venerdì 30 settembre 2016

«LUKE CAGE» TI FA IL FAVORE D'AMMAZZARTI * «BRING THE NOISE», E ALVIN TROVA FINALMENTE UN RUOLO

«LUKE CAGE», IL NERO CHE PICCHIA SUO MALGRADO

Mike Colter è il «Luke Cage» di Marvel, appena sbarcato su Netflix proprio mentre ho ripreso a guardarmi in blocco «Breaking Bad». Perché i capolavori vanno rispettati e venerati.
La serie, coprodotta con ABC, è un trionfo del black power buonista, col supereroe roccioso sul cui corpo rimbalzano persino le pallottole, figurarsi i pugni. Buoni e cattivi rigorosamente separati a destra e sinistra, senza sfumature. Manca solo Morgan Freeman a fare la predica, per capirsi, ma gli altri ci sono tutti. Girata con la consueta cura Marvel («Jessica Jones», «The Avengers», «Shields», «Daredevil», ecc.), parte un po' lenta e plumbea (fin troppo) ma poi prende corpo e ossigeno. Un po' meno i bulli tritati da Luke, che vorrebbe tanto non lanciarli a sfracellarsi contro il muro, ma si sa, qualcuno lo deve pur fare.

«BRING THE NOISE», IL GAME-SHOW DEGNO DI NOTA 

È da ben prima dei tempi di «Furore» (forse l'ultimo esempio omologo) di Alessandro Greco che la tv ha bisogno di karaoke vipparoli a squadre. I quali fanno tanto tv gggiovane. Italia 1 con «Bring The Noise» è riuscita nell'impresa di piazzare Alvin, sinora inviato all'Isola dei famosi o tele-accompagnatore ufficiale di Silvia Toffanin a «Verissimo». Affidandogli una conduzione dove risulta fresco e credibile. 
«Bring The Noise» è un rutilante fluire di classici o originali giochini musicali accompagnati dalla band dei Cutzo e da una variegata compagnia di ospiti presi un po' su piazza, un po' dalle risorse Mediaset: da Paola Barale a Jake La Furia, da Fabio Rovazzi a Francesco Facchinetti. Passando per Katia Follesa, Mercedesz Henger, Andrea Pucci e Francesco Cicchella.
Il ritmo è talmente veloce da stordire e il casino regna più sovrano che all'una di notte all'Hollywood, ma è giusto così. Questa tv necessita di stordimento. Anche e soprattutto dello spettatore.

giovedì 22 settembre 2016

DILETTA LEOTTA: LE SUE FOTO SEXY POTREBBERO COSTARLE IL DOPO D'AMICO

Lo scandalo delle foto hot della bella Diletta Leotta, per le quali sono subito scattati on line i più disparati (e anche disperati) tentativi di download, avrebbe messo oltremodo in agitazione la galassia Sky. Dove hanno particolarmente a cuore l'immagine aziendale, e dove è stato appena silurato (fra le contestazioni) Paolo Di Canio per una vecchia scritta Dux tatuata sul braccio.

La stupenda pulzella è sentimentalmente legata al potentissimo Matteo Mammì, imparentato con l'ex ministro noto per l'omonima legge, che a Sky maneggia milioni di euro occupandosi delle acquisizioni sportive. Anche se il cellulare della super bionda sembra sia stato hackerato, come da denuncia della conduttrice alla Polizia postale, pare che Matteo non abbia gradito l'idea che possano circolare vecchi scatti osée della fidanzata. E su tutte le furie sarebbe anche Andrea Zappia, l'amministratore delegato delle reti di Murdoch. 

La carriera della Leotta era da tempo in costante ascesa, e sembrava quasi acquisito il fatto che in futuro potesse o dovesse prendere il posto di Ilaria D'Amico, a quanto sembra già in attesa del secondo figlio. Una specie di promozione annunciata. E questo scandaletto di fine estate, mannaggia, non ci voleva. Tanto che in azienda ora sono in pochi a scommettere sulla Diletta erede di Ilaria. Sabato andrà di certo in onda. Ma potrebbero traballare presto altre sue conduzioni. E il futuro? Mah. Nel frattempo, sui computer di Sky, pare che nessuno si azzardi a cercare su Google "Diletta Leotta scarica foto sexy erotiche", per il timore di essere tracciati e finire sulla lista nera. È scattata la psicosi. Intanto, sui social, le ironie si sprecano.

martedì 20 settembre 2016

«GRANDE FRATELLO VIP» * ILARY BLASI DIVENTA DOMATRICE NEL DESERTO DEL NEURONE

Fermo restando che se questi sono Vip, io e il mio portinaio potremmo trovare degna collocazione fra gli Stark de «Il Trono di Spade», vediamo di analizzare criticamente la prima puntata del reality di Canale 5, condotta in modo efficace da un'Ilary Blasi grintosa, a tratti quasi arrabbiata. E in modo surrettizio da Alfonso Signorini, che rinuncia all'opinionista-spalla rituale e gioca da solo, muovendosi in scena, occupando spazi, marcando il territorio, quasi a voler sottolineare che si tratta di una co-conduzione in piena regola. Resto affezionato alla professionale dolcezza di Alessia Marcuzzi, ma questi sono gusti personali, e comunque il mix Ilary-Alfie funziona.

Il format è logoro, e si può fare poco per ravvivarlo. Non sarà certo, per intendersi, la vecchia rivalità Valeria Marini-Pamela Prati, roba da pleistocene dello spettacolo, a dargli appeal. Tra l'altro la Prati ha già accusato conclamata "claustrofobia cronica" e avverte "mancanza di ossigeno" nella Casa di Cinecittà. Quindi ha già chiesto agli altri di essere nominata. Tanto valeva non andare, benedetta figliola, ma bisogna pure guadagnarsi la pagnotta.

La web room con i suoi veri o presunti influencer è la barzelletta della serata. Ilary tenta per ben due volte invano di darle la linea, ma i tempi sono stretti e si rinuncia subito volentieri all'appendice Twitter. Quando lo si fa, è per pochi secondi. Imbarazzo. Disagio. La solita beffa della rete utilizzata in tv, contro la quale si esprime live cinguettando persino Francesco Facchinetti. Peraltro in sottopancia per tutta la serata passano solo tweet buonisti, un altro classicone. In pratica il contrario di ciò che accade nella realtà.

Nel cast, fra un Bosco Cobos (se non lo conosci, non preoccuparti, non è colpa tua) e l'altro, spuntano i fisici di Stefano Bettarini e del recuperato Costantino Vitagliano, che non vede l'ora di togliersi la maglietta e mostrare, sudando, l'upgrade dei tatuaggi. C'è la ciociara di «Avanti un altro!» e la super bella Mariana Rodriguez, subito impallinata dalla Prati. D'altra parte, anche se non c'è parentela con Belen, quello è un cognome che fra le showgirl italiane si paga col sangue. Elenoire Casalegno è conservata benissimo, ma si fa male al labbro durante un gioco (replay, subito), non ci sono parole per Antonella Mosetti e figlia, e scatta la gara fra ex tronisti che si danno dei "tamarri" l'un l'altro. Momenti altissimi.

Questo kolossal del neurone single, fra una bacchettata di Ilary e l'altra ai suddetti personaggi, va avanti sino all'una di notte. Un po' troppo persino per i masochisti più incalliti. Mentre nella mia timeline si twittava praticamente solo di «Pechino Express». Così va il mondo, signora mia. Per recuperare, dalla seconda puntata, dovranno puntare su qualche spruzzata di sesso.

venerdì 16 settembre 2016

«X.FACTOR 10»: ALVARO SI AMMOSCIA E AGNELLI DIVENTA LA VERA RIVELAZIONE

L'attesa era tutta per Alvaro Soler, invece il bel ragazzotto spagnolo, alla prova dei fatti, si è ammosciato. È spaurito e in definitiva non ha molto da dire.
Soprattutto sentendo la presenza dominante, lì accanto, di un Fedez ben lontano dai pianti del suo arrivo in giuria a «X-Factor», che nel frattempo ha acquisito sicurezza e un piglio più severo. Ma tutto rientra nell'ordine naturale delle cose.
La dolce Arisa (più rasserenata rispetto al passato e con la capacità di rinnovare costantemente, non sempre in meglio ma intelligentemente, il proprio look, con grande senso dello spettacolo), ha fatto la sua parte.

La vera rivelazione è stato l'Afterhours Manuel Agnelli, il sosia di Severus Piton di «Harry Potter», che si è seduto al banco dei giurati, nella posizione a sinistra, già occupata dai tecnici Morgan ed Elio, portando una ventata di spietata concretezza. Falciando, con severità e parole dure, i tanti vorrei ma non posso visti alle selezioni. E lo ha fatto, si badi bene, con rispetto per chi invece andava soltanto a cazzeggiare, a divertirsi, sapendo che non sarebbe arrivato da nessuna parte. I convinti senz'arte né parte li ha massacrati. L'effetto Corrida si è visto spesso, complici le facce ad hoc del bravo Alessandro Cattelan, messo a guardare dalle quinte.

E se una nota di merito va senza dubbio allo spassoso Mara Dixit finale, con una Maionchi che le spara stile casalinga di Voghera davanti al video, va segnalato anche il curatissimo montaggio. Molto veloce e intelligente, con innesti inusuali rispetto al passato. Una prece per Elio: anche se nelle ultime edizioni era piuttosto svogliato, a me manca e mancherà sempre. Anche solo per trucco e parrucco.

martedì 6 settembre 2016

ROMA, RAGGI LAPIDATA PER IL CASO MURARO? È UN ANTICO VEZZO ITALICO

Questo accanimento su Virginia Raggi non deve stupire. È un antico vezzo italico (quasi una perversione da studiare a livello sociologico-medico) portare in palmo di mano qualcuno per poi godere nel momento in cui mette il piede in fallo e accanirsi tutti insieme per lapidarlo. È sempre successo, e sempre succederà. Fa ridere che accada in una Roma dove il più pulito, politicamente parlando, e da decenni, ha la rogna. Ecco che un'omissione (fatta in periodo pre-elettorale, se non ho capito male; chi si sarebbe sparato da solo sugli zebedei?) diventa colpa grave. Intendiamoci, anche le omissioni sono gravi. Soprattutto per chi fa della trasparenza la propria bandiera. Ma chi si accanisce ora non è preoccupato dalla trasparenza. Solo dalla vecchia, italica ossessione di massacrare il vincitore.

lunedì 29 agosto 2016

ENRICO MENTANA CREA "WEBETE", E LA RETE IMPAZZISCE DI GIOIA

Enrico "Chicco" Mentana è il migliore, almeno in tv, e questo già si sapeva. Ma stavolta si è superato. Rispondendo a quelli che riteneva i deliri di un hater della rete, oggi ha rintuzzato dandogli del "webete". Un neologismo azzeccatissimo che sta già facendo il giro di internet. In attesa di entrare, sono fiducioso, nella Treccani.
Di ebeti è pieno il mondo, ma essendo il mondo di oggi squisitamente virtuale, i cazzari che popolano il World Wide Web propalando bufale e altre scempiaggini possono a ogni buon diritto essere definiti WEBETI. Con buona pace del politicamente corretto e con uno spunto degno del miglior Marcello Marchesi, il direttore del TgLa7 ha piazzato la sua zampata felina. Del resto, chi di noi sui social non ha almeno un Webete di riferimento? A volte forse persino noi stessi lo siamo, magari senza accorgercene. E webete è infinitamente meglio di petaloso.
Chicco, ci hai fatto ridere e sei tutti noi. Perché Fecebook e Twitter saranno anche divertenti, ma senza i pataccari di professione, i polemici a senso unico e col paraocchi (aggiungerei anche i retorici che speculano sulle disgrazie), sarebbero molto meglio.

giovedì 25 agosto 2016

TERREMOTO * ECCO CHE COSA PROVAI A L'AQUILA NEL 2009

Subito dopo il terremoto a L'Aquila, nell'aprile del 2009, il mio giornale mi spedì là, a raccontare la tragedia e la macchina dei soccorsi, coordinata dal poco loquace Bertolaso. Il quartier generale della Protezione civile era in una grande caserma non lontana dal centro, che aveva resistito alla prima, fortissima scossa del 6 aprile, oltre 6 di magnitudo. Ero in una palazzina disadorna al piano terra, con alcuni colleghi, in attesa di una veloce conferenza stampa per gli aggiornamenti sul disastro. All'improvviso, se non ricordo male era il primo pomeriggio del 9 aprile, partì la terza, grande scossa, attorno a 5.5 di magnitudo. Non avevo mai provato qualcosa del genere, a parte lievi vibrazioni domestiche di terremoti lontanissimi. La prima sensazione, a pelle, fu di non sentirmi bene. C'era un po' d'ansia, di tensione, credetti a una sorta di capogiro, o di mancamento. Cosa di un istante, ovviamente. Tutto attorno e soprattutto sotto di me stava tremando, come una vecchia lavatrice in centrifuga, senza lasciarmi il tempo di pensare. Lì è paura. Netta. Sudore freddo. Sul muro, vicino al soffitto, si staccò un listone di legno, e croste di calcinacci bianchi del vetusto edificio volavano a terra. Devo uscire al volo. Dov'è la porta? Pensai. Dov'è quella cazzo di porta? Era nella stanza accanto, che si affacciava sulla guardiola all'ingresso della caserma. Corsi fuori in un istante, e mi portai istintivamente con gli altri al centro del cortile, lontano dagli edifici. La terra continuò a tremare per altri 30 secondi, non di più. Ma lì mi sentivo ormai relativamente al sicuro.
Il pensiero successivo, inevitabile, fu alla povera gente sorpresa tre giorni prima da quel mostro a letto, in piena notte. Disarmata, mentre dormiva, magari ai piani alti di una vecchia casa un po' marcia, che non aspettava altro di poter cadere. Io in fondo ero lì di giorno, preparato, in un luogo fortemente sismico. E il minimo che potessi aspettarmi era un'altra scossa di terremoto. Che comunque non auguro a nessuno.
Dopo aver letto questo post, se non prendi il cellulare e non doni almeno 2 euro al 45500 per ciascun sms inviato, secondo me un po' in colpa ti devi sentire.

martedì 23 agosto 2016

I PRIMI SQUALLOR, UNA FOTO IMPERDIBILE PER I FAN

Questa, pur nella sua ruspante qualità (Alfredo Cerruti avrebbe trovato di certo parole meno eleganti, che in questo momento cerco di immaginare) è una foto che farà sbrodolare noi fans irriducibili degli Squallor, la leggendaria formazione trash canzonettara formatasi nel 1969 e attiva discograficamente sino al '94, con titoli uno più evocativo dell'altro. Soprattutto quelli degli album.
Da sinistra, a una festa, ecco Giancarlo Bigazzi, il maestro Totò Savio, Elio Gariboldi, che lasciò il gruppo nel 1974, e il già citato Cerruti, già compagno di Mina e noto anche come voce delle volanti 1 e 2 dell'«Indietro tutta» di Renzo Arbore.

La foto, mostrata nello speciale di Retequattro dedicato a Bigazzi e pescata dall'archivio della vedova Gianna Albini, è rappresentativa sia perché in rete ne circola già soltanto un esemplare troncato, sia perché mostra il ben poco esposto Gariboldi, sparito subito di scena. Al suo posto, nell'immaginario comune, dovrebbe trovarsi un altro grande, Daniele Pace, rimasto sino alla sua morte, nell'85.

Squallor sempre e per sempre (lo dico in modo sfacciatamente partigiano), perché quando sei un po' giù ti chiudi in auto e metti sul cd «'O tiempo se ne va», «Cornutone», «Chi cazz' mo' fa fa», «O ricuttaro 'nnammurato» e un bel po' di altre perle da cantare a squarciagola, il mondo cambia subito faccia. E prospettiva. E colori.

venerdì 19 agosto 2016

DONALD TRUMP NON È ALLA FRUTTA, MA AL LIMONCELLO

Donald Trump è decisamente sotto nei sondaggi e sta iniziando a giocarsi gli ultimi spiccioli: prima ha promesso la riduzione delle tasse per tutti (che è un po' l'entry level della dialettica di qualsiasi cialtrone in politica: prefigurare una corposa riduzione di imposte che non verranno mai ridotte), poi ha invitato i possessori d'armi a usarle contro l'avversaria Hillary Clinton (l'equivalente dei «forconi» evocati da noi, ma in modo più esplicito: roba da arresto); infine, ha cambiato staff per la campagna elettorale (nota: è sempre colpa dello staff, non delle belinate che fai tu), e ora chiede scusa. Donald, non sei alla frutta. Sei come minimo al terzo bicchierino di limoncello. Goditi i tuoi soldi e torna a occuparti dei tuoi capelli, che da soli devono richiedere un grande impegno quotidiano.

martedì 9 agosto 2016

LE «CICCIOTTELLE» D'ITALIA NON SI SCANDALIZZARONO PER LA GOGGI E CONCATO

A me cicciottello lo dicono da una vita, non è un delitto, e purtroppo è anche la verità. Cerco di farmene una ragione.
Visto scritto su un titolo di giornale, in effetti, non sta granché bene, è inelegante, al netto degli umori di un Paese molto facile a scandalizzarsi, a volte anche in modo ipocrita. Non va bene perché le atlete olimpiche di tiro con l'arco a Rio 2016 non avranno portato a casa il titolo ma non meritivano neppure questo appellativo con annesso gratuito riferimento estetico. Visto che oltretutto non erano in Brasile a fare le modelle. Ma sdrammatizzo.
L'italia nel 1979 non si scandalizzò per «Cicciottella», un brano cantato da Loretta Goggi e sigla di «Bis», il programma «Portafortuna della Lotteria Italia».
«Cicciottella è una bambina fatta a forma di bigné», una che «Beve solo malvasia», cantava la showgirl interprete de «L'aria del sabato sera» e «Il mio prossimo amore». Anche Fabio Concato ha dedicato un'ode alle fuori forma, quando nel 1984 intonava il testo di «Rosalina». «Rosalina Rosalina, tu mi piaci grassottina... Ma quando è sera, sera... Ti abbuffi con i bigné».
Era un'Italia diversa, meno politicamente corretta. I bambini che ieri cantavano queste canzoni sono i cicciottelli di oggi. Per non parlare delle transaminasi.


lunedì 8 agosto 2016

PERCHE' IL VECCHIO COMUNISTA NON RICONOSCE LA GRANDEZZA DI MONTANELLI?

Il vecchio comunista standard ha un problema irrisolto: riconoscere la grandezza di Indro Montanelli‬
Se ti fa un elenco di grandi giornalisti ci mette Enzo Biagi‪‬, ci mette Giorgio Bocca, ‪giustamente, magari ci mette anche Eugenio Scalfari (che è un po' il lexotan della carta stampata). Ma guarda caso dimentica Montanelli. Che è stato indiscutibilmente il più grande. Per lucidità, stile, ironia sferzante, forza, schiena dritta. Ma il vecchio comunista standard non ce la fa. Non lo può accettare. Perché Montanelli era fondamentalmente di destra. Ma si riservava di pensare in proprio. I vecchi comunisti si stanno estinguendo, così come le ideologie, rimpiazzate dal marketing politico. Ma è un peccato, ancora oggi, non riconoscere la grandezza di qualcuno.

venerdì 22 luglio 2016

QUANDO LA PREVENZIONE DELL'EMERGENZA DIVENTA ESSA STESSA EMERGENZA

Bottiglietta di plastica rigida, apparentemente indistruttibile, contenente mezzo litro di benzina verde che tenevo d'emergenza, da anni, nel bauletto della Vespa. Si buca nei giorni scorsi senza che me ne accorga e disperde tutto il suo contenuto nel bauletto. Un giubbotto, due paia di guanti e una sacca a vento ripiegabile custoditi all'interno si impregnano irreversibilmente. Da ieri sera ho fatto già quattro lavaggi mettendo nel cestello anche l'aceto, sei chili di capsule di detersivo e Padre Amorth in persona. E, nonostante tutto, il bucato puzza ancora. Io stesso tanfo come un benzinaio polacco a fine turno e in casa si disperdono vomitevoli aromi di prezioso combustibile per autotrazione. Morale: mai predisporre una cosa che ti servirà «in emergenza». Perché potrebbe diventare quella cosa, l'emergenza.

lunedì 18 luglio 2016

«LA QUINCEANERA» * IL SOGNO LATINO TRA «I FATTI VOSTRI» E «CENERENTOLA»


Premetto: ho un debole per Davide Maggio, il blogger che ha avuto l'idea impercettibilmente egocentrica di creare dal niente un sito di tv che porta il suo nome, e che è riuscito con gli anni a renderlo (fra un BOOM! e l'altro e con discrete fonti), spazio informato e credibile. La brandizzazione di se stessi porta inevitabili conseguenze sul piano dell'immagine pubblica. Davide per esempio se ti incontra, prima di salutarti, ti butta lì in modo apparentemente casuale che il suo profilo Facebook e Twitter sono verificati (hanno cioè il baffo blu, come il bollino della banana ciquita), e poi ti domanda, con altrettanta beffarda nonchalanche: "E il tuo?". Ben sapendo che il tuo non l'ha verificato neppure il tipo che fa l'assistenza annuale della caldaia. Per uno così, su, come fai a non provare simpatia?

L'insaziabile Maggio ora ha fatto il salto della quaglia, debuttando con una società di produzione (MediaMai) che ha lanciato ieri sera su Real Time un programma intitolato «La Quinceañera - 15 anni da favola». Deve essere stato terribile per Davide non poter utilizzare il suo nome, ma c'è sempre tempo, e comunque sono accanto al suo ego in questo difficile momento. 

«La Quinceañera» è una sorta di docu-reality sulla festa più ambita dalle quindicenni sudamericane. Sogno e trash. Un po' come il prediciottesimo da noi al Sud. Solo che Maggio e i suoi sono andati a scavare nel ricco bacino dei sudamericani in Italia, dando loro visibilità, per ricreare da noi l'evento. Fra pizzi, lustrini, damigelle, unghie glitterate, parenti litigiosi, balli rituali, location da favola e limousine che t'accompagnano al party. La mia preferita era l'organizzatrice della festa (Quinceañera planner?) con l'apparecchio per i denti, ma questo rientra tra le mie perversioni.
Prima si inquadra la storia familiare, possibilmente carica di una tonnellata di sfighe passate, per poi arrivare al coronamento del sogno della piccina (già più scafata di Ambra ai tempi di Non è la Rai), in procinto di diventare donna. Tormento e riscatto. Tra «I fatti vostri» e «Cenerentola», con spruzzate di «Carramba, che sorpresa!».

55 minuti lordi girati e montati con cura, nel rispetto della grammatica di genere, e che si incastonano bene nell'eccentrico palinsesto di Real Time. E' un programma non propriamente indispensabile, dirà qualcuno. Vero, ma capirai. Sai quanti ce ne sono... E poi i latinos potrebbero riservare sorprese.

sabato 16 luglio 2016

LA MOGLIE DI BONOLIS: «SI', NOLEGGIAMO L'AEREO... ITALIANI, SIATE MENO FRUSTRATI»

In partenza per Formentera, meta abituale delle vacanze estive della famiglia Bonolis, la bella moglie di Paolo, Sonia Bruganelli pubblica su Instagram una foto che ritrae la cabina dell'aereo privato che i nostri hanno noleggiato per il viaggio. C'è anche (a sinistra) Marco Salvati, l'autore che da anni collabora con il conduttore di «Ciao Darwin» e «Avanti un altro!». 
Sui social si scatenano l'invidia di alcuni e le proteste di chi rimarca che lo spettacolo non è bello a vedersi perché c'è gente che fatica ad arrivare a fine mese.  La Bruganelli non tarda a far arrivare la sua risposta, sempre via social. Eccola:

«O mio Dio... Nemmeno se i suoi soldi fossero i vostri... Grazie. ...e comunque l'aereo privato non è nostro. Si può prendere per piccoli spostamenti e noi, avendo molti bimbi, di cui una non proprio velocissima negli spostamenti;-) lo noleggiamo ogni anno. Potendo farlo, perché no??
L'Italia è quel paese dove per essere apprezzato sui social network devi farti una foto dove se la fanno cani e porci (tipo a piazza del Duomo) vestito come un poveraccio; mentre se ti fai una foto in una suite, vestito con abiti di alta sartoria e pieno di gioielli, vieni meno apprezzato e addirittura criticato (pensate voi come stanno inguaiate alcune persone).

Mentre all'estero è tutto il contrario...
A me viene l'angoscia ogni volta che vedo molti personaggi pubblici italiani salire sui palchi in t-shirt e jeans (alcuni salgono addirittura in canotta e pantaloncini): credo che nel mondo dello spettacolo la semplicità non si può vedere né scenicamente e né musicalmente (solo umanamente: e pubblicare una foto in una suite non vuol dire non essere una persona semplice).
Italiani siate più positivi e meno frustrati: la vostra negatività è la rovina della vostra vita e del vostro paese.
In Sud America molti sono poveri ma seguono e ammirano artisti superbi; non aggiungo altro...».

Conosco Paolo da anni e posso affermare con certezza che (anche se nel privato è un po' avaro di parole) è un tipo che conosce il valore dei soldi. Non li spreca, ma rivendica con orgoglio il fatto che se si è pagati (tanto) per fare qualcosa, vuol dire che si vale quella cifra. E non bisogna vergognarsene. Ostentare un po' in fondo non gli dispiace: l'ho visto noleggiare una mega villa in Lazio per le vacanze della famiglia, l'ho visto arrivare con una supercar alla firma di un contratto. Ora carica la nutrita famiglia e gli amici, e invece di farsi Fiumicino-Ibiza con Easy Jet, visto che può noleggia l'aereo. Tra l'altro sulla Isla (che io stesso frequento da anni) mi è capitato di vedere Sonia a Es Pujols mentre rientrava a casa con le buste della spesa. Come qualsiasi casalinga. Non con i portatori d'acqua e gli schiavi circassi. I Bonolis i loro danari li guadagnano e li spendono come vogliono senza vergognarsene.

Meglio così (per come la vedo io) di quei conduttori che guadagnano quattro-cinque volte tanto, hanno il braccino cortissimo, e poi ostentano le loro origini contadine. Guardandosi bene dal mostrare ciò che hanno comprato per paura di farsi criticare dal pubblico. C'è poco da fare: l'ipocrisia in Italia vince sempre.

giovedì 14 luglio 2016

MILANO, «MERCATO METROPOLITANO» * UN TRIONFO, EPPURE HA CHIUSO (PERCHÈ?)

Milano. Per la fortunata serie: I grandi misteri italiani, questo è ciò che resta del «Mercato metropolitano», o «Mercato di Porta Genova»; il più grande successo commerciale dello scorso anno in città: primavera, estate, autunno e parte dell'inverno con un pieno di pubblico e clienti al di là di ogni previsione. 15.000 metri quadrati di spazio espositivo ricavati riadattando in modo molto semplice e ben poco dispendioso un vecchio capannone affittato dalle ferrovie e il grande cortile adiacente, dove sino all'anno precedente si teneva il mercatino di Sinigaglia. 
Il tutto per vendere cibo di strada, pane, birra, vino, pesce, carni, piatti della tradizione regionale. Tutto da gustare al volo e in semplicità su vecchi bancali colorati, sedie improvvisate, tavoli da birreria. C'era persino un cinema all'aperto. Un successo senza precedenti, come evidente dalle file interminabili e come confermavano gli stessi operatori, mai con un secondo libero. Tanto che la cosa aveva creato problemi di concorrenza a molti locali sui ‪Navigli. A gennaio chiude, e il Mercato metropolitano dà l'appuntamento a tutti ad aprile per una nuova annata. Ad aprile un trafiletto in cronaca informa che il Mercato non riaprirà: almeno un milione di euro di debiti, creditori alla porta, pignoramento e sigilli. Come si spiega tutto ciò? Com'è possibile che un mostruoso successo commerciale realizzato con pochi mezzi si trasformi in debiti e chiusura? Com'è possibile che in questo Paese persino i trionfi vadano a ramengo?

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