mercoledì 18 ottobre 2017

19 DICEMBRE: LO SHOW D'ADDIO DI ELIO E LE STORIE TESE? LO VOGLIO COME IL FUNERALE DEL PEROZZI

Elio e le Sorie tese pronti per l'addio.
Il 19 dicembre sarà un giorno mesto per tutti noi. Elio e le Storie Tese, i leggendari Elii, ci lasciano per sempre, con un concerto d'addio al Forum di Assago. E dovremo per forza trasformare questa jattura nella più grande festa mai raccontata. Dovremo esorcizzare il lutto con qualche scherzo come nel funerale del Perozzi in «Amici miei». Sennò non ne usciamo.

La locandina del concerto d'addio di Elio
Da anni si parlava (con frequenti smentite) della volontà dei nostri di chiudere bottega, e dopo l'abbandono del palco da parte di Sergio Conforti (Rocco Tanica), la vera anima musicale della band milanese, sarebbe stato difficile continuare a tenere insieme una compagine troppo scollata. A cominciare dallo stesso Stefano Belisari, l'ineffabile Elio, che ormai si dedica a tutto («X-Factor», «Xtra-Factor», saggi minimali, musical) da solo fuorché con gli storici compagni d'avventura.

La cover di «Licantropo vegano»
Ecco arrivato allora, dopo ben 37 anni magici, con coerenza, il momento dell'addio, preparato in sordina, senza quell'annetto per scaldare la promozione (e un altro di concerti) che ha caratterizzato l'uscita di scena dei Pooh. «Ci teniamo a salutare il nostro pubblico con una cerimonia di un certo livello. Inoltre vogliamo lasciare un bel ricordo, di persone ancora giovani e scattanti», dicono i nostri, che venerdì 20 ottobre escono con il loro ultimo singolo, «Licantropo vegano». E non si può dargli torto.

Elii, grazie di cuore. Vi dobbiamo molto, anzi moltissimo. Siete stati l'ironia in confezione deluxe della musica italiana, la brillantezza fatta testo e spartito. Raramente avete sbagliato un pezzo importante, e in mezzo a poca fuffa avete piazzato alcuni capolavori assoluti. Un po' come gli «Squallor», ma con un diverso stile e con un rigore compositivo-esecutivo che non ha eguali. Vi abbiamo voluto un bene dell'anima, e sempre ve ne vorremo. Adesso basta, sennò mi commuovo sul serio.

lunedì 16 ottobre 2017

«CELEBRATION»: LA DIFFICILE ARTE DI RIABITUARE IL PUBBLICO ALLA TV DI QUALITA'

«La Tv abbassa» - Serena Rossi e Neri Marcorè in «Celebration»
Per parlare di «Celebration», il nuovo sabato sera di Raiuno con Serena Rossi e Neri Marcorè, bisogna per forza aprire un discorso più ampio sulla tv di oggi.
Che cos'è, in sintesi, «Celebration»? È un programma di cover in confezione patinata. Un varietà classico (e di classe) quasi totalmente imperniato sulla musica e qualche chiacchiera (forse qualcuna di troppo) a fare da contorno. La musica in video, Sanremo e grandi eventi a parte, non ha mai fatto sfracelli sul piano dell'audience. Funziona molto meglio, invece, quando la rendi guitta, la trasformi in performance en travesti, come nelle imitazioni (sempre cover sono) di Carlo Conti nella gara di «Tale e quale show». Oppure la fai diventare strutturato perno condiviso della memoria collettiva («I migliori anni», ancora Conti). Il resto, fa sempre più fatica a emergere.

«Celebration» è un buon programma, poco strutturato ma da vero servizio pubblico, perché recupera la qualità. Merce rara e nobile. A partire dal talento commovente e indiscutibile di Serena Rossi e di molti ospiti. Sulla presenza di Ernesto Assante e sul pur simpatichino e brillantino Marcorè, avrei più da dire. Soprattutto, non fatelo cantare, perché non è il suo mestiere. 
La qualità nel varietà, con gli standard al ribasso lungamente imposti dalla tv di oggi, necessità di più tempo per tornare a decollare. E il gusto non s'è mai formato in un giorno.
E poi, se «Celebration» ha racimolato solo l'11% e rotti al debutto è soprattutto perché andava a scontrarsi con la post corrida di «Tù sì que vales» di Canale 5 (guarda caso anche qui c'è beffarda guitteria, anche qui trovi il bel pezzo commovente e il caso umano che strappa la risata), che è la quintessenza del pop fatto televisione.
Da Rossi e Marcorè i cantanti (gente con la quale spesso non è semplice trattare) non vanno a travestirsi, ma a proporre cover di pregio. A fare performance di spessore. Non a caso ci trovi anche nomi maiuscoli, da classifica, non vecchie guardie in cerca di qualche euro e di un ritorno in auge.

mercoledì 11 ottobre 2017

LUCIO BATTISTI * NUOVA PUNTATA NELLA GUERRA INFINITA SUL SUO REPERTORIO

Lucio Battisti
Luca Battisti, figlio di Lucio Battisti, è determinato a difendere con le unghie e con i denti le opere musicali di suo padre. Dopo la sentenza del Tribunale di Milano del luglio 2016 che ha condannato la Edizioni Musicali Acqua Azzurra S.r.l. a pagare a Mogol la somma di 2,8 milioni di euro a titolo di risarcimento del danno, per essersi resa inadempiente ai contratti di edizione musicale sottoscritti dal noto paroliere insieme a Lucio Battisti, la società è stata messa in liquidazione e adesso le opere musicali di Lucio Battisti – da “Emozioni” a “Mi ritorni in mente”; da “Acqua azzurra, acqua chiara” a “I giardini di marzo”; da “Dieci ragazze” a “Il mio canto libero” - sono state messe all’asta dai liquidatori. Il catalogo editoriale della Edizioni Musicali Acqua Azzurra S.r.l. fa gola a molti. In questi mesi, le principali publishing operanti sul mercato italiano – a partire dalla Sugarmusic S.r.l. di Caterina Caselli, passando per la Universal Music Publishing Ricordi S.r.l., la Emi Music Publishing Italia S.r.l., la Sony Publishing Italy S.r.l. e la Edizioni Curci S.r.l. - si sono già fatte avanti nel tentativo di accaparrarsi uno dei cataloghi editoriali più preziosi in circolazione, facendo pervenire ai liquidatori delle manifestazioni di interesse all’acquisto delle opere musicali di Lucio Battisti. 

«La legge sul diritto d’autore - spiega l’avvocato Simone Veneziano, legale di Luca Battisti - prevede che nelle composizioni musicali con parole l’esercizio dei diritti di utilizzazione economica spetta all’autore della parte musicale. Nelle opere musicali frutto del sodalizio artistico tra Mogol e Lucio Battisti l’esercizio dei diritti di utilizzazione economica spetta dunque a Lucio Battisti e, dopo la sua morte, ai suoi eredi. Ne discende che, in caso di accoglimento della domanda giudiziale di Luca Battisti di risoluzione dei contratti di edizione musicale sottoscritti da Mogol e Lucio Battisti perinadempimento della Edizioni Musicali Acqua Azzurra S.r.l. - accoglimento da ritenersi altamente probabile, essendo l’inadempimento di quei contratti già stato accertato dal Tribunale di Milano - la gestione delle opere musicali di Lucio Battisti tornerebbe saldamente nelle mani dei suoi eredi». Intanto, in attesa che il giudice si pronunci, Luca Battisti ha diffidato i liquidatori ad astenersi dal disporre in favore di chiunque del catalogo editoriale della Edizioni Musicali Acqua Azzurra S.r.l. Il sipario sulle opere musicali di Lucio Battisti non è ancora calato.

martedì 10 ottobre 2017

I POOH ORA RICICCIANO DA SOLI: PRONTI AL VIA DODI BATTAGLIA E IL DUO FACCHINETTI-FOGLI

«Insieme» la cover dell'album di Robi Facchinetti e Riccardo Fogli.
Adoro i Pooh, perché sono deliziosamente, commercialmente, sfacciatamente senza freni. Dopo aver spremuto come un limone di Sorrento per più di un anno il tour «L'ultima notte insieme», che avrebbe dovuto segnare il ritiro definitivo della band dalle scene, eccoli che ora puntualmente ricicciano da soli. Manco a dirlo.


La copertina del cd di Dodi Battaglia
Il primo sarà Dodi Battaglia, che dopo un'estate di concerti il 20 ottobre pubblica un doppio album intitolato «...E la storia continua», giusto per far capire chiaramente che non sarà facile liberarsi di lui. Tra l'altro è un chitarrista dal talento davvero maiuscolo e riconosciuto a livello internazionale e da parecchio tempo coltiva la voglia di muoversi da solo. Il disco contiene 26 successi degli orsacchiotti bolognesi cantati da lui, e quattro pezzi che ha inciso come solista.


Dodi Battaglia
Più furbetto il duo composto da Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, quest'ultimo riunitosi ai Pooh per il tour del cinquantennale. Anche loro ricicciano, ma in coppia, e il 3 novembre pubblicano «Insieme». Anche qui la retorica inevitabile è quella del discorso che continua, della storia che non può finire, ecc. 
C'è «Strade», un inedito di Facchinetti composto con lo storico autore Valerio Negrini (in radio dal 13 ottobre) e il programma prevede anche due concertoni nell'aprile 2018 a Milano e Roma.


E se Stefano D'Orazio, che si era già ritirato per poi tornare in pista giusto per i 50 anni e il tour d'addio, probabilmente è destinato a restare più defilato (anche se di recente fa spesso l'ospite in tv), c'è da aspettarsi che presto anche Red Canzian (tradizionalmente l'addetto stampa della band) voglia dire la sua come solista. E chi si sogna di negarglielo? È chiaro che, come nell'ormai famosa barzelletta riciclata anche da Berlusconi, alla fine dovranno abbatterli.

domenica 8 ottobre 2017

«BLADE RUNNER 2049» * C'È TANTA RAFFINATEZZA, PIU' CHE GRANDEZZA

Ryan Gosling e Harrison Ford in «Blade Runner 2049».
Los Angeles, 2049. Il bel replicante Ryan Gosling, per gli amici Blade Runner, porta a spasso la sua monoespressività fra nebbie e panorami lividi a caccia di vecchi modelli di se stesso da terminare, manco fossero esuberi. Sarebbero ancora ottimi, ma la sua azienda vuole disfarsene, probabilmente per prendere collaboratori ricattabili e sottopagati. Del resto, tutto il mondo è paese.
Tra una seratina e l'altra passata con quello sfizioso ologramma della fidanzata nel suo bilocale in centro, Ryan rende conto alla capa, l'algida Robin Wright, che a sua volta risponde alla vice sciroccata del super capo Jared Leto. Lucido come Jeremias Rodriguez dopo qualche settimana di «Grande Fratello Vip».
Ryan, vammi un po' a scovare a tutti i costi quello strano modello di umano misteriosamente nato da automa che gira per la California andando a scombinare tutte le nostre granitiche certezze. Scava che ti scava, vuoi vedere che?

L'ambiziosa operazione di Denis Villeneuve, che confeziona il sequel di uno tra i film più sacri, visionari e tuttora moderni della storia del cinema, riesce a metà. Ci sono eleganza e fascino a profusione (il ragazzo ha una bella mano), ma è meglio evitare il confronto diretto con la Leggenda. Non a caso Ridley Scott l'ha soltanto prodotto, per mettersi al riparo da ogni critica. 
Due ore e 32 sono troppe, persino per un onestissimo film come questo, ma consentono al regista di dipanare la sua poetica matassa. Harrison Ford ha l'età dei datteri, ma naturalmente ancora gliel'ammolla. Se se ne accorge Gianni Morandi, va in errore di sistema. 
Non riesco a dargli più di 7 e 1/2, ma è comunque un buon voto.

È MORTO ALDO BISCARDI, IL BRUNO VESPA DEL CALCIO IN TV

Aldo Biscardi.
Non ho mai visto una partita di calcio in vita mia (eccetto le finali dei Mondiali), ma persino io conoscevo Aldo Biscardi, quello dello «Sgub», mister «Denghiu», il Cardinale della liturgia televisiva pallonara.
Il Bruno Vespa del fuorigioco, del football che si faceva di volta in volta potere, teatrino, sottomissione, arroganza, inquisizione, blandimento, in un mix avvincente, a detta degli assidui frequentatori. E sempre portatore di notizie, particolare non da poco.
Ora che il molisano Aldo Biscardi, detto «Il Biscardone», se n'è andato, a 86 anni, è impossibile non tornare con la memoria alle sacre e variopinte tavolate frontali (oggi tanto care a Fabio Fazio) della sua creatura più nota, «Il processo del lunedì», capace a suo modo di rivoluzionare profondamente il linguaggio del giornalismo sportivo in tv. Spettacolarizzandolo come mai prima. Si battè a lungo per avere la moviola in campo, che proprio quest'anno debutta in Seria A.
Re delle gaffes e del trash, Aldone tesseva la sua tela in diretta, fra colpi di scena, telefonate a sorpresa e badilate di trash. Era forse un uomo di spettacolo prima ancora che un giornalista. Ma la sua autorevolezza non era discutibile. Anche perché nel suo studio in Rai passavano tutti i potenti dell'Italia (non solo) pallonara, come i politici da Vespa. Lo show, il suo show, veniva prima di tutto.

sabato 30 settembre 2017

LA NOTTE IN CUI DOMAI QUELLA LAVATRICE IMPAZZITA

L'altra notte ho spento tutto all'una e qualcosa. Poco prima di andare a dormire, mi sono accorto di avere un robusto tappetone del bagno ancora da pulire, e l'ho schiaffato nel cestello della lavatrice con detersivo e programma lungo. «Massì, lascia che lavori nottetempo», ho pensato. L'avevo già fatto mille volte, del resto, con gli indumenti. Poi, a nanna. «Domani lo recupero».
Poso la testa sul cuscino, sperando di prendere sonno. In questi mesi faccio piuttosto fatica ad addormentarmi, preso dai miei pensieri legali e dalla ricerca di Giustizia e Rispetto. 


Sonno spezzettato, dormiveglia, di nuovo sonno, obblighi prostatici, ancora dormiveglia agitato. Insomma, è spesso complicato gestire la situazione. Passa un po' di tempo (lì per lì non so decifrare quanto), e dal bagno sento arrivare un bombardamento che manco a Dunkirk. Colpi, botte, quei casini che di solito senti al telegiornale nelle manifestazioni degli autonomi. A meno che tu non sia fra gli autonomi.
Mi alzo e, intontito, entro in bagno. La lavatrice ha acquistato vita propria, si muove e vibra come una sciamannata: è scivolata di tre quarti sino a poggiarsi con uno spigolo contro il muro, e si sente il cestello che all'interno, avendo una propria eccentricità, sbatte con forza contro le pareti. Guardo l'ora. Sono le tre e mezza. Il primo pensiero sono i vicini al piano di sotto, che probabilmente non si auguravano una notte in Siria

Le botte sono fortissime. C'è in me sincero imbarazzo. Potrei spegnere la lavatrice, ma il pensiero non mi sfiora neppure: devo avere la meglio su di Lei. La sposto dal muro riportandola in posizione, ma quella bestia assatanata continua a vibrare e sbattere, anche alla base, facendo un casino infernale. Decido di usare le maniere forti per domarla: la abbraccio, mi ci poso sopra di petto con tutto il corpo (ovviamente tutti gli oggetti sopra nel frattempo sono caduti a terra) e cerco di domarla.

L'immagine esatta che dovete avere è quella di me, verso le quattro di notte, che cavalco una Indesit vecchia di 17 anni come se fosse il toro meccanico alle fiere latino-americane. Ho la situazione in pugno, ma fino a un certo punto: il tappetone intriso d'acqua, che si muove da solo nel cestello, è un'arma micidiale che con la forza centrifuga si spara sulle pareti interne sferrando colpi laterali senza precedenti. L'ho abbracciata come la più passionale delle amanti sino alla fine del programma 2, quando si è placata. Restituendo la pace a me, al mio bagno, al mio living, e anche a Carlo Cracco.
Pensiero finale a perdere: non vado mai alle riunioni di condominio, ma alla prossima sicuramente si parlerà di me. Di quel tipo che di notte teneva in bagno il settimo cavalleggeri.

martedì 26 settembre 2017

CARO BAGLIONI, DAMMI RETTA: FA IL «VALLETTO» E IL TUO SANREMO SARA' UN TRIONFO

«La Tv abbassa». Qualche idea per Baglioni a Sanremo.
Caro Claudio Baglioni,

lo so, non è elegante ricordare che l'avevo previsto, ma è così: sapevo che non avresti resistito a fare soltanto il direttore artistico del prossimo Festival di Sanremo. Un po' per via dell'esibizionismo dell'artista (che si può mettere da parte ma fino a un certo punto), un po' perché sarebbe stato miope da parte della Rai non sfruttare meglio una risorsa come la tua. Eccoti quindi anche sul palco come conduttore, anzi «Capitano» di una squadra ancora da definire. E ne sono felice.

Claudio mio, però, prima fatti dare due consigli da uno che (come sai) ti apprezza da sempre. Sei un cantautore straordinario ma non hai proprio la fama né l'appeal dell'allegrone. Non sei portato per fare il conduttore, e quando parli hai la tendenza al pistolotto moralisteggiante. La messa cantata baudiana o contiana non fa per te. Ad «Anima mia» di Fabio Fazio (uno che avrà mille difetti ma lì confezionò un capolavoro) eri la giusta, autoironica spezia in un ricco minestrone. Ti suggerirei di seguire quel virtuoso modello.

Non metterti in cattedra, ma prendila sul ridere. Recluta una conduttrice di talento per ogni serata festivaliera (quattro esempi: Lodovica Comello, Serena Rossi, Virginia Raffaele e Antonella Clerici, che ci sta sempre bene e accontenta anche la massaia sul suo trono over), e mettiti al loro servizio come «valletto», ribaltando le classiche logiche festivaliere. Per il gran finale, sabato, tutte insieme con te sul palco. Ci sarebbe modo di sorridere e molta curiosità per questo turn-over. E tu faresti la spezia, il tuo ruolo perfetto. Per il resto, Sanremo sta in piedi da sé.
Dà retta a uno scemo e cogli questo spunto autorale, Clà. È gratis. Poi il tuo Festival sarà un trionfo. 
Lo so, stai già facendo gli scongiuri.

giovedì 21 settembre 2017

CONSERVATE TUTTO, PER QUANDO ARRIVERA' IL MOMENTO DELLA MENZOGNA

Le bugie hanno le gambe corte.
Quando chi ti vuole male, nella foga di spaventare con quattro scartoffie, segna un autogol epocale. Sono momenti che non hanno prezzo. Ridi, ridi, che mo rido io.
Un consiglio, ragazzi: nella vita siate scrupolosi, dettagliati, circostanziati e conservate sempre tutto: appunti, ricevute, documenti. Perché quando arriverà il momento della menzogna, non sarete impreparati.

POLITICA * CHI RIUSCIRA' A GOVERNARE L'ITALIA DEI MILLE ASPIRANTI PREMIER?

L'italia politica spaccata in vista delle prossime elezioni.
Dunque, se non ho capito male: il testimonial aziendale Beppe Grillo (che da tempo non ne può più), pian piano si sta sfilando dal Movimento 5 Stelle, salvo tornare a fare capolino da Padre Nobile appena le cose traballano. Cioè più o meno una volta al mese. Per volere dell'Amministratore Delegato Casaleggio Jr., Luigi Di Maio deve risultare unico candidato premier dei grillini. No alle pericolose concorrenze interne. Tant'è che per rischiare meno di zero corre contro 7 volti a notorietà condominiale. Intanto, come provocazione pannelliana, si candida il prezzemolino Roberto Saviano. Che ormai se potesse farebbe anche le previsioni del tempo per la Svizzera e le televendite dei coltelli Miracle Blade.

A destra non stanno meglio: sia Matteo Salvini (giovane, baldanzoso e un po' più avvantaggiato nei sondaggi) che Silvio Berlusconi (ringiovanito, baldanzoso e più moderato) vogliono la leadership. Che sotto sotto piace anche a Giorgia Meloni, sveglia, loquace, capace secondo me di una buona visione politica, la quale invoca le primarie. Ma lo scontro per la premiership fra i due titani è senza vincitori (a meno che non cedano lo scettro alla Meloni, e nessuno lo farà) e bene di certo non fa al centrodestra. Così come non fa bene alla Lega un Umberto Bossi truffaldino, estromesso e pieno di livore che nel retropalco di Pontida dice ai giornalisti: «Matteo è un contaballe».

A sinistra, un altro grosso problema: nessuno ha il coraggio di dire a Matteo Renzi che è bruciato. Che il rottamatore che ha perso credibilità va rottamato per il bene del partito. Lui gira l'Italia e saltabecca ovunque, ma nessuno dei suoi se la sente di dirgli la verità. Mentre nei sondaggi crescono Gentiloni e Minniti. E Massimo D'Alema e Pierluigi Bersani festeggiano a caldarroste e prosecchino della Lidl. Perché con quei numeri, dove vai?
Messa così, a meno che non escano dal cilindro apparentamenti a dir poco fantasiosi (Lega e Cinque stelle), sarà molto dura alle prossime elezioni non solo avere la maggioranza, ma trovare qualcuno che ci governi.
A parte Saviano, naturalmente. Che avrebbe un paio di buchi liberi martedì e giovedì in mattinata fra il promo di una serie tv e un ciclo di congressi sulla carie nei castori.


lunedì 18 settembre 2017

CHI FUMA (ANCHE ALL'APERTO) «INQUINA» A TUTTI GLI EFFETTI

Smettere di fumare? Farebbe bene a tutti.
Chi mi conosce sa bene che non sopporto il fumo. È una repulsione che per me vince su tutto. Al punto che ritengo «contaminate» (perché puzzano, spesso senza rendersene conto) le persone che fumano. Dice: tu demonizzi. Sì, demonizzo, ma non per cattiveria o perché è comprovato che il fumo procuri il cancro e molto altro. No. È un fatto puramente olfattivo e personale. Chiamiamola ipersensibilità, fastidio non accettabile. Se fumi, mi fai schifo. Paradossalmente, anche se sei Charlize Theron (non so se fumi, ma purtroppo non mi ha mai messo alla prova). So che tante persone la vedono come me.
Da anni sostengo ciò che uno specialista spiega bene in questo video: anche all'aperto il fumo passivo fa parecchio male, è inquinante e infastidisce il prossimo. Sogno riserve indiane (lontanissime da me) per i fumatori. Non parliamo di quelli che con disumana maleducazione pippano disinvoltamente a tavola, magari fra un piatto e l'altro, nei locali all'aperto, insieme (o accanto) ad altri commensali. Per questi vorrei fossero istituiti sul posto tribunali speciali con pieni poteri.

sabato 16 settembre 2017

VENTI DI GUERRA IN COREA? HO LA SOLUZIONE: UN CONTRATTO DISCOGRAFICO A KIM JONG-UN

Kim Jong-Un (a sinistra) e il cantante Psy.
Ma quali sanzioni? Quali contro-minacce atomiche? Nel mio piccolo, ho trovato il modo di risolvere le tensioni guerrafondaie nella Corea del Nord.
Riflettiamo su un fatto: nessuno oggi è più popstar di Kim Jong-Un. Il bizzoso leader di Pyongyan è meglio di Psy, quello del Gangnam Style: capello curato e impomatato (il suo barbiere, ricordiamolo, rischia tantissimo); faccia da ragazzino brufoloso che colleziona più testate nucleari che videogiochi alla Playstation; una voglia di apparire che manco Madonna ai primi tempi. Insomma, ciccio bello vuole stare sul palco, vuole riflettori e palcoscenico. Le sue bombazze non le lancerà mai perché sa benissimo che se sparisce l'umanità intera non avrà più una platea planetaria da piccionare e spaventare ogni giorno. 

Kim vuole il pubblico, la notorietà, vorrebbe firmare autografi a Times Square, se potesse. Per questo mi permetto di suggerire a Donald Trump e all'Onu di lavorare diplomaticamente per trovare una major discografica (chessò, la Warner) che metta sotto contratto per cinque anni il ragazzo con l'obiettivo di farne una stella delle classifiche. Costerebbe senz'altro meno di tante altre soluzioni punitive, e ci metteremmo il cuore in pace, letteralmente, per un lustro buono. Poi, si vedrà. Il pezzo, volendo, si trova. Eventualmente glielo scriviamo noi Beagles. Senza impegno, sia chiaro.


venerdì 15 settembre 2017

«X-FACTOR» SENTE IL PESO DEGLI ANNI MA TORNA MARA MAIONCHI, TALENT-SCIURA D'ITALIA

«La Tv abbassa» - Mara Maionchi, talent-sciura di «X-Factor»
Il peso degli anni e di un format sfruttato al midollo, ormai, si avvertono un po'. È inutile negarlo. Ma l'undicesima edizione di «X-Factor», in onda da ieri su Sky (a proposito: dopo che l'AGCom ha imposto alle compagnie telefoniche di tornare alle bollette non farlocche, quelle a cadenza puramente mensile, saranno costretti a fare marcia indietro anche loro?), riesce ancora a emozionare. Soprattutto sull'onda della passione profusa dai tanti ragazzi che cercano una strada per il successo nella musica.
Una foto di Levante.
Tra i giudici la new entry è la giovane Levante: pulita, affabile, sensibile, «carinissima», si direbbe nell'ambiente con aggettivo abusato. In alcune immagini deliziosa, in altre meno patinata e dunque più vera. Fedez ci crede sempre ma stavolta sembra prenderla in modo più giocoso, almeno per ora. Ciò gli giova. E Manuel Agnelli, arrivato lo scorso anno come soggetto anti-tv per antonomasia, ha imparato a giocarsi proprio i classici trucchetti del video, come le lunghe pause emozionali prima del verdetto, tipiche di reality, quiz e persino di Miss Italia. Ma il vero ritorno è quello della talent-sciura Mara Maionchi, che riporta il tutto agli albori del programma. Forse un cerchio che idealmente si chiude. Rimette subito in riga con due vaffa una band napoletana che abusa di nomi e produzione anglofona, scherza, ride, ridimensiona. Insomma, la solita Mara che però ci mancava assai, ingiustamente relegata com'era alla notte fonda e alla poltrona con l'alzata elettrificata.

I talenti? Ci sono, al netto dei soliti casi umani messi apposta (e giustamente) per fare folklore. Ma quando spunta un giovane e talentoso immigrato di colore (l'emblema del politicamente corretto alla massima potenza) a Fedez non pare vero di poterlo già salutare come probabile vincitore. Il che, se ci pensi, è politicamente scorrettissimo nei confronti di tutti gli altri concorrenti. Ma tant'è.


giovedì 14 settembre 2017

IL SORRISO DI LUCIO: UCCIDERE NOEMI COME SE FOSSE UNA COSA NORMALE

Lucio, il fidanzato omicida reo confesso di Noemi Durini nel Tg di TeleNorba
Di solito non parlo mai di casi di cronaca nera. Preferisco restarne alla larga. Un po' perché siamo già sommersi di inquietudini, un po' perché mi sento più a mio agio nella comfort zone della battuta.
Di fronte a questa faccia, però, non riesco a non tacere. È la faccia incredibilmente sorridente e più che mai inquietante di Lucio, 17 anni, omicida reo confesso della sua ragazza, Noemi Durini, 16 anni. La picchiava regolarmente e un bel giorno ha deciso di ucciderla. Perché così, perché gli andava, perché mi sono rotto della Playstation e sai che faccio? La butto. Perché questa cosa che si uccide magari l'ha vista in un bel thriller cinico e carico d'adrenalina e forse voleva vedere che cosa succede a replicarla. 


E come un terrificante Edward Norton in una pellicola hollywoodiana esce dalla caserma di Specchia, il suo paese, con stampato in faccia un ghigno che - temo - non è neppure quello dello psicopatico. Perché se fosse davvero così, sarei/saremmo un po' più tranquilli. È quello di un ragazzo che forse definiremmo «normale», che non si rende neppure conto di ciò che ha fatto. Che sorride beato perché prima chi se lo calcolava e ora di certo va in tv e forse tra 15 anni girerà voce che è stato contattato per participare all'Isola dei famosi.
È questa la cosa più inquietante e preoccupante. La normalità del male assoluto. Che lascia esterrefatti e spenti perché è la sconfitta di un'intera società.
Spero che non esistano tanti Lucio oggi in Italia, ma temo che non sia così. È una cosa troppo grave per non puntare il dito, tutti, con una forza senza precedenti. È una cosa troppo grave per non restare completamente disorientati e persi.


venerdì 8 settembre 2017

GIORNALISTI DA ELIMINARE * SALVATE IL SOLDATO GABANELLI, PATRIMONIO RAI

«La Tv abbassa» - Salvate il soldato Milena Gabanelli
Sarà che le ingiustizie, da sempre, mi fanno venire l'orticaria; sarà che in questo periodo sono molto sensibile al problema, fatto sta che non mi piace (per niente) il modo in cui in Rai stanno cercando di far fuori Milena Gabanelli. Prima togliendole «Report», con la promessa della direzione di un nuovo, grande portale news sul web (un imponente progetto che era pronta a far partire), per poi cambiare le carte in tavola e proporle come contentino la condirezione dell'attuale siterello poco più che clandestino sul quale - giustamente - non vuole mettere la faccia. Ha fatto quindi molto bene a rifiutare.

Il nome Gabanelli ormai è un brand, è come la Coca-Cola. Garanzia di giornalismo televisivo d'inchiesta (di buon livello), fatto con la schiena dritta, che nessuno fa più e che bisognerebbe tutelare come si fa con i panda, invece di sopprimere o azzoppare.

Ma chi fa bene il proprio lavoro in questo Paese (non solo in campo giornalistico, temo), dà fastidio, va tolto di mezzo. Va censurato. Devi essere al servizio dei gruppetti di potere, delle consorterie, non dei lettori. È già difficile raccontare in modo onesto lo spettacolo (quindi, sostanzialmente, innocue scemate), figurarsi quando una si deve rapportare con le magagne di banche, grandi aziende, oppure con la politica. Che prima o poi in Rai ti soffoca sempre. E Viale Mazzini, che bene o male vuole restare sul mercato (perché paga 11,2 milioni di euro in 4 anni a Fabio Fazio e ha appena chiuso con Bruno Vespa a 1,2 milioni di euro a stagione, il 30% in meno del passato, bontà sua) si concede il lusso di mettere in salamoia una risorsa vitale e di grande impatto d'immagine come la Gabanelli. Servizio pubblico? No, servizio impudico.

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