martedì 14 aprile 2015

IL CASO DI PAOLA SALUZZI E IL GRAVE ERRORE DI SKY

Non so che cos'abbia spinto quella santa, pacifica donna di Paola Saluzzi a dare del #pezzodiimbecille (hashtag d'obbligo) su Twitter a Fernando Alonso. Non lo so, e non posso che condannarlo: «Pezzo di imbecille» è frase insultante, indifendibile, nulla ha a che vedere con il sacrosanto diritto di critica e di satira. Con battute più o meno lievi o con la libertà d'espressione di ognuno sancita dall'articolo 21 della Costituzione. Non si fa, è chiaro. Del resto la signora si è accorta dell'errore e con grande garbo si è scusata. Al limite Alonso (visto
che lei non ha parlato in diretta, ma su Twitter, un social network, spazio libero e personale per antonomasia, come un Blog o Facebook) avrebbe potuto querelarla, e la cosa finiva lì. Tra loro, dove avrebbe dovuto restare.

Non conosco, come nessuno del resto, i retroscena. Ma il problema, in tutto questo, è che si è messa di mezzo Sky, azienda per la quale Saluzzi lavora, che con una decisione a dir poco discutibile e fatta in sordina, senza commenti, quasi come se se ne vergognasse, ha
inflitto alla giornalista una settimana di sospensione dal video. Mi auguro che del caso si occupino gli avvocati della conduttrice e la Federazione Nazionale della Stampa perché sembra esserci materia e il precedente, a mio avviso è molto grave. Tant'è che basta scorrere le pagine di giornali, siti e i social per trovare una condanna pressoché unanime al comportamento dell'azienda di Murdoch. Dal saggio Massimo Gramellini de La Stampa, al direttore del Tg5 Clemente Mimun («Twitter è luogo di opinioni personali») al Club Forza Italia Marina Berlusconi, è tutto un coro di solidarietà alla Saluzzi e un «buuu» ai signori di Sky.
Tralasciamo l'insulto. Come detto, indifendibile. Ma andiamo alla vera sostanza delle cose, al vero problema: se passa il criterio che un giornalista subisce sanzioni o vendette aziendali trasversali perché ha espresso una propria opinione sgradita (qualunque essa sia) su uno spazio personale e senza citare minimamente la propria azienda (si badi bene), non solo si commette qualcosa di gravissimo, ma si applica a chi vive di commenti e parole un doppiopesismo 


inaccettabile. Come a dire: chiunque può scrivere di tutto su Twitter e sui social, ovviamente rispondendone in modo personale, ma non chi fa il mestiere di giornalista. Punito per vie traverse. Un'assurdità in termini. Il pericolo diventa doppio se si immaginano inquietanti scenari di vendette personali fomentate da persone potenzialmente compiacenti. Stiamo molto attenti, perché con la libertà non si deve mai scherzare. Né rischiare di metterla in gioco. Il comportamento di Sky secondo me va condannato senza se e senza ma.

lunedì 13 aprile 2015

SHOW FILES * JOVANOTTI IN QUOTA DC * 1992, LA DELUSIONE * LITTIZZETTO CACCA PUPU'

LA LEGA DI JOVANOTTI

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti è un bravo ragazzo, molto attento al marketing e con una grande, comprensibile voglia di democristianità. È politicamente schierato a sinistra, ma da sempre (per non deludere fans di ogni schieramento politico) ricerca il consenso totale, trasversale. Fiutando l'aria. Nella foga di piacere a tutti, ogni tanto commette qualche leggerezza. Come quella di infilarsi nella recente polemica su Twitter con Fedez e Matteo SalviniDiego «Zoro» Bianchi l'ha ben sottolineata ieri sera a «Gazebo», sfruculiando a dovere il cantautore di Cortona. Che ha spiegato le sue ragioni in una divertente intervista ben poco formale. La morale è che, anche se ti «hanno regalato un sogno», ogni tanto conviene stare zitti. VOTO: 6.


UNDERWOOD SOTTO TONO

Lungi da me l'idea di spoilerare lo spiazzante finale di «The House of Cards», ma va detto che questa terza è stata una stagione un po' sofferente, rispetto ai primi due capolavori. Fra le crisi di coscienza di Claire, i problemi di Frank (che non ha quasi mai flirtato col pubblico guardando dritto in camera) nella lotta per la rielezione e un Doug malconcio sullo sfondo, tutto è filato via in modo più lento, affannoso e problematico. Persino «The Walking Dead» si è rifatto sotto finale, ma nella seconda parte della stagione purtroppo si sono visti spesso troppi episodi-riempitivo. C'è poco da fare. Sino a oggi l'unico capolavoro, teso e perfetto dal primo all'ultimo capitolo, è stato il mai troppo celebrato «Breaking Bad». Ma ora si attende con ansia «Il trono di spade». VOTO: 7+.



RANIERI, IN RADIO PER SPOT

Di lui finora si ricordavano soltanto uno spot (allora si chiamava réclame) del 1972 per Barilla, e un altro del 1992 a bordo di una Y10 Selectronic. Ma da qualche tempo, in sordina, lo schivo Massimo Ranieri va in onda con alcuni commercial solo radiofonici per una catena di supermercati. Per uno come lui, così avveduto e lontano dalle lusinghe della pubblicità, deve essere stata una scelta sofferta. VOTO: 6,5.


LUCIANA, SESSO E CACCA

Ieri sera Luciana Littizzetto a «Che tempo che fa», spalleggiata da Fabio Fazio, ha fatto registrare 22 fra parolacce e allusioni sessuali o scatologiche in 18 minuti di intervento. Più di una al minuto. Sarà omologabile come record? Sarà il caso di puntare più sui testi e meno sulle paroline facili a effetto? Chi può dirlo... VOTO: 5.


1992, LA DELUSIONE

Era partita con un battage pubblicitario che manco per la missione spaziale della Cristoforetti, invece «1992 - La serie», dopo il botto iniziale, si è sgonfiata come ascolti e attenzione sui social. Il tentativo di metterla sul piano di capolavori Sky come «Romanzo criminale» o «Gomorra» è fallito. Colpa di un prodotto lento, disarticolato, sfilacciato. Con contributi recitativi come quello di Tea Falco, attrice per mancanza di prove. Insomma, dalla storia di Mani pulite ai dirigenti della rete di Murdoch che se ne lavano le mani, il passo è breve. VOTO: 5/6.

sabato 11 aprile 2015

MILANO, ASSISTENZA CALDAIE * OK, IL PREZZO E' (IN)GIUSTO

La caldaia (che necessitava anche di normale manutenzione) quest'inverno mi è andata in blocco più dei reni. Chiamo prontamente l'assistenza Imar (multimarca) per Milano, al numero che trovo sul web. Risponde «D.M. & C S.r.l. Società unipersonale» (Tel. 02.54123793). Si presenta tale Massimo, con un assistente. Massimo parla, parla e parla. Mentre l'altro apparentemente lavora. Massimo mi dice che la mia è «una vecchia caldaia, che funziona, ma è come una Ferrari che però per le sue esigenze è costretta ad andare a 50 all'ora». Vorrebbe convincermi in ogni modo a sostituirla con una nuova, più piccola e performante, che costa «fra i 1.800 e i 2.200 euro. Ci metterà pochissimo ad ammortizzare il costo». Insiste parecchio ma gli rispondo che no, non sono interessato. Mi basta che la mia vecchia Ferrari torni a funzionare. Massimo, mentre mi consegna il nuovo libretto di impianto (che l'impiegata al telefono mi aveva caldamente consigliato di fare in ossequio alle recenti leggi) compila anche il «Rapporto di controllo tecnico», che va in copia anche al Comune. Mentre pago i miei poco meno di 100 euro, mi fa presente che il tecnico ha riscontrato «una piccolissima perdita da un tubo, ma l'abbiamo lasciata così perché è trascurabile, meglio non toccare per non peggiorare le cose». 

Più tardi scoprirò che il nostro sul rapporto tecnico ha invece riportato «varie perdite». Perché una «piccolissima perdita» rilevata a voce parlando con me si trasformi in un documento ufficiale in «varie perdite», è una cosa che non capisco. Ma andiamo avanti. L'uomo (visto che aveva già compilato il modulo) non rileva neppure che nel frattempo avevo ritrovato in un cassetto la «Dichiarazione di confomità dell'impianto». «Non importa. Ho già scritto che non c'è. Se arrivano dal comune a chiederla, dica che nel frattempo l'ha ritrovata». Storco il naso. Ma andiamo avanti. 


Intanto i nostri eroi riempiono il vaso d'espansione della caldaia, che risultava vuoto, salutano e se ne vanno. Tutto ciò avveniva il 9 marzo, un mese fa. Da allora la caldaia mi è andata in blocco 7 volte, quasi due volte alla settimana. In pratica più di prima. Chiamo la ditta per protestare e la cortese signorina mi dice che rimanderà senz'altro Massimo a sistemare le cose, «ovviamente gratis, senza spese per lei». Mi fissa un appuntamento per un giovedì alle 16-17. Resto a casa dal lavoro ma non si presenta nessuno, senza alcuna chiamata o messaggio per avvisare. Nessuna. Il vuoto assoluto. Due giorni dopo li contatto leggermente incazzato; il suddetto Massimo sostiene di aver chiamato per avvisare. Cosa mai avvenuta, perché non ho ancora perso la capacità di intendere e di volere, ma amen, non incistiamoci nelle polemiche. Anche se legittime. Nuovo appuntamento, prima rinviato e poi fissato inderogabilmente per ieri, giovedì 9 aprile alle 8.15. 


Alle 8.30 si presenta l'impagabile (poi capirete perché) Massimo con un nuovo assistente. Massimo apre soltanto il vano caldaia e sentenzia che se il problema del blocco si presenta ancora è «sicuramente a causa del vaso d'espansione bucato, che va sostituito». Bene. «Quanto costa un vaso d'espansione?» Domando da profano. «Eh, quello le costa 500 euro, glielo dico subito. E se consideriamo anche che la caldaia è già vecchiotta, forse converrebbe... Comunque veda lei». Ok, 500 più manodopera e Iva (immagino) sono sempre meno di 2.000 e rotti, quindi autorizzo la sostituzione. Ottimo, dice l'impagabile Massimo fotografando la caldaia. Le procuro il vaso d'espansione e poi verremo a installarlo. Saluti e baci.


Li faccio allontanare e scatta un piccolo, veloce controllo sul web. Il prezzo dei vasi d'aspansione delle caldaie Imar, originali, va da un minimo di 93 a un massimo di 132 euro. Anche mettendo la manodopera della piramide di Cheope, prima di arrivare a 500 e rotti euro, ce ne vuole. Ritrovo in un cassetto il numero di un'assistenza Imar di Cremona che aveva installato l'impianto, e la chiamo, pensando non trovare più nessuno. Invece il tipo onesto a sorpresa mi dice che lunedì verranno da Cremona a Milano a installarmi il nuovo vaso d'aspasione a 150 euro chiavi in mano. Ci sono pochi commenti da fare.
Mi sono tolto la soddisfazione di farli, in modo peraltro molto più garbato del dovuto, chiamando Mr. Massimo e la centralinista della «Società Unipersonale». Massimo prima ha tentato un'estrema difesa: «Ma il vaso che le danno è originale?». Poi è costretto a cedere dicendo: «Che cosa vuole che le dica, sono un dipendente, devo fare quello che mi dicono».


Io invece mi sono limitato a rammentare loro che in futuro non li vorrò più vedere «manco dipinti», come si dice fra vecchi amici indiani. Mi piacerebbe invece che «Le iene» si occupassero di loro. 
E la «D.M. & C S.r.l. Società unipersonale» non si premuri di smentire, perché le telefonate sono registrate. Cordialità.

mercoledì 8 aprile 2015

LA CLASSIFICA DEI 10 UTENTI PIU' ODIOSI DI FACEBOOK

10) L’AMANTE DEL LUNEDI’
Non pubblica mai niente, ma ogni lunedì – puntuale come una cartella esattoriale - certifica con noia infinita l’esistenza di questo drammatico giorno della settimana. Giorno che lo annienta nel fisico e nel morale e che guarda caso coincide con la ripresa del lavoro. Si faccia vedere da uno bravo, oppure passi direttamente al martedì. Che poi gli toccherà odiare. Magari su Twitter.

9) LA GLITTERATA
Diffonde solo post con immagini sdolcinate, tipo cuoricini, angioletti, cagnolini, gattini e fatine glitterate. In genere ha 84 anni e si connette dalla casa di riposo. Bella zia.

8) IL COMMENTATORE A CAZZO
Non lascia mai un tuo post senza un commento. Lo considera peccato mortale. Piuttosto scrive in calce: «Viva il parroco!», ma qualcosa deve mettere per forza. Sennò è squalificato.

7) IL DOMANDONE
Chiede a gran voce ulteriori spiegazioni rispetto a quello che hai scritto nel tuo post. Cose che potrebbe serenamente cercarsi da solo sul web, ma vuole saperle da te. Soltanto da te. Senza accorgersi che in genere la risposta è già contenuta in uno o più commenti precedenti. Che ovviamente non si è premurato di leggere.

6) IL BATTUTARO
Ritenendosi molto arguto e spiritoso, confeziona giornalmente battute a raffica. Alcune riuscite, altre meno, ovviamente. Caratteristica del battutaro è quella di richiamare frotte di altri battutari, ancora più temibili, che commentano cercando di replicare con calembours sperabilmente più divertenti di quello originario. Il risultato, nell’insieme, è a volte drammatico.

5) LA SELFISTA
Regina del selfie, posta con cadenza giornaliera foto dove appare da sola o con accanto l’amica d’ordinanza al party di grido. Entrambe hanno il cocktail fra le mani e la bocca a culo di gallina.

4) IL POLEMICO
Il polemico a ogni costo ha come unico scopo quello di far notare il proprio ego smisurato su profili molto più frequentati del suo, che in genere è estremamente disadorno di contatti. Ingaggia pretestuosi (e infiniti) duelli verbali con l’autore del post, che si concludono con i due che mantengono le rispettive opinioni, e nel frattempo si sono mandati affanculo bannandosi per l’eternità. Per il quieto vivere, il polemico andrebbe bannato al secondo post.

3) L’AMICONE AMICONE
Non l’hai mai visto, eppure ti invia una richiesta d’amicizia. L’accetti. Da quel momento ti ritrovi la timeline, la bacheca, la posta privata e le notifiche sommerse di inviti a sagre della porchetta, mostre di quadri impressionisti (nel senso che fanno impressione), concerti di gruppi sconosciuti anche ai familiari, beveroni dietetici da comprare in multi level marketing e raduni della P2.

2) IL TAGGATORE
A Natale, Pasqua, Capodanno e a tutte le feste comandate, pubblica una simpatica foto augurale e tagga te insieme a tutti gli utenti Facebook della Lombardia. Te ne accorgi e riesci a disattivarle quando ormai le notifiche e i like hanno superato il Pil del Giappone.

1) L’ODIATORE PAVIDO

È il più pericoloso di tutti. Ti detesta, ma per qualche inspiegabile ragione (l’invidia e la curiosità) non si cancella dai tuoi contatti. Si guarda però bene dal criticarti apertamente. Il solo scopo della sua esistenza in vita è mettere un malizioso like ai commenti di coloro che ti criticano. Gli odiatori pavidi più avveduti non mettono subito il loro «Mi piace» furbetto, ma aspettano che il tuo post sia leggermente invecchiato. Come il vino buono.

sabato 4 aprile 2015

IL «KARAOKE» DI PINTUS, OVVERO LA STRATEGIA DEL FORMAT CONSOLATORIO

Angelo Pintus non è Fiorello. E l'ha dmostrato anche all'ultimo Sanremo, dove doveva portare sul palco dell'Ariston la perfomance della sua vita, ed è stata invece un'esibizione incolore. C'è qualcosa di incompiuto, insomma, nella simpatia di questo ragazzone dai capelli sparati che da una vita bazzica i cabaret nostrani in cerca di successo.
Però il suo modo di fare piace molto ai ragazzini. Forse per questo Italia 1 ha scelto lui per ripescare il buon vecchio «Karaoke» fiorelliano. Nelle piazze, con la stessa formula che portò in trionfo il codino di Rosario. Proprio quando qual diavolo di Fatma Ruffini impazzava sulle reti Mediaset con i suoi format. 

Se la rete giovane di Mediaset deve ricorrere al «Karaoke», un genere mai del tutto morto anche in tanti pub italiani, non c'è da stupirsi. In una tv dove ormai non c'è (quasi) più niente da inventare, si è andati a togliere dal freezer il programma retrò che più somigliava a un talent. Con inevitabili innesti stile Corrida. Ovvero «Italia's Got Talent». Ovvero «Tu sì que vales». Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Al di là del «Karaoke», sono convinto che non farebbe male a questa televisione guardare un po' al passato, riproponendo un po' di vecchie cose. Che ieri magari parevano un po' kitsch. E invece oggi porterebbero lo spettatore a leccarsi i baffi, cullandosi tra la nostalgia del passato e l'effetto lenitivo/consolatorio che inevitabilmente comporta.

martedì 3 marzo 2015

GIGI VESIGNA * IL DIRETTORE CHE (PER I TASSISTI) NON SE N'ERA MAI ANDATO

Non l'ho avuto come direttore, Gigi Vesigna, ma negli anni ne ho sentito (de)cantare le gesta più e più volte da colleghi e addetti ai lavori.
Lo conobbi già nell'ultima fase della sua vita e della sua carriera, quando, dopo essere stato direttore del leggendario Tv Sorrisi e canzoni, che leggevo sin da ragazzo, me lo ritrovavo ogni tanto fianco a fianco alle conferenze stampa nei panni di collaboratore di Famiglia cristiana. E tutti i presenti lì, sbigottiti, a domandarsi, bofonchiando: «Perché dopo tanto splendore (sull'impero di Vesigna, ai tempi d'oro, non tramontava mai il sole), «adesso si riduce a fare il collaboratore?». Il problema è che questo è un mestieraccio che t'intriga: una volta che lo provi, se lo senti, forse non sai più dirgli di no.

Era «severo ma giusto, e soprattutto geniale nell'intercettare i gusti dei lettori», così me l'hanno sempre descritto un po' tutti. E soprattutto potentissimo. Le star erano ai suoi piedi. I suoi giornalisti dovevano alloggiare sempre nei migliori alberghi. Non tanto per i giornalisti in sé, ci mancherebbe, ma per garantire il prestigio della testata. E se di un nuovo programma in uscita circolavano, per esempio, tre servizi fotografici, non di rado li comprava tutti e tre, togliendoli di fatto alla concorrenza. 

L'uomo che portò la prima rivista italiana a vendere la cifra record di 3 milioni e 300 mila copie, un traguardo oggi impensabile, è stato per qualche lustro (e a volte lo è ancora) il mio incubo quando prendevo qualsiasi taxi a Milano. Alla domanda: «Ma lei che lavoro fa?». «Sono giornalista, lavoro a Tv sorrisi e canzoni». Il tassinaro invariabilmente rispondeva: «Ah, allora mi saluti il direttore Vesigna, l'ho portato in giro qualche volta!». Il problema è che Vesigna non è mai stato il mio direttore, lui se n'era andato da tempo da Sorrisi all'epoca del mio arrivo, ma era come se il Paese reale tutto ciò non lo volesse accettare. Dicevi Tv sorrisi e canzoni e automaticamente scattavano nel pubblico due password: «Vesigna» e «Supertelegattone». Che era poi l'icona di Maurizio Seymandi. Avevi voglia a spiegare, con dovizia di particolari, che no, che era arrivato già un altro, e poi un altro ancora, che Vesigna non era più direttore da tempo, ecc. ecc.
Niente. Scendendo dal taxi, dopo aver pagato, mentre chiudevo la portiera, il tassista mi guardava ammiccante, come si guarda un ragazzotto discolo che le spara grosse, strizzava l'occhio e chiosava: «Arrivederci. E mi saluti il direttore Vesigna!». 
Avevo parlato al vento per 20 minuti.

domenica 15 febbraio 2015

IL VOLO TRIONFA NEL SANREMO DI CARLO CONTI, NUOVO ANDREOTTI DELLA TV

Mentre Carlo Conti, straordinaria macchina da guerra televisiva, dopo questo strategico Sanremo si avvia a diventare non tanto il nuovo Pippo Baudo ma l'Andreotti della televisione italiana, si registra la prevedibile vittoria dei tre tenorini de Il Volo.
Ieri vestiti da gran sera, e in questa foto nudi come mamma li ha fatti. Uno sembra anche un po' barzotto (giustamente) per questo trionfo al Festival, a fronte di una canzone scritta col bilancino non tanto per l'Italia ma per il mercato internazionale, che adora immaginarci come tanti piccoli Pavarotti da mattina a sera. Tutti lì a cantare «Nessun dorma» mentre facciamo colazione con le Macine del Mulino Bianco. 

Meritato secondo posto per Nek, con un pezzo dal gran tiro, godibilmente arrangiato, e terzo piazzamento per la canzone che (in un mondo perfetto) avrebbe dovuto vincere: «Silenzi per cena» di Malika Ayane. Ma siamo pur sempre a Sanremo, e non si può avere tutto dalla vita.
Fra un più che onesto Marco Masini (quasi ai livelli di un tempo) e una convincente Chiara Galiazzo (che scopiazza però da Pupo), spiace per Annalisa, preparata e con una canzone che uscirà di più sulla lunghezza, e per Lorenzo Fragola, che ha impiegato una settimana a carburare ma nell'ultima serata ha restitutito una grintosa versione del suo brano. Persino Bianca Atzei meritava di più (ma la canzone si rifarà, ne sono certo). Peccato per il brano un po' piatto di Nini Zilli, però lei è talmente gnocca che la perdoneresti anche se intonasse le Pagine gialle.

Non sono mancate le punte di trash, come l'imbarazzante letterina finale al conduttore «scritta» dalle tre vallettte (Arisa, Emma e Rocío Muñoz Morales), voluta dagli autori con l'intento di provocare in loro la lacrimuccia di fine Festival, e le performance incolori di tanti comici. Si sono salvati Luca e Paolo con la loro cinica Rip parade dei morti di spettacolo a uso dei media. E a me hanno divertito persino le scematine dei Boiler. Su tutti, ovviamente, ma non tutte le sere, spiccava Rocco Tanica.
In ogni modo: non ci sono stati picchi, ma gli ingredienti, e gli ospiti, c'erano tutti. Tanti, anzi parecchi. Per dirla con Jannacci. Una formula studiata col bilancino dal buon Carletto per portare a casa numeri Auditel. Che sono piovuti copiosamente. 
Morale: Carlo Conti, che è già  da anni la colonna di Raiuno, prima ha impiegato una vita per arrivare a un Sanremo che avrebbe dovuto condurre già da molto molto tempo. E ora rischia di non lasciarlo (con rare pause) per i prossimi vent'anni. Segnatevi questa profezia. 


mercoledì 11 febbraio 2015

SANREMO 2015 * CARLO CONTI SI BAUDIZZA E IL FESTIVAL PARTE COL PIEDE GIUSTO

L’aveva detto, e l’ha fatto. Il toscano Carlo Conti, efficace, abbronzato e classico volto di Raiuno, si è «pippobaudizzato» a dovere, e ha confezionato una prima serata sanremese pulita e veloce. E anche l’Auditel ha risposto all’appello: 11 milioni 767 mila spettatori con il 49,3% share. Metà della platea televisiva ieri sera era sintonizzata sul Festival, che si è attestato sui buoni ascolti del Fabio Fazio prima edizione.
Certo, allo spettacolo mancavano le piccole trovate di contorno tipicamente baudiane (polemiche incrociate, gente che minaccia di lanciarsi dalle balconate, varie ed eventuali), ma in questo segmento Pippo Baudo è leader indiscusso, e la cifra del buon Conti del resto non è questa. Lavora a testa bassa con serenità e mestiere. Tra il medico scampato all'ebola, e il quadretto kitsch della famiglia più numerosa d'Italia. Alla quale Mike avrebbe senz'altro obiettato: «Ecco amici, sono la famiglia più numerosa d'Italia e pagano un solo canone!».

Misurate, emozionate il giusto e molto legate al testo scritto anche Emma, Arisa e la vaporosa Rocio Munoz Morales. Fra l’altro Emma e Arisa (Emma in particolare) hanno proposto una cover da brividi de «Il carrozzone» di Renato Zero. Un grande pezzo che da sempre mi commuove e che ha spaccato anche ieri sera, come direbbero i pischelli.
Infelice invece lo scivolone del poco divertente Alessandro Siani (bei tempi quando a Sanremo c’era il Beppe Grillo non ancora politicante che faceva crollare il teatro dalle risate), che dopo aver preso in giro malamente un ragazzino sovrappeso, per rimediare ha fatto sapere tramite Conti di devolvere in beneficenza il cachet della serata.

I quadri in musica del maiuscolo Tiziano Ferro (uno che ha scritto cose che resteranno) si sono contrapposti alla «Nostalgia canaglia» squisitamente pop di Al Bano e Romina Power. L’eterna coppia, un po’ segnata dal tempo, ancora insieme su quel palco, come tanti anni fa. Si può fare tutta l’ironia che si vuole, ma è una fetta di storia della canzone di questo Paese. E «Felicità» ha venduto milioni di copie in ogni angolo del mondo, quindi le chiacchiere valgono davvero poco.

Tra i pezzi in gara, buona la prova di Malika Ayane, piuttosto convincente e con un grande tiro il brano di Nek; piacevole e destinato a uscire sulla lunghezza Alex Britti. All’appassionata poesia di Grazia di Michele e Mauro Coruzzi deplatinettizzato si contrapponevano un Gianluca Grignani incolore, una Chiara che ha finalmente trovato il pezzo buono (o comunque più che onesto, anche se non ricordo il richiamo del ritornello) dopo tante false partenze, e altre prove che andrebbero messe più a fuoco, come quella di Nesli, Annalisa, i Dear Jack e Lara Fabian.

Stasera si continua con Bianca Atzei, Biggio e Mandelli (i Soliti idioti), Lorenzo Fragola, Irene Grandi, Il Volo, Marco Masini, Moreno, Anna Tatangelo e Raf. Ma il Festival è partito con il piede giusto.

martedì 10 febbraio 2015

SANREMO GOSSIP & RUMORS * ARISA AGITATA, LA BRONCHITE DI RAF E UN BRITTI LITIGIOSO

Pare ci sia un po’ di maretta a Sanremo alla vigilia della partenza della prima serata del Festival griffato Carlo Conti, con Arisa, Emma e la sensuale Rocio Munoz Moralez.
I gossip dalla riviera vogliono un’Arisa piuttosto inquieta e nervosa (forse a causa della comprensibile agitazione da pre-debutto nell’inedito ruolo di conduttrice), tanto da aver impedito al fidanzato, il manager Lorenzo Zambelli, di entrare nella sua auto ieri sera. Ne avrebbe fatto le spese anche la giovane addetta stampa, apostrofata con un «Tra noi non c’è feeling». Che non si capisce se fosse riferito al fidanzato o all’addetta stampa. Ma in questi casi vai a sapere...
E mentre si segnala un Raf piuttosto preoccupato a causa di una mezza bronchite che lo infastidirebbe da alcuni giorni, minandone seriamente la voce, pare che una divergenza di vedute molto marcata (eufemismo) si sia consumata ieri notte fra Alex Britti e il suo manager Angelo Di Martino.

venerdì 6 febbraio 2015

AMICA CHIPS VS CATHERINE SPAAK: «NON FECE LO SPOT PER NON LAVORARE CON ROCCO»

Non c'è pace per Catherine Spaak.
L'ex attrice, che ha abbandonato per cause ancora non del tutto chiare l'Isola dei famosi durante la prima puntata, fra le pesanti critiche degli opinionisti in studio, ovvero Alfonso Signorini e Mara Venier, poco convinti della versione da lei fornita, ora si ritrova attaccata anche da Amica Chips, l'azienda che l'avrebbe voluta per uno dei suoi celebrati spot accanto a Rocco Siffredi e Ornella Muti

Durante l'Isola, per giustificare il suo no a quel promo, la Spaak ha detto: «Mi hanno proposto non molto tempo fa una pubblicità in cui c'era il signor Siffredi, e io l'ho rifiutata perché si trattava di una pubblicità di patatine».

Com'è noto, l'unica azienda di patatine con cui lavora il re del porno made in Italy è Amica Chips, che si è sentita subito chiamata in causa. 

E ora affida la sua replica a Laura Moratti, responsabile marketing dell'azienda: «All'epoca, circa un anno fa» dice la manager «Amica Chips aveva incaricato l'agenzia M&CSaatchi di produrre uno spot pubblicitario per il nostro prodotto. Tra i testimonial contattati c'era anche la Signora Catherine Spaak, la quale declinò la proposta, non perché si trattasse di patatine, come se fosse un prodotto vile, ma perché non voleva accostare la sua immagine a quella di Rocco Siffredi. Notiamo che un anno dopo, per l'Isola dei Famosi, questo scrupolo le è venuto meno.
La Signora Ornella Muti, diversamente, ha trovato divertente la nostra pubblicità e ha accettato di diventarne testimonial.
Naturalmente, allora abbiamo ritenuto del tutto legittima la scelta della Signora Catherine Spaak; quello che non ci è sembrato giusto è che oggi abbia voluto, in un contesto televisivo, intervenire sui suoi rapporti con Rocco Siffredi, denigrando il nostro prodotto. Per questa ragione, ci è sembrato giusto dare la nostra versione dei fatti»
.

martedì 3 febbraio 2015

ROCCO C'È, L'ISOLA UN PO' MENO, ASSENTI I FAMOSI

Premetto: sono sempre stato un fan del trash sublime dell'Isola dei famosi. Quando il cast era composto da veri ex famosi, e quando Simona Ventura (che avrà tutte le antipatie del caso, quando ci si mette, ma bisogna dargliene atto) riusciva a mettere sale e pepe nella minestra.
L'isola che è partita (di fatto) ieri sera su Canale 5, stento a riconoscerla. 
Tutto ruota attorno a Rocco Siffredi e al milione di facili doppi sensi legati a lui e al suo membro (Alessia Marcuzzi stessa gliene ha lanciati almeno due-tre stanchi, da copione, e uno non l'ha colto manco l'interessato), e il resto della ciurma è composto quasi soltanto da semi-sconosciuti. Se si eccettuano Valerio Scanu, Patrizio Oliva e la già autoeliminatasi Catherine Spaak.

C'è una pattuglia di gnocche poppute pronte a svestirsi, figlie del gossip e della voglia di visibilità, e di bellocci che quanto a notorietà fanno invidia al milite ignoto. Alcuni della banda non sanno manco articolare suoni (ecco perché la prima puntata, quella della tempesta tropicale, è saltata dopo mezz'ora: avrebbero fatto un talk-show di scene mute. Troppo da gestire per chiunque, figurarsi per la bella Alessia), e Cecilia Rodriguez viene spedita nuda alla meta su Playa Desnuda, la spiaggetta accanto, insieme col modello Brice Martinet. Segue impegnativa simulazione della sorella di Belen che per ben due volte tenta di convincere il pubblico di non sapere assolutamente che l'avrebbero messa lì. E casca dalle nuvole, perbacco. Massì, tanto noi le beviamo sempre tutte...

C'è un armamentario sexy da pronto intervento, ci sono due commentatori decisi a spadroneggiare, in studio, come Alfonso Signorini e Mara Venier, ma manca, al momento, l'Isola vera e la voglia di farla.
Ascolto medio, e buono lo share della seconda, noiosa puntata, anche perché l'hanno tirata avanti sino all'una di notte. Il solito trucchetto per drogare le percentuali. 
Messa così, come sembra ora, l'unica domanda che rimane sulla sabbia è: riuscirà il pisello di Rocco, l'attore hard che più della Ferrari è marchio di fabbrica del Paese, a reggere da solo (con l'aiuto delle comprimarie) tutta questa edizione del reality? 
Se la risposta è sì, saranno soldi ben spesi.

giovedì 29 gennaio 2015

CHI VUOLE GIANCARLO MAGALLI PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA?

Mentre Matteo Renzi insiste sull'ex democristiano Sergio Mattarella e Matteo Salvini spinge per Vittorio Feltri (sarà una boutade), alle porte del sole, ai confini del mare, ma anche sulla soglia del Quirinale spunta un'insidiosa domanda.
Nella botte piccola, oltre al buon vino, può stare anche la più alta carica dello Stato? Il Paese se lo domanda, visto che Giancarlo Magalli, 67 anni, stimato conduttore tv, è finito tra i papabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. 
Il suo nome, spuntato da un sondaggio on-line del Fatto quotidiano, è rimbalzato subito sul web con consensi che non si ricordavano dai tempi di Sandro Pertini. Tanto che oggi, 29 gennaio (giorno della prima conta dei voti, quando solitamente nell'urna finiscono i nomi più strani: l'ultima volta Laura Boldrini fu costretta a leggere anche quello di Rocco Siffredi), davanti al Quirinale si terrà un flash mob di fan muniti di maschere magalliane. L’interessato, che la chiama «Insurrezione sorridente», non si tira però indietro: «Perché sarebbe come prendere in giro le migliaia di persone che hanno sostenuto questa pazza idea». In bocca al lupo. Intanto, si guardi da un movimento concorrente, quello di Situazionismo e Libertà di Fulvio Abbate, che sostiene «Drupi, la forza serena». 
Come dargli torto? 

lunedì 26 gennaio 2015

«L'ISOLA DEI FAMOSI» * CRITICHE ALLA MARCUZZI PER IL DEBUTTO RINVIATO PER TEMPESTA

Mentre su Twitter si scatenavano i doppi sensi su Rocco Siffredi e la coincidenza di una Natura al contempo matrigna e benigna, un'annichilita Alessia Marcuzzi, invece di querelare il parrucchiere per quell'improbabile biondo platino, ha gettato la spugna chiudendo dopo appena mezz'ora la prima puntata de «L'isola dei famosi» 2015.
Sull'Honduras si stava scatenando una tempesta, e lei non ha saputo/voluto far fronte all'emergenza: giusto la presentazione del cast e due chiacchiere con gli opinionisti Alfonso Signorini (che ha già cazziato Catherine Spaak per aver annunciato di voler tornare subito a casa) e Mara venier, poi la Pinella ha chiuso le danze, rinviando lo sbarco dei concorrenti alla prossima settimana. Fra mare agitato e l'incolore (in tutti i sensi) inviato Alvin inzuppato con tela cerata versione Tonno insuperabile.
Molti hanno gridato allo scandalo: Simona Ventura (ah, già... L'eterno fantasma di Simona Ventura) non avrebbe mai chiuso così una puntata, sarebbe andata stoicamente avanti sino alla fine, hanno detto in molti. Gridando alla scarsa professionalità della rete che ha rilevato il reality da Raidue. «Mancava un piano B per un evento del genere, non del tutto imprevedibile», ha detto qualcuno.
Vero. Ma quale avrebbe potuto essere? Storicamente, la prima puntata dell'Isola dei famosi non è altro che il lancio dei concorrenti dall'elicottero nello specchio di mare prospiciente la spiaggia, e la prima presa di possesso della location.
Avrebbe avuto davvero senso imbastire tre ore di talk-show sul niente (perché di questo si sarebbe trattato, o poco più) con i naufraghi chiusi nel loro hotel? Secondo me no. Credo che la scelta (anche coraggiosa, perché molti soldi in pubblicità non goduta andranno restituiti) sia stata giusta. Non so se obbligata dalla scarsa capacità della Marcuzzi di gestire la situazione. Ma di certo corretta nei confronti dello spettatore. Che avrà tempo per rifarsi la prossima settimana.

L'ASTA TELESCOPICA PER SELFIE * IL BASTONE DELLA GIOVINEZZA

E poi c'è questo fenomeno dell'ossessivo dilagare, a Milano, della perversa moda di vendere le aste telescopiche per farsi i selfie con lo smartphone, iPhone o Samsung che sia. Così nella foto ci stanno tutti, se sei bravo puoi fotografarti anche il lato B, e il faccione (parlo di quello sul lato A) da lontano si rimpicciolisce. Ogni vuccumprà ne ostenta una o più d'una, multicolore. Asta la victoria, siempre! vien da dire. Ovunque tu vada, non parliamo di Piazza Duomo, ne trovi a milioni. Finisce che poi ti vengono in mente anche utilizzi alternativi. 
Siamo passati dai nonni che immaginavano i loro nipoti come «Bastone della vecchiaia», a nipoti che fra non molto picchieranno i nonni con il Bastone della loro giovinezza.

sabato 24 gennaio 2015

RAFFAELLA CARRA' * UN FLOP «FORTE FORTE FORTE»

Poco più di 3 milioni di spettatori, con uno share del 13,67%, e due punti in meno della scorsa settimana. Prosegue il tracollo di «Forte forte forte», il nuovo talent-show di Raiuno confezionato da Raffaella Carrà e Sergio Japino.
Già la prima puntata è stata uno zoppo calderone senz'anima. Tanto da farmi domandare, più volte: come può un monumento della tv come Raffaella Carrà, una donna moderna (di testa), in teoria una profonda conoscitrice del mezzo, cadere in un errore così marchiano, evidente?
Al di là delle pecche di regia, il difetto maggiore di «Forte forte forte» sta proprio nel manico: la presenza di talenti senza (troppo) talento sbattuti su un palco come in una serata parrocchiale, da premio sfigato di provincia. Certo, in un meraviglioso studio, nello splendore di Raiuno, con il packaging di uno dei tanti, troppi talent-show in voga. Ma quella che Raffa considerava la forza del programma (cioè la ricerca di un grande artista completo, di un Fiorello 2.0, che sapesse cantare, ballare e intrattenere) si è rivelata la sua drammatica debolezza. Perché se un talent di canzoni acchiappa l'audience, se non per i concorrenti almeno per i pezzi proposti, la performance senza né carne né pesce di un perfetto sconosciuto fa mettere mano al telecomando con la stessa velocità con cui Terminator estrae la pistola.
Come è possibile che nessuno si sia accorto di tutto questo?
Per non parlare della scombiccherata giuria, debole soprattutto sul fronte maschile: da un imbolsito Joaquin Cortes (puntualmente contraddetto da Raffa, con effetti comici) all'inutile, fastidiosa presenza di tale Philipp Plein, designer e stilista tedesco i cui contributi tecnici di valutazione non vanno oltre il: «Prosìma folta ti fòlio fedére con altro outfit: questo brutto è. Capisce?». Roba che al confronto Asia Argento (l'unica che si comporta bene) è Simon Cowell in persona.
E poi l'aspetto autocelebrativo: Raffa che presenta la concorrente che la imita, Raffa che tiene sempre banco e di fatto conduce (altroché il povero Ivan Olita), Raffa unica ad avere l'opzione «Fortissimo», che le consente di far vincere chi vuole. Perché sì, sennò vi buco pallone.
Sino all'incredibile pastrocchio finale di ieri sera: per arrivare a individuare i 14 talenti pronti a sfidarsi nelle successive fasi della gara, Raffa li ha schierati tutti e girava tra loro come la Nera Signora, sfiorandoli con il tocco della morte. Chi veniva toccato era segato per sempre e usciva dallo studio fra tremende afflizioni. Gli altri potevano restare. Il tutto mentre in sottofondo andava una plumbea nenia simil-clericale intitolata «Ce la farò». La veglia funebre. Un'immagine tremenda e negativa per la stessa Carrà, donatrice di vita e morte: chi gliel'ha consigliata (spero non sia un'idea sua) sarebbe da deportare a Guantanamo.
Perché Raffaella ha lasciato «The Voice of Italy» scegliendo questo talent per distruggere (o quantomeno appannare) il suo mito?
Intanto l'esclusa, Lorella Cuccarini, anche ieri sera, dopo il trenino di «Disco samba», ballava «La notte vola» sul tavolo della sua Scavolini. Mentre fuori esplodeva una salva di fuochi artificiali.

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