venerdì 28 marzo 2014

HO INCONTRATO «FURIO» DI VERDONE

Col passare degli anni, sto diventando buono. E me ne accorgo da alcuni dettagli. L'altro giorno, uscendo di casa a piedi, attraverso il cortile che dà su strada mentre il portone elettrico si sta chiudendo. Con un leggero sprint, passo attraverso la cellula fotoelettrica per interrompere il flusso, far riaprire il portone e passare agevolmente. Credo lo facciano in molti. Dalle mie spalle, arriva un urlo: «Lei, senta!». Mi fermo voltandomi di scatto. Uno mai visto. Uno dei tanti mai visti di un «supercondominio» (lo chiamano così) che raggruppa 4 palazzine e dove ogni sempre spunta qualche faccia nuova.
«Sì sì, dico a lei!”. «Mi dica...» faccio io perplesso. «Ma perché, invece di correre per interrompere la fotocellula, non ha aspettato un attimino che il portone si chiudesse? Poteva poi passare a piedi dal portoncino di legno e risparmiavamo tutti un po' di energia elettrica, no?».
Mi ero imbattuto in «Furio» di Verdone. Uno degli scassaminchia seriali che evito accuratamente, così come le riunioni di condominio. L'argomentazione di Furio indubbiamente poteva avere anche qualche spunto di validità e raziocinio, ma sarei curioso di vedere chi di voi in quell'istante, non lo avrebbe

sommerso di una catena non interrotta di insulti. Dalle tante sfumature, personali e parentali. Un tempo l'avrei fatto. Invece oggi, che sono buono, mi sono solo fermato e l'ho fissato in silenzio per 30, interminabili secondi con la stessa espressione con cui Clint Eastwoood guarda il vicinato in «Gran Torino». E poi me ne sono andato.

domenica 23 marzo 2014

«LEI» (HER) * NOIA IN SALA PER LA SOLITUDINE DA SISTEMA OPERATIVO

Di Lorenzo Sulmona
Si intitola “LEI”, ma della figura femminile non resta  nessuna traccia rilevante, neanche la voce di questo OS, sistema operativo del 21° secolo: intelligente, emotivo, efficiente e dotato di formidabile autoapprendimento, ma con lo scarso appeal della nostra Micaela  Ramazzotti (in America il timbro era quello di Scarlett Johansson, per capirsi. Non si poteva pensare alla Morante o addirittura alla Angiolini, giusto per nominare due LEI di spessore narrante?
C’è solo un lui, l’attore protagonista Joaquin Phoenix (Theodore), peraltro magistrale nella sua interpretazione, nonostante tutto. Ma non basta un grande attore per fare un grande film (perdonate l’ovvietà).
Più che un uomo solo, nella trama c’è forse la solitudine a farla da padrone, ma chi l’ha detto che la solitudine è così noiosa? Allora l’unico aggettivo per definire il film è “lungo”, troppo lungo per narrare fino alla fine, senza sorprese, la sconfitta delle relazioni umane ed in particolare della curiosità per gli altri (e siamo in tanti!) che ci circondano.
Un lavoro talmente lungo e piatto che in sala ho visto gente che dormiva, gambe desiderose di lasciare la poltrona e gente all’uscita che sognava di godersi un panino giusto per riprendersi, battute esilaranti a commento dell’abbigliamento dei personaggi, protagonisti e non, del film.
Dunque, cosa rimane a memoria del sottoscritto? La regia di Spike Jonze sicuramente (e, già detto, la performance di Phoenix) e tanti piccoli particolari, ad esempio: l’omino blu simpatico e irriverente del videogame con il quale gioca il protagonista, il parquet e le vetrate ossessivamente pulite del loft di Theodore, il triangolo amoroso “Lui-Lei bionda sconosciuta-Lei software intelligente e “sensibile” dal nome Samatha).
In un film nel quale si comprano le emozioni perché non si ha tempo e voglia di cercarsele (l’appuntamento a cena con la single bella seria e “family oriented”, le lettere d’amore su commissione e il software intelligente un po’ segretaria un po’ fidanzata), che emozione abbiamo acquistato noi, comprando il biglietto al cinema?
Questo commento è dedicato ad una delle più belle canzoni della musica italiana, “A lei” (di Anna Oxa) e ai tanti taccuini e penne delle nostre scrivanie ancora poco tecnologiche.

lunedì 17 marzo 2014

«GIASS» * LUCA E PAOLO TORNANO STRONZI NELLO SHOW CHE RICICLA I VECCHI DEL CABARET

L'idea, par di capire, era quella di erigere un monumento al politicamente scorretto in prima serata su Canale 5.
Più che far ridere, però, il programma a volte disgusta. Ma può capitare che faccia anche riflettere, con qualche guizzo (pochi, per la verità, come la classifica dei tele-raccomandati o la candid camera sui preti pedofili) piazzati qua e là. O ancora addormentare inesorabilmente, sui vecchi numeri di un Andy Luotto fuori tempo massimo, preso di peso - parecchio, oggi come oggi - dai programmi arboriani e collocato in uno show che di arboriano non ha niente. Che vorrebbe avere un'anima, ma la perde rincorrendo in fretta e furia la «belinata», per dirla alla ligure, successiva. O le mille maldestre citazioni delle quali è disseminato.
È difficile sia vedere (come un corpo unico) che criticare «Giass» (Great Italian Association), la nuova creatura di Antonio Ricci, scomposto mix di comicità e goliardate che sconfinano nel pierinesco, fra rutti e scorregge assortite. Col sottile autocompiacimento che c'è nel fare i cattivi in sacrestia. Nell'averla detta e fatta grossa senza dover poi finire in punizione. Anzi, beandosi della trasgressione minimale. Ho detto: «Merda, cazzo, tette, culo, pompino...», e non mi puoi fare niente, faccia di serpente, non mi puoi fare male, faccia di salame.

Nel menù c'è tanto vecchiume, un riciclo continuo di cabarettisti già visti e stravisti: da Pino Campagna a Valentina Persia, passando per Stefano Chiodaroli (che almeno è bravo e soprattutto efficace) e Nino Formicola, il Gaspare orfano di Zuzzurro. Ma anche Giobbe Covatta, che canta senza saperlo fare, e altri volti nuovi più avvertiti, come il tizio che accompagna «Luna» di Gianni Togni a suon di cartelli didascalici. Rispetto alla media dei testi, il vecchio Pino Caruso (una fissazione cabarettistica baudiana) diventa David Letterman. E non basta un Alessandro Cecchi Paone che accetta di andare in studio a farsi dare del «Grandissimo frocio», a far primavera. Sono altre le genialate televisive. L'innovazione sta altrove.
Mentre scrivo questo pezzo, non so ancora come avrà risposto l'Auditel, ma «Giass» purtroppo, al momento, è il programma che non c'è. Un Bignami del cabarettisticamente riciclato. Perché la risata è come il maiale: non si butta via niente.
L'unica consolazione è vedere Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu (esilarante la Boldrini di Paolo), che fanno tutto il possibile per tenere insieme la conduzione, tornando finalmente a fare gli stronzi. Ovvero la cosa che (televisivamente) sanno fare meglio. Può sembrare paradossale, ma è un complimento. Disgraziatamente, il treno de «Le iene» è passato. Ed era un modo di viaggiare più swingante, molto più adatto a loro.

venerdì 14 marzo 2014

«CANTO» * ROSALINA & GIACON, UN BEL CD SOTTO IL SOGNO DI CONCATO

Ci sono dischi che nascono per caso. Per imposizioni dei discografici (l'esempio sono quegli artisti che muovono grandi fatturati), o per la fretta di portare a casa un «prodotto». Espressione sempre stridente in presenza di materiale vivo come la musica. Ma tant'è. E poi ci sono dischi pensati, curati, figli di un orgoglioso percorso.
È il caso di «Canto», nuovo lavoro della Rosalina Blu's Band di Davide Giacon. La cover band ufficiale di Fabio Concato (che vede schierati anche Max Penzo alla batteria, Carlo Zerri alle tastiere e Alessandro Oliva al basso) ha fatto il salto di qualità pubblicando un cd che viene da lontano. 12 anni di musica nei club, nelle piazze, sotto il segno (ma anche sotto il sogno) del talento dell'uomo di «Domenica bestiale», per citare una tra le pagine più note. Un maestro nel cesellare jazzeggiando piccole emozioni, amori, empatie. Lo stesso lavoro fatto parallelamente da Giacon e dai suoi bravi, non in senso manzoniano. Tant'è che ora i nostri
vengono premiati dalla presenza della matrice: lo stesso Concato che duetta con Giacon in «Canto», una fra le 10 pagine dell'album.
Una produzione maniacalmente curata, che si tiene volutamente abbastanza lontana dal Concato più commerciale, sempre che ne esista veramente uno, e va a scoprire piccoli tesori. Un grande disco dove la bella voce di Davide, che ultimamente si era un po' staccata dalla pura clonazione del maestro (cosa che gli aveva giovato, aiutandolo a trovare un tratto più personale), a volte ritorna prepotentemente nel solco. Non si capisce se sia un omaggio, o un riflesso condizionato in sala di registrazione. Quasi che fosse dovuto. E non lo era. O forse sì? In ogni caso, è il minore dei mali. «Canto» è un album che scorre via come acqua di sorgente. Bello immergersi un pezzetto alla volta.

lunedì 10 marzo 2014

CATTELAN HA L'X-FACTOR IMPRENDITORIALE: RESTA A SKY MA VUOLE UN TALK

Il tortonese Alessandro Cattelan alla conduzione di «X-Factor», su Skyuno, ha funzionato. Parecchio. Il ragazzo è sveglio e piace. E così il colosso di Murdoch, com'è noto, ha deciso di affidargli un nuovo talk-show, di imminente messa in onda. Tra i primi ospiti, già più o meno annunciati, Belen Rodriguez, Valentino Rossi ed Emma Marrone. Fin qui, tutto bene.
Quel che non si sa, e che trapela invece dai rumors dietro le quinte, è la genesi del progetto, che - stando ai gossip - nascerebbe dalla scontentezza di Cattelan per la sua scarsa esposizione sulla rete. D'accordo che «X-Factor» è un colpaccio, ma un solo programma all'anno è forse troppo poco per un rampollo in ascesa, che ha voglia di lavorare e mettersi alla prova. Così la pensa anche il suo agente, Franchino Tuzzio, che avrebbe fatto leva sulla direzione di Sky per convincerla a sganciare una nuova vetrina per il suo pupillo. Della serie: o arriva qualcosa, o ce ne andiamo. Sarà vero? Per la cronaca, limitiamoci a registrare che Cattelan non se ne va e avrà presto un nuovo talk (che partirà non molto dopo il ritorno di «The Voice of Italy» su Raidue) oltre al suo talent canoro.   


venerdì 7 marzo 2014

"IL MUSICHIONE" * ELIO ANNASPA IN UNO SHOW SENZA RITMO

Mentre su Skyuno si chiudeva tra le pernacchie twitteriane la finale in diretta di Masterchef (mai mandare in diretta uno show fatto da non professionisti della televisione: chef e aspiranti cuochi non sono i cantanti di X-Factor), su Raidue Elio e le storie tese arrancavano al debutto del loro nuovo Il Musichione.
Alla presenza di un Pippo Baudo che voleva simulare l'effetto mummificato, ma lasciava il dubbio di interpretarlo al naturale, senza alcuna fatica, si consumava il rito (un po' stanco) degli elii. Che sono certo ottimi cantanti e grandi autori di canzoni ironiche, ma non showmen. E il Musichione purtroppo solo un quiz loffio con Nek e Mietta, non il Dopofestival. Che aveva ben altro respiro e poteva giocare sulla freschezza delle polemiche.
Qui si andava a tentoni, e persino il buon Rocco Tanica, alle prese con un'intervista a Laura Pausini (tra i momenti migliori del programma) non ha fatto stravedere. Pochissime (purtroppo) le buone canzoni, tra queste una straordinaria variazione jazzata di Vattene amore con Mietta e Franco Cerri, e troppe inutili parole e trovatine scarsamente divertenti. Come la parodia finale di «The Walking Dead», che non decollava. Mancava insomma il magic touch eliano. Il tempo per correggere il tiro c'è, ma è un vero peccato essere partiti così.

lunedì 3 marzo 2014

LE REAZIONI DEL ROMANO MEDIO ALLE CRITICHE A «LA GRANDE BELLEZZA»

Caro romano medio,

me stai a fa' preoccupà. E mo te spiègo er perché. Perdona si te lo scrivo soprattutto in itajano, che me viè senz'artro mejo.

Da quando è uscita «La grande bellezza», mi è capitato di scrivere alcune volte su Facebook e Twitter che eravamo in presenza di qualcosa di «bello ma sopravvalutato» (un giudizio tutto sommato positivo, non trovi?). Un film piuttosto noioso, ben recitato (non solo) da Toni Servillo, che giocava strategicamente sulle immagini di una Roma stupenda per conquistare la platea, con un occhio già ben puntato sul gusto americano. Situazioni un po' già viste del generone capitolino, un collage purtroppo disunito di ironici quadri a volte ben impostati da Paolo Sorrentino (dimentichiamo il lungo scivolone del capitolo Santa, inguardabile) ma nell'insieme un buon lavoro. Certo, sopravvalutato.
Dev'essere stata questa parola sconcia, dev'essere che forse, romano medio mio, nun te se po' di' gnènte, fatto sta che ho subito compreso la totale intangibilità de «La grande bellezza» ai tuoi occhi partigiani. Il titolo del film e alcune critiche - anche motivate - non potevano essere associati, neppure per scherzo. Guai. E così, bello mio, hai cominciatò a inzurtà: il messaggio basico era, sostanzialmente: a stronzo, nun te devi permétte de criticà 'n capolavoro. Con varie sfumature. La parola più usata per attaccarmi, quella a te più cara, era: rosichi, stai a rosicà. Vedi, romano medio mio, potrei rosicà se facessi er cinematografaro, er reggìsta o l'attore. No, faccio er giornalista. Mestiere fra l'altro in via d'estinzione. Quindi scialla, nun te preoccupà. So immune da 'sti tipi de rosicamento. Stacce
Poi, meravigliosi, gli insultanti: «Visto il giornale per il quale scrivi, come puoi conoscere la Grande Bellezza?». Oppure, con altrettanta sufficienza: «Occupati de le cosétte tue...». Pochi si lasciavano andare a disamine più accurate. Non avevano nulla da dire se non una difesa cieca e assoluta. Doveva essere chiaro a tutti che «La grande bellezza» non andava toccato neanche con un fiore. Pena la morte. Stamattina, dopo la vittoria agli Oscar, un'altra romana modello curva sud ha pubblicato in bacheca (e per sicurezza stampato anche sulla mia), un faccione ghignante di Jep Gambardella accompagnato dalla seguente dicitura: «Nordisti perchè non vi ammutinate e non fate girare un altra GRANDE BELLEZZA nelle vostra anonime cittá?? L'OSCAR è di Roma una città riconosciuta in tutto il pianeta tranne che in questo Paese invaso dai Barbari».
Aaahhh, che sciocco. Ecco che cosa non avevo capito: non si stava parlando solo di un film. Per te, romano medio mio, qui è una questione d'orgojo, de campanile, de indossà 'na majetta. Stava a ggiocà 'a Roma, cor Capitano Totti, e io manco me n'ero accorto. E allora, faccela vedè, faccela toccà, 'sta grande bellezza. Stupido io, che vivo in un'anonima città del Nord e non faccio autocritica (a parte che secondo me «Il capitale umano» valeva quattro volte «La grande bellezza» ed era una spietata satira su un certo tipo di Nord, ma vabbé). Stupido io che non mi «ammutino» (ma che, vivo sur Bounty, pe' fa l'ammutinato?) e mi permetto di muovere blande critiche non a un film, ma alla grandezza di Roma in persona. Sai che te dico, romano medio mio? Roma tua me piasce da morì (vengo apposta ar Ghétto a magnà li carciofi a la giudìa, penza te), me piasce Servillo (un po' supponente, ma bravissimo), me piasce pure Sorrentino. Ma vojo conzervà er diritto, tutto mio, de potè di' si un firme me pare brutto, bbòno, oppure bbòno e sopravvalutato. Come questo. Quanno poi, nun ce potrai créde, fijo mio, ma so' pure contènto che abbia vinto l'Oscar per Le conseguenze del clamore, parafrasando Sorrentino. L'Oscar. Quello vero. E non l'Oscardabbàgno, come diresti tu facendo una battutona sdrammatizzante delle tue. Hai capito, romà? Te piasce sta dichiarazione d'amore a Rroma tua, o vòi equivocà pure questa?
Te saluto citando un vero pilastro della romanità: Gigi Proietti. Lui si che un Oscar l'ha sempre meritato. Romano mio, a volte (solo a volte) «Tu me rompe er ca'». Parecchio. Ma te vojo bbène.

domenica 23 febbraio 2014

ARISA VINCE E CONVINCE NEL SANREMO DEI MORTI VIVENTI

Spiazzante l'uscita dal podio del favorito Francesco Renga, nonostante la truzza figaggine conclamata che aiuta nella fase Televoto. Del resto i favoriti della vigilia spesso poi trovano qualche inciampo. Come quando circolano nomi da bruciare nel totoministri. Spiazzante (ma benedetto) l'arrivo sul podio di Rapahel Gualazzi con i Bloody Beetrots, in «Liberi o no», pezzo per niente sanremese. Così come «Ora», bella pagina di Renzo Rubino. Inevitabile anche che «Bagnati dal sole» di Noemi trovasse qualche difficoltà. La canzone, che si prenderà la sua rivincita sulle radio nella reiterazione dell'ascolto, non è così immediata e qualitativamente inferiore rispetto alle altre.
Giusta, infine, la vittoria di Arisa con «Controvento», brano classico e molto scaltro scritto dall'ex fidanzato della cantante, Giuseppe Anastasi. Un buon talento, molto tecnico, al servizio della canzone melodica. Non si è commossa al momento del ritiro del premio? Non mi pare molto appassionante come argomentazione, ma qualcuno l'ha portata avanti.
Insomma, Sanremo 2014 ha restituito sul piano della qualità, nella terna vincente, quello che ha tolto dal punto di vista dello spettacolo. Fazio - con la necessità di riempire più di quattro ore a sera di programmazione - ha consegnato agli italiani un Festival noioso, lungo, deprimente, infarcito di troppe cariatidi dello spettacolo. Il risultato è stato la fuga in massa del pubblico, corroborato solo dalla serata dei duetti, quella del venerdì. La migliore in assoluto. Il resto è stato la continua riproposizione del modulo stantio di «Che tempo che fa» e dei battibecchi con la Littizzetto.
Almeno un lato positivo c'è: visto il tracollo di quest'anno, sarà più facile per la Rai trovare l'anno prossimo un sostituto per la conduzione. 

sabato 22 febbraio 2014

ROCCO HUNT VUOLE SOLE A CATINELLE * È IL TRIONFO DEL RAPPER NON DEPRESSO

Fra le nuove proposte di Sanremo 2014 trionfa, dunque (con margini peraltro impressionanti al televoto) Rocco Hunt. Il simpatico rapper salernitano è indubbiamente un soggetto anomalo, nella categoria. Anziché essere massiccio e incazzato, come la maggior parte dei colleghi rappeggianti, sempre intenti a fotografare il marcio, il degrado, il mondo che non va, Rocco, con la sua «Nu juorno buono», fa l'operazione contraria: spaccia ottimismo. Esagera con la positività. Rasenta la "negacion de la evidencia", come teorizzava Paolo Rossi.
Gli altri spruzzano ironia e sarcasmo, primo fra tutti J-Ax. Lui invece vede il sole e nega la Terra dei fuochi. E quando vince piange, si commuove, scopre la sua debolezza senza farsi problemi. Manca lo spessore, si potrebbe dire, ma del resto è molto giovane, e probabilmente non lo cerca. Forse perché è semplicemente genuino, forse perché sa che il pubblico - Checco Zalone docet - in questo momento vuole positività. Cerca «Sole a catinelle», non grandinate di guano. Anche perché le brutture occupano già troppo tempo della nostra giornata. Rocco Hunt è una strana ibridazione: una sorta di neomelodico del rap. Non c'è da stupirsi: prima o poi doveva succedere.

giovedì 20 febbraio 2014

SANREMO 2014 * SECONDA SERATA: GLI ERRORI DI SERRA E UNA VALERI DA RISPARMIARE

Tutto sbagliato, tutto da rifare, diceva il poeta. Un po' la naturale usura del modulo Fazio-Littizzetto, che ripropone senza soluzione di continuità le moine di Che tempo che fa, un po' l'ingenuità degli autori, che sembrano scesi da Marte, fatto sta che questo Sanremo - anche alla seconda serata - fa acqua da tutte le parti. E Michele Serra, collega che stimo profondamente, sembra adatto a tutto tranne che al ruolo di direttore artistico di un Festival ieri imbarazzato, oggi imbarazzante. Dalla stantia riproposizione delle gemelle Kessler (l'ha fatta già Baudo a ogni festeggiamento dei decenni di vita della Rai), all'inutile, offensiva esposizione di Franca Valeri a una performance che andava evitata. Non era né buonismo, né un omaggio, ma pura cattiveria. Quella cosa le andava risparmiata. Per rispetto. Si è scelto di non farlo, e il cattivo gusto ha volato radente sul palco dell'Ariston. Che ha rivisto la luce solo al momento del medley di Claudio Baglioni, dalla maglietta fina a Mille giorni di te e di me. Grande voce e pura poesia. Tutto il resto è noia, profetizzava Califano. Fra i Big, il favorito Francesco Renga sfoderava due pezzi onesti ma non indimenticabili. Così come Noemi, altra candidata al podio. A parte il maiuscolo Renzo Rubino, le cose migliori si sono sentite di gran lunga nella sezione Giovani. E poi, domandiamocelo: chi ha ucciso Giuliano Palmer?
Sotto finale, persino Fazio cala la maschera e indossa il pigiama, che se vogliamo è l'emblema perfetto della scoppiettante dinamicità di questo Festival.

mercoledì 19 febbraio 2014

SANREMO 2014 * PRIMA SERATA: FAZIO, NON DIRE CAT, SE NON CE L'HAI NEL SAC

Non dire Cat, se non ce l’hai nel sac. Ovvero, non basta un Cat Stevens a fare Festival (e primavera), quando si confeziona un Sanremo autoreferenziale, sfarzoso ma debole (e soprattutto noiosissimo) come ha fatto ieri la squadra autorale di Fabio Fazio. Che infatti – nonostante il debutto pulp con gli operai minaccianti suicidio dall’impalcatura, un classico baudiano - ha perso considerevolmente spettatori e share rispetto allo scorso anno.
Don Fabio (ma nel ramo fiction funziona di più «Don Matteo») era più impegnato a imbastire «Che tempo che Festival» che non il classico sanremone amato dal pubblico. Del resto aveva due canzoni per ciascun cantante da diluire in più di quattro ore di spettacolo. Un’impresa disperante per chiunque. Così i cantanti si ritrovavano soli (i migliori in campo Gualazzi e De Andrè) a sentire l’eco del nulla come le particelle di sodio in acqua Lete. La Littizzetto rifaceva perennemente se stessa, e anche il grande Curzio Maltese era totalmente fuori contesto. Avesse portato anche Saviano, il conduttore avrebbe fatto tombola.
E persino Beppe Grillo, disinnescato dalla protesta degli operai, è stato muto in sala concedendosi solo un polemico dietro le quinte al bar dell’Ariston, ammazzando anche quest’effetto sorpresa che avrebbe fatto comodo alla Rai.
Brutta storia per il dimagritissimo Fazio, che pur di riempire il tacchino ieri ha cantato più degli interpreti in gara, concedendosi un imbarazzante siparietto modello Bagaglino con Laetitia Casta. Che non avrà ancora sistemato i denti ma almeno, gliene va dato atto, ha fatto qualcosa.
Dimenticavo: nota di merito per la leggerezza del pre-Festival di Pif. L'unico che si salvava della combriccola.

mercoledì 12 febbraio 2014

SANREMO 2014 CON FAZIO E LITTIZZETTO, MA PER IL 2015 C'È IL VUOTO PNEUMATICO

Il chiacchiericcio di questi giorni in Rai non è tanto sul Sanremo 2014, la 64ª edizione, già appaltata alla coppia Fabio Fazio-Luciana Littizzetto. Che torna la prossima settimana sul luogo del delitto facendosi annunciare da alcuni spot stile Vianello-Mondaini. Con buona pace di Sandra e Raimondo. E srotolando un lungo elenco di ospiti o superospiti (giudicate voi): da Rufus Wainwright a Stromae, passando per Paolo Nutini, Damien Rice, Cat Stevens, Claudio Baglioni, Raffaella Carrà, Gino Paoli, Renzo Arbore, Enrico Brignano, Franca Valeri, Maurizio Crozza, l'astronauta Luca Parmitano e Laetitia Casta.
Enrico Brignano, Franca Valeri, l’astronauta Luca Parmitano e Laetitia Casta. - See more at: http://www.vogue.it/people-are-talking-about/l-ossessione-del-giorno/2014/02/festival-di-sanremo-2014-superospiti#sthash.65vMpxYu.dpuf
Enrico Brignano, Franca Valeri, l’astronauta Luca Parmitano e Laetitia Casta. - See more at: http://www.vogue.it/people-are-talking-about/l-ossessione-del-giorno/2014/02/festival-di-sanremo-2014-superospiti#sthash.65vMpxYu.dpuf
Enrico Brignano, Franca Valeri, l’astronauta Luca Parmitano e Laetitia Casta. - See more at: http://www.vogue.it/people-are-talking-about/l-ossessione-del-giorno/2014/02/festival-di-sanremo-2014-superospiti#sthash.65vMpxYu.dpuf
Enrico Brignano, Franca Valeri, l’astronauta Luca Parmitano e Laetitia Casta. - See more at: http://www.vogue.it/people-are-talking-about/l-ossessione-del-giorno/2014/02/festival-di-sanremo-2014-superospiti#sthash.65vMpxYu.dpuf
Il problema evidente è il Festival 2015, per il quale non esiste un candidato plausibile alla conduzione. Fazio, com'era facile immaginare, ha preventivamente declinato, ancora prima di leggere i tabulati Auditel di quest'anno. E la scena non sembra ricca di facce spendibili. La cuoca Antonella Clerici non ha più la stessa forza di alcuni anni fa. Stesso discorso, sul versante Mediaset (ipotizzando i classici prestiti aziendali), per Paolo Bonolis. Che è sì con Lucio Presta ma ha già dato, e non è più lo schiacciasassi di un tempo. Gerry Scotti non basta, e anche un volto molto sfruttato in Rai, quello di Carlo Conti, in lista d'attesa da lustri, garantisce ascolti alti ma non il botto d'audience che Raiuno ha bisogno per un evento come questo. È un bel dilemma, e i vertici di Viale Mazzini, che si affrettano a spiegare di aver già ripagato con gli sponsor l'edizione di quest'anno, dovranno scioglierlo molto prima di quanto si creda. A meno di non resuscitare Pippo Baudo, che è ovviamente l'ultima cosa che vorrebbero.

SANREMO 2014 * TUTTE LE CANZONI E GLI ARTISTI DELLA SERATA CLUB DI VENERDI'

Sanremo è la città della canzone, anche quella d’autore. E il Festival di quest’anno vuole omaggiare alcune tra le più importanti canzoni autorali della musica italiana. Per troppo tempo sul palcoscenico dell’Ariston si sono alternati il Premio Tenco e il Festival di Sanremo, separati da un muro invisibile, per la natura delle due manifestazioni.

La serata di quest’anno del venerdì sera,‘Sanremo Club’, vuole invece creare un legame tra queste due anime, abbattendo ogni steccato e unendo la buona musica. I 14 cantanti in gara interpreteranno a loro scelta una delle canzoni della tradizione cantautorale italiana.

Ecco le performance previste:

- Antonella Ruggiero canta i NEW TROLLS, Una Miniera
- Arisa con i Whomadewho canta FRANCO BATTIATO, Cuccurucucu
- Cristiano De André canta FABRIZIO DE ANDRÉ, Verranno a chiederti del nostro amore
- Franklin Hi-Nrg con Fiorella Mannoia canta PAOLO CONTE, Boogie
- Francesco Renga canta EDOARDO BENNATO, Un giorno credi
- Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio canta ZUCCHERO, Diavolo in me
- Giuliano Palma canta PINO DANIELE, I say i' sto cca'
- Giusi Ferreri con Alessio Boni e Alessandro Haber canta ENRICO RUGGERI, Il mare d'inverno
- Noemi canta IVANO FOSSATI La costruzione di un amore
- I perturbazione con Violante Placido cantano FRANCESCO DE GREGORI, La donna cannone
- Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots con Tommy Lee cantano DOMENICO MODUGNO Nel blu dipinto di blu
- Renzo Rubino con Simona Molinari canta GIORGIO GABER, Non arrossire
- Riccardo Sinigallia con Paola Turci, Marina Rei e Laura Arzilli canta CLAUDIO LOLLI, Ho visto anche degli zingari felici
- Ron canta LUCIO DALLA, Cara

LE CANZONI:
Antonella Ruggiero, Una miniera

Singolo del 1969 dei New Trolls scritto dai componenti del gruppo (D'Adamo, De Scalzi e  Di Palo) e prima dell'ingresso completo della band nella scena progressive italiana con lo storico album Concerto grosso. Nel 1969 i New Trolls approdarono al Festival di Sanremo con il brano Io che ho te, a cui seguirono altri due singoli di successo, Davanti agli occhi miei ed Una miniera. L'anno successivo fu pubblicato l'album New Trolls (Fonit Cetra 1970), che raccoglieva i singoli prodotti dal gruppo fino a quel momento.

Arisa, Cuccurucucu

Tratta dall'album La voce del padrone (EMI 1981) è una delle canzoni più note di Battiato che cita, solo nel ritornello, la canzone Cucurrucucú paloma, scritta dal cantautore messicano Tomás Méndez, nel 1954. La versione di Franco Battiato cita il proemio dell'Iliade e Il mondo è grigio/ il mondo è blu di Nicola Di Bari. Fra le altre canzoni nominate vi sono Lady Madonna e With a Little Help from My Friends dei Beatles.

Cristiano De André, Verranno a chiederti del nostro amore

Il brano è tratto dal sesto disco di Fabrizio De André Storia di un impiegato (Produttori Associati 1973). La canzone venne composta dal cantautore ligure per la prima moglie (la madre di Cristiano) Enrica ‘Puny’ Rignon. Cristiano potè assistere, dal buco della serratura, alla prima esecuzione del brano appena completato, nel cuore della notte, da parte di Fabrizio alla consorte, visibilmente commossa.

Franklin Hi-Nrg, Boogie

È una canzone che Paolo Conte ha scritto nel 1981 ed è stata pubblicata nel quarto disco del pianista e compositore astigiano (Paris milonga, RCA 1981). È il primo album di Paolo Conte pubblicato anche all’estero e che accentua ancora di più la strada intrapresa con il disco precedente decisamente swing e jazz. Boogie verrà interpretata negli anni successivi da Ivano Fossati.

Francesco Renga, Un giorno credi

Pubblicato nel primo disco di Edoardo Bennato Non fati cadere le braccia (Ricordi 1973), Un giorno credi è stata scritta con Patrizio Trampetti, musicista e componente del gruppo Nuova Compagnia di Canto Popolare. La canzone fu riproposta anche nel disco successivo I buoni e i cattivi (Ricordi 1974). Nel 1996 il cantautore ne ha registrata una nuova versione con il Solis String Quartet includendola nell'album Quartetto d'archi.

Francesco Sarcina, Diavolo in me

Diavolo in me è una canzone di Zucchero estratta nel 1989 dall'album Oro, incenso e birra (Polygram 1989). È uno degli esperimenti più riusciti di rhythm’n’blues italiani e l’album che è stato primo in classifica in Italia e Svizzera è molto conosciuto all’estero. Al disco hanno collaborato tra gli altri Eric Clapton, Jimmy Smith, Francesco De Gregori, Ennio Morricone, James Taylor (UK).

Giuliano Palma, I say i' sto cca'

È il brano di apertura del terzo album di Pino Daniele (Nero a metà, Emi 1980) il disco è quello dell’affermazione a livello nazionale del cantautore partenopeo che crea brani che vanno al di fuori degli schemi allegramente blueseggianti, cui il pubblico di Pino Daniele era ampiamente abituato. L'album è presente nella classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone Italia.

Giusi Ferreri, Il mare d'inverno

Il brano Il mare d'inverno è stato scritto nel 1983 da Enrico Ruggeri nella città marchigiana di Marotta in provincia di Pesaro-Urbino, dove il cantautore trascorreva con la madre e le zie le sue vacanze da adolescente. Interpretata e portata al successo da Loredana Berté la canzone sarà registrata dal suo autore per l’album Presente (CGD 1984).

Noemi, La costruzione di un amore

Scritta nel 1978 da Ivano fossati per Mia Martini che la inserì nel sul album Danza, la canzone compare per la prima volta nell’album di Fossati Panama e dintorni (RCA 1981). Ancora oggi, a più di trent’anni dalla sua prima incisione, la canzone viene riproposta e arrangiata da vari artisti. Il brano è considerato una delle più belle canzoni della musica d’autore italiana.

I perturbazione, La donna cannone

Scritta nel 1983 da Francesco De Gregori la canzone fu pubblicata lo stesso anno in un Qdisc di solo cinque tracce. La canzone è riconoscibile dal riff di pianoforte con le tre note iniziali, un preludio perfetto per un brano che è stato in vetta alla classifica dei singoli tanto da rendere questa una delle canzoni d'amore più belle della musica italiana.

Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots, Nel blu dipinto di blu

Conosciuta anche con la parola che apre il ritornello Volare è una delle canzoni italiane più famose al mondo. Scritta da Domenico Modugno e Franco Migliacci fu presentata per la prima volta al Festival di Sanremo del 1958 dallo stesso Modugno e da Johnny Dorelli vincitore di quell'edizione. Da quel momento il brano ottenne un successo planetario. La canzone ha partecipato anche all'Eurovision Song Contest 1958, classificandosi al terzo posto.

Renzo Rubino con Simona Molinari, Non arrossire

È la canzone che nel 1960 ha portato al successo popolare Giorgio Gaber. Un ‘lento’ con il quale partecipa alla Sei giorni della canzone e segna per Gaber il passaggio dal rock’n’roll al teatro canzone.

Riccardo Sinigallia, Ho visto anche degli zingari felici

È la canzone che da il titolo del quarto album del cantautore Claudio Lolli, pubblicato nel 1976 dalla EMI Italiana e considerato fondamentale per la storia della musica d’autore italiana. Il titolo è la citazione di quello di un vecchio film jugoslavo (Skupljaci perja 1967). Il brano, molto lungo, è stato scritto nel 1975 e nel disco è diviso in due parti. Sinigallia propone la seconda parte quella che chiudeva il disco.

Ron, Cara
Cara è una delle canzoni più intense di Lucio Dalla ed è tratta dal suo album Dalla (RCA 1980) un album registrato in studio che diventò il disco più venduto quell’anno. Nel disco altre canzoni di successo come Balla balla ballerino, Futura e Siamo dei, che ormai fanno parte della cultura musicale italiana. L’epitaffio sulla tomba di Lucio Dalla sono due versi tratti proprio dalla canzone Cara.

mercoledì 5 febbraio 2014

IL PASSAGGIO DA MEDIASET A SKY POTREBBE FARE BENE A «ITALIA'S GOT TALENT»

Il recentissimo acquisto del format di «Italia’s Got Talent» da parte di Sky (che l’ha comprato da FreemantleMedia scippandolo a Mediaset) è un’operazione della quale sulle prime non ho capito la strategia. Si parla, in fondo, della versione 2.0 de «La Corrida». Un classicone di Corrado (ri)portato al successo da Maria De Filippi, Gerry Scotti e Rudy Zerbi (con l'appeal sexy di Belen Rodriguez) in versione talent-show. Quindi del varietà dalla formula più generalista del mondo, se si va a esaminarne l’essenza. Difficile immaginarlo su una rete a pagamento. E invece, forse, a pensarci bene, si tratta di una bella mossa.
Che nasce sotto il segno dei vari «X-Factor» e «Masterchef», da anni dominatori della scena sulle reti di Murdoch.
Naturalmente Sky dovrà renderlo più fighetto, appetibile e stravagante (come struttura e composizione della giuria, per esempio, che andrà totalmente rimpiazzata); lo potrà trasformare senza sensi di colpa da prime time in qualcosa di molto più cattivo di quanto sia ora. Del resto il materiale umano si presta. Infine, potrà sfruttare il vasto bacino dei casting di cantanti disperati e piccoli casi umani del pentagramma obbligatoriamente esclusi da «X-Factor». Attenzione, perché «Italia’s Got Talent» su Sky forse non è poi un’idea così balzana come può sembrare a prima vista.

martedì 28 gennaio 2014

CON LE PIETRE D'INCIAMPO OGNI GIORNO SI RINNOVA LA MEMORIA

Di Lorenzo Sulmona

Oggi non voglio scrivere, non è necessario. Oggi voglio pensare, anzi voglio poter ricordare, voglio essere sicuro un giorno di ricordare la storia dell’olocausto.
Una cinica e toccante serata da Bruno Vespa, non racconta con i plastici le crudeltà moderne, ma rivive nella storia dei sopravvissuti, mai banali nel loro vivo ricordo, le giornate dello sterminio razziale e della “raccolta porta a porta” degli ebrei di Roma.
Le pietre d'inciampo, opera di fine anni ‘90 dell’artista tedesco Gunter Demnig, in memoria di cittadini europei deportati nei campi di sterminio, sono definite a ragione opere d’arte (si tratta di targhe d'ottone della dimensione di un sampietrino, con nomi, date e luoghi, poste davanti alle porte di casa che furono dei deportati), ma non sono altro che un libro di storia a cielo aperto, per non dimenticare.
Perché non c’è cosa più naturale che poter camminare nelle vie del centro a Roma ed “inciampare” sulla storia più dolorosa del secolo scorso! E i “giorni della memoria” non sembrano lontani più di 70 anni, in una sorta di contatto eterno tra presente e passato.
E allora stamattina non conta nulla attorno a noi … la porta del vicino, le rotaie del tram, la coda al semaforo, la tazzina al bar, la busta della spesa, la password in ufficio … in silenzio ascolto il respiro. Ogni cosa attorno a me è vita.

Post più popolari

Lettori