sabato 4 settembre 2010

TI HANNO RUBATO IL CELLULARE? ECCO CHE COSA FARE

Il furbetto che ieri pomeriggio ha fregato il Motorola da ben 76 euro perso da mio padre, non sa che l'organizzazione di famiglia è spietata: in un'ora, gli ho bloccato la sim (con telefonata al centralino della compagnia telefonica) e nell'arco delle 24 ore (andando di persona in un negozio con il codice IMEI riportato sulla confezione d'acquisto) è stato bloccato anche il cellulare. Ora il ladruncolo avrà modo di metterselo in un posto solo. E non è l'orecchio.
Ammetto che il piano B, ovvero farlo tracciare e piombargli a casa con un commando di teste di cuoio, è stato valutato - sulle prime - ma scartato perché troppo dispendioso.

venerdì 3 settembre 2010

ENRICO MENTANA A LA7: LA VOGLIA DI TORNARE A VEDERE UN TG

Enrico Mentana al «Tg La7» non rappresenta solo, come dice bene Aldo Grasso, «il miracolo della normalità» (l'informazione di cui dovremmo abitualmente fruire, in un Paese normale, ma che ci sembra - stante la situazione - qualcosa di eccezionale, quasi miracolistico). Mentana è molto di più: un filo di speranza. Un esempio per chi inizia a fare questo mestiere e la motivazione per gli spettatori che - schifati - avevano smesso di guardare i grandi notiziari delle reti generaliste. Quella boccata d'ossigeno di cui avevamo estremamente bisogno per non soffocare nella palude. Per non pensare che tutto fosse finito per sempre, coperto da veline, gossip e soft news che servono a non dare altre notizie.
Forse Enrico avrebbe potuto «mentanizzare» di più il suo tg, muovendosi un po' in studio, gigioneggiando in stile «Matrix», per diversificare l'offerta delle 20 e compensare un po' quella carenza di mezzi che purtroppo si nota. Ma vivaddio. Grazie di esistere, Chicco. Sei già all'8%. E soprattutto, non ci deludere: conservati così.

giovedì 2 settembre 2010

GIANFRANCO FUNARI * «CI SONO TROPPE DONNE NELLA NOSTRA TV»

Funari is back. Gianfranco Funari è tornato, come direbbero i patiti degli horror americani. E c’è già chi teme - non poco - la sua incontinenza verbale. Dal 28 aprile il profeta dell’etere sarà su Raiuno, in diretta e dunque senza rete, sul ponte di comando di«Apocalypse Show». «Non parlerò di polica» assicura lui. Forse per tranquillizzare i funzionari Rai. E del resto «politica»  è non solo partiti, ma tante altre cose: ambiente, religione, tasse... «Dico o non Dico?», starà pensando insomma sor Gianfranco.  E il suo autore, Diego Cugia, ammette: «Un Funari domato? Impossibile. Assieme a Beppe Grillo, Roberto Benigni e Adriano Celentano, lui appartiene alla stretta schiera degli indomabili». D’altra parte, è noto che quando c’è di mezzo Funari, «esiliato» per anni alla periferia dell’impero tv («È il vero epurato, altro che Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi» dice la moglie, Morena Zapparoli), pochi in tv possono stare tranquilli. È la classica scheggia impazzita, dalla sguaiatezza latente, dagli sfuggenti echi corporali. Come se non bastassse, i rumors che vengono da dietro le quinte dello show, costruito in appena 40 giorni, parlano di un clima piuttosto teso fra gli autori della Ballandi (la casa di produzione), Cugia e lo stesso Funari. A far bisticciare sarebbe in realtà soprattutto il balletto degli ospiti, richiesti e negati. Ma l’aria resta pesante.

Funari, nel dicembre 2005 lei disse in tv: «Sto per morire». Ora è qui e promette nientemeno che un’Apocalisse tv. Se ne deduce che, per fortuna, sta meglio.
«Ma io sto ssempre pe’ morì. Solo che ebbi due diagnosi diverse: la prima mi dava poche settimane di vita, e la seconda era più ottimistica. Ho 5 bypass, quattro erano ostruiti, e soffro di edema polmonare. Avevano ragione i medici ottimisti».
Quindi non era per portare a casa qualche titolo di giornale?
«Macché, tutto vero. Figurarsi se faccio ‘ste cose. Le uniche preoccupazioni, a questo punto della mia vita, so’ ddue: fare un ultimo programma di successo, e girare un film come protagonista».
Davvero il suo ultimo programma?
«Sì, sono convinto che questo sia veramente l’ultimo. Certo, se il buon Dio avrà un occhio di riguardo, nun ze po’ mai di’...».
E il film?
«Si intitolerà “Lo sbirro”, sei puntate che inizierò a girare con Pasquale Squitieri appena ultimato “Apocalypse show”. Lo porteremo a Cannes. Poi, si vedrà. Con questa situazione di mercato, parlare di collocarlo su Rai o Mediaset mi pare molto riduttivo».
Se il varietà è morto e neppure lei si sente troppo bene, chi ci salverà, i reality?
«Non mi piacciono, li ritengo il peggio della nostra tv. Il calo attuale di queste produzioni l’avevo previsto nell’aprile dello scorso anno. Vivono di volgarità e voyeurismo: il 90% di chi li guarda non lo ammette ma aspetta di vedere un rapporto sessuale. Hanno lanciato gente quasi sempre inesistente e senza valori».
Come sarà «Apocalypse show»?
«Ci metterò me stesso, il mio mestiere e la voglia di fare spettacolo e poesia. Ebbene sì, ho voglia di poesia».
Basta col Funari tribuno politico, quindi?
«Dopo averla fatta per dieci anni, la politica e i politici mi hanno un po’ stancato».
Quanto guadagna per questo programma?
«E cche, too vengo addì a tte?».
Potrebbe farlo: lei racconta sempre tutto, no?
«Vabbé, too dico: un mijardo e quarcosa de le vecchie lire pe’ cinque puntate. Attenzione però, sponsor esclusi. Ma confesso che l’avrei fatto anche per meno».
Quindi il Funari funambolico delle telepromozioni, della mortadella in primo piano, non è un capitolo chiuso...
«Aaaah. Guai a parlamme male daa mortadella. Ma lo sa che cosa mi ha salvato dallo sparire del tutto da questa tv? Il fatturato, gli sponsor. Ora mi vuole quello delle scarpe. Ma lei lo sa come si mangia la mortadella?».
Mi trova impreparato. Tento: con le mani?
«Mannò, l’ho scoperto dopo attento esame del prodotto. Si può mangiare solo a straccetti, fina fina. Ha un gusto troppo intenso, che rende stucchevole sia la fetta spessa, che i tocchetti».
Obbedirò. A che punto è il suo matrimonio con Morena?
«Stiamo insieme da otto anni, inseparabili. Mi ha insegnato a non essere ossessionato all’idea di smettere di lavorare. Non ho una famiglia: lei, sua madre e suo padre ora sono la mia».
E lei, che cosa le ha insegnato?
«A leggere i giornali. Lavora con me da anni, è laureata in Lingue antiche e ora è la migliore analista politica su piazza».
I biografi sono divisi: è figlia del suo psicoanalista, come dice qualcuno, oppure l’ha conosciuta per caso alla reception di un solarium dove lavorava?
«Sono vere entrambe le cose. La conoscevo da quando aveva sei anni, poi ci siamo persi di vista. Quando l’ho reincontrata, lavorava nel solarium del suo ormai ex marito. Parlando, ci siamo resi conto della totale sintonia. Ha chiesto il divozio e ci siamo sposati nel 2004. Il nostro amore è quasi un film, un colpo del destino». «Le affinità elettive» fa eco lei seduta accanto.
Che cosa pensa dello scandalo «Paparazzopoli»?
«Cose del genere ci sono sempre state, forse. Grosse responsabilità le hanno però i media, quando gonfiano la popolarità di presunti vip che tutto sono tranne che personaggi. Di conseguenza, poi, si sgonfiano in un attimo».
Un  difetto della nostra televisione.
«L’eccessiva femminilizzazione, troppe donne. Quando invece la tv è un mezzo prettamente maschile. Ne è la riprova il fatto che le nostre migliori conduttrici, sono uomini».
Prego?
«Ma certo: Simona Ventura, Maria De Filippi, Raffaella Carrà, le sembrano donne? So’ ommìni vestiti da donne, co’ du attribbuti così (ampio gesto delle braccia, che si chiudono disegnando una parentesi, così come pollice e indice delle mani, ndr). Guardi la De Filippi come gestisce la scena: io so’ estasiato».
Funari, ci confessa, in percentuale, quanto c’è e quanto ci fa?
«Ma vòle scherzà? Io so’ vero al 100%! Il mio patrimonio maggiore è la credibilità. Infatti sono ancora qui quando, fatti due conti, potrei essere tre volte pensionato. Me so’ ggiocato rapporti e contratti per aver parlato troppo. Le uniche bugie, le ho dette alle donne».
Una vita dedicata al video.
«L’ha detto. La mia esistenza è sempre stata solo tre cose: casinò, casa e studi tv. Vuole sapere quante volte sono andato in ferie, in 75 anni?».
Dica.
«Quattro: una volta, da piccolo, a Santa Marinella, co’ mi fratello che aveva la polmonite. Poi alle Hawaii con la mia seconda moglie Rossana e infine con Morena, una volta in Brasile e una in Sardegna».
Che cosa provava un fuoriclasse come lei ogni volta che, in questi anni, si alzava la mattina per andare a lavorare non su un grande network ma in una rete relativamente piccola, come Odeon?
«Un po’ di amarezza c’era, lo devo ammettere. Ma l’ho fatto comunque, perché sapevo che così facendo insegnavo un mestiere a mia moglie. Le servirà per quando non ci sarò più. Su Odeon lavoro dal ‘96 e ora faccio “Virus”. Se sono ancora vivo, lo devo a Odeon. Non li lascerò mai, sino alla fine».
Cinque anni fa dettò a «Sorrisi» il suo epitaffio: «Silvio, ti tengo d’occhio». Lo vuole aggiornare?
«Confermo quello e aggiungo ‘na cosa pe’ ll artri: Romano, inventateve quarche cosa: me state annoiando...».

(DI FRANCO BAGNASCO - TV SORRISI E CANZONI - APRILE 2007)

FEDERICA PELLEGRINI * I CAPRICCI DEL CUORE DI UN'ANGUILLA DA COMBATTIMENTO

Baci, abbracci & bracciate. Tutte cose belle, che ti fanno stare bene. Soprattutto se hai 18 anni, ti chiami Federica Pellegrini, e fendi l’acqua come un’anguilla da combattimento. La campionessa italiana di nuoto, che ha conservato il suo già strepitoso record mondiale (1’ 56’’ 47 sui 200 metri stile libero) per meno di 24 ore, ha la grinta di una quelle che sul diaro scolastico non te la mandano a dire. Tanto che ha incassato senza fare una piega - almeno apparentemente - lo smacco di vederselo scippare nell’arco di un giorno da quella diavolessa della rivale francese, Laure Manaudou, capace di fermare il cronometro nella vasca di Melbourne 2007 su 1’ 55’’ 52. Addirittura un secondo in meno. Il broncio (per non dir di peggio) dopo una gioia immensa. Pazienza, così sport comanda. «Ho tempo per rifarmi» ha detto Federica a botta calda. «Ora mi aspettano l’esame per la patente e la maturità». L’ha presa male, invece, mamma Cinzia, che ha bollato Laure con un secco: «È un’antipatica, non la posso soffrire: ha rinunciato alla gara sui 50 metri per vincere i 200 e fare il record».
Tolte le piccole schermaglie agonistiche, resta sullo sfondo il carattere di due giovani donne molto diverse nell’affrontare la vita e l’amore. Due belle ragazze che invece di mettersi in coda per diventare Veline, hanno macinato estenuanti allenamenti per sfidare se stesse guizzando in una piscina. Più «maschiaccio» Federica, più romantica la ventenne Laure, che - per uno di quegli strani cortocircuiti del cuore - è fidanzata con un amico della rivale, il nuotatore italiano Luca Marin. La Pellegin invece ha da poco lasciato Gianfranco Meschini (altro nuotatore), e si sta sentimentalmente guardando in giro ma sempre «all’interno della Nazionale». Fermo restando il fatto che lei quel «Love» che Laure si è scritta col pennarello sulla mano per salutare Luca dal podio dopo una vittoria, non ci pensa neppure a piazzarselo addosso. Forse «quando mi innamorerò, spero il più tardi possibile», dice. Molto più significativo uno dei suoi tre tatuaggi, quello con l’araba fenice, che risorge dalle proprie ceneri, come ha fatto lei dopo un periodo nero. Il tutto tenendo sul comodino un libro di Oriana Fallaci e ripensando talvolta a quando - all’età di cinque anni - non ne voleva sapere di tuffarsi in acqua. Repulsione totale. Invece, nel 1995, la folgorazione e poi i primi successi. Ultimamente, per lei, è stata aria di forti cambiamenti: la decisione di abbandonare la sua vecchia società per la Aniene Roma, e quella di lasciare l’appartamento in condivisione a Milano per tornare nella sua Verona. Con la voglia di ricominciare, togliendo dal copriletto gli adorati leoni di peluche e scoprendo un filo di sensualità: scarpe col tacco alto a riempire l’armadio, i primi servizi fotografici posati con un velo di trucco e il colore delle unghie, traghettato dal nero aggressivo al rosso passione. E un pizzico d’impegno sociale, che non guasta. Come scrivere i testi per un cortometraggio antianoressia. Disagio che a 12 anni l’aveva sfiorata. Questa è Federica, concretezza e voglia di gioco, con un’adesione cameratesca al mondo maschile più che a quello femminile.
A una come lei non sarebbe neppure passato per la mente di gareggiare, come fa spesso la rivale Laure, indossando la cuffia della Nazionale italiana (quella del fidanzato Luca) sotto quella francese. Un giorno quella ufficiale si ruppe all’ultimo istante e lei fu costretta a entrare in vasca sfoggiando il copricapo tricolore, beccandosi all’arrivo i rimproveri dei suoi connazionali. Ma Laure è fatta così: determinazione e romanticismo allo stato puro. Chi ha detto che la prima debba per forza escludere l’altro? Lo sanno bene i suoi genitori, del resto: papà Jean-Luc, impiegato di banca e giocatore di pallamano, e Olga Schippers, di origine olandese, che pratica Badminton, da noi meglio noto come volano. Ma lo sa ancor meglio il suo Luca, veronese, che nel giorno della massima gloria di Laure, durante la sua prima intervista post-gara, si è visto dedicare da lei nientemeno che l’oro e quel record mondiale tanto ambito. Un modo con un altro per vederlo restare in Italia.

(TV SORRISI E CANZONI - MARZO 2007)

mercoledì 1 settembre 2010

A VENEZIA C'E' «L'ULTIMA ZINGARATA», IL (VERO) TRIBUTO AD «AMICI MIEI»

L'idea è di Francesco Conforti, sviluppata dal regista Federico Micali. Il corto «L'ultima zingarata», ovvero il funerale del Perozzi come lui l'avrebbe voluto (secondo l'interpretazione dell'amico architetto Rambaldo Melandri) approderà questo week-end anche al Festival del cinema di Venezia (la 67ª edizione, alla Villa degli autori).
Si tratta di un omaggio vero a quel capolavoro di Mario Monicelli (che ha partecipato al tributo, assieme a Gastone Moschin) che risponde al nome di «Amici miei». Checché ne dica Christian De Sica. A questo link, il triler de «L'ultima zingarata».

GHEDDAFI? E' COME IL MAGO OTELMA, SOLO CHE NON FA RIDERE

PERCHE' E' SPARITA SARAH SCAZZI?

Sarah Scazzi, 15 anni, tarantina, è sparita da sei giorni. Gli inquirenti sospettano avesse le palle girate.

martedì 31 agosto 2010

QUANDO LA VITA IRROMPE NELLA FINZIONE DEI REALITY SHOW

Secondo il medico è solo un piccolo eczema, niente di grave...» dice Dalila sfiorando le macchioline rosse sul viso del suo adorato Aaron. Nel minuscolo residence dai colori pastello, aggrappato alle colline di Cannes, dove si è «trasferita da due mesi», cioè da quando è nata la creatura, Dalila Bennour maneggia con disinvoltura biberon e latte in polvere. La ragazza francese che sostiene di avere avuto un figlio non riconosciuto da Massimiliano Muzio, il giovane milanese che è su Raidue in cerca de «La sposa perfetta», ormai ha deciso di «andare sino in fondo». «Non voglio soldi, l’ho detto e ripetuto. E non mi è piaciuta l’aggressione verbale subita in diretta da Ambra, la mamma di Max, che considero una persona quantomeno strana. Continua a sottolineare che loro hanno molti soldi. Ma io che cosa posso farci? A me interessa solo che venga riconosciuta la paternità di mio figlio, che avrei preferito fosse nato intenzionalmente, da un amore vero, e non da una storia occasionale. Ma è andata così. Sono stata accusata di avere mentito, è questa è un’onta per la mia famiglia». Intanto, cellulare alla mano, mostra il registro delle chiamate fatte e ricevute, il testo di un sms inviato, sgrana un rosario di date e dettagli. E aggiunge: «Ora ho chiesto alla compagnia telefonica il tabulato per dimostrare che ciò che dico è vero. Poi, quando Massimiliano finirà il reality, faremo il test del Dna».
Non ha avuto una vita facile, Dalila. 28 anni, ragazza di origine «ebreo-tunisina» dal sorriso che si accende e si spegne repentinamente, come il sole della perla della Costa Azzurra quando le nubi hanno voglia di rompere le scatole, da cinque lavora «nell’ufficio amministrazione di un grande magazzino di alimentari»; e ora gliene toccano tre di aspettativa. «Avevo iniziato studiando Medicina all’Università, ma un tumore si è portato via mia madre. Sono entrata in crisi e dopo due anni ho abbandonato, non riuscivo a continuare con quella materia. Con mio padre, invece, non ho più rapporti da molto tempo. Ho tre fratelli più giovani, e quello di 18 anni vive con me, lo cresco io».
Così come Dalila è stata cresciuta e aiutata da zio Guy, 45 anni. «Quando finisce questo reality?» si informa lui. «Massimiliano è giovane, un ragazzo, posso capire tante cose. Ma voglio che mi guardi negli occhi e mi ripeta che mento quando dico che con lui ci siamo  sentiti, che lui sapeva. Per il resto, questo bimbo è la nostra felicità». «Vogliamo farne un calciatore» conclude sorridendo. «La prossima Coppa del mondo dev’essere nostra. Ci pensi tu a Materazzi, vero Aaron?». Qui Dalida s’infiamma, estrae il cellulare, e fa partire il video cult con il leggendario colpo di testa di Zidane nella finale Francia-Italia.

(TV SORRISI E CANZONI - MAGGIO 2007)

LA SPOSA (IM) PERFETTA

Quando la vita sfonda la porta di un reality show, regno per eccellenza del verosimile televisivo, può capitare un corto circuito. Lo stesso che è accaduto a «La sposa perfetta» di Raidue, nel momento in cui a «Sorrisi» è toccato il delicato compito di raccontare la storia di Dalila Bennour, 28 anni, commessa di Cannes che asserisce di avere avuto un figlio non (ancora) riconosciuto da Massimiliano Muzio, giovane concorrente del programma, rinchiuso da settimane in una tele-villa con mamma Ambra, altri concorrenti e una rosa di potenziali mogli ideali. Chi segue noi e la trasmissione condotta da Roberta Lanfranchi e Cesare Cadeo ha probabilmente già letto o visto le prime fasi di questa storia, fatta di nuda cronaca che si fa - giocoforza - largo in video, di sorprese televisive da batticuore e di un diritto alla privacy forzatamente ridimensionato quando si accetta di restare 24 ore su 24 spiati dalle telecamere. Mercoledì 9 maggio è andato in onda quello che immaginiamo sia l’ultimo capitolo della vicenda: uno scontro al vetriolo fra Ambra, l’energica mamma di Massimiliano, e Dalila, giunta apposta a Milano dalla Francia con il piccolo Aaron, bimbo di due mesi e mezzo, per raccontare di persona la sua verità. Sì, perché quello che in tivvù non è stato detto è che la ragazza francese si trovava non a centinaia di chilometri di distanza, ma in un hotel di via Mecenate, a sei minuti d’auto dagli studi dove va in onda la trasmissione. Un eventuale incontro con Ambra, qualora l’atmosfera si fosse rasserenata, sarebbe stato possibile. Invece, dopo la visione di un filmato della fascia pomeridiana de «La sposa perfetta», in cui la signora sfogava la sua rabbia repressa contro Dalila, gli animi si sono ulteriormente accesi. Ambra, pur ritenendo ancora «incredibile» tutta la vicenda, ha rimproverato a Dalila eccessiva «disinvoltura» sul piano sessuale, di non essersi fatta viva con lei e di aver strumentalizzato la vicenda parlando prima ai giornali e comparendo in tv. Dalila, ferma sulle proprie posizioni, ha ribadito di aver parlato mesi fa con Massimiliano, che le avrebbe espresso felicità per la nascita di Aaron, sostendo che anche i familiari fossero a conoscenza della cosa. Poi il silenzio, e la visione casuale di madre e figlio, loro sì tutti i giorni in tv, su un canale satellitare. Scintille, insomma, anche se sia Dalila che Massimiliano hanno confermato alla fine di volersi sottoporre quanto prima a un test del Dna per chiarire una vicenda che potrebbe a questo punto avere, al termine del programma, un finale quasi lieto. Almeno per il bimbo.
La puntata è stata contraddistinta anche da un’altra vicenda, scaturita da una segnalazione di una lettrice al nostro sito, www.sorrisi.com. Sara, giovane concorrente del programma propostasi come moglie ideale, aveva nascosto ad Andrea, il ragazzo col quale flirtava a «Villa la Suocerina» di aver partecipato due anni fa, scarsamente vestita, a «Sexy boxy», reality di Odeon tv. Anche in questo caso, musi lunghi e delusione per omessa verità.
«Compito di chi fa un reality» dice Tiziana Martinengo, nello staff autorale «è proprio quello di comporre un cast valido e poi saper proporre in modo efficace gli eventi, anche collaterali, che possono emergere dai protagonisti delle storie. Nel caso di Massimiliano, abbiamo preferito evitare di forzare un incontro diretto in studio fra Dalila e Ambra».

(TV SORRISI E CANZONI - MAGGIO 2007)

lunedì 30 agosto 2010

MUAMMAR GHEDDAFI, UN TIPO DA COMMEDIA ALL'ITALIANA

Muammar Gheddafi, il riccone protervo e un po' kitsch che viene da noi poveracci a fare (e sparare) cazzate indisturbato in nome dei supremi interessi economici che si porta appresso, ricorda molto la trama di una grande commedia all'italiana. Immaginiamo un Gassman o un Sordi dei bei tempi, che cosa avrebbero potuto fare vestendo quei panni. Sarebbe stato bello vedere Risi o Monicelli, alle prese con un copione così. 
Certo, se ci aspettiamo che lo faccia Neri Parenti...

domenica 29 agosto 2010

«GIUSTIZIA PRIVATA» * UN THRILLER PER CHI E' DI BOCCA BUONA

Clyde Shelton (Gerard Butler) è a casa tranquillo quando una maledetta sera due ladri fatti come i fuochi artificiali di Scorrano irrompono a casa sua, lo malmenano e gli uccidono moglie e figlia. Stupirsi è dir poco quando il buon Clyde si rende conto che, riconosciuti e arrestati i due delinquenti, il pubblico ministero Nick Rice (Jamiee Foxx), pur di vincere parzialmente la causa, è costretto a patteggiare: il che significa mandare uno dei due sulla sedia elettrica, e far scontare all'altro - tra parentesi il vero assassino - appena cinque anni di prigione.
"Viuleeeenza, tremenda uiulenza!", avrebbe detto Abatantuono. Passano 10 anni e il mite Shelton si trasforma in una spietata macchina per uccidere. Dopo aver fatto schiattare tra atroci sofferenze il condannato, si dedica all'altro, che squarta personalmente con voluttà. Poi, una volta arrestato, passa a tutti gli altri, col nobile piano di sconfiggere "il sistema".


Gerard Butler, che in una scena compare di spalle tutto nudo per mostrare il fisicaccio di spartana memoria, cerca di nobilitare un thriller un po' prevedibile nella scrittura, che recupera e si salva grazie al ritmo e a qualche effettaccio pulp sulla scia di "Saw" e "Seven". La pulita regia di F. Gary Gray fa del suo meglio, anche se le piccole incongruenze di copione e le forzature consumate sull'altare del "vendetta, tremenda vendetta!" sono parecchie, e faranno storcere il naso ai patiti dei thriller a prova di sbugiardamento. Qui siamo più dalle parti della rassicurante action esplosiva per bocche buone che dei sublimi intrighi alla Hitchcock.

venerdì 27 agosto 2010

FABRIZIO FRIZZI * «DOPO LA CRISI SONO RINATO GRAZIE A CARLOTTA MANTOVAN»

Questa intervista a Fabrizio Frizzi, non è firmata. Non perché l’autore se ne vergogni più del solito, ma perché stavolta, proprio come nei «Soliti ignoti - Identità nascoste», il quiz di Raiuno rivelazione dell’estate, i detective dovreste essere voi lettori. Indovinando (e purtroppo non è detto che alla fine sia un piacere) la faccia di chi l’ha scritta. Insieme a quelle di altri nove amici del conduttore, tornato alla grande in video dopo un periodo buio dal quale ha faticato non poco a uscire. Oltreché entusiasta del proprio lavoro, Fabrizio è ancora inguaribilmente innamorato, e si scioglie come un gelato al sole quando racconta, con inedita ricchezza di particolari, della sua Carlotta Mantovan. Una storia-scommessa che gli ha cambiato la vita.

Fabrizio, se le do della classica «brava persona», se la prende?
«No, me la prendo se mi dà del buonista, etichetta che non mi appartiene. Cerco solo di vivere bene il rapporto con gli altri, e detesto in particolar modo la furbizia».
Mai provato il desiderio di trasformarsi per un’ora in Terminator?
«A 18 anni, nel mio quartiere, Montemario, a Roma, quando mi trovavo alle prese con gruppetti di picchiatori di estrema destra. Non che mi fossi mai schierato politicamente, ma questi erano violenti con chiunque. Lì avrei voluto davvero far del male».
E in tv, negli ultimi anni, con tutti i torti che ha subìto?
«No, oggi ho imparato a farmi scivolare le cose addosso. Ho imparato che mugugno, rabbia e rancore covato sono cose che fanno solo male».
Può capitare a tutti di non imbroccare un direttore...
«Ma guardi però che con Fabrizio Del Noce, a Raiuno, ora c’è un rapporto di rinnovata e ritrovata armonia...».
Che cosa è cambiato? Proprio una sua clamorosa intervista a «Sorrisi» sancì la rottura...
«Me la ricordo bene. Ci siamo chiariti, fu un malinteso. Ora non la darei più, quell’intervista. D’altra parte fu fatta col cuore sanguinante dopo le critiche per “Miss Italia”. Non sono mai riuscito a essere insincero. E poi, posso dirle una cosa?».
Dica.
«Ammetto, a posteriori, che forse un mio ciclo si stava esaurendo: i miei programmi del sabato sera, “Scommettiamo che?”, un certo Frizzi col copione sempre in mano doveva cercare forse nuove strade. Bisogna avere il coraggio di cambiare in tempo. Ma è difficile, quando hai programmi che funzionano. Se lo fai, dicono che sei pazzo. Se non lo fai, avresti dovuto farlo. Certo, è meglio che a decidere di smettere sia tu e non qualcun’altro per te».
Che cosa ha provato dopo essere stato messo da parte?
«Mi sono chiuso ulteriormente in me stesso per molto tempo, la mia cronica timidezza è tornata un po’ troppo a galla, insieme con l’ipersensibilità. Un brutto periodo».
Poi, la rinascita. Grazie a che cosa e a chi?
«A Carlotta, senz’altro, e in parte anche e a un modo diverso di affrontare le cose: mi sono dimenticato di aver condotto show per 15 anni in prima serata su Raiuno, e armato di coraggio e umiltà ho accettato consciamente cose che molti miei colleghi forse non avrebbero fatto, come andare tra i concorrenti di “Ballando con le stelle”. E poi le serate benefiche in giro per l’Italia: pagate poco, ma un’esperienza viva e unica».
Il lavoro in seconda fila usato come terapia, insomma.
«In realtà non ho mai smesso di lavorare: ho fatto “Come sorelle” per Mediaset, che andò così così. Poi “Piazza Grande” di Michele Guardì, con i molti chiari e qualche scuro del nostro rapporto. E infine “Cominciamo bene” per Raitre, programma che dà grandi soddisfazioni e che in autunno arriverà alla terza edizione».
E le abitudini nel quotidiano?
«Mi sono dato una regolata: dormo almeno sei ore ogni notte, sennò mi parte la “brocca”, vado a fare la spesa, seguo i miei interessi con due collaboratori. Ma in un regime di vita regolare».
Beh, non bari: Frizzi è sempre stato un «regolare»...
«Caratterialmente, sì. Ma prima vivevo in modo più scostante e di certo non sarò mai un saggio. Ora credo di essere tornato alla mia forma migliore, quella del Fabrizio dei tempi di “Tandem”, quando dovetti affrontare la botta terribile della morte di mio padre. L’ho sognato proprio stanotte...».
Lei ha successo perché è un conduttore non invasivo, che si sottrae. Mentre Bonolis diventa ingrediente saporito del piatto, e si aggiunge.
«In “Soliti ignoti” ho scelto questo registro, ma se mi fosse rischiesto, potrei cambiare. Sono al servizio di uno show, in caso di necessità posso avvicinarmi a corde più brillanti, attoriali, o da spalla, come Paolo o Fiorello».
A quasi 50 anni, che cosa vuole?
«Un figlio, la famiglia... Quella veramente l’ho già, con Carlotta, ma vorremmo sposarci entro un anno e mezzo. Prima dobbiamo avere una casa nostra. L’abbiamo trovata, finalmente, insieme vedendo in tempi diversi la stessa inserzione, ma va sistemata. Viviamo insieme da me, in un appartamento in zona Camilluccia, troppo piccolo. Avessimo un figlio, potrebbe stare solo nella vasca da bagno. Sarebbe pulitissimo, ma non mi parrebbe carino piazzarlo lì».
Con Rita Dalla Chiesa, perché finì?
«Non andavamo più molto d’accordo. Però, intendiamoci: è stato un rapporto importantissimo durato 15 anni».
Invece con Carlotta la differenza d’età è ribaltata, rispetto a Rita...
«Sì, Carlotta è più giovane di me di 24 anni, e siamo insieme da cinque, da quando ne aveva 19».
Qualcuno nelle vostre famiglie ha remato contro?
«All’inizio tutti ci avranno presi per pazzi, avranno pensato che non durasse. Ma nessuna aperta ostilità. Oggi c’è chi si stupisce del fatto che siamo ancora insieme».
Se Carlotta la sera vuole andare in discoteca, e Fabrizio è schiantato sul divano?
«Lavora anche lei moltissimo. In genere non succede, sarà capitato cinque volte. Se posso, l’accompagno volentieri. Altrimenti, va con i suoi amici o i colleghi di Sky. Il mio augurio è solo che si diverta».
Perché non fate servizi fotografici insieme?
«Per scaramanzia. Mai fatti sinora - e non so neppure se ne faremo, chissà -, ed è andata bene. Non vorremmo che portasse sfortuna».
La sua compagna è gelosa della splendida Belen Rodriguez, che conduce con lei «Circo Massimo», su Raitre?
«Belen è molto riservata, sulle sue, e non si è creata fra noi un’amicizia dietro le quinte. Cosa successa invece con Natasha Stefanenko, per esempio. E poi perché Carlotta dovrebbe essere gelosa? Siamo insieme e innamorati, non ne ha motivo».
Che cosa le ha dato questo amore giovane?
«Grande forza, concretezza, più saggezza; e l’appoggio per rimettermi in gioco. Carlotta è grande: una voce piccolina e una grinta notevole. Dolcissima e premurosa, attenta a ogni dettaglio».
La compagna ideale...
«Mi è andata bene, e ogni giorno faccio gli scongiuri sperando che duri. Fortunatamente continuo a vedere quella luce nei suoi occhi. Dovesse spegnersi, mi preoccuperei, mi fermerei. Ma se si innamorasse di un altro, non avrebbe che da dirmelo».
Certo, sarebbe dura...
«Non mi ci faccia pensare...».

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2007)

THE MINIS * IL BASKET DEI «NANI A CANESTRO» È UN'IDEA ITALIANA

Si può essere nani e avere obiettivi decisamente smisurati. Per esempio, tentare di vincere il primo torneo di basket di Venice Beach (California) giocato contro atleti «normodotati». Magari avvalendosi dell’aiuto di un cestista tra i più affermati, come l’eccentrico Dennis Rodman. 
Ve lo anticipiamo: è quello che accadrà ai quattro mini-protagonisti di «The Minis - Nani a canestro», commedia scritta e diretta dall’italianissimo Valerio Zanoli ma sfornata dalla mecca del cinema Usa. Nelle sale italiane il 2  novembre, ci permetterà di fare la conoscenza di Roger (Joe Gnoffo), che vuole guadagnarsi la stima di suo figlio Chris, deriso dai compagni di liceo a causa dell’altezza di papà; di Chevy (Gabriel Pimentel), impegnato a conquistare il cuore della bella Natalia; di Nick (Bradley Laise), che ha il problema di essere accettato dalla società e dai genitori, e di George (Dana Woods), desideroso di rendere felice sua moglie, anche lei nana, e ottenere il dovuto rispetto per l’intera categoria.
Scontrarsi con le leggende del basket Nba oppure formare una piramide umana per sfondare a canestro saranno soddisfazioni non da poco per i nostri amici, tutti col complesso - e le inevitabili difficoltà - legate al fatto di dover guardare sempre il prossimo dal basso verso l’alto.
Nato in provincia di Bergamo il 7 novembre 1977 e uscito dalla University of Southern California (la stessa di Spielberg, Lucas, Zemeckis e Howard), il regista Valerio Zanoli è anche autore della sceneggiatura: «L’idea» racconta «mi è venuta nel 2002, alla fine degli studi, fra l’ilarità generale. Da allora ho iniziato ad avviare iniziative di marketing e a raccogliendo soldi, soprattutto in Italia, per girare il film. Che alla fine è costato cinque milioni di dollari e che al momento è già piazzato in 235 sale. Si ride con i nani, non sui nani, sulla scia della tipica figura americana dell’underdog, lo sfortunato che mettendosi d’impegno riesce a riscattare la propria condizione e ad avere successo».
Patrocinato dal Coni, dalla Federazione Italiana Pallacanestro e approvato dall’associazione Little People of America, che tutela i nani residenti negli States, il film ha anche un sito internet (www.the-minis.com), tramite il quale il pubblico può dare il proprio contributo alla realizzazione della pellicola. Con un concorso, che si chiude il 10 settembre, è possibile inviare col proprio cellulare o una videocamera un breve filmato per suggerire ai nani alcune mosse vincenti. Le migliori, saranno inserite nel montato italiano del film.

(TV SORRISI E CANZONI - AGOSTO 2007)

ROBERTA BETA * «IL GRANDE FRATELLO ORMAI E' UN CASTING, E TARICONE UN NEOLOGISMO»

«Il mio ricordo di Pietro Taricone è più che affettuoso. Giocava a fare lo spavaldo, il Guerriero, ma era un ragazzo meraviglioso, e crescendo aveva fatto uscire ancora di più questo suo lato caratteriale. Non c’era niente di studiato: lui voleva davvero essere Bruce Willis o Russell Crowe, e i suoi confessionali non erano recitati, lo faceva per se stesso. Ormai il Grande Fratello è un enorme casting di personaggi low cost per la tv, ma ai nostri tempi tutto era spontaneo. Taricone è il simbolo stesso del GF, un neologismo più che un concorrente. Credo sia nei dizionari. Uno tra i pochi a non finire nel dimenticatoio, insieme con Luca Argentero».                                   Roberta Beta

PIETRO TARICONE * ECCO LA POESIA CHE AVEVA TATUATA SUL POLPACCIO


Ecco la poesia che Pietro Taricone aveva tatuata sul polpaccio. È tratta dalla raccolta «La voce a te dovuta», dello spagnolo Pedro Salinas:

Il tuo modo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio. [...]
Mai parole o abbracci mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi, mappe, telefoni, presagi; tu, no.
E sto abbracciato a te senza chiederti nulla,
per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire, con domande, con carezze,
quella solitudine immensa, d'amarti solo io.

LO SPETTACOLO DEVE CONTINUARE