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mercoledì 6 dicembre 2023

VILLAGGIO FANTOZZI * UN FANTASTICO TRAGICO WEEKEND PER CELEBRARE IL RAGIONIERE

Un momento della celebrazione di Paolo Villlaggio, a San Felice sul Panaro.

Qui per le strade è tutto un: "Venghi", "Facci", "Dichi", "Batti lei!". Immaginate un paese di diecimila anime della bassa modenese, che si sveglia col profumo dell'erba da fieno tagliata di fresco, dove si celebra contemporaneamente la morte definitiva del congiuntivo e il talento sopraffino di una tra le più grandi maschere del cinema italiano. San Felice sul Panaro (si raccomanda l'accento sulla seconda a) si è trasformato per un'intera giornata nel "Villaggio Fantozzi". Dove Villaggio è scritto con la maiuscola, e tracce di Fantozzi si ritrovano in ogni angolo, ogni anfratto, ogni balcone. Sui quali campeggiano eterni moniti come: "Lei non ha un complesso di inferiorità. Lei è inferiore!". E altre frasi immortali che si rifanno alla saga dell'impiegato più celebre, bistrattato e sfigato d'Italia. Il libro, frutto di una raccolta di rubriche giornalistiche, uscì nel 1971. Il primo film, regia di Luciano Salce, è del '75, e diede la stura ad almeno altri due capolavori e a una serie di copie più commerciali ma che arrivarono al grosso pubblico. Merito anche di reiterati trucchetti l'inforcata della bicicletta "Alla bersagliera!", che perde malauguratamente il sellino proprio mentre Fantozzi ci si siede ignaro e con inusitato dolore. Di solito su questa scena crollava la sala dalle risate.
L'idea del Villaggio pride è del bancario Federico Mazzoli, che ha coinvolto come sponsor un istituto di credito locale, la Sanfelice 1893 Banca Popolare, la quale ha affidato la direzione creativa dell'operazione al fotografo Roberto Gatti; il regista Paolo Galassi realizzerà intanto un docu-film per le piattaforme di streaming.

Quindici volontari (primo fra tutti Roberto Gavioli) hanno lavorato per un anno in due hangar immensi per creare in gran segreto le scenografie, fatte con pannelli di legno riciclati e vernici destinate a essere smaltite. Venti set dedicati alle scene cult dei film (dalla Trattoria al Curvone alla scalinata della Corazzata Potëmkin) sono stati quindi sparsi nel centro del Villaggio. Più di quaranta Bianchine (la mitica auto sulla quale Fantozzi portava la segretamente amata signorina Silvani, Anna Mazzamauro) sono arrivate in paese da tutta Italia; una anche da Cinecittà. E lo show vero e proprio, che partiva dall'essenza dei Fantozzi per ammiccare al felliniano, ha coinvolto 200 figuranti. Del resto la madrina dell'evento, Elisabetta Villaggio, figlia dell'attore ligure e autrice del libro "Fantozzi dietro le quinte. Oltre la maschera. La vita (vera) di Paolo Villaggio" si era raccomandata: "Mi sta bene, partecipo, ma per favore non fate una pacchianata, una carnevalata". E così è stato. "Mio padre sarebbe felicissimo qui oggi, anche solo vedendo tutte queste auto schierate" commenta. "E per tutto l'amore e l'effetto che gli vengono tributati dalla gente. Da piccola mi accorsi subito di avere in casa un genio, un uomo molto intelligente e dall'energia possente. E' stato ingombrante perché aveva un carattere fortissimo e a volte diventava ingombrante. Gli avevo vietato di venirmi a prendere a scuola perché tutti avrebbero visto l'attore e non mio padre. Ho fatto anche qualche comparsata in alcuni Fantozzi, come la sposa nella scena di un banchetto nuziale. E nella scena dell'autobus preso al volo la mattina c'è qualcosa di vero in famiglia perché papà la raccontava attribuendola a mio nonno. Forse romanzandola un po'. Pur essendo amico di grandi come Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, lui sul set, pur stimando i colleghi, aveva creato un rapporto d'amicizia solo con la sua controfigura, Clemente Ukmar, e Stella Battista, la sua sarta. Fra le chicche per cinefili, posso dire che la prima Pina, Liù Bosisio, lasciò dopo il secondo film perché non voleva essere troppo identificata con il personaggio, e rimpiazzata da Milena Vukotic. E la prima scena in assoluto girata di tutti i Fantozzi fu la partita a tennis tra la nebbia con Filini, ovvero Gigi Reder".
Assenti gli attori dei cast originali, per i cloni dei personaggi l'organizzazione ha attinto ad alcuni degli autoironici bancari della Sanfelice 1893. Tanto che il ruolo primario, quello di Fantozzi, è andato a Paolo Grossi, 49 anni, boss dell'Ufficio legale. E' sposato e ha due figlie ma la moglie ha ceduto volentieri il ruolo della signora Pina a Claudia Tartarini, 45 anni, impiegata in località Camposanto. Grossi, come quasi tutti, aveva anche almeno un doppio (in realtà in paese i ragionieri e i comprimari "non autorizzati" spuntavano come funghi, mandando in tilt i poveri fotografi, presenti a centinaia), in caso di indisposizione: l'ottimo Giorgio Giraudo, 61 anni, da Fossano. Che incarnava il ragioniere nella versione più domestica: canotta, bretelle, mutandoni ascellari, "Bottiglia di Peroni ghiacchiata e rutto libero". Anche Filini è un ex della Sanfelice 1893 (chissà se si ti diverti così anche quando vai da loro a fare un mutuo?): pensionato, 67 anni, "43 e 10 mesi di contributi", precisa con una certa pignoleria. E se delle signorine Silvani si è perso il conto, la parte di Calboni è andata allo psicologo e psicoterapeuta Matteo Merigo.
Intanto la titolare della drogheria Giberti, che si affaccia sul corso, ha recuperato un'introvabile bottiglia di Prunella Ballor, liquore cult ormai fuori commercio che Fantozzi proponeva ai suoi amici per un brindisi dopo il capodanno truccato del maestro Canello. Se volete provare a riprodurre a casa il Prunella di Fantozzi la ricetta si trova sul web. E' semplice. Ma senza questa dritta non si va da nessuna parte: le bacche di prugnolo vanno fatte seccare molto tempo al sole prima di utilizzarle, per togliere il tannino in eccesso che rovinerebbe tutto.

(DAL SETTIMANALE GENTE - OTTOBRE 2023)

lunedì 3 luglio 2017

ADDIO PAOLO VILLAGGIO, VORREI CHE MI RIFACESSI IL MONOLOGO DEL FRIGORIFERO

Paolo Villaggio
Da una vita aveva il vezzo di ripetere che sarebbe morto a capodanno. Non è stato di parola. Un 3 luglio qualsiasi, un gigante del suo calibro non se lo meritava.
Se dovessi indicare uno dei dieci punti di riferimento del mio percorso di cultore dello spettacolo e anche di cinefilo, ai primi posti metterei senz'altro quel genio pigro e compreso di Paolo Villaggio. L'uomo che con i ragionieri Fracchia e Fantozzi ha tratteggiato meglio di Leonardo Da Vinci e con una realistica spietatezza senza pari la figura del travet italiano e le meschine logiche della vita d'ufficio. L'attore ligure, 84 anni, si è spento al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni. Con la morte scherzava spesso. Anzi, sempre. Per esorcizzarla e perché sapeva che mettendola in mezzo una risata cinica la strappava senza fatica. Mestiere.
Lascio ad altri ricordi più freddi, biografici e impersonali e mi concentro sul «mio» Villaggio, anche perché di recente mi ha fatto l'onore di regalarmi quello che credo sia il suo ultimo scritto: un capitolo impagabile, dettatomi tutto al telefono, del mio libro «Il peggio della diretta» (Mondadori Electa). È un pezzo di bravura sulla perdita di memoria dell'attore, vergato con la cifra fantozziana a lui così cara e congeniale.


Faccio un passo indietro per ricordare quando conobbi Paolo, una vita fa, al festival della tv Numero Zero, a Merano. Lavoravo per il quotidiano il Giornale e lui era ospite dell'organizzazione insieme con Neri Parenti, regista di riferimento degli ultimi capitoli della saga del ragioniere più sfigato d'Italia nata con Luciano Salce. Incontravo un mio mito durante il gala di chiusura, quindi mi tremava anche il colon. Nonostante tutto, ebbi il coraggio di «cazziarlo» per avere ucciso, con troppe repliche incolori e con la complicità di Parenti, la maschera più bella del cinema italiano. Rimase molto colpito da questa mia schiettezza, mi diede anche parzialmente ragione (alle necessità del portafogli spesso non si comanda) e ci lasciammo con un sorriso.
Poi lo richiamai per qualche sporadica intervista, e ogni volta era la stessa storia: non ricordandosi degli incontri precedenti, prima ti intervistava lui. Voleva sapere chi fossi, da dove venissi, molto interessato a provenienza e albero genealogico. Poi il mio cognome, Bagnasco, si associava volentieri a ipotesi di cardinalizie parentele. Magari tu avevi anche fretta, ma lui prima di parlare ti faceva un (legittimo) interrogatorio di 20 minuti. Una volta sciolto il ghiaccio, entrava in gioco l'istrione. Al telefono mi avrà fatto almeno tre volte il monologo del poveraccio a dieta che si alza di notte con i crampi, alla debole luce del frigorifero appena aperto, a caccia di trippa o qualsiasi cosa di edibile. E intanto ulula come i lupi della steppa. Una delizia di repertorio che non sarei minimamente in grado di riprodurre. Queste cose, lui e soltanto lui. Che in un libro (e in uno spettacolo teatrale) si era coraggiosamente autodefinito: «Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda».


Nel libro, un capitolo scritto da Paolo Villaggio.
Per il suo capitolo nel mio libretto, «Il peggio della diretta», lo chiamai almeno cinque volte. Villaggio non aveva computer e non batteva manco a macchina (un po' se ne vergognava), quindi mi disse: «Ok, lo faccio. Senti, Bagnasco: non puoi farmi chiamare da un tuo schiavo, così detto tutto a lui?». E lo disse con l'inconfondibile voce bassa e impastata del Villaggio che simula cattiveria. «No Paolo, mi spiace, non ho schiavi, faccio tutto da solo. Ma non ti preoccupare, ci mettiamo il tempo che ci vuole. Per me è il più grande degli onori solo il fatto che tu abbia accettato». Si tornava indietro passo passo e si correggevano anche le virgole.

Grazie Paolo, per tutto. Per le risate, su carta e pellicola. Per il tuo genio un po' buttato via, a volte. Per un cinismo che era rosolio. Era miele. Perché la tua imitazione, che ho in repertorio da una vita, me la gioco sempre nei momenti migliori. «Fantozzi» è stata la tua Gioconda. E parafrasandoti lasciami fare per una volta la parte del ragionier Filini: «Muori, muori lei!». Che cosa fa, mi dà del tu?». «Mannò, è congiuntivo!».

lunedì 28 novembre 2016

PAOLO VILLAGGIO NE «IL PEGGIO DELLA DIRETTA»: «MI VOLEVA STREHLER MA PERSI LA MEMORIA»

Paolo Villaggio
Paolo Villaggio per me non è un semplice attore o (banalmente) un essere umano. Lo considero alla stregua di un dio pagano, di un'entità soprannaturale che ha condizionato la mia crescita e il mio modo di essere. Qualcosa che va oltre tutto e tutti, pur con i suoi umani difetti. Compreso un talento che spesso ha buttato via, in anni più o meno recenti, insieme con il suo personaggio, ma questa è un'altra storia.
Per questo quando ha accettato di scrivere di suo pugno un racconto per il mio libro, «Il peggio della diretta» (Mondadori Electa), in libreria e negli store on-line, ero felice come un bambino quando gli regalano la prima bicicletta.

Paolo ha scritto per me, anzi con me (lui non batte né a macchina né al computer, quindi detta «a uno schiavo», come dice lui, con attenzione al dettaglio), in una lunga, molteplice session telefonica un racconto in perfetto stile «Fantozzi». Un pezzo esilarante su una chiamata notturna da parte
di Giorgio Strehler (il sogno di ogni attore) e sulla sua perdita di memoria. Un Villaggio classico, quello dei libri e dei film che hanno segnato le esistenze di molti, con le loro frasi diventate marchio distintivo di una genialità assoluta e dell'asservito mondo impiegatizio.
Nota a margine: prima di congedarsi, Villaggio mi ha domandato: «Ma... Come va con la prostata?».

martedì 23 dicembre 2014

«LOMBARDIA LOMBARDIA» * IL BRUTTO INNO CHE MOGOL SI PORTA VIA

Mario Lavezzi ha sempre cantato un po' di tutto, con indiscutibili qualità autorali e una certa tigna (a mio avviso immotivata) nel volersi esporre come cantante. Sempre, comunque e con risultati non particolarmente eclatanti. Insomma, un certo presenzialismo canzonettaro che ai miei occhi lo ha sempre avvicinato più ad Alessandro Cocco che a Freddie Mercury.
Su di lui, però, taccio. Da lui, un po', me l'aspettavo.
Che cosa spinga invece un autore come Giulio Rapetti in arte Mogol (uno che ha scritto le cose più belle di Lucio Battisti, per capirsi, e alcune tra le canzoni più grandi della musica italiana) a firmare in tandem col già citato Lavezzi l'inno «Lombardia Lombardia», realizzato per il Pirellone, resta e resterà per me un mistero gaudioso. Fosse poi un capolavoro, potrei anche chiudere un occhio. Ma cribbio, il testo lo riporto paro paro qui sotto. E il video lo incorporo, perché tutti devono vedere e sentire. Non avendo mai visto le ricevute di Formigoni, almeno qui qualche evidenza c'è.
Giulio, che cosa ti succede? Se non ti senti bene, dillo. Se possiamo fare qualcosa per darti una mano, non fare complimenti. Non credo che tu abbia bisogno di soldi. In Siae penso ti arrivi il Pil del Lussemburgo. Paolo Villaggio diceva del Sordi degli ultimi anni: «Fermatelo, prima che distrugga il suo mito».
Ecco, se c'è un Dio dei parolieri, fermi Mogol prima che decida di andare anche all'Isola dei famosi.

Ecco il testo di «Lombardia Lombardia» e, sotto, il video realizzato per la regione:

«Questa storia è quella di un bambino che diceva sempre sì entusiasta di ogni cosa: era un mondo che poi finì. Mi ricordo la città, la mia Milano, senza odio per nessuno, e la gente silenziosa nella chiesa a pregare tutti uniti come uno. Io da qui non vado via. Lombardia, Lombardia grande terra mia. Terra piana e montana. Gente forte che e' operosa, generosa senza una bugia. Ti dà il cuore, parla poco, ma dice quel che è. Tutto il mondo chiuso in una via. Il suo nome: 'buona volontà''. Una strada di periferia di chi accetta e ti rida'. Di chi ha poco e resta fiducioso che poi in meglio cambiera'. Di chi lavora e vive con poesia. E se anche vado via. Lombardia, Lombardia grande terra mia. Orgogliosa, laboriosa, piena di energia, gente onesta la lombarda. Fidati perché ha un gran cuore, pensa in grande ma resta quel che è Lombardia, Lombardia grande terra mia. Terra piana e montana. Gente forte che è operosa, generosa, senza una bugia. Ha un gran cuore, pensa a tutti e stringe tutti a sé».


lunedì 27 agosto 2012

PAOLO VILLAGGIO * «PER SALVARE I NUOVI FANTOZZI D'ITALIA? RIVOLUZIONE CRUENTA E TORTURA AGLI EVASORI»

Ci sarà tutto: il tragico varo con la Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare; le imbarazzanti cene dal megadirettore «naturale» col pomodorino, «fuori freddo, dentro palla di fuoco a 18.000 gradi Fahrenheit»; le sveglie all’alba per andare al lavoro («Dentifricio mentolato su sapore caffè»); e, naturalmente, lui.

Paolo Villaggio, lo sa che dal 21 agosto, con «Sorrisi», sarà in edicola una collana di nove dvd del suo mitico ragionier Ugo Fantozzi?
«Maddài, faccia vedere i titoli!».
Eccoli…
«Mi fa piacere: quel che conta, c’è».
Lo ammetta: questo personaggio per lei è stato tutto.
«Non esageriamo. È stata la mia spinta forte, ciò in cui il pubblico mi identifica da sempre. Ma ho lavorato anche con Wertmuller, Olmi e Fellini. Dopo di lui, c’è chi mi chiama “Maestro”, si figuri...».
Prima, invece?
«Ignorato da intellettuali di sinistra con la puzza sotto il naso: ho giocato a pallone con Pasolini per anni senza che mi rivolgesse la parola. “Fantozzi” è stato un discreto personaggio…».
Non faccia il finto modesto: è stato un capolavoro.
«Sì, dai, lo è stato: volevo raccontare l’uomo completamente senza possibilità. Annientato alla partenza. Venivo da un soggiorno a Londra, ho respirato un po’ della loro ironia, e l’ho applicata al mio mondo, da ex dell’Italsider».
Quali sono i titoli imperdibili della saga, i primi quattro?
«I primi tre, quelli che ho scritto con Benvenuti e De Bernardi e la regia di Salce. Lui ebbe l’intuizione di focalizzare gli altri perdenti, dalla Pina alla Silvani, da Calboni alla figlia “babbuina”. E poi, Filini».
L’ha anche spremuto troppo, questo «Fantozzi», diciamolo...
«Sì, dopo i primi ho fatto anche film dei quali mi vergogno profondamente ma che sono stati anche più visti, in questo Paese suddito della tv. L’ho fatto per soldi, essendo un nano e non un playboy. Vivere a Roma, “rich and famous”, quando tutti ti cercano, voleva dire anche mantenere gli standard di un certo ambiente. E poi i produttori sono spietati, lo sa?».
Chi sono oggi i Fantozzi?
«Quelli che mitizzano i calciatori e vestono come Balotelli: orecchini, cresta e jeans strappati. Quelle con le unghie finte, che si ammazzano di lampade, dicono di essere state in ferie a Sharm El Sheik, ma non sanno dove sia. Il mio “Fantozzi” almeno si accontentava del posto fisso. Oggi c’è un barlume di speranza solo per quelli che ce l’hanno. Quasi nessuno».
Monti e il Governo dei tecnici. I nuovi Megadirettori Galattici?
«Mannò, i professori sono stati un’ottima barriera contro ladri e malversatori, di cui è pieno il Parlamento. Bisogna fare tabula rasa».
Paolo Villaggio come Beppe Grillo?
«Grillo fa qualunquismo, ma in questo ha ragione: serve un repulisti, ma la rivoluzione francese e il socialismo ci hanno negato la possibilità di una dittatura, che forse sarebbe la soluzione. O una rivoluzione cruenta».
Meglio l’America?
«Il Paese della finta felicità. Sembra il paradiso, ma ogni tanto si sveglia qualcuno e fa una strage. Però un’idea per l’Italia, ce l’ho».
Sentiamo.
«Prendiamo tutti i grandi evasori, li mettiamo nel caveau della Banca d’Italia, e li facciamo torturare (dai nazisti, che sono sempre i migliori), come Torquemada faceva a Toledo, finché non confessano tutto, conti all’estero e quant’altro. Poi smantelliamo Mafia, Camorra e Ndrangheta e puntiamo solo sull’Italia a vocazione turistica. Per il resto, per i prodotti, mica vorremo metterci in competizione con i cinesi?!».

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2012)

lunedì 27 dicembre 2010

NERI PARENTI S'È CONVINTO DI ESSERE UN REGISTA

Con l'andare degli anni, Neri Parenti (nella foto con Belen Rodriguez, incolpevole protagonista degli spot Tim) s'è convinto di essere un regista. Potenza dell'auto-suggestione? Chi può dirlo... Sta di fatto che non gli bastano più gli stantii cinepanettoni che sforna con successo da lustri. No, l'uomo s'intestardisce e ora sembra strizzare l'occhiolino al cinema vero. Non solo: ambirebbe far rientrare queste sue prestazioni impiegatizie su celluloide già pluristroncate dalla critica nel novero della Settima Arte. Impresa che non sarebbe riuscita neanche a Stanley Kubrick sotto acidi. E pensare che con la rodata formuletta, il Neri ha campato per anni: bastava cambiare di volta in volta tette e chiappe della gnocca di turno e il nome della località geografica raggiunta dalla ciurmaglia di dubitabili amici del solito Christian De Sica (60 anni e non sentirli) e il gioco era fatto. La pioggia di volgarità faceva il resto. Incassa che ti passa. Qualità irrintracciabile, ma pancia piena. Bastava fermarsi lì.
L'ultima trovata del signor Parenti - con la collaborazione dell'immancabile De Sica, sicura gioia di papà Vittorio - è profanare «Amici miei», il capolavoro di Germi-Monicelli. Con l'abituale, squisita tecnica registica alla quale ci ha abituato nei suoi vari Natali in Sudafrica, Neri sfornerà in primavera l'ultimo capitolo della saga, ambientato nel 400. Su questo gruppo di Facebook (al quale hanno aderito più di 50 mila persone!) sono già state dette parole definitive sull'operazione.
La mia preoccupazione aumenta, dal momento che considero il signor Neri Parenti - persona in sé persino colta e cortese - il vero assassino del povero «Fantozzi». L'uomo che ha già portato a drammatica consunzione (con la complicità di Paolo Villaggio, che si è prestato al gioco) il personaggio straordinario che lui stesso aveva creato. Che cosa ha fatto di buono Neri Parenti? Basta dare un'occhiata alla sua filmografia per rendersene conto. Non riesco a rintracciare né idee né verve in quest'accozzaglia di brutte commediole. Ripetizione stracca di strade già percorse, fiacche pochade. In sintesi, boiate. Resta solo da intendersi su quale sfumatura di boiata. 
Che ora il nostro pretenda di accostarsi a Monicelli, che peraltro aveva contattato e che ha rifiutato categoricamente di prendere parte al progetto, mi pare un po' troppo. Infatti la stessa Firenze è insorta e ha risposto compatta.
Spero solo che al Maestro (lassù) risparmino la visione dell'opera omnia di Neri Parenti. 

sabato 23 gennaio 2010

LA FIGLIA DI «FANTOZZI»? E' VIVA, LOTTA INSIEME A NOI (E FA LO SCULTORE)

Plinio Fernando.
Era sparita da 15 anni. Eppure la figlia di «Fantozzi» è viva e lotta insieme a noi. «Abbia pietà quando scrive di me, lei che è giornalista...»  dice facendo il verso al servilismo di Paolo Villaggio, suo papà putativo.
Come forse non tutti (ma di certo molti cultori del genere) sanno, la «piccola» Mariangela, passata alla storia del cinema per tutto tranne che per la sua avvenenza, è in realtà un uomo: l'attore Plinio Fernando. Un signore timido, affettuoso e riservato nato per caso a Tunisi - da genitori italianissimi - il 15 settembre 1947. E sparito dalle scene nel 1993, quando girò «Fantozzi in paradiso»; l'ultimo capitolo della saga dell'impiegato più sfigato d'Italia. Nel '74 il debutto sul set del primo film, indossando le improbali camicie da notte e le vezzose cuffiette di Mariangela. «La bertuccia», come la chiamava l'implacabile geometra Calboni. Da lì, pian piano, l'ingresso nel mito, come è accaduto ad altri grandi caratteristi come Bombolo e Jimmy il Fenomeno.

Di Plinio Fernando nulla si sa, compresa la data di nascita, sbagliata (sino a ieri) persino dai più accreditati siti di cinema. «Di "Fantozzi" ne ho girati otto» ricorda con l'inconfonbile voce chioccia. «Mi scelse il regista, Luciano Salce, dopo che mi presentai a un provino in via Monte Zebio, qui a Roma. E Villaggio si trovò subito d'accordo. Ho fatto l'accademia di recitazione, con il metodo Stanislavskij. E questi film mi hanno consentito di lavorare oltreché con Villaggio, anche con Milena Vukotic, la signora Pina, Gigi Reder-Filini e Anna Mazzamauro, la signorina Silvani. I più grandi. Ma non ho fatto solo quello. C'è stato il teatro, con due commedie, "Pupe pupe della malavita", ispirata a Feydeau, e "Allegria con cadavere". E poi sono stato un chirurgo in "Sturmtruppen" di Salvatore Samperi». Che effetto faceva vestire i panni della brutta per eccellenza? «Beh, in fondo era solo un ruolo, un lavoro come un altro» dice. «E non dimentichiamo che tutti i più grandi attori si sono vestiti da donna: da Ugo Tognazzi ne "Il vizietto" a Tony Curtis e Jack Lemmon in "A qualcuno piace caldo"».
Quando il periodo cinematografico del tenero Plinio si è chiuso («Forse era finita un'epoca, e poi io prima di lanciarmi in nuove avventure ci penso molto, ho paura di sbagliare; avrei dovuto fare i reality in tv? Li detesto»), nel '94 è iniziata la sua nuova carriera, quella di scultore. «Perché gli artisti sono come i diamanti: hanno mille sfaccettature» dice il nostro con orgoglio. Se si tenta di sapere qualcosa di più sul suo privato, si schermisce, misura le sillabe, chiede di evitare. Nei suoi modi si intuisce il travaglio interiore che sta dietro la vita di tutte le persone sensibili. E che non si può non rispettare. Guarda le sue creature - pochi quadri di nature morte e altre sculture: sono soprattutto le teste di terracotta, la sua passione, alcune delle quali impreziosite da smalto e oro - ed esclama: «Belle, vero? Ho fatto quattro anni col maestro Luigi Diotallevi, e da lui ho imparato molto di quello che so. Prima di decidermi a inagurare una collettiva ci ho messo un po', ma ora sono soddisfatto, vorrei farne tante in giro per l'Italia. Se oggi sono felice? La felicità è un attimo... È finita l'intervista, vero? Vuole che le racconti una barzelletta?». Prego. «Siamo tutti uguali davanti a Dio, ma non davanti al bancomat». E a labbra sigillate allarga gli angoli della bocca in un sorvegliatissimo sorriso.

Grazie di esistere, Plinio.


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