mercoledì 3 febbraio 2016

GIANNINI SI RIBELLA E LA BOSCHI CHE COMANDA DAVVERO NEL PD

Il collega Massimo ‪Giannini‬ (uno sempre piuttosto allineato, o comunque non ostile a chi comanda) che in diretta a ‪‎Ballarò‬ si ribella ai violenti attacchi del ‪Pd‬ per aver parlato di «legami incestuosi» fra politica e affaristica sul caso delle banche, è uno spettacolo da antologia. Una sua semplice espressione d'uso comune viene letta con malizia sopraffina in riferimento a Maria Elena ‪Boschi‬, e utilizzata per tentare di fare le scarpe a un giornalista neanche scomodo. Appena appena scomodino, se mi si passa il termine.

Ne emergono due considerazioni: nel Pd c'è la stessa libertà d'espressione che c'era in Italia ai tempi del Fascio, o giù di lì. Sono passati dalle 128 correnti al pensiero unico. E poi viene fuori chiaramente chi comanda lì dentro (qualora non si fosse già capito da un po'). Anche senza andare a‪ Firenze‬ a Pitti Bimbo, si capisce che in casa i pantaloni non li porta il signor ‪Renzi‬, ma la signorina Boschi. La versione gusto cacciucco white sensations dell'Olivia Pope di ‪«Scandal‬», per chi bazzica le serie tv. Perché paragonare la nostra misera politica alle trame sopraffine di‪ «The House of Cards‬», scusate, ma proprio non mi viene.


A questo punto, visto che la maschera è caduta, si dia al Generale Boschi direttamente la Presidenza del consiglio. Così il Paese sarà nella stessa situazione, ma avremo almeno qualcosa di bello da vedere. Perché Matteo, in tutta onestà, l'è scarsino. Ovvìa.

domenica 17 gennaio 2016

BARCELLONA * 10 BUONI MOTIVI PER AMARLA

10) Barcellona (forse la Spagna in generale, isole comprese) non è una città per vecchi. Te ne accorgi subito dalla velocità del giallo lampeggiante ai semafori pedonali. Dura talmente poco, che se non hai lo scatto di Tyson Gay, ti arrotano seduta stante e il giorno dopo addio pensione. Alcuni impianti hanno messo a dura prova anche il mio noto fisichetto da centometrista. 
L'architetto Antoni Gaudì, il barcellonese più apprezzato, morì sotto il tram cittadino numero 1. Se guardiamo le cose in prospettiva, aveva capito tutto anche lì.

9) La Sagrada Familia. Che è un po' il Ponte sullo Stretto di Messina per noi italiani, con la differenza che questa esiste davvero. Iniziata nel 1882, la finiranno nel 2026, è perennemente circondata da gru, operai e lavori in corso (se c'è vento non ti fanno manco salire tra le guglie), ma ti sorprende fuori con la sua bizzarra imponenza, e dentro per via di quelle immense vetrate multicolori che sono un marchio a fuoco. È un «tempio espiatorio». Nel senso che si espia durante le code all'ingresso.

8) Le Tapas. Scritto rigorosamente con la maiuscola, per il sacro rispetto che si deve loro. Occhio alle fregature, però. Ti troverai senz'altro bene in posti come il «Ciudad Condal», per esempio. Centralissimo, piazzato sulla Gran Via poco distante da Plaza de Catalunya, è sempre troppo pieno, ma merita attenzione. E le preparano al massimo due ore prima. Non al mattino o il giorno precedente. Anche il rosso d'ordinanza che servono al bancone non è un vinello da catering.
Le trovi più innovative e un po' meno digeribili, invece, al «Solid». In un ristorante che si chiama «Gaudim» ho mangiato un solomillo (filetto, in pratica) in crosta di noci su letto di purea di porcini con contorno di asparagi e patate che avrebbe resuscitato persino Osvaldo Bevilacqua. La paella (meglio se con mariscos e bogavante) invece va mangiata al «7 portes» oppure al «Botafumeiro». Quest'ultimo decisamente caro, ma con tutti i soldi che già butti in scemate...

7) Il Parc Güell. Park per gli stranieri. Una tra le creazioni di Gaudì. Maestoso, incastonato in una collina, ti affascina soprattutto quando arrivi al piazzale del mirador, dove le sedute ondulate realizzate con nobili frammenti di ceramiche e materiali di recupero, secondo lo stile dell'architetto catalano genio del modernismo, prendono vita con i raggi del sole. E si aprono al panorama della città. Ah, uscendo devi farti la foto sulla scala, con la strana scultura a forma di salamandra, altrimenti non sei nessuno. Per farlo però devi avere la meglio sui giapponesi. Coraggio.

6) I servizi. Riusciamo a prendere schiaffi anche qui. Persino in bassa stagione, quando alcune cose sono chiuse, come la mitica funicolare per Montjuïc, che in gennaio va in manutenzione. Una volta su, resta però in funzione la teleferica. 
Barcellona ha una rete metropolitana così efficiente e capillare (se penso a quella di Roma, mi viene da piangere) che levati, e l'aeroporto è collegato in un quarto d'ora al centro grazie ai treni e soprattutto agli Aerobus che a 5,90 euro a tratta fanno continuamente la spola.

5) La Casa Battlò (si pronuncia Bagliò, ma Claudio e Napoli non c'entrano). Esempio più fulgido, assieme a La Pedrera (Casa Milà) della grandezza di Gaudì, porta il blu del mare, le onde, la natura, gli oblò del Nautilus, le lische di pesce, in una dimensione domestica. Dal soggiorno guardi in strada attraverso vetri ondulati, e chi passa ammira te. È qualcosa di unico, da visitare e contemplare. Una dimora museo a più piani che convive con abitazioni e uffici. Visto l'afflusso turistico, non vorrei essere nei panni di chi lì ci lavora tutto l'anno.

4) La Rambla, che conduce sino al Porto e alla spiaggia della Barcelloneta. 
A mio avviso sopravvalutata, ammazzata da inutili bancarellari e ristoranti per gonzi (di notte diventa anche poco sicura, con truffatori che si prodigano per farti fesso sapendo che spesso ti sei già portato avanti di tuo), dà comunque il meglio quando si apre alle stradine e ai localini del Barrio gotico, al tipico mercato de La Boqueria, oppure alla Plaza Reial. Se finisci davanti al MACBA, il Museo di Arte Moderna di Barcellona, dà retta a un pirla: risparmiati il biglietto d'ingresso. La cosa più sorprendente da vedere sono le centinaia di ragazzini che vanno sugli skateboard nella piazza di fronte. Fatti piuttosto due squisite tapas al jamon nel vicino, semplice e caratteristico bar «Casa Almirall».

3) Il garbo antico col quale la lingua catalana definisce alcune cose. Per esempio, una tra le vie principali del centro di Barcellona si chiama Passeig de Gracia. Ovvero «Passaggio di grazia». Avete mai sentito un modo più elegante per dire che c'è gnocca in giro? Io, in vita mia, mai. Solo in Spagna potevano inventare il flamenco.

2) Il Palau de la musica. Un altro capolavoro, da vedere possibilmente sia di giorno (ci sono visite guidate, meglio prenotare) che di sera, per via del diverso utilizzo delle luci all'interno, fra palco e platea. Un trionfo del modernismo, ma anche della classe, dell'opulenza costruttiva. 

1) La gente. Città cosmopolita, ricca, con una buona presenza di italiani, Barcellona a volte riesce a stupirti per l'approccio che ti riservano gli indigeni, in genere piuttosto cortesi. L'altro giorno un mendicante mi ha chiesto qualche moneta chiamandomi «Ehi, Papi». Non so se per via dell'età, o della somiglianza con Silvio o Enrico. In ogni caso, ho passato un brutto quarto d'ora.

venerdì 8 gennaio 2016

NON FARE L'AMANTE SE NON HAI IL FISICO


Due parole su quelle che inondano le loro bacheche Facebook di post lamentosi dichiarandosi fidanzate trascurate, ferite, snobbate, o che lasciano intendere di essere amanti deluse, messe da parte, ecc. ecc.
Se siete fidanzate trascurate, è semplice: mollate il tipo, che non vi ha sicuramente prescritto il medico di assumere a ore pasti, e comunque verificate prima di non essere trascurate a ragion veduta. Leggendo alcune vostre opere glitterate il sospetto mi viene.

Se siete amanti, beh, vi siete scelte il ruolo più difficile in commedia (o in tragedia): l'amante sta in panchina per definizione. L'amante deve vivere nell'ombra, con l'assoluta certezza di prendersi il meglio degli avanzi. Fare l'amante è la cosa più difficile al mondo. Ci vuole la testa, l'equilibrio, la pazienza. Entra in campo ogni tanto e fa una bella partita, ma in genere - pur stando benissimo - non può giocare. Una su cento (per essere generosi) diventerà un giorno titolare. Pensi di essere proprio tu? Allora più che amante, sei un po' pirla. Senza offesa, chiaro. 
Insomma, bisogna essere portati al sacrificio. Se non avete il fisico, non fate le amanti. E soprattutto non scrivete post su Facebook. Fate marmellate ai frutti di bosco. E lasciatemele in portineria.

mercoledì 6 gennaio 2016

SIMONA VENTURA A «L'ISOLA DEI FAMOSI»? IL PEGGIOR NAUFRAGIO DELLA TV

Definisce l'offerta «accattivante», Simona Ventura. L'offerta, per chi non lo sapesse, è partecipare come concorrente alla prossima edizione de «L'isola dei famosi».
Che la conduttrice fosse da bosco e da riviera (Maya), lo si sapeva, quindi non si farebbe problemi nel passare da conduttrice del programma (la migliore che io ricordi), al tempo che fu, al ruolo molto più umile di comprimaria spiaggiata tra i morti di fama. C'è anche la prospettiva concreta di dimagrire, quindi...
Certo per una donna come lei, che ha vissuto i fasti televisivi con una certa tronfia sicumera, e che sognava di diventare direttore di rete, non dev'essere un boccone facile da mandare giù. Riso amaro, sempre per stare in tema di cibo razionato ai concorrenti fra i cocchi in Honduras.
Del resto negli ultimi tempi SuperSimo (!?) ha bussato anche alla porta di Agon Channel e ha fatto un reality scarsamente pervenuto con aitanti contadini incaricati di attizzare ragazze e milf, quindi il trash dell'isola ci starebbe anche. Un naufragio (televisivo) da fare invidia a Schettino, ma se accadesse la vedrò volenteri mentre si strappa le extensions con qualche Flavia Vento della situazione.

domenica 3 gennaio 2016

«QUO VADO?» * IL SOLITO CHECCO ZALONE (MA PROVATE A NON RIDERE)

Sballottato tra la Norvegia e l'Africa, nella strenua difesa di quel posto fisso che sognava sin da bambino e che una crudele funzionaria statale gli vuole strappare, Checco Zalone da Capurso fa ancora centro con il suo «Quo vado?». E trova, ovviamente, l'amore.
Il copione, intendiamoci, è quello di sempre: si ride del solito, sterminato repertorio di italici luoghi comuni. Col pugliese sfaticato tutto mamma e raccomandazioni, quaglie a pranzo e casse di ciliegie che comprano il timbro sulla concessione; selfie col leone e nostalgia dell'emigrante. Con il solito mix di leggerezza e realtà ironica aumentata creato con il lavoro dietro le quinte di Gennaro Nunziante.

Zalone acchiappa tutta l'Italia, per giunta trasversalmente tra fasce sociali, perché deride il meridionale tipo (almeno l'immagine stereotipata che da sempre ci arriva dai media) senza giudicarlo. Anzi, conquista la parte meno avvertita della platea perché esalta la compiaciuta furbizia strapaesana, e diverte quella «alta» e scolarizzata perché la fa sentire più intelligente dell'altra metà giocando su una satira che in ultima analisi risulta spietata.
Analisi strutturali a parte (che il nostro sicuramente liquiderebbe con una battuta feroce) 14 milioni di euro di incasso in soli due giorni non sono uno scherzo.
Viva Checco, che almeno una volta all'anno porta al cinema chi non ci va mai. 

sabato 2 gennaio 2016

CAPODANNO DI RAIUNO * VA IN ONDA LA BESTEMMIA MA TOLGONO IL «VAFFANCULO»

Tutta Italia sta parlando del countdown sbagliato e del bestemmione finito erroneamente tra gli sms scorrevoli dei festanti spettatori del capodanno di Raiuno, «L'anno che verrà», con Amadeus e Rocco Papaleo. Il responsabile del mancato filtraggio è stato sospeso, la gente scatenata nei commenti su Twitter e sui social network, ecc. ecc.

Pochi hanno notato invece un'altra chicca. Dopo mezzanotte, tra gli ospiti sul palco di Matera, c'era anche Marco Masini, che ha cantato la sua leggendaria «Vaffanculo». Più che una canzone, un urlo liberatorio. Invece di «Disco samba», la prima rete ha scelto una formula singolare per augurare un buon 2016 agli italiani, avrà pensato qualcuno. Del resto oggi un vaffa non si nega a nessuno, è comunque una forma d'arte (in questo caso), e va bene così. Io non mi scandalizzo certamente. Meglio degli Inti Illimani o della seimilionesima riproposizione di «Sei diventata nera».

Il fatto è che durante tutta la serata, ogni canzone è stata valorizzata con il relativo testo fra i sottotitoli modello karaoke, per far cantare il pubblico in piazza e a casa. Tutte, compreso il pezzo di Masini. Tutto il testo, tranne la parola del titolo. Non si capisce per quale forma di pruderie post-democristiana, dal momento che si era deciso di mandare in onda quella canzone. 
Quindi, perché cancellarne il titolo durante il coro, che già perforava l'aere?


Benedetti ragazzi, dopo aver lanciato un vaffa masiniano nascondete la mano per fare moralismo, e poi vi scappa in sottopancia la bestemmia di uno di Taranto? Non si fa così, dai...
In tutto questo comunque il San Silvestro di Raiuno ha fatto quasi il doppio dell'ascolto di quello di Gigi D'Alessio da Bari su Canale 5. Dove c'era un Gianluca Grignani «alticcio» tutto da gustare. Anzi, da sorseggiare. Non c'è più religione.

mercoledì 30 dicembre 2015

«QUO VADO?» DI CHECCO ZALONE E LA METAMORFOSI DEI FILM DI NATALE

La metamorfosi dei film di Natale si sta compiendo. Checco Zalone sforna a Capodanno «Quo vado?», elogio del posto fisso, puntando la fionda della sua satira, monicellianamente, contro i (tanti) vizi e le (poche) virtù degli italiani. Gli stessi che il terrunciello 2.0 Luca Medici incarna al meglio senza che molti degli stessi italiani che vanno a vederlo se ne accorgano. Anzi, riuscendo a galvanizzarli con la sua magistrale cialtroneria. Altri, invece, tentano di risollevarsi.

Per esempio Christan De Sica e Neri Parenti, che riaffermano la trita logica del cinepanettone (più per dimostrare ad Aurelio De Laurentiis che possono farcela ancora, credo) piazzando nelle sale «Vacanze ai Caraibi», dove il posto di Massimo Boldi accanto al figlio di Vittorio sembra essere stato preso definitivamente da Massimo Ghini. Il film, come sempre, è imbarazzante, ma almeno hanno avuto il coraggio (che è mancato a Zalone, in cartellone dal 1 gennaio) di farlo uscire in contrapposizione netta con l’ingombrante «Star Wars – Il risveglio della forza». 

E mentre Leonardo Pieraccioni con «Il professor Cenerentolo» non esce, come ogni anno, dal cliché che l’ha reso celebre (la storia d’amore brillante per coppie, dove è lei che trascina un lui perplesso al cinema), si fanno strada i cinepanettonari del nuovo millennio. Ossia Lillo e Greg, col loro «Natale col boss». Dove il mafioso vanesio che vuole cambiare i connotati trasformandosi in Leonardo Di Caprio, diventa (suo malgrado) Peppino Di Capri. Champagne.

Qualcosa sta cambiando, anche se poco, sotto il sole delle pellicole delle feste. In ogni caso, una dritta: se volete fare anche voi un film, assicuratevi di mettere almeno Natale nel titolo.

sabato 28 novembre 2015

«PERCORSI DI VOLO» IN VERSI PER DIRE NO AGLI ABUSI


Ci sarà anche l'amico Davide Giacon, cantante, doppiatore, funambolo del cuore (e della grafica a cavicchio), nonché prepensionato illustre, domani pomeriggio, domenica 29 novembre, alle 17, al ristorante El Galet in via Corelli, a Milano, per presentare il cd di poesie «Percorsi di volo», di Laura Monticelli Conetta.

Un audiolibro nel quale l'autrice «descrive gli stati d'animo legati alla violenza e all'abuso che per anni hanno condizionato e ancora condizionano la sua vita di donna adulta, utilizzando immagini e suoni per portare l'ascoltatore a immedesimarsi e comprendere le situazioni che contornano un abuso in età infantile».


Oltre a Giacon, hanno prestato la loro voce ai lavori della scrittrice anche Fabio Concato, Cosimo Battista, Marta Comerio, Wilma De Angelis, Simone De Rose, Walter Di Gemma, Rita Guidotti e Daniela Ferrari Boschi

Le musiche di sottofondo sono di Agostino e Nunzio Dell'Orco, Giuseppe Distaso e Carlo Zerri, membro della Rosalina Blu's Band e fattosi notare anche come turnista d'eccezione nell'album dei Beagles «Sèngur».

Tutto il ricavato del cd presentato domani alle 17 a Milano (è prevista anche musica dal vivo con i Camera d'ascolto, e a seguire buffet) sarà devoluto all'Associazione Meti, che si occupa della tutela degli abusati.

«X-FACTOR» * SKIN ORDINA IN TRATTORIA

Secondo capitolo delle avventure di Skin, che lascia per un attimo il banco dei giurati di «X-Factor» e si impegna stavolta a ordinare in trattoria. Il menu della voce degli Skunk Anansie non è tra i più leggeri, ma lei lo affronta da par suo.


martedì 17 novembre 2015

I COMMENTI DOPO LA STRAGE A PARIGI * COME FAI, SBAGLI

Dunque, ricapitoliamo:

- Non hai scritto niente, divagando, anche per sdrammatizzare. Hai sbagliato, sei un insensibile.

- Hai scritto qualcosa, hai sbagliato, ti sei infilato nel coro qualunquista e in fondo non sai niente di questioni mediorientali. Quindi taci, ignorante.

- Hai detto che bisogna andare là e asfaltarli, hai sbagliato, sei uno sporco fascista. O, peggio, Gasparri.

- Hai fatto dei distinguo dicendo che anche americani e inglesi hanno le loro responsabilità. Hai sbagliato, sei uno sporco comunista, perché di fronte a una strage non si fanno distinguo.

- Hai cambiato l'immagine del profilo mettendo la bandiera, e hai sbagliato, perché hai scelto la foto con la Tour Eiffel sullo sfondo e in mano avevi il mojito e vuoi fare la trendy fighetta sulle spalle dei morti. E poi che cosa può cambiare la tua stupida foto profilo?

- Non hai cambiato l'immagine del profilo. Hai sbagliato, perché in questi momenti bisogna stringersi tutti e dimostrare solidarietà. Basta anche un piccolo segno.

- Sei Libero e hai sbagliato il titolo, l'Ordine dei Giornalisti dovrebbe farti chiudere.

- Sei Moira Orfei e hai sbagliato il giorno per morire perché con tutto il casino che è successo non ti si filerà nessuno.

Oh, ci fosse un cristiano che ne ha combinata una giusta...
E in tutto questo vi ricordo che sino a ieri i francesi vi stavano sul culo.

lunedì 16 novembre 2015

«X-FACTOR» * SKIN LEGGE LE PREVISIONI DEL TEMPO

A «X-Factor» quest'anno ha preso il posto di Victoria Cabello. 
Skin (leader degli Skunk Anansie) si sta facendo notare soprattutto per la sua pronuncia italiana, che spiazza il pubblico ma anche gli altri giurati: Elio, Mika e Fedez. La parlata di Skin è qualcosa di mai riscontrato in natura. 
L'ho messa alla prova con il meteo sulla Penisola, le Previsioni del tempo.


domenica 15 novembre 2015

IL TERRORISTA CHE SI FA SALTARE IN ARIA DA SOLO: È LA JIHAD PIU' TRENDY

Parigi. Uno degli 8 terroristi islamici, non si sa se per errore o volutamente, si è fatto saltare in aria da solo, senza causare altre vittime, in Boulevard Voltaire.
Ecco il più pirla della compagnia, dirà qualcuno banalizzando. 
Invece no. Sono proprio questi i kamikaze che ci piacciono. Quelli che si fanno saltare in aria da soli. Con quell'attitudine alla self-made explosion da cintura imbottita di plastico che fa tanto tendenza autunno-inverno. Uno così, una volta in paradiso, merita di trovare le vergini migliori. Facciamo girare la voce: lassù gnocche da paura se ti fai saltare in aria da solo, magari in un prato. Un kamikaze così, io lo idealizzo, come Ennio Doris di Banca Mediolanum. Pensaci.
È la Jihad costruita attorno a te.

domenica 8 novembre 2015

TEATRO CUCINA * UN MANGIA, PREGA E AMA A PORTATA DI MANO

Se vai a una cena, pardon, una serata di Teatro cucina, com'è capitato a me, non sai mai se guardare nel piatto, oppure sul palcoscenico che ti sta davanti (anzi, che ti avvolge, visto che ci si siede a semicerchio), e dove succede una grande baraonda. Un virtuoso moto perpetuo in bilico fra arte e sapori. Tra palato e messinscena. Con gli attori che si prodigano per affabulare, divertire e al contempo servire a tavola.
33 commensali, nello spazio Atelier di Teatro in polvere, a Milano, vengono coccolati in quello che è stato battezzato «Intrattenimento conviviale in cinque portate e due atti». Una cosa che, zitta zittta, va avanti da 15 anni, per la regia di Elisabetta Faleni.

A tenere le fila del racconto è Valentino Infuso, laureato in Economia in Bocconi ma con vocazioni attoriali. Inizia maltrattando seriosamente, muscolarmente, eroticamente un impasto fatto a mano, forse quello di una capricciosa gigante (e lì ti preoccupi fino a pensare: mioddìo, dove sono capitato?), ma poi lo spettacolo prende corpo e accentua, meglio rivela, la propria vocazione ironico-giocosa. Passano con gli affettati e il primo vinello, poi (mentre la bella Paola Crisostomo si lascia andare a una danza sensuale sul pavimento imbrattato di farina), arrivano amorevolmente la terrina di pasta e fagioli, una polpetta avvolta nel radicchio, una fetta di pecorino consegnata dalle premurose mani di una vecchina in carrozzella (Corinna Agustoni, che nella realtà cammina), un buon Cannonau. E per finire la fetta di torta cioccolato e mandorle, panacea che serve a guarire tutti i mali. Tutto buono, in modica quantità, tranne il discutibile liquore a chiudere.

E mentre un uovo "telecomandato" rotola sul pavimento e i nostri mettono in scena le nozze neoromantiche (con tanto di canzoncina di Nino d'Angelo a suggellare il trash di rito) di un truzzo ladro di orologi un po' albanese un po' partenopeo, due ore e rotte scivolano via. In penombra.
Infuso e soci sono in gamba. E la Crisostomo ha la grande abilità (tutta recitativa, non solo costumistica) di passare in un baleno da icona sexy a cesso siderale. Quindi tanto di cappello. 

Il biglietto intero costa 64 euro, più sei di quota associativa al circolo. A occhio e croce, un po' troppo, anche se la messinscena richiede il lavoro di molti. Ma esiste anche un ridotto a 49 euro (per under 23 e over 70 anni). Tutto sommato ve lo consiglio: si passa una bella serata un po' diversa dal solito.

sabato 7 novembre 2015

MUCCINO VS PASOLINI * CHE COSA NON SI FA PER DUE TITOLI DI GIORNALE

A questo mondo bisogna sentirle tutte. Persino Gabriele Muccino, che per portare a casa qualche titolo di giornale critica Pier Paolo Pasolini («Un regista senza stile: ha impoverito il cinema della sua epoca») dall'alto del suo «L'ultimo bacio» (massima opera del nostro), un mega spot romantico girato bene, come quelli della Barilla, con le galline ma senza Banderas. Se Pasolini ha impoverito il cinema della sua epoca, Muccino ha sfruttato la grande povertà della nostra per fare un lavoro di cassetta. Uno. Perché gli altri non sono andati manco così bene. 
E te lo dice uno che a vedere la maggior parte dei film di Pasolini si fa due palpebre così.

mercoledì 28 ottobre 2015

LO SFIZIO DI FAZIO: UN VAROUFAKIS RARO PAGATO A PESO D'ORO

Che gli ospiti andassero di corsa, saltellando (e in processione) a farsi intervistare da Fabio Fazio è una cosa alla quale eravamo abituati. Un po' perché «Che tempo che fa», in virtù soprattutto delle lepidezze postribolari (per citare Daniele Luttazzi) della Littizzetto, ha il suo zoccolo duro di pubblico. Un po' perché Fabietto è il re della domanda che non disturba. A volte che non c'è. Canta la sua messa, in gloria all'invitato, e tutti vanno volentieri a farsi celebrare. È comprensibile.

Pensavo fosse soprattutto un moto spontaneo, soprattutto per chi ha film, dischi o libri in promozione. Già, ma quelli in fondo vanno ovunque, e a lui non basta. Vuole il nome di grido, quello che (in teoria) fa parlare. L'ospitone che non va dalla D'Urso perché è cheap, ma che è bello potersi permettere in una cornice di catodica rispettabilità.
Al greco Yanis Varoufakis (ex Ministro delle Finanze del Governo Tsipras), si scopre ora per ammissione dello stesso, ha fatto consegnare dalla produzione del programma di Raitre 24.000 euro netti (più un volo andata e ritorno in business class, fa notare puntiglioso Enrico Mentana, mentre le polemiche infuriano) per un intervento dai contenuti non certo determinanti. E dai normali riscontri come audience. 

All'album di figurine di Fabio si è aggiunto un pezzo di pregio. Al contribuente, che presto pagherà il canone in bolletta, lo sfizio del collezionista è costato un bel po'. Oggi come oggi ci costava meno rilevare il Partenone e piazzarlo nell'area Expo, tra poco libera.
Pazienza, vorrà dire che nel 2016 la sera, per risparmiare, si spegnerà la luce un po' prima.

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