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lunedì 20 marzo 2017

SCEGLIERE UNA DONNA DELL'EST * LA LISTA DI «PARLIAMONE SABATO» E UNA BUFERA PER NULLA

«Parliamone sabato»: i motivi per scegliere una fidanzata dell'Est
«Le ragazze dell'Est» che cantava Claudio Baglioni nel 1981 non sono più quelle di una volta. C'è stato indubbiamente un upgrade. O un downgrade, chi può dirlo, signora mia? Resta il fatto che Paola Perego ha affrontato l'argomento nel suo «Parliamone sabato», stilando un elenco dei sei motivi che renderebbero invincibile il fascino delle suddette agli occhi del maschio italico, e si è aperta una polemica rovente. Con tanto di scuse da parte del direttore di Raiuno Andrea Fabiano


Paola Perego
La faccenda, di certo un po' sessista, a mio avviso non è particolarmente grave: in fondo non si fa altro che stilare una lista (vedi foto) di consolidati luoghi comuni a volte persino discutibili, come al punto 4: «Sono disposte a far comandare il loro uomo». Bisognava aggiungere: «Per i primi due mesi». Oppure al punto 1. «Sono tutte mamme ma dopo avere partorito recuperano un fisico marmoreo». Postilla: «Ma appena te le risposi ingrassano a vista d'occhio quasi come le italiane e portano in Italia tutti i parenti». Infine, il 6: «Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio». Peccato che diventino spesso marziali negli atteggiamenti.

Il politicamente corretto a tutti i costi ci ucciderà. Per questo non non mi sento di crocifiggere la Perego. La lista semmai è mancante di alcuni punti, e forse - questo sì - la cosa andava affrontata con maggiore ironia. Comunque, gentilmente, me ne incarti tre.

P.S.
A riprova di quanto detto qui sopra, pare che gli autori del programma abbiano preso la lista andata in onda da un sito satirico: OltreUomo. Riponete i vostri etti (o quintali) di indignazione. 

P.S. 2
Nel tardo pomeriggio è arrivata la notizia che il programma della Perego è stato chiuso da Campo Dall'Orto e Maggioni. Credo sia un provvedimento eccessivo, soprattutto considerando che in video passano cose ben peggiori. A volte di intima e brutale violenza psicologica. Bastavano le scuse. Ma stavolta si è voluto il sangue. E a me resta un tarlo: il dubbio che se «Parliamone sabato» fosse stato condotto da un altro volto, alla fine non sarebbe successo proprio nulla.


giovedì 16 marzo 2017

SI DIMETTE IL PRESIDENTE DEI GIORNALISTI: «NON MI RITROVO PIU' IN QUESTA INFORMAZIONE»

Enzo Iacopino, Presidente dell'Ordine dei giornalisti
Il giornalismo sta male. Parecchio. Tanto che oggi si è dimesso anche il presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Ecco il discorso che ha pronunciato e che cosa ha postato sulla sua pagina Facebook al momento di lasciare la carica e traetene le conseguenze. Sembra una resa totale, incondizionata e disarmante. Il suo discorso tocca più punti e fronti, fuori e dentro le redazioni, fra compensi per i collaboratori esterni ed etica di base. Prima di andarsene, Iacopino condivide il suo malessere. Ecco il racconto:

«L'equo compenso, una battaglia dell'Ordine tesa a dare dignità e speranza alle migliaia di "ultimi" di tante età, è morto.
Assassinato da fuoco amico! Da chi ha accettato che si codificasse il prezzo della schiavitù: 4.980 euro (tasse, spese, foto, video, abstract per l’on line) per il lavoro di un anno. Vergogna, non per chi lo impone, ma per chi tra noi se ne è fatto complice.
Il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento. Prevalgono un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze, il settarismo, la superficialità, le urla, le volgarità. C’è chi si compiace di galleggiare tra gelati e patate. Perfino la trasmissione di segnalazioni ai Consigli di disciplina territoriali, un atto imposto dalle leggi e dalle norme interne, diventa materia per polemiche, alimentate da "professori del diritto" che si dividono equamente tra analfabeti del diritto e oltre.
Non so dove siano finiti il rispetto rigoroso per la verità e per la dignità delle persone, al quale ci ha richiamato Papa Francesco.
No, non riesco a ritrovarmi più in questo modo di fare informazione.
Il "padrone" non è il lettore, come scriveva Indro Montanelli, ma per alcuni l'interesse a volte personale, il businnes, il burattinaio di riferimento, contribuendo ad alzare barriere, a creare ghetti, ad alimentare un clima che non porterà a nulla di buono per il Paese.
Ho provato, ho tentato di evitare questa deriva legata anche a norme che consentono ad editori improvvisati non solo di maramaldeggiare sfruttando i colleghi, ma di piegare il bene primario dell’informazione ai loro interessi.
Non ne sono stato capace. Scusatemi, se potete. Ne prendo atto e ne traggo, appunto, le conseguenze.
Enzo Biagi sosteneva che l'informazione è come l'acquedotto e si impegnava a non portare acqua inquinata nelle case dei suoi lettori.
Non mi pare sia così. Non è così.
Grazie a tutti, a tutti.
Grazie soprattutto a quanti si asterranno - cito Cesare Pavese, senza ipotizzare le sue conclusioni personali - dal fare pettegolezzi.
Buona fortuna a tutti voi».


martedì 14 marzo 2017

NARCOS * TI HANNO MAI FATTO LA TORTURA DEL GATTO?

La Santa Muerte, patrona dei narcotrafficanti.
Se non sai che cos'è «La tortura del gatto», puoi ritenerti fortunato. Se non sai che cos'è, probabilmente non ti sei mai infiltrato sotto copertura in un cartello di narcotrafficanti boliviani, come ha fatto un coraggioso professionista italiano, Gianfranco Franciosi, che per conto della Polizia tempo fa ha accettato di partecipare a una lunga e rischiosa operazione che ha consentito di distruggere 12 tonnellate di cocaina destinata all'Italia e che vive tuttora con la scorta perché ha avuto a che fare con gente che difficilmente dimentica. «Lo rifarebbe?», gli è stato chiesto. «No», ha risposto con la massima e comprensibile serenità.


Nel mondo Narcos, sia in Bolivia che in Colombia, la tortura del gatto è una cosa frequente, molto semplice da realizzare, con grossa resa e a basso impegno per il carnefice. Si prende un furgoncino di quelli per le consegne di merci, con il piccolo cassone chiuso e senza vetri nella parte parteriore, e si butta dentro, al buio, il malcapitato insieme con un gatto. Poi si inizia a battere forte sul cassone, più e più volte, su tutti i lati, per fare spaventare l'animale, che in men che non si dica diventa una furia graffia e riduce a brandelli il torturato, manco fosse stato aggredito da una tigre. Un'esperienza, pare, terrificante.

Per chi è appassionato di riti e miti della criminalità organizzata, c'è anche il nuovo videogioco di Ubisoft, «Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands», dove si parla e ci si incontra spesso con la Santa Muerte, patrona dei narcotrafficanti. Divinità studiata con grande passione da Thomas Aureliani, che non bazzica solo dalle parti di Pablo Escobar e dei suoi emuli, ma segue anche credenze e attaccamenti religiosi riscontrabile anche tra i boss di mafia e camorra, come la stessa serie tv «Gomorra» ha evidenziato. Appoggiarsi alla religione è una costante nelle organizzazioni criminali. Un po' per fingere di ripulirsi la coscienza, un po' per avere maggiore controllo sulla popolazione.






domenica 12 marzo 2017

QUELLE FOTO PERFETTE CHE CATTURANO UN'EMOZIONE

Franco Bagnasco
Due settimane fa, con altri quattro amici, tutti più o meno cinquantenni e quasi tutti più o meno sull'orlo di una crisi di nervi, fra depressioni procurate dal lavoro o da situazioni sentimentali sballate, siamo andati a farci un viaggetto anti-ansia in Inghilterra.
Amo molto questa immagine scattata a Minehead perché per cinque minuti, come un bambino, mi sono sentito molto felice nello spezzare il pane e lanciarlo ai gabbiani, che accorrevano in grande numero. Mentre io, novello San Francesco, parlavo con loro. Una bella chiacchierata.
Dopo la chat con gli uccelli, mi dicono gli esperti, ci sono solo la panca per gli esercizi ordinata con le televendite e la supervisione ai cantieri.

venerdì 10 marzo 2017

PUPO CONTRO RUGGERI: «IO E CUTUGNO ANCORA SPOPOLIAMO NEL MONDO, INVECE LUI...»

I nuovi Decibel con, al centro, Enrico Ruggeri.
Enzo Ghinazzi in arte Pupo non gradisce alcune esternazioni di Enrico Ruggeri, che si gioca la carta della reunion e del rilancio degli storici Decibel, e passa al contrattacco, con un tweet al vetriolo.
Ma vediamo i fatti. Ruggeri (pilastro del cantautorato italiano con la vena creativa più nobile, quella dei pezzi leggendari, negli ultimi anni forse un po' appannata) convoca i suoi due vecchi amici del punk milanese, Silvio Capeccia e Fulvio Muzio, quelli del liceo Berchet, ed esce con «Noblesse oblige». 11 brani che non ho ancora avuto modo di ascoltare.


In conferenza stampa il Rouge rievoca i tempi andati e gli inizi della sua/loro carriera. Intanto, rilascia anche un'intervista a Franco Giubilei del quotidiano Il Secolo XIX dove si spinge un po' più in là con la polemica. Ecco la riflessione:

«In quel momento per me la musica italiana faceva tutta schifo, solo maturando ho scoperto che c’erano belle differenze, e che i cantautori non erano da disprezzare. Poi nel 1980 con i Decibel siamo andati a Sanremo con “Contessa”: sembravamo marziani rispetto a Pupo o alla Bottega dell’Arte, la nostra apparizione al Festival fu deflagrante. Diciamo che il mondo musicale era spaccato in due, e l’Italia era dalla parte sbagliata. Fra musica ultramelodica e pop, solo i cantautori andavano per la loro strada. Il rock di fatto non esisteva, a parte un po’ Bennato».
Enzo Ghinazzi in arte Pupo

«Marziani rispetto a Pupo», «Apparizione deflagrante», «Il mondo musicale spaccato in due e l'Italia era dalla parte sbagliata».
Un proclama dal quale sembra trasparire un po' di superiorità musicale, che Ruggeri riporta al suo sentire negli anni del debutto. Vero o no che sia, Enzo Ghinazzi, che non le manda a dire a nessuno e che non gradisce, scodella un tweet con un'olimpica frecciatina: «Con Pupo e Cutugno a Sanremo fu uno choc. Così parlò Ruggeri. I primi due ancora spopolano nel mondo, invece lui...». Ai posteri l'ardua sentenza.

IL CASO FORCHIONE E LA BRUTTA DERIVA DEL MONDO DEL LAVORO IN ITALIA

La vicenda di Antonio Forchione, l'operaio di Torino che dopo 27 anni di lavoro in un'azienda e il trapianto di fegato viene messo alla porta e poi reintegrato in pochi giorni perché denuncia i fatti ricorrendo ai media, è sintomatica di quanto sia messo male il mondo del lavoro in questo Paese. Di quanto alcuni pilastri fondamentali, come quelli sindacali, abbiano ceduto. Di come rispetto e gratitudine non esistano più. Un segnale che mi arriva forte anche da molte persone che conosco direttamente. Si è passati dall'Italia dell'eccessivo garantismo aziendale (malato), a quest'altra dove è permesso tutto. Ma proprio tutto, senza fare una piega. E chi è dentro, complice la crisi, il tengo famiglia, e l'assenza di coraggio (che «Se uno non ce l'ha, non se lo può dare», per dirla col Don Abbondio di Manzoni), ha una paura fottuta di farsi sentire. Mala tempora.

giovedì 9 marzo 2017

«IL PEGGIO DELLA DIRETTA» IL 22 MARZO ALLA TABERNA LIBRARIA DI LATIANO (BRINDISI)

Il libro «Il peggio della diretta» di Franco Bagnasco presentato il 22 marzo a Latiano.
La locandina dell'evento è un gioiellino iconografico, e di questo non posso che ringraziare la Taberna Libraria di Latiano, in provincia Brindisi, che il 22 marzo prossimo, alle 19.30, mi ospiterà per parlare del mio gioioso libretto, «Il peggio della Diretta», che tanta fortuna sta incontrando in libreria ed eBook, visto che ora è disponibile anche per Kobo e Kindle.

«Milano da bere» si intitola la serata di inizio primavera, ammiccando a uno slogan degli anni craxiani, in un gemellaggio fra Nord e Sud, Lombardia e Puglia, in bilico fra spettacolo e glamour. Allora c'era l'ape (diminutivo), oggi l'apericena (allargato), per venire incontro all'austerity. Parleremo di tutto, e soprattutto dei tanti personaggi che hanno voluto raccontarsi nel libro, mettendo a nudo momenti esilaranti, bizzarri, e a volte persono drammatici del dietro le quinte della loro carriera. Nel video qui sotto, tutti i volti e un assaggio delle loro storie.

mercoledì 8 marzo 2017

8 MARZO, FESTA DELLA DONNA * IL DRAMMA DELLA MIMOSA

La donna mimosa.
- Ciao a tutti, mi chiamo Mimosa. Puzzo, perdo pallini gialli, sporco in giro e non mi si fila nessuno per tutto l'anno. In pratica una disgrazia di fiore. Se Dio vuole l'8 marzo c'è questa cosa dal sapore medioevale della Festa della donna e per un giorno - uno solo - la gente abbocca e mi si vede dappertutto. Ma sempre meno degli anni d'oro, quando c'era Lui; secondo me si stanno accorgendo del bluff. Nel frattempo, chi mi compra lo fa controvoglia, e chi mi riceve fa finta che io le piaccia ma poi mi butta nel cestino. Insomma, sono un fiore sessista che fa una vita d'inferno.
- Grazie Mimosa per avere condiviso con noi la tua esperienza e la tua sofferenza. Ora sentiamo il toccante racconto della cravatta per la Festa del papà.

martedì 7 marzo 2017

PAVESI ESASPERATI: L'11 MARZO UNA MARCIA PER IL NUOVO PONTE DELLA BECCA

Il Ponte della Becca (Pavia)
La gente ormai chiede a gran voce il nuovo Ponte della Becca
Lo Stato invece nicchia (da anni) e non finanzia ancora la costruzione dell'opera, collocata a quanto pare a un centinaio di metri dal ponte attuale, in ferro, costruito fra il 1910 e il 1912 nell'ampia confluenza tra il Po e il Ticino. Un chilometro di strutture tubolari parzialmente distrutte e ricostruite durante i bombardamenti nella seconda Guerra Mondiale, e negli anni recenti rivelatosi più e più volte pericolante all'altezza di alcuni piloni. Chiuso all'improvviso e poi riaperto, prima a circolaziona alternata e poi per mezzi di peso non superiore ai 35 quintali. 

Rifarlo costerebbe 80 milioni di euro, 20 dei quali già promessi dalla Regione.
Sabato 11 marzo (le indicazioni precise sono nel volantino che si trova qui accanto) pavesi e oltrepadani si incontreranno in mattinata dopo le ore 9 (i primi a Linarolo, gli altri a Mezzanino) per una simbolica marcia di protesta di mille metri lungo il leggendario ponte che attraversa i due fiumi. Venirsi incontro tra fratelli, insomma, per portare a casa un risultato. Per fare che l'Oltrepò pavese e Pavia (senza contare i tanti turisti che arrivano da Milano e dintorni) non debbano patire altri disagi e rischi a causa di una struttura che ormai sta insieme con lo scotch. O vogliamo forse che la cronaca nera della fatiscente Italia prima o poi prenda il sopravvento?

lunedì 6 marzo 2017

«TI AMO» COMPIE 40 ANNI E UMBERTO TOZZI FESTEGGIA CON TOUR E CD

Umberto Tozzi (Foto di Dino Buffagni)
Quando scoppiò il successo «Ti amo», anno di grazia 1977, avevo appena nove anni. Ma la sua eco, tra feste con i primi dj che si prendevano tremendamente sul serio (come oggi, solo che allora non se li filava nessuno), le prime cotte, e l'autopista dei fratelli De Palo e Iussi che a Pasqua arrivava al paese, l'ho sentita, insieme con gli amici, ancora per parecchi anni. Complici arrangiamenti (penso a quello del best «Royal Albert Hall») sempre più sfiziosi e intriganti. E la magia di una canzone senza tempo che raccontava il sesso ricorrendo ad immagini surreali, quasi felliniane.

«Ti amo», capolavoro firmato dall'accoppiata Giancarlo Bigazzi-Umberto Tozzi, compie 40 anni. E ovviamente non li dimostra, come tutti i pezzi immortali. Per festeggiarlo l'uomo di «Gloria» (altra hit internazionale del nostro cantata anche da Laura Branigan) pubblica il 31 marzo un cd raccolta con un paio di live e altrettanti inediti, «40 anni che "Ti amo"», e vara l'ennesimo tour, le cui date sono riportate qui sotto. La sopresa è che «Ti amo» uscirà come singolo in anteprima cantato in duetto con Anastacia.
Ad agosto, la tornée toccherà anche la Spagna (Barcelona e Zaragoza). 

Tozzi è anche uno dei personaggi che mi ha fatto l'onore di raccontarsi in prima persona nel mio libro «Il peggio della diretta», pubblicato da Mondadori e ora disponibile anche in e-Book.
Promozione a parte, il 14 aprile sarò, come sempre, a sgolarmi in prima fila. E farò tutto quello che devo fare: aprirò «la porta a un guerriero di carta igienica», sarò pronto ad «abbracciare una donna che stira cantando», «e se viene testa vuol dire che basta, lasciamoci». Tanto si sa, «Ti amo».


14 aprile – Teatro Dal Verme – Milano;
20 aprile – Teatro Colosseo – Torino;
21 aprile – Teatro Ariston – Sanremo;
5 maggio – Teatro Duse – Bologna;
12 maggio – Auditorium Conciliazione – Roma;
13 maggio – Nuovo Teatro Verdi – Montecatini;
14 maggio – Palazzo dei Congressi – Lugano;
15 maggio – Teatro Filarmonico – Verona;
18 maggio – Palabanco – Brescia;
19 maggio – Gran Teatro Geox – Padova;
24 maggio – Teatro Comunale Verdi – Pordenone

giovedì 2 marzo 2017

«IL PEGGIO DELLA DIRETTA» * MA È PROPRIO VERO CHE TUTTO IL MONDO NE PARLA?

La cover de «Il peggio della diretta» (Mondadori) di Franco Bagnasco
Bath, Cambridge, Dover, Canterbury, Exeter, Twickenham, Brighton e tante altre città fascinose e cariche di storia. Volo low-cost con Ryanair e poi un bel giro turistico d'Inghilterra in un Van noleggiato mesi prima con Sixt, con pochi fidati amici. 
Il tutto diventa l'occasione per calarsi tra la gente (un po' perplessa e un po' divertita) e scoprire se conosce «Il peggio della diretta», da poco uscito per Mondadori Electa anche in versione e-Book, per Kobo e Kindle. È una raccolta di più di 100 aneddoti sfiziosi raccontatimi da 50 big dello spettacolo italiano; storie di imbarazzi da dietro le quinte, di piccoli o grandi drammi da backstage.
Le sorprese, e anche l'ironia (si spera) non mancano in un promo video che è tutto un programma. Qualcuno sta al gioco, altri non vedono l'ora di scappare. 


martedì 28 febbraio 2017

ADDIO LEONE DI LERNIA * È MORTO IL RE DELLA TRASH PARODIA CASERECCIA

Leone di Lernia in una delle sue parodie
A volte lo incontravo a Milano, vicino al fiorista piazzato all'angolo tra Viale Bligny, Ripamonti e Sabotino, Leone di Lernia. Credo abitasse da quelle parti. Una volta lo fermai per due parole e lui, occhiali spessi, sempre gioviale, sempre nel personaggio, salutandomi mi regalò un «Ciao ricchione, stammi bene!», come faceva spesso. Come faceva con tutti da quando, cresciuto alla folle scuola de «Lo zoo di 105» di Marco Mazzoli, da 18 anni era diventato voce ufficiale e sgraziata dell'italico sberleffo politicamente scorretto o scorrettissimo.


Di Lernia in ospedale con gli amici.
Il vecchio leone dei bassifondi dello spettacolo, quello delle parodie trash dance un tanto al chilo, quello della volgarità fine a se stessa, se n'è andato a 78 anni, in ospedale, dopo che i suoi amici per una volta hanno fermato le macchine radiofoniche in segno di vicinanza all'amico.
Leo nacque a Trani, iniziando la carriera musicale come urlatore nei primi Anni 60 con lo pseudonimo di Cucciolo di Lernia. Gli ultimi suoi album sono «Expo» e «Parmigiano foggiano» (2016), che prende in giro l'ultimo titolo di Zucchero.


Quelle di Leone, quintessenza del vorrei ma non posso dello spettacolo, e come tale personaggio nel personaggio, erano parodie rustiche, caserecce, di brani dance o hit di successo d'oltreconfine. Pezzi come «Ri ri ri, ra ra ra, pesce fritto e baccalà». Conoscevi e ballavi l'originale, ma ti esaltavi quando Di Lernia la straziava a modo suo. Negli Anno 90 ne ha maciullate parecchie, inanellando nella sua carriera ben 45 album in studio. In Tv è stato spesso inviato-imbucato (un'altra sua specialità) a «Quelli che il calcio». Comunque la si pensi su di lui, rispetto per un signore che è riuscito ad attraversare più di 50 di spettacolo.



giovedì 23 febbraio 2017

«IL PEGGIO DELLA DIRETTA» * L'UNICO CHE MI MANCA DAVVERO? UGO TOGNAZZI

Uto Tognazzi, giustamente, fa le corna.
Sono passati poco più di tre mesi dall'uscita in libreria de «Il peggio della diretta» (Mondadori Electa, ora anche in eBook, Kobo e Kindle su Amazon e Mondadori Store), libretto che sta avendo una discreta fortuna e che ho dedicato ai succosi dietro le quinte dello spettacolo raccontati dalla viva voce dei protagonisti.
I nomi degli artisti che raccontano momenti difficili, esilaranti, privati, drammatici o particolari sono tanti (più di 50) e li trovi cliccando qui. E un centinaio sono le storie.

Molti però mi hanno chiesto quali sono i no che ho ricevuto e che mi sono dispiaciuti. Ovvero chi ha preferito non raccontarsi, a me e al pubblico. Ovviamente tutti i no fanno dispiacere, piccoli o grandi che siano, ma il primo (e il più importante) che mi viene in mente è quello del grande Andrea Bocelli, il quale però mi ha fatto inviare un'educatissima lettera di diniego dalla moglie. Peccato anche per un altro gigante, Claudio Baglioni, uno tra i miei punti di riferimento musicali di sempre.

Vi faccio una confessione. Scrivo di spettacolo da parecchi anni, e colui che avrei voluto invece «torchiare» (ma è impossibile per ovvie ragioni) è l'incommensurabile Ugo Tognazzi. Il compagno di giochi Raimondo Vianello ho avuto la fortuna di conoscerlo. Tognazzi no, ed è una ferita non sanabile per chi ama «Amici miei» e la supercazzola (supercazzora), ma anche un altro milione di titoli del gaudente di Cremona. Lui sì mi avrebbe dato grandi soddisfazioni. Ne sono certo. Come fosse antani, per due, blindando l'editoria come fosse pulitina.


mercoledì 22 febbraio 2017

«GRILLO VS GRILLO» * NON PERDERE SU NETFLIX BEPPE CHE MASSACRA SE STESSO

Su Netflix Beppe Grillo parla male di se stesso.
Se sei una testolina pensante, non perderti su Netflix «Grillo VS Grillo», lo show che il comico ligure ha dedicato a se stesso, alle contraddizioni, ai buchi neri della sua vita e della sua carriera.
Uno spettacolo di livello che avrebbe dovuto segnare il ritorno dell'uomo dalla politica al cabaret, con un incredibile salto triplo carpiato che gli eventi del Movimento 5 stelle (soprattutto dopo la morte di Casaleggio e i problemi della Raggi a Roma) non gli consentono mai di fare del tutto.

Grillo, lo conosco da una vita e non mi stancherò mai di dirlo, è il più grande animale da palcoscenico che l'Italia abbia avuto. Così, ne nasce uno ogni mille anni: tempi perfetti, chiuse comiche implacabili, abile ricorso alla platea, al «maltrattamento» del pubblico, che tanti gli hanno copiato. Furore, sudore, allegria, e testi che funzionano. Grillo è sempre stato un unicum. 

In questo show parla per la prima volta (anche) di se stesso personaggio pubblico, della sua famiglia, persino di suo padre, senza risparmiare autocritiche o confessioni sferzanti o spiazzanti. Dagli anni dell'adolescenza a Genova, ai primi spettacolini rubacchiati su palchi di fortuna, alla politica che si è trovato a vivere da leader dopo anni di cabaret civile e ingrugnato.
Non so se Beppe tornerà mai davvero a far ridere come un tempo. Quando mi buttavo a terra con le lacrime agli occhi. Ma questo spettacolo è la cosa sua che (negli ultimi anni) più si avvicina a questo tipo di Nirvana. Namastè. Olè.

lunedì 20 febbraio 2017

ALBERTO SALERNO, OVVERO: QUELLO CHE LE MAIONCHI NON DICONO

Mara Maionchi e Alberto Salerno sulla copertina
del loro libro: «Il primo anno va male, tutti gli altri peggio».
Leggo sempre Alberto Salerno sulla sua frequentata pagina Facebook, e gli ho trovato un soprannome musicalmente ammiccante, che gli rivelo oggi: «Quello che le Maionchi non dicono».
Mister Mara (lui chiama la moglie «la soubrette», o «la showgirl», viste le di lei frequentazioni televisive), storico autore canzonettaro italiano, è uno spasso. Perché spesso si concede il lusso di commentare e parlare di musica con una libertà non comune. Con l'esperienza e le conoscenze dell'addetto ai lavori (a volte un po' anche dei livori, ma fa parte del gioco), e la voglia di canzonare. Nel senso più ampio del termine.

Finisce quindi che Alberto diventa la coscienza critica di Mara. Esprime quello che le Mare non dicono. Già, perché lei, tra «X-factor» e dintorni, passa per la Signora tagliente e sferzante del mondo della musica, e senza dubbio lo è, ma se andiamo al succo la sua ruspante sfacciataggine mediatica è riconducibile a qualche «Vaffa» ben tirato qua e là, a qualche: «Non capisci un c...», «Eh, ma che palle 'sta roba...». È il pop spinto che diventa opinionismo. È il personaggio della casalinga di Voghera che sclera davanti al televisore.
Salerno invece parla, eccome: dice, fa nomi e cognomi. Riporta aneddoti. Sicuramente si fa anche qualche nemico, e a volte innesta piccole retromarce quando lo ritiene opportuno. Per questo gli voglio bene: perché parla con schiettezza. Seguitelo, non ve ne pentirete. Qui sotto una breve rassegna di qualche suo post, fra Sanremo, Mina, Zucchero, Ramazzotti e l'immensità. 










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