sabato 30 aprile 2016

ROCCO TANICA LASCIA ELIO PERCHÈ (GIUSTAMENTE) VUOLE ESSERE PROTAGONISTA

Evito i giri di parole: Rocco Tanica lascia l'attività dal vivo con Elio e le Storie Tese perché due galli ormai famosi non possono più stare nello stesso pollaio. 
Mr. Sergio Conforti (così all'anagrafe), vera anima musicale della leggendaria band milanese, negli ultimi anni è cresciuto parecchio come personaggio televisivo. Una passione che non nasconde e che ha ormai preso forse il sopravvento sulla sua anima musicale. Più che una passione, una giusta esigenza di visibilità personale dopo anni passati nell'ombra a fare in qualche modo il gregario di Elio, pur avendo un talento almeno pari se non tecnicamente superiore a quello dell'amico. Ed essendosi rivelato un maschio alfa dello spettacolo, Rocco su un palco a fare solo il tastierista, non ci sta più. Per questo abbandona definitivamente i live. Che già da tempo peraltro generosamente disertava.

Lui la racconta con ironia, certo, dice che è l'età che glielo impone, che le ore piccole dei tour non fanno per lui, che è colpa dei bioritmi, ecc. ecc. La verità è che da anni le due primedonne si sono parecchio allontanate e fanno esperimenti qua e là. E Sergio sente il bisogno di spazio, visibilità e riflettori puntati su di sé. Dalla rassegna stampa al Festival di Sanremo a esperienze meno premiate, come «Razzo laser», passando per altre vetrine tv. Non c'è nulla di male. Il lavoro in studio con gli Elii continuerà (anche perché senza le trovate e la maestria di Rocco Tanica, diciamocelo, per gli altri sarebbe dura), ma se il tempo cambia le persone, è giusto concedere anche a lui la vanità di un bell'occhio di bue puntato addosso sulla scena.

AGGIORNAMENTO
In un'intervista Sergio Conforti ha voluto spiegare meglio le ragioni, in realtà di salute, che stanno dietro la sua scelta di lasciare l'attività dal vivo con Elio e le Storie Tese. Una sofferta chiacchierata uscita il giorno 25 aprile e sfuggita un po' a tutti. Ecco l'intervista pubblicata su Facebook, che voglio accompagnare con un grande abbraccio a Rocco:

https://www.facebook.com/elioelestorietesefanpage/videos/1184371721615424/?pnref=story

venerdì 22 aprile 2016

«RISCHIATUTTO» BY FAZIO * OSPITI E CURIOSITA' FANNO SBANCARE L'AUDITEL

Fabio Fazio non è Mike Bongiorno. E l'Italia televisiva di oggi non è più quella (ancora ingenua) dei primi Anni 70. Dal punto di vista quizzarolo, ritmicamente parlando, sono passati anni luce, e ciò non lo si può negare né nascondere.
Il tempo è cambiato, e questo il meteopatico Fazietto lo sa, per questo ha puntato, per il debutto del suo rispettoso remake del classico Rai, sulla cosa che sa fare meglio: radunare ospiti. Prima fra tutti, l'ape regina Maria De Filippi in versione inedita, che avrà sicuramente richiamato frotte di spettatori sulla prima rete. Stasera ci sarà Fiorello, altra garanzia di audience, e il copione sarà lo stesso. Alla lunga, con i concorrenti veri, durerà? Vedremo.

Di certo la prima puntata del nuovo «Rischiatutto», pur essendo piuttosto noiosa, ha sbancato l'Auditel con 7.537.000 spettatori e il 30,79% di share. Merito del marchio storico (la potenza del brand), dell'effetto curiosità del pubblico anziano della rete per lo stato di conservazione dei concorrenti storici, e dei già citati ospiti. Compreso Alberto Tomba, da sempre prigionero del proprio egocentrismo guascone. Stavolta un filo più controllato.
C'è la valletta, il Signor No Ludovico Peregrini, il rito della busta da aprire, la prova pulsante, la cabina. Emozioni antiche e la regia giustamente didascalica di Duccio Forzano.

In un Paese che vive di programmi letteralmente infiniti, Fazio, l'alchimista della nostalgia, si è preso il rischio (in parte calcolato, mediato strategicamente) di riportarne in vita uno defunto. Sembrava un po' la notte dei format viventi, ma parliamoci chiaro: se la fortuna e gli ospiti ti assistono, può anche funzionare.

giovedì 21 aprile 2016

MA QUALE DRONE? C'È AL BANO CHE CONSEGNA OLIO E VINO PER AMAZON

Come riferisce Affaritaliani, le prime tre persone che, abitando a Milano, compreranno oggi il pacchetto «Autentici sapori di Puglia» su Amazon Prime Now, si vedranno consegnare i prodotti domani fra le 10 e le 12 da un drone un po' speciale: Al Bano in persona. Oli, sottoli e vino delle Tenute Carrisi di Cellino San Marco recapitati dalle mani calloso/operose dell'ugola d'oro del Sud. E chissà che, oltre a qualche selfie, non ci scappi anche una cantatina. Due note di «Felicità» o «Nel sole» del resto non si negano a nessuno.

Sono amico di Al Bano da parecchio tempo, e dire che è un genio è poco. Della canzone ma anche del marketing, della promozione. Lo amo poi incondizionatamente da quando, due anni fa, ha accettato di cantare per la mia band, i Beagles, la parodia in dialetto pavese di «My Way», ovvero «Mai bei (la tèrsa gamba)». Vederlo per tre ore indaffarato in sala di registrazione per portare a termine un'opera foneticamente monumentale, è stata una cosa che non dimenticherò mai. Quando avrà cantato per Golferenzo, piccolo comune che gli ha dato la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella diffusione della cultura oltrepadana, avrà completato l'opera.

Restando sempre sul mondo agricolo spinto, perché quello è da sempre il suo retroterra, ora il nostro valorizza la propria azienda puntando sulla virile viralità di un porta a porta un po' speciale. In versione 2.0. Riuscendo ancora una volta a far parlare, anche senza Romina Power e le loro imprese sul fronte sovietico.
Non so se nel pacchettone di delicatezze, oltre al Don Carmelo (il nome del papà di Al) ci sia anche il Platone, un altro rosso corposo, molto buono, che mi fece assaggiare nelle sue cantine. 
In ogni caso, quando fa questi esperimenti, il buon Al come fai a non amarlo?



ODE AL CIAONE















- Ciaone a chi è costretto a vivere leccando culi che non ama.
- Ciaone a chi ti brama.
- Ciaone a chi mette «Mi piace» alle frasi che posta.
- Ciaone a chi non ha capito che è (quasi) tutto una supposta.
- Ciaone alle finte bionde con la ricrescita.
- Ciaone allo champagnino pronto per la mescita.
- Ciaone ai custodi delle Istituzioni che invitano all'astensione.
- Ciaone a te che voti e ti fan passare per coglione.
- Ciaone all'apericena.
- Ciaone a te che non ti dai mai pena.
- Ciaone al petaloso.
- Ciaone a quelli che dicon sempre «coso».
- Ciaone ai reduci degli Anni 80.
- Ciaone al karaoke, per chi ancora lo canta.
- Ciaone a chi cerca un lavoro.
- Ciaone a chi lo difende, lottando come un toro.
- Ciaone a chi perde la priorità acquisita.
- Ciaone ai dolci inganni della vita.

mercoledì 20 aprile 2016

GLI OBLIVION A MILANO STRAPAZZANO NOEMI, IL VOLO, MENGONI, FERRERI E JOVANOTTI

Che fossero bravi (ancorché non notissimi presso il grosso pubblico, e chi non li conosce non sa che cosa si perde), era cosa nota. Stavolta, a tratti, rasentano la genialità. Gli Oblivion, quintetto canoro-parodistico bolognese in attività dal 2003, sono in scena sino al primo maggio al Teatro Leonardo di Milano con «The Human Jukebox».
I bigliettini con le richieste cantautorali del pubblico in sala sono il fragile pretesto per scodellare curate e preparatissime invenzioni canzonettare, divertissment allo stato puro (anche linguistici, come un gioco sulle frasi monovocaliche), massacri di interpreti e brani noti con uno stile superbo e testi di livello.

Non più solo i collage di brani (tutti i vincitori di Sanremo in cinque minuti, per esempio) e le clip virtuosistiche che col tempo hanno spopolato su Youtube con il glorioso imprinting del Quartetto Cetra di Biblioteca di Studio Uno. Stavolta il gioco diventa più sottile e perfido, affrontando lo spettacolo quasi con lo stile didascalico delle vignette di Stefano Disegni. E così si scopre, sulle loro stesse note, che Giusy Ferreri è tornata a lavorare all'Esselunga; che Noemi canta così perché ha «i polipi in gola»; che Il Volo dei tre tenorini esporta «lo stereotipo del terrone»; che Marco Mengoni, che entra in scena in camicia di forza, canta canzoni che non ama solo per compiacere i ragazzini; che Jovanotti quando canta inonda di pericolosi sputacchi la platea. Pura satira anche su Al Bano, Romina, Pupo, Cutugno, Tozzi, i Ricchi e Poveri, e tutti i cantanti italiani che si sono reinventati una carriera in Russia e il nuovo mondo dei rapper: Fedez, J-Ax, Fabri fibra, Clementino, e via elencando. Le riletture degli Oblivion sono implacabili ma in definitiva affettuose. Soprattutto nei confronti della musica, declinata in tutte le sue possibile sfaccettature. Sino a un magico mash-up tra i Queen e Gianni Morandi.

Si ride, a volte tantissimo, in questi tempi grami così avari di risate, con la magica sensazione di non aver buttato via una serata. Hai detto niente?

lunedì 18 aprile 2016

REFERENDUM * RENZI CHE SFOTTE E UN QUORUM DA RIVEDERE AL RIBASSO


Non credo che molti tra quelli che sono andati a votare per questo referendum (compresi alcuni promotori, cioè le Regioni) abbiano mai creduto che si potesse raggiungere il sospirato quorum.
Troppo silenzio da parte dei media mainstream; alcune ragioni del no effettivamente non trascurabili; l'aumento crescente del disinteresse nei confronti della politica, e alcune cariche dello Stato, guidate dallo stesso Renzi, capo del Governo, che hanno soffiato sulla propaganda astensionista, come fece Craxi nel '91. Convincendo per esempio me, che non sarei andato a votare, a farlo, perché considero eticamente inaccettabile (e lo dico senza retorica ma con un po' di indignazione sì) che rappresentanti delle Istituzioni, a prescindere dal credo politico, invitino la gente a non esercitare un diritto garantito dalla Costituzione. È come se un prete ti consigliasse di non pregare. Come minimo lo guardi con diffidenza. È vero che a volte si abusa dello strumento referendario, ma a giocare per affossarlo non devono essere gli arbitri della partita. 

Ciò detto, nonostante questo risultato abbastanza scontato, a urne non ancora chiuse, gli esponenti del Pd - col solito Twitter - hanno deciso di sfottere chi aveva fatto la scelta di andare ai seggi. #Ciaone ha hashtaggato il renziano Carbone quando era ormai chiaro che il quesito non avrebbe raggiunto il quorum. E lo stesso Premier, dopo la forte propaganda astensionistica, ieri ha ironizzato sul fatto che avrebbe rispettato «il silenzio elettorale» sino alla conferenza stampa delle 23, a urne chiuse. A Matteo (che ora sta facendo la ruota come un pavone) piace sfottere gli avversari. In condizioni normali ci può anche stare. Ma tu sei capo del Governo, non un pischello al Bar dello sport.

Infine, una domanda: visto che l'astensione e il distacco dalla politica sono fenomeni crescenti a prescindere dai quesiti referendari, più o meno tecnici, non sarebbe il caso di rivedere al ribasso il quorum, portandolo, per fare un esempio, al 40%? Lo stato di salute della democrazia partecipativa mi pare sempre meno confortante. Forse è il caso che se ne tenga conto, mettendo mano a una riforma. Certo se si facesse un referendum sull'abolizione degli smartphone, in Italia avremmo il 99% degli aventi diritto al voto davanti ai seggi già dalla notte precedente. Ma in tutti gli altri casi, la vedo ormai durissima.

giovedì 14 aprile 2016

MILANO COME SPARTA * GLI UFFICI POSTALI, NUOVI LABORATORI DELL'ODIO

Milano. La mappa della violenza metropolitana va rivista. Non sono le periferie degradate o gli stadi, ostaggio degli hooligan, i veri luoghi dove si scatenano i più bassi istinti umani. Sono gli uffici postali.
Le sedi delle Poste oggi sono laboratori di odio e rancore senza precedenti e funzionano esattamente come le arene dei gladiatori nell'antica Roma. Un meraviglioso tutti contro tutti dove vedi il sangue zampillare dal collo, le urla di gente imbufalita, la protervia e l'impotenza. Lo scontro diretto e senza sconti fra chi sta in fila col numerino e il tizio o la tizia dietro lo sportello. Prima bofonchiano, poi si sfottono reciprocamente, infine si azzannano. Aiutati, i secondi, dal ruolo ufficiale, che conferisce loro maggiore autorevolezza, e dal vetro blindato che dà loro una certa tranquillità in caso di volontà (peraltro frequente) di pestaggio. Perché il cittadino è incazzato come una bestia, non lo tieni più, è esasperato, vessato, e quindi attacca, o reagisce.

Il mio ufficio postale è così. Un luogo d'incanto dove un gesto d'amore non si nega a nessuno. Ieri l'impiegato mi ha registrato come normale una raccomandata che doveva essere con ricevuta di ritorno, come da me indicato sul modulo. Si accorge dell'errore, e immediatamente vuole farlo pagare a me. «Va bene, non importa» dice «ormai la mandiamo via così!». «No, come la mandiamo via così?» faccio io «devo per forza mandare una raccomandata con ricevuta di ritorno, quindi per favore aggiunga la ricevuta di ritorno». «Ormai l'ho fatta, devo rifarla, quindi lei la paga doppia, mi spiace, glielo dico subito» con tono aggressivo. «Se l'ha fatta sbagliata è un problema suo, è il suo lavoro». «Sì, ma lei mi ha segnato sul modulo che voleva la ricevuta di ritorno, ma non mi ha poi consegnato l'altra cartolina con il suo indirizzo». «Doveva chiedermela, ci mettevo un secondo a compilarla. Non sono qui tutti i giorni a fare raccomandate con ricevuta di ritorno. Ripeto: è il suo lavoro. Al massimo, per essere molto generoso, le concedo un concorso di colpa». Va a parlare con la capa, torna visibilmente nervoso, rifà la raccomandata con ricevuta di ritorno, e me ne fa pagare la metà, accettando il concorso di colpa che gli avevo proposto. Insistendo, avrei dovuto farla pagare tutta a lui, ma sono un signore. Tutto il dialogo comunque si svolge in punta di fioretto.
Mentre ero in attesa e durante questo scambio di vedute con il mio impiegato preferito, attorno a me si consumava la carneficina modello «Que-sta è Spar-ta!». «No, ques-to è il quar-tie-re Ti-ci-ne-se!».

Motivo? L'approccio al tabellone elettronico con le prenotazioni agganciato alla macchina che emette il biglietto per acquisire il proprio turno, con codice alfanumerico. Un aggeggio tra i più incasinati in natura, sia per l'equivocabilità del tasto da pigiare per la scelta del servizio (che manda in tilt anche gente col master ad Harvard, non solo i pensionati con la minima), sia perché non emette suoni al cambio del numero. Quindi fra rinunciatari e grandi flussi di gente, dovresti stare sempre come un falco con gli occhi puntati su quel maledetto tabellone, in attesa che compaia, totalmente a sorpresa, il tuo codice in un lungo elenco di 6 in costante aggiornamento.
Qui il sadismo degli impiegati (ce ne sono cinque agli sportelli, e solo uno di loro ha parvenze umane), raggiunge vette altissime. I più gentili aspettano un secondo e poi chiamano a voce lettera e numero, scuotendo poi la testa con l'aria di chi ti sta facendo il favore della vita e te lo fa pesare. I più incattiviti fanno scattare dopo tre secondi il numero successivo senza dire assolutamente nulla. Arriva lesto come una lepre il nuovo da servire, ma non di rado il poveraccio che ha perso il turno per pochi secondi si presenta qualche istante dopo e viene rimesso in riga con un breve cazziatone che deve essere d'esempio non solo nello stanzone, ma forse per l'intera umanità. Qualcuno cerca di trovare una scusa per recuperare la priorità acquisita e persa, ma lì l'impiegato, che non aspettava altro di poter litigare, ingaggia battibecchi stupendi, colpi di stizza e si appella all'infallibilità del tabellone. Allo sportello accanto, intanto, un'altra impiegata fa la mezza ramanzina a un altro perché ha preso il biglietto serie V, invece per quel servizio era la F la lettera da premere. Lo serve lo stesso, ha gli strumenti tecnici per farlo, ma il pensionato va comunque rimesso in riga. E mentre uno, sfinito, grida vendetta da un capo all'altro della sala, un altro, che ha perso due turni di numeri, gira da uno sportello all'altro implorando pietà. Che gli viene ovviamente negata: «Ha perso il suo turno, mi spiace. Non può stare qui, vada dietro la linea bianca per terra, non vede che sto servendo un altro cliente? Poi vedremo, dai...».
Ti lovvo, ufficio postale. Ma intanto ho ordinato qualche piccione viaggiatore. Danno molti meno problemi.

martedì 12 aprile 2016

CASALEGGIO, IL COLPO DI GENIO DI ASSUMERE GRILLO COME TESTIMONIAL


Non ho mai conosciuto Gianroberto Casaleggio, lo strano guru, o para-guru, secondo qualcuno, del Movimento 5 stelle appena scomparso dopo lunga malattia. In compenso conosco da molti anni Beppe Grillo. E l'idea di prendere il più grande comico italiano come testimonial (perché di fatto questo è o è stato, come Charlize Theron per Chanel o Bruce Willis per Vodafone) di una compagine politica è stata tra le più grandi genialate del mondo della comunicazione concepite negli ultimi lustri. La politica come lo spot dello yogurt. La forza trainante di un popolarissimo gigante della comicità, sul palco sempre più massiccio e incazzato, al servizio di una compagine politica che in pochi anni è arrivata a diventare il secondo partito italiano. Portando, con metodi a volte discussi o discutibili, un manipolo di volti nuovi in Parlamento. A rinnovare almeno un po' le facce consunte di troppi guitti di vecchie repubbliche aggrappati alle proprie poltrone. Del resto che cos'è la politica oggi se non il regno di venditori di detersivo? Al posto del fustino metti un po' di volti noti, mescoli con forza aggiungendo badilate di retorica (vedi Salvini, il Bossi 2.0 che ha capito tutto della comunicazione, o i tweet di Matteo Renzi), e il gioco è fatto.

Non so quali fossero i rapporti di forza nella società Grillo-Casaleggio, ma credo che nel tempo siano molto cambiati. Parlando con Beppe, pochi anni fa, quand'era alterato per una frase che aveva ritenuto poco gradevole detta dall'amico Gino Paoli su di lui e il Movimento, mi disse: «Ma ti rendi conto che il prossimo anno sono 40 anni che faccio questo mestiere?». E con «questo mestiere» intendeva inequivocabilmente lo spettacolo, pur essendo di fatto già politico da tempo. Credo che Grillo in fondo abbia sempre considerato il suo impegno civile come un qualsiasi contratto fatto con l'agente di turno. Come una serata in un palasport prolungata ad libitum.
Tant'è che ora tenta l'impresa che tutti hanno sempre ritenuto impossibile di tornare a far ridere. Il triplo carpiato sulla via del non ritorno.

Comunque vada, addio Casaleggio. Non ti ho mai capito sino in fondo, e le tue profezie a volte mi sembravano lucide altre volte inquietanti o deliranti, ma hai dato una scossa alla politica italiana mettendo all'angolo tante facce che sembravano ineliminabili. Questo è un dato di fatto. Per come la vedo io, non di poco conto. Servirti di Grillo è stato il tuo colpo magistrale.

domenica 10 aprile 2016

POSTEPAY * QUANDO TI RITROVI CON LA CARTA DI CREDITO CLONATA


L'altro giorno ho scoperto che mi hanno clonato la carta di credito. Per fortuna non quella seria (come massimale, intendo), ma la ‪Postepay‬ ricaricabile, sulla quale al massimo ho 300 euro e rotti. Erano sei anni che non mi clonavano una carta. Successe dopo un viaggio di lavoro ad ‪Atlanta‬, dove commisi l'errore di usare la fidata ‪Visa‬ con alcuni bei tassistoni di colore che avevano il vecchio pos meccanico. Bastava rigirarla tra le mani un secondo e carpivano sia il numero della carta che il mio nome (con la copia della ricevuta), che il codice di sicurezza sul retro. Mai lasciare che la tua carta frequenti sconosciuti.

Questa invece no, non era praticamente mai uscita di casa. Ma mi faceva comodo perché avevo agganciato i piccoli addebiti web di ‪Apple‬, ‪Car2go‬,‪ Enjoy‬, ‪Netflix‬, e un po' di cosette del genere. Proprio con una mail di Netflix che segnalava un problema con il pagamento mensile, mi sono accorto del guaio. C'erano 4 addebiti, fatti tutti il 22 marzo nel giro di poche ore, per il sito on-line ‪Pokerstars‬, per un totale di 190 euro. Sulla carta ne erano rimasti appena 60.
Chiama per bloccare subito la carta; vai la mattina dopo a fare la denuncia ai carabinieri con l'estratto conto incriminato; dirigiti all'ufficio postale più vicino con la denuncia e il suddetto estratto conto facendo un'ora d'attesa per poi compilare il modulone infinito con la richiesta di rimborso che dovrebbe arrivare ma non si sa quando, e fatti una Postepay nuova (5 euro), sulla quale poi dovrai associare di nuovo, entrando nei vari siti, tutte le utenze collegate.
Morale, caro ladro patito del gioco, spero che su Pokerstars con i miei due soldi tu non abbia vinto niente. Ma se è successo, ti auguro di doverli spendere tutti per una fornitura annuale di ‪Imodium‬. Solo così avremo vinto entrambi e solo così saprò di averti regalato la mia stessa gioia.

sabato 9 aprile 2016

VIVA «LAURA E PAOLA», OVVERO QUANDO LE CRITICHE SERVONO A QUALCOSA

Anche se come Auditel sono sotto di qualche punto rispetto al ridondante trash di «Ciao Darwin» by Paolo Bonolis (uno show impeccabilmente ripetitivo, che nel suo stile cinico/furbetto dileggia il pecoreccio facendone abbondante uso), viva «Laura & Paola» su Raiuno.
Anzi, doppiamente viva, perché rispetto alla prima puntata Cortellesi & Pausini, con grande umiltà, hanno messo mano alla scaletta piazzando una serie di correttivi allo spettacolo e seguendo molte delle tante (buone) dritte che sono venute dai social, dal pubblico, dalle critiche costruttive piovute addosso al programma.
Hanno asciugato il tutto, pur nella necessità di coprire una durata minima richiesta di palinsesto; hanno piazzato in sigla il trascinante medley supercondensato di Rocco Tanica (il momento più bello della prima puntata); hanno regalato qualche chicca, come il dialogo contro la violenza domestica di Paola e la canzone «La fila al bagno delle donne è lunghissima», sempre by Rocco. Insomma, meno parole e più esibizioni, anche separate, visto che il modulo della conduzione comune ha funzionato poco. Troppo parlarsi addosso in modo compiaciuto non aiuta.

Certo, non sono mancati riempitivi e momenti di down (il noioso quiz con Frizzi, che serviva solo a promuovere il film di Margherita Buy e Claudia Gerini, e l'inutile intervista a un imbolsito Kevin Costner, a un passo dalle ospitate con Paolo Limiti), ma averne di spettacoli così. Come una volta. Quando la tv era davvero intrattenimento di valore e non uso smodato di gente comune senza talento con la velleità di apparire in tv. La Pausini, che pure ha rivelato, imitando una strepitosa Ornella Vanoni (il Gino Paoli di Luca Zingaretti invece era un caso per «Il commissario Montalbano), un grande talento anche come intrattenitrice, si è concessa una piccola caduta di stile. Alla presenza di Costner, quando per un attimo non è partito un filmato, si è lasciata andare a uno sgradevole (e soprattutto provinciale) «This is Italy», scusandosi implicitamente con il monoespressivo attore. Laura, tieni presente che Costner ha fatto la pubblicità di Valleverde e Tonno Rio mare qui da noi provinciali, quindi non ti devi scusare di niente.
Stai manza che così ci piaci, bevi sangiovese, e balla coi lupi.

giovedì 7 aprile 2016

BRUNO VESPA E SALVO RIINA * L'INTERVISTA SI PUO' FARE, A PATTO DI ESSERE INFLESSIBILI

Salvo Riina non è certamente l'unico neo di Bruno Vespa, come rileverebbe «Striscia la notizia», che sulle macchie epidermiche dell'anchor-man Rai ha già detto cose definitive. Battute a parte, però, non si può non rilevare che intervistare il figlio del boss di Cosa nostra avrebbe fatto gola a qualsiasi giornalista degno (o indegno) di questo nome. Per questo non condivido questo dare addosso a tutti i costi all'aquilano sornione che col suo «Porta a porta» ha creato in tv «La terza Camera del Parlamento», come ha detto qualcuno. Non è vero che intervistare il consanguineo del mafioso non sia servizio pubblico. L'intervista la puoi e la devi fare, se ne hai la possibilità, a chiunque rivesta qualche interesse giornalistico. E non si può negare che il soggetto in questione potesse averne, di punti d'interesse. Le grandi firme, da che mondo è mondo, hanno sempre intervistato (anche) grandi farabutti, all'occorrenza.

Ciò che fa la differenza, semmai, è il modo di farla, quella benedetta intervista. Non puoi essere accondiscendente o servo, e non devi risparmiare nessuna domanda scomoda. Chi hai di fronte ti deve percepire come un gattino piacevolmente aggrappato agli zebedei. Se ti viene chiesto di promuovere un libro (perché la promozione è la condizione necessaria per avere il tuo ospite) devi farla in modo non sfacciato. Una passata e via. Poi incalzare di domande e ancora domande. Se «Bruneo» ha colpe, sono semmai quelle di essere spesso un po' troppo compiaciuto/rilassato con l'intervistato più o meno scomodo di turno. Non puoi fare l'intervista al figlio del boss come se stessi facendo la puntata post Sanremo con ospiti quelli de Il Volo. Altrimenti da paladino del diritto di cronaca, diventi il dritto della cronaca. Che è un'altra cosa.

martedì 5 aprile 2016

ISOLA DEI FAMOSI * LA BATOSTA DI VENTURA E L'ININFLUENZA DEGLI INFLUENCER

La batosta presa da Simona Ventura ieri sera all'«Isola dei famosi» (67% di contrari a fronte del 33% per Jonàs Berami, in un democraticissimo ma sanguinario Televoto) è un caso di scuola mediatico. A cavallo tra internet e tv, tra vecchi e nuovi media.
Non sono bastati i «30 anni di carriera» sbandierati in diretta da SuperSimo, che pure un seguito ce l'ha. Non è bastata la ricca pattuglia di vip e amici degli amici mobilitata da Francesco Facchinetti, che le cura l'immagine, per salvarle la ghirba. Non sono bastati neppure gli endorsement di alcuni più o meno noti blogger o para-influencer (evidentemente più che un'influenza, è soltanto un raffreddorino) del web.
L'aggressiva Capitana di Ventura è andata sotto di parecchio perché l'ha voluto la gente, capace di decidere da sé, in una puntata trash che ha visto Canale 5 gongolare per il prevedibile aumento degli ascolti. Propiziato anche dall'aver spostato l'esito del Televoto (quattro milioni, una sorta di record) a mezzanotte, molto più tardi del solito, per tenere incollati gli spettatori sino alla fine. Nel mezzo c'è stato anche il pathos per l'apnea di Mercedesz Henger, che pareva a rischio malore ma così non era, e il micro scazzo di Alessia Marcuzzi, che, anche lei, ha dovuto rimettere in riga la virago di Chivasso.

E mentre la Ventura si rifugiava sull'ultima spiaggia («Crederci sempre, arrendersi mai», ma secondo me stavolta sarebbe stato meglio evitare), Playa Soledad, appena abbandonata guarda caso in modo provvidenziale da un malconcio Aristide Malnati, su Twitter partivano riflessioni e commenti di ogni tipo sul risultato del Televoto.

Lì si sono scatenati con snobismo degno di miglior causa quelli che se la sono presa con il pubblico che ha votato per Jonàs Berami, visto ne «Il segreto» e «Uomini e donne». Votanti di serie B, o «bimbeminkia», secondo qualcuno. Complimenti per la trasmissione e per l'indole rispettosa degli altri. La verità è che un risultato così schiacciante, se si frequentano i social e si conoscono gli spettatori, non può essere solo frutto dell'amore adolescenziale per il semi-sconosciuto spagnolo rappresentato in studio da un tizio che gli fa più danno che altro. Bisogna avere la decenza di riconoscere che la Ventura è una signora che ha condotto (in modo professionale, grintoso e simpatico le migliori edizioni dell'«Isola dei famosi», talent che in passato ho amato profondamente), ma ora è un personaggio decadente che mostra inutile aggressività e che soprattutto ha perso il favore di tanti spettatori. 
Vip, para-vip e influencer prendano un'aspirina. E comunque, #meparecetodoestupendo.

lunedì 4 aprile 2016

ISOLA * FACCHINETTI CAMBIA STRATEGIA: DOPO #FORZASIMO, ABBASSO JONAS

Il salvataggio di Simona Ventura, la virago very aggressive in nomination all'«Isola dei famosi» contro Jonàs Berami, sta diventando questione di vita o di morte per Francesco Facchinetti, che cura l'immagine della sciura comandina che con il suo carattere forte (per usare un eufemismo) fa il bello e il cattivo tempo a Cayo Paloma, Playa Soledad, Porompompero, o come hanno deciso di chiamarla questa settimana.
Dopo aver lanciato con scarsa fortuna l'hashtag #forzasimo, le truppe cammellate impegnate a salvare la ghirba alla piemontese che vuole vincere a ogni costo il reality di Canale 5, hanno cambiato strategia. Tanto che ieri sulla pagina Facebook di Facchinetti è spuntato un video con un astuto montaggino che punta a screditare l'immagine dell'attore spagnolo protagonista de «Il segreto». È già stato visto da più di 380 mila persone, che non si sa se contribuiranno alla causa del voto pro Ventura, visto che Simona tanti cocchi (belli grossi) sembra averli ormai spaccati non solo in Honduras, ma anche in Italia. Se lo fa per la sopravvivenza, forse è meglio smettere.
Di certo la puntata di stasera dell'Isola farà la felicità di Mediaset, di Alessia Marcuzzi e degli sponsor, perché gli ascolti saliranno inevitabilmente.
Vincerà il partito dei detestatori di Jonàs o quello dei detestatori di Simona? Al televoto l'ardua sentenza.

giovedì 31 marzo 2016

ADDIO GIORGIO CALABRESE (MA NON S'ERA DETTO «ARRIVEDERCI»?)

Il pezzo che sapevo/temevo prima o poi di dover scrivere inizia così. Perché non so come iniziarlo. E perché non vorrei metterci troppa retorica, che era la cosa più lontana dall'uomo che vi voglio raccontare. D'altra parte la retorica in queste occasioni sfugge di mano, per i giornalisti è come una cassetta di pronto intervento. In caso di lutto, togliere i sigilli e recuperare qualche frase di circostanza.
Il fatto è che per me non è morto uno qualsiasi (lui già qui, alla decima riga, mi avrebbe stroncato con una battuta, forse una pernacchia), è morto Giorgio Calabrese. Chi era Giorgio Calabrese?, dirà qualcuno improvvidamente.

Per l'Italia, forse il più grande paroliere che il Paese abbia avuto (insieme con Mogol, Giancarlo Bigazzi e pochi altri). Un gigante, autore di canzoni immortali come «Il nostro concerto» (Bindi) «Arrivederci» (Bindi-Don Marino Barreto), «E se domani» (Mina), «Domani è un altro giorno» (Ornella Vanoni). Una colonna della «scuola genovese» che s'è piegata oggi a Roma sotto il peso di 86 anni pienamente vissuti.

Per me, era semplicemente Giorgio. Un signore assai brillante e allampanato dalla risata strana e arruffata e gli occhioni sbarrati che d'estate bazzicava casa mia a Santa Maria della Versa (Pavia) sin da quand'ero piccolo. Un tipo strano dal quale ho preso il gusto per l'ironia e la fissa di mettere insieme le parole più o meno con un senso compiuto. Se ho scelto di fare questo mestiere occupandomi proprio di spettacolo, lo devo senz'altro al condizionamento ambientale di Giorgio, che dello spettacolo era la quintessenza. Conobbe mio padre Gigi, cantiniere dell'Oltrepò Pavese e suo fan dai tempi del radiofonico «Pomeriggio con Mina», e da allora non si persero più di vista. Papà si metteva lì puntuale ogni domenica col suo Geloso a cassette e un microfonino improbabile e registrava malamente tutto il programma, spanzandosi di risate per la verve colto-umoristica di questo signore ligure che aveva grande dimestichezza con la più grande cantante italiana. Un giorno gli scrisse, e Giorgio, che amava e conosceva il vino come pochi, venne a trovarlo a caccia di sapori.

Da lì in avanti a casa «dei Bagnaschi alla Madonna», come propriamente diceva Giorgio traducendo dal dialetto, fu una formidabile Calabrese Parade. Quasi mai si annunciava, anche perché la puntualità non è mai stata tra le sue virtù. Faceva blitz all'insegna del politicamente scorretto, facendoci morire di risate con una battuta per tutti e su tutti, nel mondo dello spettacolo. Che
frequentava assiduamente anche come autore per la Tv, tra un memorabile scazzo e l'altro con Pippo Baudo, col quale fece «Fantastico», alcune «Domenica in» e Festival di Sanremo. Litigavano, Pippo lo metteva alla porta, o Giorgio se ne andava sbattendola (invariabilmente) e poi in genere puntalmente lo richiamava o si riconciliavano. Perché era bravo. Troppo. Dannatamente bravo e attento al dettaglio, pur in un mood d'approccio alla vita meravigliosamente cazzaro. Un mix, come si può ben immaginare, impagabile. Lo guardavo dal mio cantuccio gonfio di ammirazione e avrei dato una mano, forse entrambe, per diventare come lui. Ogni tanto passava per portare mamma Ida dai parenti a Caorso, e lasciava in libera uscita i due figli: Christian e Alessandro, miei coetanei, avuti dalla moglie, la bellissima Annamaria Baratta, in arte Suan, con lui nella foto in alto. Per lei scrisse «Canto di ringraziamento» (da «Partido alto» di Chico Buarque de Hollanda). Anche i figli, cresciuti a Roma, erano impagabili: Christian, all'epoca attentissimo all'immagine, passava con disinvoltura da uno specchio all'altro, e Alex, più naive, ne combinava più di Bertoldo.
Un giorno, insieme con l'illustre papà firma dello spettacolo nazionale, furono ricevuti da Antonio Denari, austero presidente della Cantina “La Versa”, che amava fregiarsi del titolo di Duca. Insomma, il signorotto di un potentato locale non indifferente in un paese di 3.000 e rotte anime le cui colline vivevano quasi in toto di vitivinicoltura che incontrava il famoso autore. Alle presentazioni, così narra la leggenda, arrivarono al figliolo minore di Giorgio. «Alex, questo è il Duca Denari». Risposta del figliolo, ridente, allungando la mano: «Sì, e io so' er Fante de coppe!». Gelo in sala tra i cortigiani del Duca (che inghiottì il boccone amaro senza fare una piega, ma contraendo leggermente le labbra in una smorfia di dolore sordo) in un momento epico destinato a entrare nella storia dell'Oltrepò Pavese.


Calabrese lanciò Orietta Berti («Secondo me è la voce più bella che abbiamo», diceva), e tradusse per l'Italia praticamente tutti i grandi brasiliani. Impossibile non citare «La pioggia di marzo» e «Il disertore» di Boris Vian, entrambe riprese da Ivano Fossati. Secondo solo a Mogol per numero di brani scritti per Mina, tradusse quasi tutto Charles Aznavour, con pezzi come «Lei», «E io tra di voi» e «L'istrione», cantata poi anche da Massimo Ranieri. Sigle ne abbiamo? Hai voglia... Se quando vai in discoteca balli «Cicale» di Heather Parisi, sappi che era una cosetta sua. Se t'innamori sulle note di un classicone come «L'aria del sabato
sera» di Loretta Goggi, siamo sempre dalle parti di Giorgio, che forse s'era ispirato un po' a «Strada notturna», un pezzo tratto da un album degli oltrepadani Oliva Gessi che gli aveva regalato mio padre. Calabrese per primo portò i testi della canzone italiana, sino a lì molto ingessati, a indulgere a giochi di parole, o a termini inusuali. Una piccola rivoluzione. In «E se domani» è diventato luogo comune il famoso, ammiccante «E sottolineo se» che faceva la differenza. 

Tra le immagini che mi resteranno per sempre stampate in testa c'è Giorgio, quando sedeva sul divano in cucina sorseggiando «un bel Brut dei Bagnaschi», veniva accudito da quel folletto di zia Piera, altra entertainer mancata. Poi iniziava a far roteare quelle manone dal pollice registrato all'Fbi come arma impropria, raccontando le imprese di nani, ballerine e Dei dello spettacolo. Da Mino D'Amato sui carboni ardenti, a Giucas Casella che ipnotizzava le sue cavie in studio e ordinava a loro e al pubblico di intrecciare le dita delle mani sopra la testa, bloccandole «Fin quando lo dico io!». Seguivano puntuali migliaia di telefonate da tutta Italia ai centralini Rai e alla redazione di «Domenica in» di gente suggestionabile rimasta con le dita intrecciate. Si mettevano tutti a rispondere, Giorgio compreso, e sbloccavano dita da Trento a Catania
improvvisandosi paragnosti collaboratori di Giucas. 
Quando aveva finito lo show in cucina da noi, Calabrese bofonchiava: «Bòn, andùma», si alzava dal divano e tornava al «Prato Gaio», hotel e ristorante dal nome sul quale tutti amavamo ironizzare e che aveva scelto come dimora in Oltrepò. Spariva per un po' senza lasciare tracce. Non sapevamo mai esattamente quando e come si sarebbe ripresentato. E se ti dava un giorno e un'ora, potevi star certo che non erano quelli.
La prima volta in cui lo vidi, raccontò la storiella di un prete che portava a spasso alcuni festanti boy-scout. Finiva con il sacerdote al quale sfuggiva di mano una pesante croce e gli cadeva sul piede. Esclamazione dolente del parroco: «E per la Madonna!». Risposta in coro dei garruli boy-scout: «Hip-hip, urrà!».
«Bòn, Giorgio». Questo è il mimimo che ti dovevo. Ora insegna agli angeli a scrivere una canzone. E nel caso a tirare due saracche con un bicchiere di Bonarda barricato davanti. Non barare: so qual è la cosa che farai per prima. 




UNA PAGINA FACEBOOK PER GIORGIO CALABRESE
I Figli di Giorgio hanno creato una Pagina Facebook (si trova cliccando su questo link) aperta a tutti e dedicata all'immenso papà. Un modo per avere uno spazio web permanente dove ricordare lui e i suoi capolavori.

mercoledì 30 marzo 2016

SIMONA VENTURA * CON L'APP MEDIASET LA MANDI A CASA (GRATIS) DALL'ISOLA

Avevo appena scaricato la provvidenziale app di Mediaset per mandare a casa (per giunta gratis) con un peso di 50 democratici voti, mica bruscolini, il colonnello Simona Ventura dall'«Isola dei famosi», quando ho visto sul web il mobilitarsi di alcuni personaggi in difesa della generalessa di Cayo Paloma. 
Come riferisce Lord Lucas su TvBlog, la brava Valeria Castelli, addetta stampa della signora, si è messa comprensibilmente a capo di un manipolo di vip amici della Lady Vaga di Cayo Monzeses pronti a promuovere l'hashtag #forzasimo. Ci sono Francesco Facchinetti, Giusy Ferreri, Valeria Marini, Vladimir Luxuria ed Ezio Greggio.

Perché questi endorsement che appaiono, almeno sulle prime, un po' telefonati? Perché la Signora a 'sto giro rischia davvero, essendo in ballottaggio con lo spagnolo Jonàs Berami, attore de «Il Segreto». Fra l'altro attaccato in malo modo durante l'ultima, discussa puntata, dalla suddetta Ventura, che l'ha invitato ad andarsene a casa. Così. Tanto per far capire che lì comanda lei. E anche la povera Mercedesz Henger (l'unica che l'altra sera ha rimesso un po' in riga la sciura very aggressive) ne sa qualcosa.

La Ventura, per carattere, è da sempre una leader naturale: dove va, vuole comandare in modo assoluto, e anche le dichiarazioni che ha fatto alla vigilia della partenza per l'Honduras, oggi suonano strane: «Mi piacerebbe che questa esperienza facesse venire fuori anche una parte di me che conoscono solo i miei amici e cioè la Simona più materna, più dolce. Sarebbe una bella novità per il pubblico», ha detto a Chi. Talmente una novità, che infatti non la stiamo vedendo. E ancora: «Voglio fare gruppo, non voglio andare all'isola come una Primadonna». Prego? Simona, dai, Wanda Osiris al confronto sembrerebbe un'operatrice di call center rispetto a te in mezzo ai cocchi.

La verità è che se la Ventura di anni fa era molto adatta per condurre l'Isola, tanto da risultare simpatica, la Ventura di ieri e di oggi non è adatta per farla. O quantomeno per vincerla. Sull'Isola fame e privazioni fanno uscire il tuo vero carattere, e se il tuo vero carattere non è un po' umile e remissivo (che non significa non strategico), la tv fa da esaltatore di sapidità.
Quindi, in conclusione: non mi curo degli appelli vipparoli e torno a votare democraticamente con la stupenda, nuova app fornita da Mediaset (ma si fa anche dal sito http://isola.mediaset.it/vota/) per far tornare a casa la grinta oversize di Simona. Poi sarà un problema della dolce Alessia Marcuzzi gestire la situazione in studio per la competitività sulla conduzione, ma almeno si darà un po' di respiro agli sconosciuti naufraghi.

Del resto la Ventura là è praticamente l'unica famosa. Quindi in questa edizione nuda e cruda, che pare il «Grande fratello», risulta persino fuori posto. E mandarla a casa farà felice sicuramente almeno una persona: Cristina Parodi. Vuoi non far felice Cristina Parodi? Perbacco, siamo qui apposta.

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