venerdì 31 luglio 2015

FORMENTERA, VIRGEN DEL CARMEN * LA PROCESSIONE MARINA CHE NON TI ASPETTI

Se sei a Formentera il 16 luglio e dopo una giornata di spiaggia cerchi qualcosa d'inconsueto, che non t'aspetteresti mai in un posto così, non andare a Es Pujols a fare i gavettoni a Maldini o i selfie con Melissa Satta (mi dicono gli addetti ai lavori che fra l'altro quest'anno il vippame stia stranamente disertando la Isla). Sono attività improduttive. Fa piuttosto come me. Dirigiti con fiducia verso le 19 al porto de La Savina per partecipare all'annuale, temibile processione terrestre/marina della Virgen del Carmen. Un capolavoro praticamente sconosciuto agli italiani, e al cui cospetto la Coppa Cobram di fantozziana memoria diventa un gioco da tavolo. 
L'agghiacciante ma stupenda processione della Virgen del Carmen, patrona dei naviganti, è un evento monstre che tocca in modo incredibile le corde del sentimento religioso spagnolo. Parte dalla chiesetta del paese come una normale processione in tutte le chiesette di paese di questo mondo, con i fedeli che pregano seguendo il parroco e la Madonnina sorretta nella sua plastica ostensione, e si trasforma strada facendo in un'impresa epica.
Mentre il sacerdote e i suoi si fanno strada, sulla banchina del porto tre vecchi pescherecci di medio cabotaggio lì ormeggiati sono pronti a partire, ospitando, gratis, tutti coloro che vogliono salire a bordo e prendere parte all'evento. In

mezz'ora o poco più, le barche si riempiono all'inverosimile di fedeli e curiosi di ogni tipo, sul modello delle carrette del mare che arrivano a Lampedusa. Bambini col gelato colante, vecchie devote barbute, balenottere spiaggiate, coppie trendy, sudati in canottiera (parecchi), protestati, pensionati con la minima, si mescolano in un gigantesco carnaio. Come un treno estivo per pendolari e vacanzieri italiani, ma molto più naïf, visto che sono praticamente tutti spagnoli. E gli spagnoli nel kitsch ruspante non scherzano affatto.
Con alcuni amici, trovo posto casualmente sulla barca che (lo scoprirò di lì a poco) guiderà il gruppo. La più ambita. Vedendo l'affollarsi incontrollabile del mezzo e cercando una posizione migliore per scattare foto, salgo sulla torretta di prua dell'unico ponte superiore disponibile. Che si riempie in breve di altre decine di persone; tutti avevano fatto il mio stesso ragionamento. Dopo un quarto d'ora si presenta a sorpresa un tizio col cappello del Capitan Findus preso al mercato della Mola, si spaccia per il comandante e intima: "Signori scusate, ma c'è un problema: troppe persone sono salite qui sopra, e come capirete non posso far partire una barca che pesa 100 sopra e 50 sotto. Quindi una cortesia: ora tutti quelli sopra i 50 chili devono tornare di sotto. Facciamo in modo che quassù ci siano soprattutto bambini". Il mugugno è palese, ma il ragionamento non fa una grinza. La sicurezza prima di tutto. Del resto siamo già ben oltre (eufemismo) la capienza consentita. E continuano a far salire gente. Diligente, guadagno la scaletta per scendere a poppa. E come me un'altra decina di persone, non di più. Peccato che nel giro di cinque minuti salgano sulla barca, immediatamente fatti arrampicare sul ponte superiore a prua, nell'ordine: anziano prete capocordata benedicente, in divisa d'ordinanza; la Madonnina in ceramica 70 centimetri portata da quattro schiavi in canottiera; due assistenti del prete, sempre in divisa; una damigella con corona di foglie; tre musici (due vestiti con costumi tipici a prima vista sardi recanti naccherone giganti e tamburo, più un altro scazzatissimo che suona una sorta di flauto); tre suorine carmelitane grigie con pettorina e capricapo azzurro (per gli appassionati, 300 punti "sfiga di suora" ciascuna), e un poliziotto. L'altro rimane sul ponte inferiore insieme con un anziano reggente lunga asta di legno sulla sommità della quale è innestato il Crocefisso. Essendo alto meno di un metro e mezzo, il reggente era l'unico che non avrebbe creato problemi di peso salendo. Invece resta con me e la bolgia disumana lì sotto.
Risolti, come è evidente, con un sordido trucco ancora poco chiaro, tutti i problemi di sicurezza, la barca pilota prende il largo, seguita dagli altri due vecchi pescherecci stipati di gente sino all'orlo. La preoccupante inclinazione a destra (tecnicamente, tribordo) dello scafo è subito marcata, e tutti ci guardiamo preoccupati. Tutti i non spagnoli, naturalmente.
Perché gli iberici ridacchiano felici, anche delle paure altrui. È il gran giorno della Vergine del Carmine, e niente può andare storto. Non a caso la celebrano il 16 luglio, mica venerdì 17.

Inclinato come la torre di Pisa, con fluttuazioni a destra che aumentano drammaticamente a ogni virata (invano io e altri corpulenti rimbalziamo a destra e per cercare di compensare) i tre natanti guadagnano il largo. Prima seguiti e affiancati da una decina di barche. Poi, via via, da un centinaio di imbarcazioni di ogni genere. In breve, mentre una ragazzina alle mie spalle, è pronta a vomitare, un'intera flotta in borghese ci accompagna. Dal ponte superiore arrivano solo, incessanti, il battere ritmico delle nacchere, tre colpi di tamburo, e tre note di flauto, sempre le stesse. Il tutto ripetuto all'infinito. Il sospetto di andare verso la morte con un pessimo accompagnamento musicale, assale più d'uno.
Il punto designato per fermarsi è in mare aperto, esattamente a metà tra Formentera e Ibiza. Tace l'orchestrina, il prete fa spostare la Madonna vicino al corrimano, faccia a tribordo, pronuncia parole di rito e la damigella butta in acqua la rotonda corona di foglie, di circa 70 centimetri di diametro. Aumenta l'inclinazione a destra dello scafo. Segue generosa spruzzata di acqua benedetta che si unisce al mare. Da quel momento in poi, a bordo, scatta la festa: marinai improvvisati fanno partire senza sosta tappi del miglior Cava, lo spumante spagnolo (Fanta per i bambini), e pie donne girano a bordo con vassoi di dolciumi fatti in casa od offerti dalle pasticcerie locali. Manca il trenino di Disco samba, ma solo perché non c'è fisicamente spazio, meu amigu Charlie Brown.
Nel frattempo, il rito prosegue con la benedizione di tutte - ripeto, tutte - le barche che hanno seguito il corteo. In ordinata fila indiana affiancano il nostro peschereccio a tribordo partendo da poppa (alcune arrivano a pochi centimetri e quasi lo toccano), sostano qualche secondo guardando in alto verso la Madonnina, veloce spruzzata d'acqua benedetta dal sorridente parroco, e via. Verso nuove avventure. Davanti ai miei occhi sfilano, in ordine casuale (e dimenticandone parecchi): tre yacht di grosso cabotaggio popolati di ricconi che avrebbero avuto bisogno semmai di due-tre etti di sfiga, non della benedizione del natante (dagli oblò siamo oggetto di palese scherno da parte di alcuni bambini); un traghetto che fa servizio navetta Ibiza-Formentera; alcune barche a vela, tra le quali una con coppia agée vestita di lino totalmente bianco modello visita all'isola di Samoa, e corone power flower e un'altra con una band emergente che suona un pezzo dal vivo; una giovane coppia in canoa; tre ragazzi in windsurf; un paio di gommoni di sfollati; un bialbero blu con signora bene gnocca non più giovane in posa come polena (il marito è al timone molto compreso nel ruolo); diversi gozzi decisamente più pop, con famigliole numerose al completo (alcune signore visibilmente commosse); una barchetta con tavolo imbandito e ricca cena al centro. Potrei continuare per dieci minuti, ma ci siamo capiti. Un evento religioso-festaiolo di massa, che si svolge al tramonto, su un peschereccio completamente sbilanciato a tribordo e che riesce miracolosamente a non affondare. Circostanza che rafforza nei già devoti il culto della Virgen del Carmen e che le avvicina clamororosamente, e con una mano sola (perché l'altra è impegnata negli scongiuri), gli indecisi o gli infedeli. Vi consiglio di non perderlo, visto che, oltreché indimenticabile, è l'unico evento totalmente gratuito che troverete a Formentera. Per il resto, ovviamente, si paga ogni respiro.

giovedì 30 luglio 2015

FORMENTERA * IL FIGLIO DI BONOLIS CON «LA BONAS» DI «AVANTI UN ALTRO!»

In un'estate insolitamente povera di Vip, come confermano gli stessi addetti ai lavori dei locali di Es Pujols (in due settimane io ho visto aggirarsi per la Isla soltanto Elena Santarelli col marito Bernardo Corradi e Cecilia Rodriguez, che non è certo Belen ma almeno rappresenta la casata, mentre altri hanno avvistato gli immancabili Cristina Parodi e Giorgio Gori), a Formentera è spuntata un'altra strana coppia.
Li ho intercettati per puro caso e fotografati (come potete notare) al Banana's, un locale di tendenza all'angolo della strada che porta al paradiso di Ses Illes.
Si tratta di Stefano, uno dei due figli americani di Paolo Bonolis (quelli avuti dalla prima moglie, che vive negli Usa), un tipo che in giro da noi si vede davvero pochissimo, insieme con la burrosa Bonas di «Avanti un altro!». Ovvero il game-show preserale che papà Paolino conduce su Canale 5. La Bonas, che è una delle figure di spicco, soprattutto anteriormente, della trasmissione, e Stefano chiacchieravano fitto fitto, di cose legate anche al mondo dello spettacolo, e ogni tanto lei cacciava una delle sue classiche risatine in sovracuto.
Se stiano insieme o no, onestamente non so dirlo. Ma young Bonolis, che è un pezzo da novanta, anche fisicamente, e somiglia tantissimo al daddy (che ogni anno affitta casa lì), sembrava ben introdotto. L'incontro tra i ragazzi forse sarà stato propiziato da lui o dalla moglie Sonia Bruganelli, che spesso si occupa dei casting dei programmi del marito. In ogni caso, non importandomene granché del gossip, ve li mostro così. Al naturale.

domenica 12 luglio 2015

LE COMMESSE BRUTTE INVADERANNO MILANO?

Milano. Ieri ho dato un'occhiata a qualche camicia in un negozio in via Torino. L'unico nel quale faccia una capatina due volte l'anno perché, da sempre, ha capi che in genere incontrano il mio gusto. Il simpatico esercizio si è sempre caratterizzato per l'impiego di giovani e assai piacenti commesse, in genere dell'Est. La clientela maschile mostrava di gradire, ovvio. Qualche sorriso, un po' di furbizia della biondina di turno: insomma, baruffa nell'aria. La gnocca del resto è da sempre un plus, anche fra le cameriere e le pr, per esempio. Ci sono lavori che richiedono questo tipo di fluidificante, di vaselina umana, per rendere più ricco e al contempo meno pesante lo scontrino. Certo, a volte le starlette della bottega diventano un po' protagoniste; a volte capita di notare (mi successe l'ultima volta) qualche frizione con la non più giovanissima titolare, probabilmente un po' invidiosa del loro successo, che pure le portava gran soldi. Se il tempo d'acquisto di qualcuno con la stessa commessa si protraeva, lei con una scusa ordinava la sostituzione e il ritorno in panchina della malcapitata di turno. Come un implacabile mister. Anche in presenza di una pila di indumenti da acquistare che aumentava vistosamente. Niente. Via. Kaputt. Passiamo a un'altra.

Ieri, improvvisamente, l'inedito e ardito cambio di strategia commerciale: le frizzanti e sgargianti ragazze dell'Est erano state sostituite, in blocco (cinque o sei) da altrettante, sempre straniere, ma brutte come il peccato di non aver peccato. Come se fosse stato fatto un preciso casting (e sono sicuro che sia così) per passare dal Paradiso all'Inferno. Dalla Volvo alla Panda. Tutte gentili, servizievoli, scattanti, per carità. Ma veramente improponibili. Non fosse poco elegante vi darei l'indirizzo per andare a verificare personalmente. Non so se sia una paranoia della «Padrona» o alle fregole del di lei marito. Suppongo di sì. Non so se questa tecnica sia destinata a lanciare una moda, ad aprire le porte di certi lavori riservati alle belle anche a chi non ha la fortuna di aver staccato un biglietto di poltronissima con Madre Natura. Ma vi assicuro che la cosa fa un certo effetto. Anche loro, peraltro.
Lo so, è un post che rasenta il politicamente scorretto, ma so che mi volete bene lo stesso. Inoltre per alcune può essere un'opportunità lavorativa. Non dimentichiamolo.

martedì 7 luglio 2015

SPOT NEGRONI * ENRICO RUGGERI, IL SALAME CHE NON TI ASPETTI

D'accordo, sarò un tipo all'antica (e so bene che le bollette, in qualche modo, vanno pagate), ma quando l'altra sera, distratto davanti alla pubblicità in tv, ho sentito partire un vecchio jingle cantato da una voce strana, magnetica e inequivocabile, un brivido mi ha percorso la schiena.

«Le stelle sono tante, milioni di milioni: la stella di Negroni, vuol dire qualità». Non ci potevo credere, ma a decantare la bontà del noto salame era proprio Enrico Ruggeri. L'uomo di «Contessa», «Quello che le donne non dicono», «La carta sotto» (forse la mia preferita), «Il futuro è un'ipotesi»; insomma, uno tra i cantautori più raffinati di sempre stava esaltando in musica l'insaccato industriale, e chiudeva (tanto abbiamo fatto 30...) con il claim: «Se è Negroni si sente», detto dalla sua voce maschia, col birignao e accenti milanesi. Una voce che ha cantato, in passato, cose straordinarie. Per non dire uniche.

Il web si è subito scatenato («Con la tv che ha fatto ultimamente, che cosa ti aspettavi...» e altre riflessioni), e probabilmente - ripeto - sono io quello sbagliato, all'antica. Uno spot non fa primavera e forse neanche porchetta. In fondo anche Mina (che però è solo interprete, non cantautrice col marchio Doc come lui) ha ceduto alle lusinghe della pubblicità. Ma che Ruggeri faccia il salame, cribbio, non te l'aspetteresti mai. E rimani lì, con la bocca aperta.
Come primo pensiero, oltre allo stridere del gesso sulla lavagna, ho mandato idealmente i miei complimenti ai creativi che sono riusciti a convincerlo. Il colpo è magistrale. Il secondo è stato per il bonifico. Enrico, tu che sei intelligente e hai senso dell'umorismo: per una cosa così spero che ti abbiano letteralmente ricoperto d'oro. Ma qualunque cifra sia, era comunque troppo poco.

mercoledì 1 luglio 2015

IBIZA SENZA PACHA * ECCO IL BEST: MIGLIORI SPIAGGE E RISTORANTI

Il vero problema di noi tardo-giovani, a Ibiza, è fare colazione. Il primo giorno sono sceso alle 9.30, che mi sembrava persino un orario decente, fra la marea di locali retrostanti la spiaggia di Cala de Bou, ovvero quella più vicina al mio residence. Tutto chiuso e in strada il deserto. Dal momento che qui chiunque, anche i pensionati con la minima e quelli col girello con le luci stroboscopiche, va a letto alle cinque di mattina sulle note di Bob Sinclar, e se parla di Amnesia si riferisce non a perdita momentanea della memoria ma alla nota discoteca ibizenca, le 9.30 per una colazione sono qualcosa di improponibile. Intercetto l'unico esercizio commerciale aperto oltre ai bancomat, un Rent a car, e chiedo al tipo all'ingresso dove si possa fare un bel breakfasf. Prima mi guarda con l'aria da: "Dai giargianella, mi stai prendendo per il culo!?", poi la trasforma in uno stato di diffidenza modello: "Questo mi vuole scroccare soldi con una scusa", e quando capisce che faccio sul serio la fossilizza in uno stato di netta, umana, civile compassione. Già me lo vedo più tardi all'arrivo del suo collega in ufficio: "Pedro, non sai chi è passato stamattina: un pirlòn che voleva fare colazione. Alle nove e mezza, capisci?". "Nooo Miguel, non ci credo!". E giù a ridere come matti. Per poi farsi improvvisamente seri, con Pedro che - con lucida visione prospettica - sintetizza: "Miguel, guarda però che su questa cosa c'è poco da scherzare: si comincia con un pirlòn che vuole fare colazione alle 9.30 e poi è un attimo fare la fine di Rapallo". Mala tempora...


L'abitato di Ibiza (Eivissa, come la chiamano loro) fa un po' storia a sé. Ma qui dove alloggio io, dalle parti di Sant Antoni, è tutto un proliferare di ragazzi inglesi alticci e vomitanti e ragazze sosia di Adele, la cantante non magra. L'altra notte ne hanno trovato uno in hotel morto per overdose. Un altro, sempre sotto sostanze stupefacenti, ha rubato un'auto di servizio della Pepsi-Cola, per poi fare un frontale con un vecchio Suv rosso a 200 metri dal luogo del furto. Anche sfigato, oltreché ladro. Un altro invece ha centrato la recinzione del bar "Vaca loca", quello con i giochi, la pedana elastica e il toro meccanico. Nell'incidente il giostraio riempi pista è rimasto senza naso. Ogni notte, solo in questa zona, transitano 5000-6000 persone, con appena due vigilantes della Guardia Civil. Troppo pochi, e i residenti protestano. In compenso la polizia ha appena portato a termine una retata antidroga. L'hanno chiamata "Operazione primavera", come i piselli dell'Esselunga. Due chili di cocaina, dieci di hashish e altrettanti di pillole chimiche di varia natura. Tutto per servire un'isola sette volte più grande di Formentera (la mia unità di misura) e con una ricettività ora al 62%. Record di transiti in aeroporto a maggio: 680.000. Formentera invece è sotto del 12% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La differenza è che qui la clientela viene da tutto il mondo. Là sono al 90% italiani. Se Renzi cala le braghe a noi, il bruciore a posteriori lo sentono anche loro, insomma. 


Dimenticando Playa d'en Bossa (la loro Rimini, con il mitico
hotel della catena Hard Rock Cafè, dove il 12 luglio si esibiranno Sabrina Salerno e Samantha Fox, quattro tette vintage che si proiettano nel futuro) un'icona trash più che una spiaggia, Ibiza come mare offre tanto. Basta sapere che cosa e soprattutto dove cercare. Le spiagge a Nord-Est non sono male ma un po' ventose e con troppi casermoni alberghieri piazzati in riva al mare. Errori urbanistici del passato. Quelle a Ovest, vicine a dove mi trovo (ma serve comunque un'auto a disposizione), mi sento invece di consigliarle. La più suggestiva e servita, a mio avviso, è Cala Bassa. C'è un'ampia spiaggia libera e lo stabilimento super chic, dove due lettini e un ombrellone costano 45 euro al giorno, ma te li danno solo se t'impegni a pranzare lì da loro, tra schiavi circassi, sexy massaggiatrici, bottiglie di Mumm e lettini balinesi. Non ho visto la lista, ma a occhio e croce per un secondo di pesce devi cedere un rene e il quinto dello stipendio. Anche quello di tuo cugino. Sul fronte parcheggio, ecco la trovata geniale: costa 5 euro al giorno, e in omaggio c'è una Corona. Intesa come bottiglietta di birra. Utile richiamo per una tappa ai bar della struttura a piluccare anche qualcosa annusando il bel mondo. Persino per quei volgaroni della spiaggia libera, non ammessi ovviamente alla zona privée. Perché, diciamolo, c'è un limite a tutto. L'esempio virtuoso dei parcheggiatori del Cala Bassa andrebbe seguito anche dai rampanti gestori dei locali milanesi. Visto che in città il bene più prezioso sono i parcheggi, dopo l'ape e l'apericena, suggerisco l'ApeParking: paghi 15 euro per lasciare l'auto, e il Cuba libre con le cibarie te li danno compresi nel prezzo. Diamo un valore alle cose, cribbio.

Alla spiaggia di Cala Salada, qualche chilometro dietro l'abitato di Sant Antoni, si arriva dopo un po' di curve ma poi si spalanca davanti agli occhi la ripagante meraviglia della baia. A Levante una spiaggetta istituzionale con ombrelloni e lettini; al centro, rocce per fare il bagno pelandosi le natiche; a Ponente, spiaggetta selvaggia difficilissima da raggiungere a piedi. E perciò molto ambita. E perciò sempre piena. L'acqua del mare a Cala Salada non è granché, va detto, ma la spiaggia, oltreché una formidabile trappola per turisti, è un trattato di microeconomia comparata. In un fronte di sabbia di appena 50 metri per 30, a semicerchio, trovano spazio, oltre ai bagnanti distesi sui teli mare, anche 7 (dico sette) tavolini molto improvvisati di ragazzi spagnoli abusivi che servono cocktails fatti sul momento. Una concentrazione che neanche d'estate in Corso Como. I tavolini sono carichi di bottiglie di superalcolici, frutta, bicchieri, sabbia e tutto ciò che può servire per il lavoro. Di solito si fanno accompagnare da una ragazza che intanto gira con vassoi di pastarelle salate o dolci tipici. La concorrenza è più che spietata, quindi con un accordo di cartello i nostri hanno fissato gli stessi prezzi: 4 euro i cocktail nel bicchiere di plastica piccolo; 8 euro quelli nel bicchierone da mezzo litro. Peccato che uno dei sette, un ragazzo furbetto e adrenalinico di origine brasiliana, il giorno in cui mi sono presentato io avesse deciso di sparigliare le carte servendo mojitos nel bicchierino a 1 euro l'uno. Un prezzo invincibile che ammazzava tutti i concorrenti, così imbestialiti che sono matematicamente certo abbiano poi ammazzato lui. Controllare a fine serata dietro gli scogli.
Ma la vera regina degli esercenti di Cala Salada è la leggendaria Rita, non più di 25 anni, di origine argentina. Piccina, mora con colpi di sole, corpo e seni perfetti, passa la vita in topless ed è un genio del marketing. Giuro. Come lei, nessuno. Mentre i suoi colleghi barman della mutua si azzannano spiaggiati nel libero mercato, lei lavora in monopolio con una strategia sopraffina. Arriva con tre borsoni pieni di semplici ponchos di cotone bianchi, neri o rosa molto traforati, quasi inesistenti e qualche vestitino bianco trasparente (anche di un certo gusto), li piazza e si piazza in piedi sul bagnasciuga guardando la spiaggia. Che intanto non guarda lei ma le tette, ovviamente. Lei non fa una piega e, serissima, come un direttore d'orchestra, inizia a infilarsi il primo capetto, che lascia intravedere tutto. Poi scarta a destra e si fa tutta la spiaggia velocemente, da levante a ponente, sempre sul bagnasciuga, sculettando. Infine ritorna al centro, si sveste e si riveste, ripetendo la sfilata con un altro poncho. Gli uomini ovviamente hanno la bava alla bocca, ma lei - astuta - non li degna di uno sguardo. A meno che non vogliano comprare qualcosa. L'attenzione complice è solo per le donne, che in pochi minuti, irresistibilmente attirate dalla malìa della piccola sirena, arrivano a frotte e comprano. Come se non ci fosse un (aereo) domani. Se dopo una quindicina di minuti rimane sola, Rita, che è aiutata anche da un discreto esibizionismo, riprende metodica il suo sexy show. In pratica, richiama l'attenzione su di sé sfruttando la libido maschile, per poi vendere un sogno (cioè l'idea di richiamare la stessa libido) alle donne. Che quello straccetto poi lo porteranno magari col costume sotto, senza il topless da urlo di Rita. E con qualche chilo in più. Ma cosa importa, in fondo? Signore che parlate tanto, come tutti, di Piano B, se avete bella mercanzia (in tutti i sensi) e voglia di lavorare, eccovelo servito caldo. Vi giuro che vorrei guadagnare io in un giorno un quarto dei soldi che fa Rita. Le darei in mano il Paese, lo dico. Le darei il Ministero dell'Economia. Porta grandi risultati senza dire una parola. Il politico perfetto. Un'utopia.


Menzione finale inevitabile per la bella spiaggia di Cala Tarida altrimenti nota come quella delle 14 fatiche di Cala Tarida. Mi spiego meglio. Lasci l'auto nella piazzetta sovrastante, poi raggiungi il mare percorrendo una lunghissima, strana scala in cemento impreziosita sul lato destro da un super scivolo per disabili. Giuro che vorrei tanto (ma proprio tanto) conoscere l'ideatore di questo capolavoro di architettura balneare perché ha battuto qualsiasi record di coglioneria. L'uomo, di una grandezza cosmica, ha pensato di abbattere le barriere architettoniche della scala abbattendo in modo molto più semplice sia il disabile che il suo accompagnatore. Come? Semplice. Lo scivolo handicap di Cala Tarida è un corpo unico in cemento che consta di due discrete salite in cima e in fondo alla scala, e vede svilupparsi al centro 14 (dico quattordici) micro salite da tre metri con pendenza attorno al 15-20% inframmezzate ciascuna da una piazzola in piano di circa due metri e mezzo per uno e mezzo. A meno che il disabile non sia fornito di una sedia a rotelle elettrica o a motore particolarmente (e sottolineo particolarmente) performanti, colui il quale si impegnasse a spingerlo sotto il sole più bieco fin lassù avrebbe morte certa, nonostante le beffarde piazzole per il riposino, non oltre la sesta-settima agghiacciante micro-salita. Nessuno, neppure l'Incredibile Hulk dopo avere appena saputo di essere becco da due anni per colpa di un impiegato del catasto, potrebbe farcela. Figurarsi un povero cristo qualsiasi. Per non parlare della discesa, altrettanto perigliosa. Il disabile arriva sul posto già un pochino incazzato di suo per più che comprensibili motivi, e si trova ad affrontare un cimento mortale, affidandosi con inusitata temerarietà al proprio accompagnatore, che in questo caso deve saper trattenere la carrozzina con una forza inaudita per evitare di farsela sfuggire dalle mani, vedendo il povero handicappato schizzare come un bob a quattro e schiantarsi inesorabilmente sugli scogli. 


Per la cronaca, nonostante una fantasiosa leggenda delle Baleari, quella de l'Hombre Invincible co' la su sedia semoviente, peraltro del tutto priva di riscontri, nessuno sfortunato è mai uscito vivo dalle 14 rampe (più due salite) di Cala Tarida.

lunedì 29 giugno 2015

IBIZA, LA VERA PAELLA, LE TRE FRANCESI E LA PUZZA DI FUMO A TAVOLA

Ieri sera, al termine di una giornata ventosa e meteorologicamente incerta, ho fatto pensieri impuri. 
Erano da poco passate le 21, e stavo seduto come un Papa nella zona un po' appartata della veranda del Can Pujol, un ristorantino in riva al mare, fissando davanti a me il vero amore della mia vita: una paella de mariscos gigante, quasi per due persone, a perfetta cottura, la giusta salatura, e all'interno tocchetti di verdure, pesci, molluschi e crostacei di ogni tipo: uno scampo enorme, due gamberoni, cozze, vongole, il legamento crociato di un'aragosta e persino parti di scorfano, con la sua polpa grassoccia, che mi sono convinto sia l'ingrediente segreto locale. Il tutto servito in padella antiaderente gigante piatta diametro 30. Con accanto un calice di onesto bianco, guardavamo insieme il tramonto dicendoci cose romantiche, sapendo che non ci saremmo mai detti addio. E che avremmo tanto riso. 


Insomma, un trionfo.
All'improvviso, il fulmine a cielo (poco) sereno. Entrano nel locale tre longilinee carampane francesi sui 55-60, firmate da capo a piedi più di un rogito notarile, e, senza degnarmi di uno sguardo, siedono al tavolo accanto al mio. Per poi farsi spostare dopo due minuti, causa vento, in quello di fronte a me, più riparato. In pochi secondi, con quella simpatia tutta loro, è un coro unanime di tipica onomatopea francofona ("Bou bou bou", "Là là là", "Bon Bon Bon", "Ceci, ce là", "Charles Trenet au pèst" e via discorrendo). Insomma ordinano, ma realizzo subito che si sta mettendo male. Malissimo. Come se non bastasse le tre scorfane, palesemente indegne persino di stare nella mia paella, per ingannare l'attesa, fanno la cosa più crudele che si possa fare accanto a me: si accendono simultaneamente tre sigarette. Ero distratto, ma non c'è aria aperta che tenga: la zaffata mortale mi arriva in un istante, colpisce le mie narici mentre sto assaporando la delizia, ed è subito disgusto. Totale, infinito. Chiunque mi conosca sa che detesto il fumo già in condizioni normali (in tanti anni, non mi sono mai messo con una tipa che fumasse, anche se altrimenti degna, giusto per rendere l'idea), figurarsi in quella situazione. 


Ricapitoliamo: tre brutte, vecchie e antipatiche (per antonomasia) francesi erano sedute a un metro da me emettendo gridolini e fumo di sigaretta a nastro mentre stavo mangiando. Non riesco a immaginare situazione peggiore. Nella graduatoria delle cose che avrei sopportato meglio c'erano senz'altro: Sanchez che mi mordeva l'orecchio, essere svegliato all'alba con un calcio negli zebedei (non necessariamente da Sanchez) e sette settimane di lupus eritematoso sulle natiche senza l'ausilio del Dr. House .
La Francia mi aveva dichiarato guerra, era evidente, e dovevo fare qualcosa. Soluzioni possibili: rivolgermi a loro con garbo antico chiedendo di smettere. Poteva funzionare, ma considerato che le tre si erano accese un'altra sigaretta anche durante il pasto (io la gente non la capirò mai), rischiava di finire a battibecco: "Nous sommes en plein air, à l'ouvert, faites le casses toi, que Nous se faisons les notres et campòns touts 100 ans". Già la sentivo risuonare nelle orecchie, quella maledetta frase. E poi non avevo voglia di litigare, di mettermi a questionare in vacanza. Avrei potuto usare un metodo molto francese: fare la spie, non essendo figlio di Marie. Chiamare il cameriere, segnalare il problema e sperare in una soluzione. Già, ma essendo maledettamente all'aperto, rischiavo di essere respinto con perdite. Forse. O forse no. Insomma, non se ne usciva.


È stato in quel preciso momento che, per qualche istante, un immondo, peccaminoso pensiero mi ha attraversato la mente: visto che le tre scappate da la maison di Versace mi avevano rovinato la cena con i loro immondi effluvi, avrei forse potuto combattere sullo stesso terreno olfattivo rimandando loro un profumo il più possibile vicino a quello del formaggio francese a lunga stagionatura. In fondo in determinate circostanze, come le serate un po' fresche e ventose, scarsamente vestito, alle prese con una gigantesca paella, sono in grado di produrlo senza troppe difficoltà (e persino senza impatto sonoro), quell'aroma intenso. Un po' stilton, un po' camembert andato a male. Avrei potuto forzare la mano (non esattamente quella, ma si dice così) e farlo, senza vittime civili innocenti, perché eravamo in due tavoli piuttosto isolati. Avrei potuto, ma non l'ho fatto. A vent'anni, forse. Ieri invece mi sono detto: Franco, ormai sei grandicello, non si fanno queste cose. Neppure se provocati. Lascia che stavolta la Francia vinca 3-0. Ma ovviamente, se le rivedrò, les dames de la mort civile non avranno una seconda occasione per passarla liscia.

giovedì 25 giugno 2015

A CHE COSA SERVE L'UFFICIO STAMPA DI EXPO 2015?

L'ufficio stampa di «Expo 2015» è quella cosa che quando ti serve, non c'è. Quasi mai.
Poco prima dell'inizio della manifestazione, sul sito ufficiale, nell'apposita pagina, (http://www.expo2015.org/it/ufficio-stampa), risultavano i nomi di quattro incaricati (due per l'Italia, due per il resto del mondo), un'e-mail generica e i numeri dei rispettivi telefoni cellulari. Sembrava quasi una cosa seria.
Provai più e più volte a contattarli, tutti, ma senza alcuna risposta. E come me molti colleghi di svariate testate con i quali ho avuto modo di parlare.
Ho avuto qualche tardivo supporto via posta elettronica solo per la gestione (piuttosto confusionaria), della pratica di accredito.
Nel frattempo ho visitato Expo, mi sono fatto un'idea, ho portato a casa informazioni direttamente, ma mi serviva ancora l'ausilio dell'ufficio stampa per avere altri contatti o notizie che solo un ufficio stampa mi poteva dare.

Torno sulla pagina del sito, trovo ancora (come si può notare) i quattro nomi, ma un solo numero di telefono fisso e una sola generica e-mail. Scrivo a quella e-mail chiedendo le mie informazioni, ma i giorni passano senza che nessuno risponda. Chiamo allora il numero e l'interlocutrice è una ragazza al centralino di Expo che dice, riporto testualmente: «Qui è il centralino: lo so, sulla pagina dell'ufficio stampa prima c'erano i numeri di cellulare degli addetti, ma poi sono stati tolti perché erano subissati di telefonate. L'unica cosa che posso fare è darle le mail dei due responsabili per l'Italia. Provi scrivendo lì, altrimenti non so proprio come aiutarla».

Ho provato scrivendo lì, ma nessuno mi ha risposto, nonostante avessi sottolineato il carattere di urgenza della richiesta e le poche domande alle quali dovevano fornire una risposta.
Come direbbero gli americani, «Thanks to the Dick!». Organizzi una manifestazione di rilevanza planetaria come un'Esposizione Universale, con visitatori e giornalisti da ogni parte del globo, e non ti aspetti di essere «subissato dalle telefonate»? Non solo, non ti attrezzi neppure a partenza avvenuta da quasi due mesi per risolvere il problema aumentando l'organico?
A questo punto mi domando: a che cosa serve l'ufficio stampa, il press office di «Expo 2015»? A stampare i badge una volta arrivati ai padiglioni di Rho-Fiera? Forse è un po' pochino... E in ogni caso quello non è lavoro da ufficio stampa.

giovedì 18 giugno 2015

ARRIVA IL MAESTRO PETROSI, E MONTALBANO HA I GIORNI CONTATI

Scrivendo di spettacolo, tv e cinema, di detective ne ho visti tanti. Professionisti e improvvisati, ispettori e commissari, preti e dottori. Ma ve lo assicuro: un detective così non lo avevo mai visto. Si chiama Achille Petrosi, lo ha inventato il mio collega e amico Paolo Fiorelli (un bravo ragazzo che scrive anche bene) ed è il protagonista del romanzo «Pessima mossa, Maestro Petrosi», che esce gioiosamente in questi giorni per Sperling & Kupfer (trovate tutto qui: www.paolofiorelli.it).

Il buon Achille è un giocatore di scacchi, anzi (lui ci tiene parecchio a queste due letterine) un «GM». Che in questo caso non significa General Manager, General Motors o Google Mail, ma Grande Maestro. Insomma è un vero giocatore professionista, uno con la fissa di Torri e Cavalli, e se fosse per lui non farebbe altro che giocare da mane a sera. Ma ahimé, un brutto giorno gli uccidono un avversario e gli tocca di indagare (che se no al gabbio ci finisce lui).

Petrosi è goffo e impacciato e qualcuno lo potrebbe
pure definire un Bamboccione (infatti vive ancora con mammà). Però nel suo mondo è un’autorità, tutti si fanno in quattro per aiutarlo nelle indagini, e in fondo del detective ha anche le qualità: curiosità, capacità di calcolo, senso della strategia, profondità d’analisi. E poi, come scrive il Fiorelli, «ogni partita di scacchi non è forse un romanzo giallo in cui un Re viene assassinato, e bisogna capire come?». Il bello è che questo mondo degli scacchi è una specie di setta segreta con le sue leggi, tradizioni e misteri. E alla fin fine il suo pomposo circolo, la Confraternita Scacchistica, non è poi tanto diverso dalle osterie dove i nostri veci giocano a carte fino a notte fonda… Lo stile è ironico e leggero, ma pieno di riflessioni interessanti, come piace a me. Insomma ringraziatemi, dài, che vi ho appena procurato il classico «giallo per l’estate».

Ora aspetto solo di vedere, nell’ordine: il piccolo film di produzione italiana (protagonista Claudio Bisio), la serie ultrafighetta di Sky (protagonista Marco D’Amore), il film da Oscar di Paolo Sorrentino (protagonista Toni Servillo), il remake-blockbuster hollywoodiano (protagonista Tom Hanks), che sarà il più brutto di tutti, ma anche quello che farà più sghei.

Montalbano sei avvertito. Hai i giorni contati.

martedì 16 giugno 2015

MATTEO SALVINI, IL PRIMO LEADER GEOTAGGATO (GEUTAGA')

Molti sono convinti che questa ossessione di Matteo Salvini per l'abbigliamento didascalico, ossia capi di vestiario riportanti il nome della località in cui si trova in quel momento, sia un'astuta scelta di marketing politico localistico.
In realtà pare che il leader della Lega Nord, lanciatosi in una turbinosa campagna elettorale, manifesti da tempo problemi di spaesameno. Inteso non solo come insofferenza nei confronti del Paese (l'Italia) che spesso non va nella direzione da lui desiderata, ma proprio una confusione di tipo geografico-perimetrale dovuta allo stress e seguita a livello medico. Così, arrivato nel luogo del comizio, dove ripete come un mantra sempre gli stessi tre concetti, perché si fissino bene nel potenziale elettorato, Matteo ha bisogno di punti di riferimento per non perdere la bussola. C'è qualcosa di meglio di una felpa, di una maglietta, o di una camicia firmata come un atlante della De Agostini?
Ecco che allora bastano piccoli accorgimenti: «Oggi, amici di... (sbirciata al petto) Milano...»; oppure: «Siamo qui, nella fortezza ancora non espugnata di... (occhiata in basso furtiva) Calolzio Corte...»; e ancora: «Deve finire questo andazzo, anche a... (testa che si abbassa) Verona!». Se uno ha tanti impegni, c'è da capirlo. Fra l'altro la tecnica risulta utile anche ai tanti, troppi immigrati e ai clandestini sballottati per il Paese: se non sai dove ti hanno messo, basta imbattersi in un discorso dell'erede di Umberto Bossi per sapere esattamente dove ti trovi. Non è poco, anche se potrebbe essere interpretato come un assist nei confronti del nemico. 
Pare che Salvini adotti la stessa tecnica anche con le fidanzate, il cui nome verrebbe riportato a caratteri cubitali stavolta però sull'intimo. Se davvero con Elisa Isoardi si sono detti addio, ora per esempio il nostro sarà costretto a cambiare le mutande per non fare troppa confusione. Del resto non è semplice avere tanti contatti e responsabilità. Il deficit mnemonico del capo si farebbe sentire anche nel poco tempo libero. Corre voce che Salvini abbia una casa così grande da costringerlo a cambiare pigiama anche quando si mette in libertà. Ne avrebbe diversi tipi con la scritta: «SOGGIORNO», «CAMERA DA LETTO», «CUCINA SCAVOLINI» (così c'è anche lo sponsor), «SOPPALCO», e via discorrendo. Si veste e si sveste passando da un ambiente all'altro.
Detto ciò, nessuno mi toglie dalla testa che un giorno salterà fuori che Salvini è con Lapo Elkann nel business delle  felpe geotaggate. Anzi, geutagà. Come dicono a MIAMI.

mercoledì 3 giugno 2015

LA MAIL DELLA SCONOSCIUTA CHE CHIEDE SOLDI DALLA COSTA D'AVORIO

RICEVO E VOLENTIERI CONDIVIDO LA MAIL APPENA ARRIVATAMI DA UNA SCONOSCIUTA CHE MI CHIEDE SOLDI (NEANCHE POCHI: 1950 EURO, PER LA PRECISIONE) DALLA COSTA D'AVORIO.
TANTA GENTE IN EMERGENZA, ANCHE IN PASSATO, MI HA CHIESTO SOLDI DALLA COSTA D'AVORIO, CHE IMMAGINO ORMAI COME UN GRANDE BUCO NERO IN GRADO DI INGHIOTTIRE TURISTAS A PROFUSIONE. UNA SPECIE DI TRIANGOLO DELLE BERMUDA DEI BONIFICI.
MENTRE MI AVVIO CON CELERITA' E FIDUCIA A SPEDIRE IL DENARO RICHIESTO DALLA SIMPATICA DONZELLA A ME IGNOTA, PUBBLICO IL POST IN MODO CHE POSSA PARTIRE UN'EVENTUALE GARA DI SOLIDARIETA'. CHE COINVOLGA MAGARI ANCHE LA QUESTURA.


Ho appena effettuato un viaggio in Costa D'Avorio per ragioni personali e non appena tornero' ti faro' parte delle motivazioni che mi hanno spinto a fare questo viaggio. Sono stato vittima di una grave aggressione, vicino all'albergo dove soggiorno, da degli uomini armati. Mi hanno derubato di tutti i miei oggetti personali come la mia carta di credito, i miei soldi e il mio telefono e per questo non dispongo piu' di soldi e non posso nemmeno fare una operazione bancaria. Mi ritrovo in una situazione delicata e inquietante in questo paese. Ho contattato l'ambasciata, ma temo che il loro aiuto mi parvenga troppo tardi a causa delle procedure amministrative. SOno in questo momento in una clinica e necessito di cure intensive, ma come fare senza soldi? Con la fattura dell'hotel che non ho pagato e quelle dell'ospedale. Ho davvero bisogno che mi aiuti finanziariamente e vorrei chiederti solo un prestito di 1950 euro che mi permetteranno di risolvere i miei problemi, e che ti rimborsero' non appena saro' di ritorno ma accetterò la somma che potrai fapervenire perché ne ho davvero bisogno.
ti prego di farmi pervenire i soldi per MoneyGram alla posta che è un'agenzia di trasferimento di soldi cash che é presente anche qui. (solo per MoneyGram alla posta, puoi inviare 1950).
Avrai bisogno di questi dati:

Ecco le miei cordinate

E-mail: rossellamartini.studio@gmail.com
Nome: Rossella
Cognome: Martini
paese: Costa d'avorio
Citta: Abidjan
indirizzo: Treichville rue 12 avenue 16


Aspetto i dati del trasferimento (codice, nome del mittente e la somma inviata) che mi permetteranno di ritirare i soldi.
Grazie per la tua disponibilità.

Rossella Martini

sabato 23 maggio 2015

IN MEMORIA DI MIO PADRE

Abbiamo scelto un'agenzia di pompe funebri di Broni perché ci lavorava un suo ex dipendente, col quale da tempo coltivava un simpatico rapportino. Ogni volta che lo incontrava, gli ripeteva: «Tieniti pronto, perché quando muoio vengo da te».
Al Gigetto (come lo chiamavamo noi a casa e gli amici) sarebbe piaciuto, il suo funerale. Semplice, partecipato, un gran rosario serale e una cerimonia con messa senza finte prediche. Tanta gente che gli e ci voleva bene (a proposito: grazie davvero a tutti per le parole e la vicinanza). Non era per le ipocrisie gratuite, insomma, e in questo ci assomigliavamo. Pane al pane. E se c'era anche il salame, meglio.
Poi ogni tanto si scazzava, ma è normale, fra ossi duri. Negli ultimi anni con me aveva desistito: un po' per la malattia, un po' perché aveva (finalmente) capito che quando ho un'idea in testa è molto difficile smuovermi. 
Sognava di fare il pianista, o il giornalista (poi l'ho fatto io, e di questo era particolarmente orgoglioso: conservava in solaio tutti i miei pezzi: prima per La Provincia Pavese, poi per Il Giornale, infine per Sorrisi e canzoni; lo ripeteva anche a tutte le infermiere quando andavo a trovarlo, e ciò era per me fonte di grande imbarazzo) ma fu praticamente costretto da mio nonno a ereditare il lavoro di famiglia: il cantiniere. Nonostante non amasse il suo mestiere, almeno inizialmente, frequentò la scuola di enologia ad Alba, e una volta rientrato e prese in mano le redini dell'azienda, riuscì, negli anni d'oro, a fare uno tra i migliori spumanti dell'Oltrepò Pavese: l'Olimpo. Ogni tanto si rammaricava di non averne mai registrato il marchio.
Ironico, giocherellone, fondamentalmente buono e con qualche sporadica deriva autoritaria, come tutti i Bagnasco, era l'anima delle feste a casa del mitico Dottor Fugazza. Lui e mister Giorgi, altro entertainer naturale, ne facevano una pelle. Insieme con quel furetto di mia zia Piera, la vera esibizionista della compagnia, il saggio Delio e la moglie Giovanna, alla quale la natura aveva regalato il ruolo di icona sexy. Ogni volta il Gigetto preparava finti oroscopi personalizzati per tutto il gruppo, e c'era da ridere assai, raccontano le leggende locali. Con qualche bicchiere si allentavano anche i freni di mia madre, timidissima, che in genere tentava di arginarlo, e quelli del severo zio Pino, bancario di ghiaccio ma in definitiva col cuore d'oro. A volte si travestivano da ballerini di tango argentino, con la rosa in bocca. Ricordo che ho da una foto sbiadita che ogni tanto il Gigetto mostrava con orgoglio. 
In compagnia c'era anche tale Paolo «Pablo» Faravelli, il droghiere del paese, che parlava in modo (uso un eufemismo) scarsamente comprensibile. Erano molto amici, e il Gigi, che amava scherzare, ogni tanto gli spediva a casa qualcuno che gli chiedeva: «Conosci chi potrebbe dare a mio figlio lezioni di latino?». Lui lo mandava senza indugio da Pablo, assicurandogli che si trattava del migliore su piazza. Una volta incontratolo, la tragica verità. E anche il problema di non scoppiare a ridere.
Una volta, pochi anni fa, gli feci anch'io uno scherzo un po' bastardo: lo chiamai, una sera, camuffando la voce, fingendomi un operatore dell'Istat che stava realizzando una ricerca a campione. Per disponibilità e cortesia, fin troppa, ci cascò con tutti i piedi. Lo tenni al telefono una ventina di minuti, durante i quali mi feci raccontare tutti gli affari più personali di famiglia. Dalle abitudini alimentari ad altro, comprese domande sul figlio Franco, alle quali rispose con la consueta, estrema sincerità. Con uno stratagemma, ero riuscito a farmi dire da mio padre che cosa pensava di me. Il non detto. Poi mi rivelai e gli feci un bonario cazziatone: «Gigi, cavolo, ma ti chiama il primo pirla al telefono e gli racconti tutto sulla famiglia? Ti rendi conto?». Abbozzò.
Sul fronte malattie, poveretto, non s'è fatto mancare niente: epatite, depressione, Parkinson. Alcuni anni fa prendeva cocktail di farmaci per contrastare gli effetti collaterali di altri. Un circolo vizioso duro da sopportare. Anche se fra medici si è sempre sentito a proprio agio. Appena poteva andava a farsi vedere da qualcuno, confortato dal parere del luminare. In attesa del prossimo luminare.
Negli ultimi 14 mesi, un calvario ospedaliero, da struttura a struttura, con forti sedazioni che peggioravano di volta in volta la sua lucidità, minata dal Parkinson. A volte era presente, a volte entrava in un mondo parallelo fatto di cose mai fatte e mai viste, e le raccontava. Un giorno, pochi mesi fa, in casa di riposo, per tentare di riportarlo in «questo» mondo, per provare a strapparlo ai sempre più frequenti vaneggiamenti, e improvvisare un recupero (accorgendomi che aveva perso la memoria breve, ma conservava molti ricordi lontani), m'inventai un gioco. Iniziai a dirgli i titoli di tanti brani degli Anni 60, la sua Golden Age, e lui doveva ricordarsi chi li cantava. Ne azzeccò molti, quasi tutti, e alla fine piazzai «Arrivederci» di Umberto Bindi, una tra le sue canzoni preferite, scritta per metà dal suo vecchio amico Giorgio Calabrese. «Arrivederci la devi sapere per forza, dai, proviamo a cantarla...». 
«Arrivederci, dammi la mano e sorridi, senza piangere. Arrivederci... Forse sarà un addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano, da buoni amici sinceri, ci sorridiamo per dir... Arrivederci».
Un mezzo miracolo: avevo cantato «Arrivederci» (un arrivederci carico di simboli) con mio padre steso su un letto d'ospedale, e stavo piangendo come poche altre volte in vita mia.

martedì 19 maggio 2015

MORGAN PIGNORATO E LA GARANZIA DI UNA FIGURACCIA DIETRO L'ALTRA

«I talent show, ma soprattutto X-Factor, sono la tomba della creatività», dice ora un alterato Marco «Morgan» Castoldi dopo averne parlato bene (quand'era in onda), male quasi ogni anno in attesa dell'edizione successiva, e silurato definitivamente da Sky in vista della prossima, affidata ad Alessandro Cattelan con in giuria Skin, Mika, Elio (che ritorna perché non c'è più Morgan) e Fedez. Insomma, le opinioni dell'affabulatorio ma poco talentoso artista milanese sono a fisarmonica, ma a questo siamo abituati. Del resto le figuracce sono come le ciliegie: una tira l'altra.
Questa volta, al copione da ultimo atto, il nostro ha però aggiunto una chicca: «Mi piacerebbe che i titoli di domani fossero: “X-Factor” non ha pagato Morgan».

Pronta e al cianuro la replica delle reti di Murdoch e di FreemantleMedia, la società di produzione del talent. 
«Il compenso di Morgan è stato interamente liquidato da Sky e da Freemantlemedia ma è stato pignorato da Equitalia per un ''credito di oltre 300 mila euro'' che sarà quindi completamente estinto. Fremantlemedia e Sky hanno sottoscritto nel 2014 con l'artista e con la società che ne gestisce i diritti d'immagine (Edizioni Però srl) - spiega una nota - diversi contratti per la partecipazione di Morgan in qualità di giudice all'ottava edizione di X Factor Italia, accordi che prevedevano un compenso complessivo molto generoso, ben al di sopra degli standard di mercato. Sia Sky, sia Fremantlemedia hanno interamente liquidato la quota di spettanza della società Edizioni Però. La quota di spettanza dell'artista è stata invece sottoposta a pignoramento da parte di Equitalia Nord Spa, per il soddisfacimento di un credito di oltre 300.000 euro vantato dalla società di riscossione nei confronti dell'artista. Sia Fremantlemedia sia Sky, avendo ricevuto intimazione da parte di Equitalia Nord, hanno quindi provveduto e provvederanno a versare quanto dovuto alla suddetta società, estinguendo così ogni debito nei confronti di Morgan''. ''Nel contratto stipulato dall'artista con Fremantlemedia- continua la nota - era inoltre presente una clausola che prevedeva, in aggiunta al compenso di cui sopra, un 'bonus' legato al pieno e scrupoloso rispetto dei suoi impegni con la produzione. Il bonus non è stato corrisposto perché Morgan ha tenuto più volte pubblicamente una condotta incompatibile con i principi basilari di professionismo (disertando, ad esempio, un'intera giornata di registrazione del cosiddetto 'Bootcamp', che è andata in onda con soli tre giudici presenti, e lasciando in diretta una delle puntate della fase Live di X Factor), nonché adottando dei comportamenti incresciosi anche dietro le quinte''. ''Le dichiarazioni di Morgan nei termini riportati dalla stampa - concludono Freemantlemedia e Sky - appaiono del tutto prive di fondamento e diffamatorie. Ciò sorprende e amareggia una volta di più un gruppo di lavoro che negli anni ha fatto tutto il possibile per aiutare e supportare l'artista nella propria complicata vicenda umana e professionale, andando molto al di là di quanto normalmente avviene nei rapporti tra emittente, produttori e artisti, con pazienza infinita. Almeno fino ad oggi''.

giovedì 14 maggio 2015

ELENA GUASTONI AL JUST CAVALLI PER IL SUO «ALWAYS 30 PARTY»

Quando un'amica compie gli anni, è sempre una festa. Se li compie un'amica speciale come Elena Guastoni, che è anche titolare di un'agenzia di modelle tra le più quotate d'Italia, la MP Management di Milano, la festa diventa doppia perché nel parterre de roi degli invitati spiccano modelle e belle figliole a iosa. E sono cose, ve lo posso assicurare, che fanno tanto bene al calcio.
Quelli della «Guastoncina», come la chiamano gli assidui frequentatori che ostentano un po' di confidenza, sono gli «Always 30 party», perché l'energica donna della comunicazione e del modellismo (se mi si passa il termine) ha deciso giustamente di fermare il tempo ai suoi trent'anni. Una scelta personale che, da quarantasettenne, non posso che condividere. Quindi non vi annoierò riportando la reale età anagrafica della «Guast Star» (come mi piace definirla) della serata. Del resto quelli che lo fanno non sono più qui a raccontarlo.
Elena accoglieva ospiti e regali in una zona riservata del Just Cavalli di Milano indossando una gonna nera a balze in tulle trasparente che è stata la grande attrazione della serata. Open bar e gradito buffet hanno fatto il resto. E mentre due animatrici vestite da principesse davano retta ai bambini, ai maschietti un po' più cresciuti cadeva l'occhio sulle bambine. Quelle più sviluppate, s'intende. Come testimoniano queste foto. La morale della favola è che non bisogna mai mancare gli «Always 30 party» di Elena Guastoni. Parola di boy scout.




























mercoledì 13 maggio 2015

FACEBOOK, DAI, LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Allora, Facebook (metto l'hashtag così fa più social), anzitutto volevo parlarti del tuo «A cosa stai pensando?» che ogni giorno mi piazzi lì, in grigiolino, nella finestrella dello status. Quel che sto pensando a volte te lo dico, a volte no. Sono in massima parte affari miei, e decido se condividere o meno. Non prendertela. Ma a volte sembri una fidanzata di quelle lagnose, che dopo avertelo domandato tengono il broncio per due settimane se intravedono un ritardo o un'incertezza nella risposta. Ma, giusto per rompere le balle, vorrei dirti caro Facebook che la forma più corretta in italiano sarebbe «A che cosa stai pensando?». L'altra è molto usata, ma meno corretta. Giusto per fare il pignolo, lo so.
E poi «Dì che ti piace prima di tutti gli altri». A parte che il di' vorrebbe l'apostrofo e non l'accento (dicci! imperativo) ora, amico social network, la vera domanda è: perché? Che cos'è, una gara di velocità? Sono più furbo degli altri se metto il «mi piace» prima, chessò, di mio cugino? Devo forse svegliarmi presto per non perdere la priorità acquisita?

lunedì 11 maggio 2015

LA VERSIONE DI GABRIEL GARKO: «HO PROBLEMI ALLA TIROIDE»

Gabriel Garko contro tutti. Dopo che mezza Italia, chirurghi ed esperti di settore compresi, interpellati da Candida Morvillo del Corriere della sera, dopo averlo visto gonfio agli zigomi a «L'Arena» di Giletti aveva ironizzato sul suo presunto ritocchino alle gote, dopo un'intervista a Repubblica ora ribatte raccontando la sua verità. E lo fa con una lettera aperta a Tv sorrisi e canzoni. Raccontando, sostiene, di avere problemi alla tiroide.

«E’ la dura, crudele realtà. Ti danno la cura assicurandoti che non ci sono contro indicazioni e invece, all’improvviso, la faccia ti si gonfia come un pallone e magari sei sul set. L’operatore comincia a dirti che sei un disastro, che sembri Garko con il mal di denti. Cambi medico, cambi terapia e intanto ti dicono che hai problemi alla tiroide. Per carità, niente di grave, basta tenere tutto sotto controllo. Bisognerà riequilibrare i valori ma nel frattempo sembro una fisarmonica: gonfio – sgonfio – gonfio», dice l'attore.

Che se la prende con «i professionisti dell'odio, quelli che per mangiare devono sparare fango su un personaggio pubblico con l'intento di distruggerlo». E intanto minaccia querele. Il caso Garko è finito in pochi giorni sulla bocca dei commentatori e della gente comune del Paese intero, spodestando persino Matteo Renzi e calamitando l'attenzione di tutti i media sul personaggio Gabriel. Tutti hanno detto la loro. Su Twitter  e in tutta Italia l'attore ha raggiunto in pochi giorni livelli incredibili di visibilità.

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