sabato 23 maggio 2015

IN MEMORIA DI MIO PADRE

Abbiamo scelto un'agenzia di pompe funebri di Broni perché ci lavorava un suo ex dipendente, col quale da tempo coltivava un simpatico rapportino. Ogni volta che lo incontrava, gli ripeteva: «Tieniti pronto, perché quando muoio vengo da te».
Al Gigetto (come lo chiamavamo noi a casa e gli amici) sarebbe piaciuto, il suo funerale. Semplice, partecipato, un gran rosario serale e una cerimonia con messa senza finte prediche. Tanta gente che gli e ci voleva bene (a proposito: grazie davvero a tutti per le parole e la vicinanza). Non era per le ipocrisie gratuite, insomma, e in questo ci assomigliavamo. Pane al pane. E se c'era anche il salame, meglio.
Poi ogni tanto si scazzava, ma è normale, fra ossi duri. Negli ultimi anni con me aveva desistito: un po' per la malattia, un po' perché aveva (finalmente) capito che quando ho un'idea in testa è molto difficile smuovermi. 
Sognava di fare il pianista, o il giornalista (poi l'ho fatto io, e di questo era particolarmente orgoglioso: conservava in solaio tutti i miei pezzi: prima per La Provincia Pavese, poi per Il Giornale, infine per Sorrisi e canzoni; lo ripeteva anche a tutte le infermiere quando andavo a trovarlo, e ciò era per me fonte di grande imbarazzo) ma fu praticamente costretto da mio nonno a ereditare il lavoro di famiglia: il cantiniere. Nonostante non amasse il suo mestiere, almeno inizialmente, frequentò la scuola di enologia ad Alba, e una volta rientrato e prese in mano le redini dell'azienda, riuscì, negli anni d'oro, a fare uno tra i migliori spumanti dell'Oltrepò Pavese: l'Olimpo. Ogni tanto si rammaricava di non averne mai registrato il marchio.
Ironico, giocherellone, fondamentalmente buono e con qualche sporadica deriva autoritaria, come tutti i Bagnasco, era l'anima delle feste a casa del mitico Dottor Fugazza. Lui e mister Giorgi, altro entertainer naturale, ne facevano una pelle. Insieme con quel furetto di mia zia Piera, la vera esibizionista della compagnia, il saggio Delio e la moglie Giovanna, alla quale la natura aveva regalato il ruolo di icona sexy. Ogni volta il Gigetto preparava finti oroscopi personalizzati per tutto il gruppo, e c'era da ridere assai, raccontano le leggende locali. Con qualche bicchiere si allentavano anche i freni di mia madre, timidissima, che in genere tentava di arginarlo, e quelli del severo zio Pino, bancario di ghiaccio ma in definitiva col cuore d'oro. A volte si travestivano da ballerini di tango argentino, con la rosa in bocca. Ricordo che ho da una foto sbiadita che ogni tanto il Gigetto mostrava con orgoglio. 
In compagnia c'era anche tale Paolo «Pablo» Faravelli, il droghiere del paese, che parlava in modo (uso un eufemismo) scarsamente comprensibile. Erano molto amici, e il Gigi, che amava scherzare, ogni tanto gli spediva a casa qualcuno che gli chiedeva: «Conosci chi potrebbe dare a mio figlio lezioni di latino?». Lui lo mandava senza indugio da Pablo, assicurandogli che si trattava del migliore su piazza. Una volta incontratolo, la tragica verità. E anche il problema di non scoppiare a ridere.
Una volta, pochi anni fa, gli feci anch'io uno scherzo un po' bastardo: lo chiamai, una sera, camuffando la voce, fingendomi un operatore dell'Istat che stava realizzando una ricerca a campione. Per disponibilità e cortesia, fin troppa, ci cascò con tutti i piedi. Lo tenni al telefono una ventina di minuti, durante i quali mi feci raccontare tutti gli affari più personali di famiglia. Dalle abitudini alimentari ad altro, comprese domande sul figlio Franco, alle quali rispose con la consueta, estrema sincerità. Con uno stratagemma, ero riuscito a farmi dire da mio padre che cosa pensava di me. Il non detto. Poi mi rivelai e gli feci un bonario cazziatone: «Gigi, cavolo, ma ti chiama il primo pirla al telefono e gli racconti tutto sulla famiglia? Ti rendi conto?». Abbozzò.
Sul fronte malattie, poveretto, non s'è fatto mancare niente: epatite, depressione, Parkinson. Alcuni anni fa prendeva cocktail di farmaci per contrastare gli effetti collaterali di altri. Un circolo vizioso duro da sopportare. Anche se fra medici si è sempre sentito a proprio agio. Appena poteva andava a farsi vedere da qualcuno, confortato dal parere del luminare. In attesa del prossimo luminare.
Negli ultimi 14 mesi, un calvario ospedaliero, da struttura a struttura, con forti sedazioni che peggioravano di volta in volta la sua lucidità, minata dal Parkinson. A volte era presente, a volte entrava in un mondo parallelo fatto di cose mai fatte e mai viste, e le raccontava. Un giorno, pochi mesi fa, in casa di riposo, per tentare di riportarlo in «questo» mondo, per provare a strapparlo ai sempre più frequenti vaneggiamenti, e improvvisare un recupero (accorgendomi che aveva perso la memoria breve, ma conservava molti ricordi lontani), m'inventai un gioco. Iniziai a dirgli i titoli di tanti brani degli Anni 60, la sua Golden Age, e lui doveva ricordarsi chi li cantava. Ne azzeccò molti, quasi tutti, e alla fine piazzai «Arrivederci» di Umberto Bindi, una tra le sue canzoni preferite, scritta per metà dal suo vecchio amico Giorgio Calabrese. «Arrivederci la devi sapere per forza, dai, proviamo a cantarla...». 
«Arrivederci, dammi la mano e sorridi, senza piangere. Arrivederci... Forse sarà un addio, ma non pensiamoci. Con una stretta di mano, da buoni amici sinceri, ci sorridiamo per dir... Arrivederci».
Un mezzo miracolo: avevo cantato «Arrivederci» (un arrivederci carico di simboli) con mio padre steso su un letto d'ospedale, e stavo piangendo come poche altre volte in vita mia.

martedì 19 maggio 2015

MORGAN PIGNORATO E LA GARANZIA DI UNA FIGURACCIA DIETRO L'ALTRA

«I talent show, ma soprattutto X-Factor, sono la tomba della creatività», dice ora un alterato Marco «Morgan» Castoldi dopo averne parlato bene (quand'era in onda), male quasi ogni anno in attesa dell'edizione successiva, e silurato definitivamente da Sky in vista della prossima, affidata ad Alessandro Cattelan con in giuria Skin, Mika, Elio (che ritorna perché non c'è più Morgan) e Fedez. Insomma, le opinioni dell'affabulatorio ma poco talentoso artista milanese sono a fisarmonica, ma a questo siamo abituati. Del resto le figuracce sono come le ciliegie: una tira l'altra.
Questa volta, al copione da ultimo atto, il nostro ha però aggiunto una chicca: «Mi piacerebbe che i titoli di domani fossero: “X-Factor” non ha pagato Morgan».

Pronta e al cianuro la replica delle reti di Murdoch e di FreemantleMedia, la società di produzione del talent. 
«Il compenso di Morgan è stato interamente liquidato da Sky e da Freemantlemedia ma è stato pignorato da Equitalia per un ''credito di oltre 300 mila euro'' che sarà quindi completamente estinto. Fremantlemedia e Sky hanno sottoscritto nel 2014 con l'artista e con la società che ne gestisce i diritti d'immagine (Edizioni Però srl) - spiega una nota - diversi contratti per la partecipazione di Morgan in qualità di giudice all'ottava edizione di X Factor Italia, accordi che prevedevano un compenso complessivo molto generoso, ben al di sopra degli standard di mercato. Sia Sky, sia Fremantlemedia hanno interamente liquidato la quota di spettanza della società Edizioni Però. La quota di spettanza dell'artista è stata invece sottoposta a pignoramento da parte di Equitalia Nord Spa, per il soddisfacimento di un credito di oltre 300.000 euro vantato dalla società di riscossione nei confronti dell'artista. Sia Fremantlemedia sia Sky, avendo ricevuto intimazione da parte di Equitalia Nord, hanno quindi provveduto e provvederanno a versare quanto dovuto alla suddetta società, estinguendo così ogni debito nei confronti di Morgan''. ''Nel contratto stipulato dall'artista con Fremantlemedia- continua la nota - era inoltre presente una clausola che prevedeva, in aggiunta al compenso di cui sopra, un 'bonus' legato al pieno e scrupoloso rispetto dei suoi impegni con la produzione. Il bonus non è stato corrisposto perché Morgan ha tenuto più volte pubblicamente una condotta incompatibile con i principi basilari di professionismo (disertando, ad esempio, un'intera giornata di registrazione del cosiddetto 'Bootcamp', che è andata in onda con soli tre giudici presenti, e lasciando in diretta una delle puntate della fase Live di X Factor), nonché adottando dei comportamenti incresciosi anche dietro le quinte''. ''Le dichiarazioni di Morgan nei termini riportati dalla stampa - concludono Freemantlemedia e Sky - appaiono del tutto prive di fondamento e diffamatorie. Ciò sorprende e amareggia una volta di più un gruppo di lavoro che negli anni ha fatto tutto il possibile per aiutare e supportare l'artista nella propria complicata vicenda umana e professionale, andando molto al di là di quanto normalmente avviene nei rapporti tra emittente, produttori e artisti, con pazienza infinita. Almeno fino ad oggi''.

giovedì 14 maggio 2015

ELENA GUASTONI AL JUST CAVALLI PER IL SUO «ALWAYS 30 PARTY»

Quando un'amica compie gli anni, è sempre una festa. Se li compie un'amica speciale come Elena Guastoni, che è anche titolare di un'agenzia di modelle tra le più quotate d'Italia, la MP Management di Milano, la festa diventa doppia perché nel parterre de roi degli invitati spiccano modelle e belle figliole a iosa. E sono cose, ve lo posso assicurare, che fanno tanto bene al calcio.
Quelli della «Guastoncina», come la chiamano gli assidui frequentatori che ostentano un po' di confidenza, sono gli «Always 30 party», perché l'energica donna della comunicazione e del modellismo (se mi si passa il termine) ha deciso giustamente di fermare il tempo ai suoi trent'anni. Una scelta personale che, da quarantasettenne, non posso che condividere. Quindi non vi annoierò riportando la reale età anagrafica della «Guast Star» (come mi piace definirla) della serata. Del resto quelli che lo fanno non sono più qui a raccontarlo.
Elena accoglieva ospiti e regali in una zona riservata del Just Cavalli di Milano indossando una gonna nera a balze in tulle trasparente che è stata la grande attrazione della serata. Open bar e gradito buffet hanno fatto il resto. E mentre due animatrici vestite da principesse davano retta ai bambini, ai maschietti un po' più cresciuti cadeva l'occhio sulle bambine. Quelle più sviluppate, s'intende. Come testimoniano queste foto. La morale della favola è che non bisogna mai mancare gli «Always 30 party» di Elena Guastoni. Parola di boy scout.




























mercoledì 13 maggio 2015

FACEBOOK, DAI, LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Allora, Facebook (metto l'hashtag così fa più social), anzitutto volevo parlarti del tuo «A cosa stai pensando?» che ogni giorno mi piazzi lì, in grigiolino, nella finestrella dello status. Quel che sto pensando a volte te lo dico, a volte no. Sono in massima parte affari miei, e decido se condividere o meno. Non prendertela. Ma a volte sembri una fidanzata di quelle lagnose, che dopo avertelo domandato tengono il broncio per due settimane se intravedono un ritardo o un'incertezza nella risposta. Ma, giusto per rompere le balle, vorrei dirti caro Facebook che la forma più corretta in italiano sarebbe «A che cosa stai pensando?». L'altra è molto usata, ma meno corretta. Giusto per fare il pignolo, lo so.
E poi «Dì che ti piace prima di tutti gli altri». A parte che il di' vorrebbe l'apostrofo e non l'accento (dicci! imperativo) ora, amico social network, la vera domanda è: perché? Che cos'è, una gara di velocità? Sono più furbo degli altri se metto il «mi piace» prima, chessò, di mio cugino? Devo forse svegliarmi presto per non perdere la priorità acquisita?

lunedì 11 maggio 2015

LA VERSIONE DI GABRIEL GARKO: «HO PROBLEMI ALLA TIROIDE»

Gabriel Garko contro tutti. Dopo che mezza Italia, chirurghi ed esperti di settore compresi, interpellati da Candida Morvillo del Corriere della sera, dopo averlo visto gonfio agli zigomi a «L'Arena» di Giletti aveva ironizzato sul suo presunto ritocchino alle gote, dopo un'intervista a Repubblica ora ribatte raccontando la sua verità. E lo fa con una lettera aperta a Tv sorrisi e canzoni. Raccontando, sostiene, di avere problemi alla tiroide.

«E’ la dura, crudele realtà. Ti danno la cura assicurandoti che non ci sono contro indicazioni e invece, all’improvviso, la faccia ti si gonfia come un pallone e magari sei sul set. L’operatore comincia a dirti che sei un disastro, che sembri Garko con il mal di denti. Cambi medico, cambi terapia e intanto ti dicono che hai problemi alla tiroide. Per carità, niente di grave, basta tenere tutto sotto controllo. Bisognerà riequilibrare i valori ma nel frattempo sembro una fisarmonica: gonfio – sgonfio – gonfio», dice l'attore.

Che se la prende con «i professionisti dell'odio, quelli che per mangiare devono sparare fango su un personaggio pubblico con l'intento di distruggerlo». E intanto minaccia querele. Il caso Garko è finito in pochi giorni sulla bocca dei commentatori e della gente comune del Paese intero, spodestando persino Matteo Renzi e calamitando l'attenzione di tutti i media sul personaggio Gabriel. Tutti hanno detto la loro. Su Twitter  e in tutta Italia l'attore ha raggiunto in pochi giorni livelli incredibili di visibilità.

giovedì 7 maggio 2015

PRADA * SE CROLLA IL PONTILE, IL VIP FINISCE NEL CANALE

Come riporta il quotidiano La Nuova Venezia, il crollo di un pontile della Fondazione Prada, l'altra sera prima di un cocktail à la page per la presentazione della collezione Portable Classic, ha fatto piombare un gruppo di vip (li vediamo arrancare nella foto) nel Canal Grande. Nessun ferito, fortunatamente, ma una Laguna da vivere appieno. E molti, vivaddio, l'hanno presa anche sul ridere. Prima di tornare in albergo a cambiarsi. Con le sfilate a Milano per la settimana della moda, al massimo puoi cadere nel Naviglio, o nuotare nell'Idroscalo. Ammettiamolo, non è la stessa cosa.

lunedì 4 maggio 2015

GABRIEL GARKO SUI NUOVI ZIGOMI PAGA L'IMU

Non essendo bello, non so che cosa voglia dire perdere la bellezza, o comunque iniziare a vederla appassire. 
Se invece fai l'attrice o l'attore, come Gabriel Garko, probabilmente questo peso lo senti, eccome. Probabilmente il tuo rapporto con lo specchio diventa alla lunga (o subito) ossessivo e frustrante. La rughetta ti sembra un cratere lunare. La pelle che inizia ad allentarsi un po' ti rimanda la faccia smarrita del cocker. Chi lo sa? Certo è che per gonfiarsi gli zigomi come ha fatto il bel Gabriel, all'anagrafe Dario Oliviero, classe 1972, bisogna proprio non sopportare l'idea del passare del tempo. A «L'Arena» di Giletti si è presentato così (vedi foto sopra; sotto è nella versione ieri) come neanche l'Eva Grimaldi - sua storica fiamma, o presunta tale - dei tempi migliori.
Molti non l'hanno riconosciuto, e pare che il catasto gli abbia chiesto di pagare immediatamente l'IMU sulla nuova superficie facciale così esposta. È giusto, del resto. Il Paese ha bisogno. Nella prima immagine in alto a sinistra ricorda persino un po' Elvis Presley. Vabbè, Gabriel, in attesa di vederti a Striscia nella rubrica Fatti e rifatti, sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano le tue fans della mirabolante trasformazione...

giovedì 30 aprile 2015

«EXPO 2015» * GIORNALISTI ANCORA SENZA ACCREDITI (COSI' IMPARANO)

A prescindere da come andrà, «Expo 2015», che apriva i cancelli quest'oggi alle 18 (mentre Andrea Bocelli tra poco ne canterà le lodi in Piazza Duomo, a Milano), ha già portato a casa un grosso risultato: l'azzeramento dell'odiata casta (si fa per dire, oggi siamo più che altro un plotone in fuga) dei giornalisti.

Come molti colleghi, per lavoro, ho fatto richiesta, 15 giorni fa, ovvero nei tempi prestabiliti dall'organizzazione, dell'accredito per accedere ai padiglioni di Pero. Un accredito che comunque, ovviamente, è nominale e personale. Inseriti dati e foto on-line, ho ricevuto la conferma dell'avvenuta ricezione con una mail automatica che mi preavvertiva della necessaria, successiva conferma dell'assegnazione dell'accredito e delle modalità per riceverlo o ritirarlo. Conferma che non è ancora arrivata, a Esposizione Universale già aperta, a tutti (e dico tutti) i colleghi interpellati. In queste ore mi è capitato di sentirne parecchi, di qualunque testata. 
Mi auguro abbiano dato le press accreditation almeno agli stranieri, giusto per attenuare (lo dico con premura tutta italiana) la figura di guano planetaria che stiamo facendo. Ma tant'è.
È vero che è da folli entrare all'Expo nella prima settimana, ma qualche tipo bizzarro potrebbe avere l'impellente necessità di doverlo fare per lavoro.

A ciò si aggiunga il fatto che sul sito dell'Esposizione, nella pagina per i contatti stampa, figurano un numero di telefono fisso (che è costantemente occupato o suona libero), un'e-mail alla quale non risponde nessuno (ho scritto due volte anche per un'altra esigenza), e quattro numeri di cellulare con i nomi di quattro persone. Inutile dire che sono costantemente occupati e nessuno risponde. Anche a sms e messaggi urgenti lasciati in segreteria.
Evidentemente la cosa non riguarda i signori di Expo 2015. Almeno non nel 2015. Forse, chissà, qualcuno si degnerà per l'anno prossimo.

martedì 28 aprile 2015

IL DJ ADESSO SI FA CHIAMARE «MUSIC DESIGNER»

Oggi, per la prima volta, in uno spot radiofonico, ho sentito definire il Dj (o Deejay, se preferite) «Music Designer»
Il mestiere, che rispetto, lo fa anche, con perizia, un amico che in arte si fa chiamare Frederick Magha Dj. Un tipaccio (lo vedete nella foto) che quando suona in piazza, alla festa del paese, mi fa tremare (letteralmente) le tapparelle di casa a furia di decibel, e per questo mi sta fortemente sulle balle. Però gli voglio bene lo stesso.

Frederick Magha Dj è uno ruspante, che come vezzo al massimo si mette una H nel cognome. Se lo conosco abbastanza bene, si lancerebbe volentieri in uno stage diving, planando sul pubblico, ma non si sognerebbe mai di farsi chiamare «Music Designer». Fighetteria da lasciare ad altri. Anche perché i deejay di solito, con la loro deriva televisivo-rappeggiante (da J-Ax a Fedez, per fare due esempi in voga), non sono tanto gente da Salone del mobile, ma piuttosto Soloni dell’immobile. Ieratici, dietro la loro sacra console.

Eppure questa strana espressione, «Music Designer» (un po' come «Light Designer» per direttore della fotografia), entra a tutti gli effetti nella galleria delle frasi alternative nate per nobilitare arti, mestieri e stati fisici tipica di questo Paese. Dall’ormai leggendario spazzino che diventò «Operatore ecologico», al becchino che fa l’«Operatore cimiteriale», all’handicappato «Diversamente abile». Sino alla commessa «Consulente di vendita» e alla colf/donna delle pulizie promossa a «Collaboratrice domestica». 

Parola di giornalista. Pardon, se non vi spiace preferirei «Word Optimizer».

sabato 25 aprile 2015

L'INFERIORITA' (ANTROPOLOGICA) DEL CICLISTA

Da anni (per averne viste troppe sulle strade di Milano e delle mie campagne, in Oltrepò Pavese) predico l'inferiorità, anche antropologica, dei ciclisti. Un autentico pericolo per se stessi e per il prossimo.
L'altro giorno, parlando con un amico legale romano che difende alcune loro associazioni di categoria (ebbene sì, esistono) in caso di incidenti nei quali vengono coinvolti, ho avuto la conferma da un addetto ai lavori che combinano più danni e infrazioni di Bertoldo. 
Fra le altre cose, mi ha riportato la domanda illuminante del marito di una signora coinvolta in un sinistro: «Avvocato scusi, ma secondo lei, il fatto che mia moglie stesse percorrendo il viale contromano, può rappresentare un problema?». «Mah, non so, veda lei...».
Tutto questo ovviamente proietta sinistre ombre anche sui coniugi dei ciclisti.

venerdì 24 aprile 2015

MAX PEZZALI * «È VENERDI'», IL SINGOLO CHE GUARDA ALL'ESTATE

Rassicurante, classicamente pezzaliano, è uscito oggi «È venerdì», il nuovo singolo di Max Pezzali, che in tempi di crisi e depressioni nazionali pensa bene di rispolverare il Thanks God It's Friday americano. (Grazie a Dio) «È venerdì», dice Max. Ammiccando alla fine della settimana lavorativa. Per chi il lavoro ce l'ha, naturalmente. Non parla di Jobs Act renziano, il pavese della canzonetta, ma confeziona una romantica ballata col testo che si adatta ai saliscendi della struttura compositiva di Max. Il suo marchio di fabbrica. 
Lui e lei sulla strada per le vacanze (richiamata anche dalla foto di copertina, con l'autostrada che è lì che ti aspetta) dimenticano i problemi per il tempo di un weekend. O forse più, chissà. È evidente che si guarda, anche commercialmente, all'estate alle porte. Non c'è l'epicità de «Gli anni», canzone insuperabile di Pezzali, ma il garbo e la grazia non mancano. «È venerdì» si compra su iTunes, in attesa dell'uscita dell'intero album, «Astronave Max», prevista per il primo giugno.

giovedì 23 aprile 2015

VIVA GIANNI MORANDI, CHE SI TRASFORMA IN DEMAGOGO IMPOPOLARE

La valanga di insulti che l’ha travolto sulla sua Fan Page di Facebook sul tema difesa dei migranti, oltreché triste e arida, non tiene conto dei trascorsi di Gianni Morandi. Sia quelli politici, nella rossa e ubertosa Emilia, che quelli canzonettari. 
Senza contare il fatto che, essendo in pratica monumento nazionale, per me «il Gianni» può dire ciò che vuole (e dovrebbe godere persino di quell'immunità parlamentare di cui molti parlamentari abusano). 
Analizziamo la questione: il ragazzo non ha fatto altro che essere coerente con la storica e sanremese «Si può dare di più», che ha condiviso con Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri. Negli anni in cui a essere buoni in Italia non si rischiava il cappio.

Ha detto, con il consueto buonsenso, cose degne, giuste e soprattutto umane. In linea con la sua immagine familiare da Mulino bianco senza uso di Banderas. Sarebbe il testimonial ideale delle Macine, fra l'altro, essendosi a suo tempo fatto mandare dalla mamma a prendere il latte. Al massimo gli si può imputare un po' di sana incoscienza (vivaddìo) nel mettersi contro una fetta considerevole dell'opinione pubblica. Non riesco a capire se l'abbia fatto consciamente o se la cosa gli sia sfuggita di mano, ma viva il Gianni Morandi un po' meno cauto del solito. Demagogo impopolare. Un ossimoro vivente che mi piace assai.

Certo, sulla questione immigrazione i problemi a livello politico, sia nazionale che comunitario, esistono, sono gravi e vanno affrontati dall'Europa intera. Ma in sede politica. Il coerente Morandi non ha potuto fare altro che andare contro una certa xenofobia di massa per dire qualcosa di umano. Di fieramente popolare nella sua impopolarità.

mercoledì 22 aprile 2015

EXPO MILANO 2015 APARTMENT-HOUSE TO RENT IN PAVIA DOWNTOWN

Located in Pavia (downtown), south Milano, exactly 50 km. by car to Expo 2015 official seat (Pero, via Carlo Pisacane, 1), APPARTAMENTO GHISLIERI CENTRO is a lovely, big and comfortable solution to visit the International Exposition dedicated to the food, and a perfect starting point to admire Milan and all the cities of Lombardy and Northern Italy.

95 mq., two bedrooms, two bathrooms, a furnished kitchen, a living room, a charming, small terrace overlooking the square Ghislieri, APPARTAMENTO GHISLIERI CENTRO (available on Booking), sleeps up to 4 people in a bed king size and two single beds. Provided with fast free WI-FI, tv set and other amenities, is a little jewel old style.

Starting from the apartment you can go to EXPO 2015 pavillons, and visit (for example) the beauty of the old Pavia: walking between the famous Chiesa di San Michele, il Duomo, il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria, il Ponte Coperto, l'UniversitàCorso Cavour, Strada Nuova, il Broletto and the extraordinary Certosa di Pavia, an extraordinary monastery and shrine built in XIV Century, located a few km. to Pavia, on the road to Milano.


The world capital of fashion is 40 km. by car to APPARTAMENTO GHISLIERI CENTRO. You can go there by train (the Pavia Station is 1.5 km to the apartment) or by car. A public parking (10 euros day) is just in front of the house. 
A last tip. If you want to visit the beautiful hills of Oltrepò Pavese (something similar to the Tuscany, but in the North of Italy) with their fine wines, you have to drive just for 30 km. Not pushing much farther ci sono le bellezze di Cremona (76 km.), Mantova (154 km.), Bergamo (100 km), il Lago di Como (exactly 100 km. to the George Clooney's villa) e il Lago di Garda (with Gardaland, a paradise for children). 
Enjoy wonderful moments in Pavia, Milano, Lombardia and Expo 2015.

martedì 14 aprile 2015

IL CASO DI PAOLA SALUZZI E IL GRAVE ERRORE DI SKY

Non so che cos'abbia spinto quella santa, pacifica donna di Paola Saluzzi a dare del #pezzodiimbecille (hashtag d'obbligo) su Twitter a Fernando Alonso. Non lo so, e non posso che condannarlo: «Pezzo di imbecille» è frase insultante, indifendibile, nulla ha a che vedere con il sacrosanto diritto di critica e di satira. Con battute più o meno lievi o con la libertà d'espressione di ognuno sancita dall'articolo 21 della Costituzione. Non si fa, è chiaro. Del resto la signora si è accorta dell'errore e con grande garbo si è scusata. Al limite Alonso (visto
che lei non ha parlato in diretta, ma su Twitter, un social network, spazio libero e personale per antonomasia, come un Blog o Facebook) avrebbe potuto querelarla, e la cosa finiva lì. Tra loro, dove avrebbe dovuto restare.

Non conosco, come nessuno del resto, i retroscena. Ma il problema, in tutto questo, è che si è messa di mezzo Sky, azienda per la quale Saluzzi lavora, che con una decisione a dir poco discutibile e fatta in sordina, senza commenti, quasi come se se ne vergognasse, ha
inflitto alla giornalista una settimana di sospensione dal video. Mi auguro che del caso si occupino gli avvocati della conduttrice e la Federazione Nazionale della Stampa perché sembra esserci materia e il precedente, a mio avviso è molto grave. Tant'è che basta scorrere le pagine di giornali, siti e i social per trovare una condanna pressoché unanime al comportamento dell'azienda di Murdoch. Dal saggio Massimo Gramellini de La Stampa, al direttore del Tg5 Clemente Mimun («Twitter è luogo di opinioni personali») al Club Forza Italia Marina Berlusconi, è tutto un coro di solidarietà alla Saluzzi e un «buuu» ai signori di Sky.
Tralasciamo l'insulto. Come detto, indifendibile. Ma andiamo alla vera sostanza delle cose, al vero problema: se passa il criterio che un giornalista subisce sanzioni o vendette aziendali trasversali perché ha espresso una propria opinione sgradita (qualunque essa sia) su uno spazio personale e senza citare minimamente la propria azienda (si badi bene), non solo si commette qualcosa di gravissimo, ma si applica a chi vive di commenti e parole un doppiopesismo 


inaccettabile. Come a dire: chiunque può scrivere di tutto su Twitter e sui social, ovviamente rispondendone in modo personale, ma non chi fa il mestiere di giornalista. Punito per vie traverse. Un'assurdità in termini. Il pericolo diventa doppio se si immaginano inquietanti scenari di vendette personali fomentate da persone potenzialmente compiacenti. Stiamo molto attenti, perché con la libertà non si deve mai scherzare. Né rischiare di metterla in gioco. Il comportamento di Sky secondo me va condannato senza se e senza ma.

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