donato alle famiglie più bisognose, fino al raggiungimento di un milione di pasti donati.
Per saperne di più sull’iniziativa e trovare la classe #ZumbaVirtual più adatta a te, visita: www.YourMovesMatter.com e zumba.dance

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