lunedì 15 gennaio 2018

«ISOLA DEI FAMOSI»: ECCO IL CAST COMPLETO (FRA TRASH E SEX SYMBOL)

Francesco Monte, Filippo Nardi, Giucas Casella, Chiara Nasti e Bianca Atzei, nel cast dell'«Isola dei famosi».
Con Alessia Marcuzzi a fare da sicura padrona di casa e Stefano De Martino (già mister Belen Rodriguez) nei panni di inviato, il cast della prossima «Isola dei famosi» è tutto un programma.
Dalla bombastica Francesca Cipriani (una settima dichiarata) al modello Marco Ferri, passando per la bella ex Velina Alessia Mancini, il cabarettista Nino Formicola, ovvero Gaspare (un tempo in coppia con lo scomparso Andrea Brambilla, Zuzzurro), l'eclettico Jonathan in quota gay, stile Malgioglio al GF. Ma anche gli ex tronisti di «Uomini e donne» Rosa Perrotta e Francesco Monte, nonché l'ex irrequieto del «Grande fratello» Filippo Nardi

Dal mondo glamour arrivano Cecilia Capriotti, la modella Paola Di Benedetto e la blogger Chiara Nasti; da quello dello sport l'ex pallanuotista Amaurys Perez. Un po' di pepe potrebbero metterlo l'ex pornostar Eva Henger e per altri versi la ripescata attrice brillante Nadia Rinaldi.
Per il mondo della canzone, ecco Bianca Atzei e un volto nuovo, il sensitivo Craig Warwick
Personalmente, non posso non puntare tutto sul trash pressoché garantito di Giucas Casella, «Paragnosta, figlio di gran paragnosta» (cit. Ezio Greggio, se non ricordo male). 
Quell'usato sicuro che non può tradire.


domenica 14 gennaio 2018

«TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI» * VENDETTA E PERDONO IN UN GIOIELLO DI FILM

Frances McDormand nel film di Martin McDonagh.
Nella cittadina di Ebbing, un piccolo Far West nel Missouri, dove le autorità si comportano da arroganti caporali, la grintosa sciura Mildred Hayes (Frances McDormand) ha un'idea sopra le righe. Affitta tre giganteschi cartelloni pubblicitari alle porte del villaggio per domandare provocatoriamente al comandante della stazione di polizia (Woody Harrelson) come mai non ci sia stato ancora alcun arresto dopo che sua figlia, sei mesi prima, fu violentata e uccisa da ignoti criminali.
Può farlo? Certo, non commette violazioni di legge. Basta pagare. Ma la trovata infastidisce parecchia gente.
Anche perché attorno ai manifesti iniziano a ronzare i giornalisti, e Harrelson, che intanto si scopre essere malato di cancro, fa tenerezza a tutti. Signora, siamo solidali con lei per il lutto, ma il caso è complesso, e il pover'uomo più di tanto non può fare.
Inizia una mezza battaglia civile durante la quale l'implacabile McDormand (che manda a quel paese persino il parroco) riceve un inaspettato aiuto dall'ostile agente Dixon (Sam Rockwell).

Odio, vendetta, amore, ironia, sarcasmo, follia, razzismo, diversità, perdono, in un cocktail straordinario firmato da Martin McDonagh. «Tre manifesti a Ebbing, Missouri» («Three Billboards Outside Ebbing, Missouri») è un film dove il nichilismo senza speranza dei Coen si mescola a messaggi e valori. 
Ha appena portato a casa quattro Golden Globes, uno più meritato dell'altro. McDormand e Rockwell, agente tonto e violento ma di cuore, sono strepitosi. E anche Peter Dinklage, il nano de «Il trono di spade» ha un piccolo, tenerissimo ruolo.
Non ci si annoia mai, si sorride nel dramma, e il finale è di rara perfezione. Fossi in te, non lo perderei. 
VOTO: 9

sabato 13 gennaio 2018

ECCO FINALMENTE IL MIO PROGRAMMA DI GOVERNO E IL NOME DEL PARTITO

Il nome del partito. 
Scendo in campo. E volevo sottoporvi i dieci punti del programma di Governo che ho elaborato. Vi chiedo di leggerlo, rifletterci e darmi il vostro voto alle prossime Elezioni. Il nome della lista è «Italia per l'Italia con l'Italia, fra gli italiani, insieme per progredire, ma davvero giurin giuretta, mica come gli altri che raccontano balle».

1) Abolizione dell'idea di prima casa. Si passerà direttamente alla seconda, terza o quarta, per aumentare la percezione di ricchezza del proprietario e la relativa tassazione dell'immobile.

2) Dieci milioni di posti di lavoro (sparsi fra Turchia, Albania e Yemen).

3) Abolizione della legge Fornero e reintroduzione delle Leggi razziali. Coprifuoco a Milano dopo l'Apericena.

4) Tassa sul macinato da applicare anche ai parrucchieri, ai dentisti e ai guadagni di Borsa.

5) Le molestie sessuali saranno ammesse solo sul proprio corpo. Ne trarranno maggiore giovamento in particolare i soggetti che soffrono di sdoppiamento della personalità.

6) A tutti, sin dalla più tenera età, saranno fornite gratuitamente armi semi-automatiche. Nelle riunioni di condominio più accese sarà il detentore di più millesimi a decidere il «Fine vita».

7) Spettacoli gratuiti di lap dance a domicilio rimborsati dal sistema sanitario nazionale. Per i fruitori ci sarà soltanto l'obbligo di acquistare il palo tramite televendita di Mengacci su Retequattro.

8) Nell'impossibilità di realizzare il famoso Ponte sullo Stretto più volte promesso da chi le promesse poi non mantiene, saranno ristretti tutti i ponti.

9) Età pensionabile spostata per gli uomini a 102 anni e per le donne a 115. Si risolverebbe così in modo naturale e pressoché definitivo il problema di dover erogare il sussidio.

10) Meglio Ius Soli che male accompagnati.

martedì 9 gennaio 2018

SANREMO 2018 * TUTTO STUPENDO, MA IL CONDUTTORE VERO CHI LO FA?

I conduttori di Sanremo 2018: Michelle Hunziker, Claudio Baglioni e Pierfrancesco Favino.
Come quelle signore non più giovanissime ma piacenti che hanno ancora tanto da dare, «Sanremo 2018» si ripresenta al pubblico con un piccolo lifting a cura del chirurgo Claudio Baglioni, il quale dopo i tre ottimi (si parla soprattutto d'ascolti) festival targati Carlo Conti ha preso in mano la patatona bollente dell'organizzazione. Del resto «La vita è adesso», si sarà detto, approfittiamone. Con la regia del fido Duccio Forzano, che sugli eventi tv fa più magie di Harry Potter.
Il cast è un po' inferiore alle aspettative se consideriamo il primo intervento del divo Claudio, cioè l'abolizione delle eliminazioni, che da sempre sono il primo spauracchio di cantanti e discografici. Speriamo almeno (e su questo non dubito) che il nostro abbia puntato sulla qualità dei pezzi, visto che in materia musicale è esperto quant'altri mai.

Chi mettere sul palco oltre a se stesso, che da solo non può reggere cotanto sforzo ma che ci deve pur stare, un po' per egocentrismo, un po' per giuste economie di scala?
Si sono fatti tanti nomi, poi i giochi sono stati contrattualmente chiusi su Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. La bella da copertina col sorriso contagioso e il macho da fiction per accontentare le signore. Una coppia inedita la cui resa è tutta da provare sul palco. Ed è vero che Michelle se vuole ci sa fare, però manca un conduttore vero. Una vestale della liturgia. Gli autori dovranno lavorare sugli equilibri, e potrebbe non essere facilissimo.
A meno che l'idea non sia quella di spiazzare buttando tutto in caciara, per giocare sull'effetto sorpresa.


domenica 7 gennaio 2018

«TUTTI I SOLDI DEL MONDO» * NON TOGLIETE KEVIN SPACEY DAI FILM, CHE POI VENGONO MALUCCIO

Kevin Spacey e Christopher Plummer.
1973. Il plurimiliardario taccagno J. Paul Getty (Christopher Plummer) si trova a dover ragionare su una richiesta di riscatto della 'Ndrangheta, che a Roma gli ha sequestrato il nipote Paul III (Charlie Plummer). Vogliamo 17 milioni di dollari.
«Su, paga, spilorcio, per te sono bruscolini!», dice mamma (Michelle Williams), mentre il babbo è in India a farsi le canne. «Non ci penso neppure, me li sono guadagnati tutti», ribatte il vecchio nonno. A mediare ci prova il brillante negoziatore (Mark Wahlberg), che deve vedersela con chiunque, Carabinieri italiani compresi. Bambole, non c'è una lira.
Lo salviamo o no,  'sto pischello?

A guardare questo filmino decisamente prevedibile, viene quasi il sospetto che quel furbetto di Ridley Scott (che prima o poi farà uscire il blue-ray con le due versioni) abbia frettolosamente tolto dal cast quel gigante di Kevin Spacey non tanto per placare il «dagli addosso al molestatore» del pubblico americano, ma per fare un bel po' di pubblicità gratuita e mondiale a un lavoro debole assai. Approfittando del caso del momento.
Intendiamoci, Plummer è un signor attore e gigioneggia da par suo, ma qui il difetto è soprattutto nel manico: un'Italia piuttosto caricaturale (come sempre nelle pellicole americane), con i calabresi che parlano mezzo siculo, e una trama che ridotta all'osso è poca cosa. Non perdete tempo ad andare al cinema. Al limite aspettate che arrivi in tv. Occhio a Giulio Base: pochi secondi di una sorta di anatomopatologo/beccamorto che lascerà un segno nella storia della cinematografia.
VOTO: 6/7.

mercoledì 3 gennaio 2018

FACEBOOK * NON APRITE FAN PAGES: VI CHIEDERANNO SUBITO SOLDI PER PROMUOVERLE

Il «Like» o «Mi piace» di Facebook. Attenti ai social che chiedono soldi.
Date retta, non aprite fan pages o similari su Facebook
Limitatevi alle pagine normali, da utenti, a meno che non abbiate una grossa (davvero rilevante) attività commerciale.
Primo, perché nella maggior parte dei casi, non avete un reale motivo per farlo ma si tratta soltanto di un'inutile extension dell'ego. La vana speranza di limitare qualche frustrazione in materia di visibilità. Per questo scopo è più che sufficiente la pagina standard, che ha il limite di 5.000 contatti, ma che consente ormai di essere seguiti senza limitazioni.


Secondo, perché le altre pagine di Mr. Zuckerberg all'inizio vi sembreranno visibili all'esterno e piacevoli (avendo anche le statistiche dei contatti e pochi altri sfiziosi giochetti), ma di lì a pochissimo il sistema inizierà a chiedervi insistentemente soldi per promuoverle. Visto che nascono per quello, non per farci felici. Sarete bombardati di «promuovi» questo post, «pubblicizzalo perché ha migliori prestazioni», ecc. che spuntano ovunque. E se non lo farete perché fatti due conti non vi interessa o non vi conviene, l'algoritmo di Mark penalizzerà le vostre fan pages rendendole sempre meno rintracciabili dal motore di ricerca e sempre meno visualizzabili nelle altrui time line. Comprese quelle di chi vi ha messo il like alla pagina. Per convincervi a scucire, ovviamente.
Insomma, date retta a uno scemo: state nei primi danni (come si dice dalle mie parti) e tenetevi i semplici profili che avete. Oppure provate e poi sappiatemi dire.

domenica 31 dicembre 2017

«COME UN GATTO IN TANGENZIALE» * DAI PARIOLI ALLE BORGATE: L'INTEGRAZIONE FA MOLTO RIDERE

Paola Cortellesi in «Come un gatto in tangenziale».
Commediola azzeccata con l'ex cassiera borgatara Paola Cortellesi e il colto «pensatore» da Think Tank Antonio Albanese (entrambi separati: la moglie di lui coltiva lavanda in Provenza e il marito di lei è «Ar gabbio») che sperimentano l'inconciliabile divario delle rispettive posizioni socio-culturali quando tra i figli scatta l'amore. Lui è un coatto in divenire, lei la classica ragazzina di buona famiglia coltivata a sani principi. 
Si ride, molto, anche se con dinamiche piuttosto collaudate, e la svelta regia funzionale al progetto di Riccardo Milani. Sullo sfondo, l'integrazione razziale: è possibile, o un'utopia?
All'improvviso compare Claudio Amendola, che fa un impareggiabile burino. What Else?
Occhio anche al cameo della leggendaria Franca leosini in vacanza a Capalbio. Mentre la Cortellesi, naturalmente porta tutti in spiaggia (gemelle trash comprese) in uno stabilimento di Coccia Di Morto. Voto: 7/8

sabato 30 dicembre 2017

NETFLIX * SORPRESA, C'È UNA SERIE TV SPAGNOLA FATTA BENE: «LA CASA DI CARTA»

La serie tv spagnola «La casa di carta».
Se anche gli spagnoli iniziano a girare serie tv di buon livello, dove andremo mai a finire, signora mia? Eppure succede anche questo, su Netflix, con la prima stagione de «La casa di carta» («La casa de papel», in originale), ideata da Álex Pina.

Otto ladri si barricano nella Zecca di stato di Madrid agli ordini di un misterioso «Professore» che sta in un rifugio esterno e che ha trascorso metà della sua vita a studiare un piano ingegnosissimo con margini di errore pressoché irrilevanti. L'idea, in sintesi, è quella di mescolarsi agli ostaggi per giorni e giorni, stampando intanto miliardi di banconote da 50 euro. E poi fuggire rocambolescamente.
Le complicazioni però arrivano, eccome, una dopo l'altra, e bisogna essere pronti ad affrontarle con uno studiato gioco di squadra. 

Il cast con gli attori spagnoli de «La casa de papel».
Con un ottimo cast, un buon mix fra la costruzione dei personaggi e gli intrecci sentimentali (senza trascurare per un secondo la suspence) e poche sbavature, non si può che darsi a un binge watching sfrenato dei 13 episodi a disposizione. La bravura degli sceneggiatori è stata soprattutto quella di riuscire a dilatare ciò che di norma sarebbe stato solo un film di un paio d'ore, in un lavoro credibile di lunga serialità.

Tanto «El Chapo» Guzman (Netflix) - dì la verità - l'hai già finito,  sei già orfano di «Gomorra» e non aspetti altro che ogni settimana scodellino il nuovo episodio di «Snowfall» (Sky Atlantic, con i primi giri di coca nella California black degli Anni 70); la prima parte della seconda stagione di «Designated Survivor» invece ti ha deluso un po', ma è stata compensata dalla magia e dagli effetti speciali di «Stranger Things». E poi, a Capodanno, smaltita la sbornia, inizi la nuova stagione di «Black Mirror» che è appena sbarcata su Netflix. E chi t'ammazza?
Ma dammi retta: anche se è spagnola e non ci puoi credere, butta un occhio su «La casa di carta». Non te ne pentirai.

giovedì 28 dicembre 2017

AL MIO PAESE IL PRESEPE È DIFFERENTE

Un presepe post-moderno.
L'Oltrepò Pavese, notoriamente, è una terra dalle grandi tradizioni in fatto di presepi. Quello di San Gregorio Armeno, per esempio, ci fa un baffo.
Questa mattina al paesello ho fotografato questo, che ha accenti postmoderni.
Abbiamo a destra il grande asinello (ma, mi dicono, potrebbe essere una capretta) al neon che fa pendant non con il bue (banale e forse momentaneamente non disponibile) ma con una renna sempre al neon e provvista di slitta. Per fondere Natale cristiano e laico, pur in assenza di Santa Claus. Dietro la renna, collocata su un'apparente rampa di lancio in pvc, piattine e cavi elettrici esposti alla pioggia, per aumentare l'effetto suspense. Al centro, il Redentore guarda in basso verso il cantiere aperto e a braccia spalancate sembra dire: "Gesù, ma si può lavorare così?".

sabato 23 dicembre 2017

CINEPANETTONI, IL NATALE IPOCRITA * BRIZZI CANCELLATO, RUFFINI FIRMA COME REGISTA

Fausto Brizzi cancellato dal suo film, Paolo Ruffini montatore ne firma uno come regista
I cinepanettoni l'ipocrisia festaiola l'hanno nel sangue. Eppure mai Natale cinepanettonaro fu più ipocrita di questo 2017.
Da una parte il «Poveri ma ricchissimi» di Fausto Brizzi, con Christian De Sica, Lodovica Comello, Enrico Brignano e Anna Mazzamauro (gli ultimi due non s'è ancora capito se si siano accapigliati sul set o no, ma tanto va tutto in allegra promozione), dall'altra le «Super Vacanze di Natale» con lo stesso De Sica e Massimo Boldi; coinvolti loro malgrado dal produttore De Laurentiis in un polpettone «Best of» che riciccia le scene più trash dei loro vecchi film natalizi. E che si scontra guarda caso beffardamente con i nuovi. Insomma, le guerre de «Il Trono di spade» al confronto sono robetta da pensionati con la minima, nella pacifica gioia di questi giorni.

In «Poveri ma ricchissimi Brizzi, regista finito nel tritacarne mediatico con alcune accuse di molestie, è stato com'è noto cancellato dai titoli di testa (pare non da quelli di coda), in ossequio a un politicamente corretto che non ha senso né dignità. Forse faceva tanto trendy sentirsi come Ridley Scott, che ha cancellato Kevin Spacey da «Tutti i soldi del mondo». Ma quella è Hollywood, e le ipocrisie si fanno giganti.
A prescindere da ogni altra considerazione, perché un'opera non deve portare la firma del proprio autore?
Una sòla che fa il paio con lo scherzetto cinese imbastito - credo ai danni di Neri Parenti - per «Super Vacanze di Natale». Il film infatti non è altro che un lavoro di montaggio di tante vecchie pellicole fatto dal Paolo Ruffini di «Colorado». Ma Ruffini lo firma come regista, non come montatore. C'è una bella differenza fra un regista e un montatore. Spero non sia un'idea di Paolino.

L'unico che fa la sua gara senza apparenti giochetti di sorta (ma con tanta promozione ovunque) è il buon Massimo Boldi, che porta nelle sale il suo «Natale da chef», diretto guarda caso da Parenti. Senza serpenti, perché stavolta ci pensano altri. 
E il cerchio si chiude, nella magia della pace, della gioia e della evidente (perché è evidente, no?) bontà di queste feste. Confidando nel fatto che l'Epifania tutti i cinepanettoni se li porti via.

venerdì 22 dicembre 2017

FALLISCE «BLOGO», PERCHE' QUESTO NON È PIU' UN PAESE PER GIORNALISTI

Il logo della piattaforma Blogo.
«Blogo. Informazione libera e indipendente»
Questo lo slogan (al quale ha sempre cercato di tenere fede) della nota piattaforma giornalistica web che ha presentato questa mattina istanza di fallimento. 
Ancora non si conosce con maggiore chiarezza la situazione, ma a quanto pare, leggendo sui social i commenti dei tanti collaboratori che l'hanno animata sino a ieri, si è trattato di un blitz della proprietà, che pure nei mesi scorsi avrebbe dato ampie rassicurazioni a chi ci lavorava.


La punta di diamante di Blogo era forse TvBlog.it, il sito televisivo per antonomasia, fattosi strada negli ultimi anni per un'informazione capillare, precisa, a volte quasi maniacale sul mezzo televisivo. Anche lui oggi ha cessato di produrre, così come GossipBlog, SoundsBlog, CineBlog, Reality Show e tutte le propaggini (non solo dell'entertainment, naturalmente) di Blogo.

Chi ci ha lavorato lo ha fatto sempre con passione e competenza, arrivando a risultati importanti per l'on-line. Ma non sono bastati, in questo Paese dove fare i giornalisti (informare non può far rima con smarchettare) è diventato e sta diventando sempre più difficile. Ai colleghi, che sicuramente sapranno rialzarsi, la mia piena solidarietà. Per quanto può servire.

mercoledì 20 dicembre 2017

AL «CONCERTO D'ADDIO» DI ELIO E LE STORIE TESE SI RIDEVA E SI PIANGEVA DAVVERO

Un momento del «Concerto d'addio» di Elio e le Storie Tese al Forum.
Talmente eccentrici da diventare centrali nella nostra scena musicale, per via della loro unicità. Talmente vivi da essere costretti a morire (forse prematuramente, chissà) per conservare il loro mito intatto sotto formalina.
Elio e le Storie Tese sono ufficialmente deceduti ieri sera alle 21, al Mediolanum Forum di Assago (Milano), in una splendida agonia durata tre ore. Ne danno il triste annuncio le oltre diecimila persone assiepate all'inverosimile in un palazzetto che grondava risate e lacrime. Su ogni lato del palco, tre corone di fiori, e in scena un R.I.P. marmorizzato e due date: 1980 - 2017. Poco importa, a questo punto, se il decesso degli Elii si protrarrà sino al 30 giugno 2018, cioè alla fine di un «Tour d'addio» che seguirà il Festival di Sanremo (con il brano «Arrivedorci») e un ultimo, senz'altro lapidario album.
Elio al flauto durante l'esibizione con Stefano Bollani.
Già in apertura, sulle prime note di «Servi della gleba», manifesto generazionale (e di genere), schioppettava orgoglioso il maschilismo goliardico della band. Un misto di politicamente scorretto e di cura maniacale della forma. Di ironia e voglia di virtuosismo estremo, che in tanti anni non li ha mai abbandonati. Si pensi a «La canzone mononota», per citare un solo esempio. 
Almeno tre i momenti da pelle d'oca: una versione indimenticabile di «Born To Be Abramo», con ovazione finale che stava facendo crollare il palazzetto; il ricordo del sassofonista Feiez, scomparso nel 1998, salutato con il suo sax campionato e diecimila persone che urlavano in simultanea per due minuti «Forza Panino» (impossibile non commuoversi), e un'improvvisazione salsa con l'ospite Stefano Bollani. L'altra guest era Cristina D'Avena, reclutata per la voce bambina di «Piattaforma».
La sexy lap dance di Mangoni.
Il fantasma di Rocco Tanica (Sergio Conforti), l'anima della band, che aveva optato tempo fa per un'eutanasia, è stato evocato da Elio. E rimpiazzato alle tastiere dal brillante Vittorio Cosma, che è riuscito a fare urlare a tutto il pubblico più volte gioiose sconcezze irripetibili. «Un nostro grande traguardo», ha chiosato Elio.
Il primo «Concerto d'addio» degli Elii, nel 1989.
Tra «La follia della donna» (un capolavoro), «Pipppero», «La terra dei cachi», «Tapparella», «Supergiovane», con la mascotte Mangoni che si è spesa durante tutta la serata in performance ad alto tasso erotico, come il ballo al palo della lap dance, i nostri eroi sono schiattati come avrebbero voluto. Sicuramente non nell'altrui sonno. 
I sopracciglioni da shampoo urgente di Elio hanno preso il volo, insieme con i silenzi di Jantoman e Cesareo (che deve buttare giù qualche chilo), il Dj svizzero del batterista Christian Meyer, e gli scherzi di Faso
Ciao ragazzi, vi dobbiamo parecchio e non avete eredi. Tanto lo sappiamo che dal 30 giugno fate come i Pooh e vi ritroviamo (da soli) ovunque.

domenica 17 dicembre 2017

PAVIA * FEDEZ E FERRAGNI PER I BIMBI DI ONCOEMATOLOGIA: ECCO IL TESTO DELLA CANZONE

Fedez e Chiara Ferragni.
Fedez, reduce da «X-Factor», e la trendy fidanzata Chiara Ferragni, la fashion blogger più influente del web, sono stati ospiti dei reparti di Pediatria e Oncoematologia dell'ospedale San Matteo di Pavia per cantare una canzone scritta dai medici della struttura insieme con i bimbi ricoverati. C'era anche Tatiana, la madre del rapper, che ha assisitito con loro allo show parodistico «Natalent - Pediatria's Got Talent» al quale hanno dato vita. Poi la coppia (che programma le nozze a Noto tra la fine di agosto e i primi di settembre 2018) ha donato una somma alla fondazione Soleterre, che collabora con il nosocomio pavese. Ecco il testo del brano che anche Fedez ha intonato per sensibilizzare rispetto ai problemi della struttura, sempre alle prese con la necessità di reperire fondi: 

«In ospedale ci troviamo a non avere soldi, e prima di visitare controlliamo il portafogli. Aghi, siringhe, provette, prick by prick, spaventano tantissimo i bambini. Gocce, sciroppo, pomate, aerosol ci piacciono molto di più dei primi. Qui c’è il rischio di non arrivare a fine mese. Il conto in banca è in rosso e aumentano le spese. Non ci piacciono le decisioni prese, siam bambini sì ma abbiamo anche noi delle pretese. Ratata qui nessuno ti fa un assegno quando serve, online bank o bnl, noi cerchiamo sempre di sorridere, questa volta qua basterà? Per la Clinica nuove regole, la soluzione è sotto gli occhi, è facile. Ci penseranno i bambini, il loro entusiasmo li guiderà, i grandi fanno casini, ma questa volta qualcuno li aiuterà. Ecco che in un modo per risolvere c’è già. In centro cercano talenti a volontà, dei tipi dietro un banco sono pronti a giudicar. Bisogna stare uniti ed in finale andar spediti. Ed ora in coro, dobbiam convincer tutti quanti loro, fare una strabiliante esibizione, provare e riprovare, parte la canzone parte la canzone. Chi è quel losco figuro tutto sbrilluccicante?, ha l’aria da damerino e sguardo poco ignorante. Dal reparto alla scena, la gioia si scatena, la gioia si scatena, pronti per il Natalent. Per la Clinica nuove regole, una soluzione è sotto gli occhi, è facile. Ci hanno pensato i bambini ed il loro entusiasmo trionfa già tra barelle e lettini, ora anche sul palco di un Varietà! Per sorridere».


sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018 * IL CAST DEL GATTOPARDO: TORNANO TRE POOH, LA VANONI E IL COLPO È ELIO

Roby Facchinetti, Ornella Vanoni ed Elio
Nessuna eliminazione (che, si sa, danneggia l'audience ma fa contenti artisti e discografici) avrebbe dovuto portare sul palco dell'Ariston qualche nome un po' più pregiato. 
Invece nel variegato cast del Festival di Sanremo 2018 by Claudio Baglioni non si registrano particolari guizzi rispetto all'ordinario.
Sì, certo, c'è Ornella Vanoni che riciccia con Pacifico e Bungaro (lo strano trio), tornano i ricomposti Decibel e gli appena disciolti Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli ci riprovano. Non da soli, chiaro, c'è anche Red Canzian da solo. Perché tutto deve cambiare in modo che nulla cambi in questo Sanremo un po' gattopardesco.
Il resto sono le solite ninezilli, Noemi il sempre presente Ron (forse con un pezzo di Lucio Dalla), la bella Annalisa; insomma, niente che non si sia già visto negli ultimi anni.
Riguadagna il palco Luca Barbarossa, Mario Biondi ha capito che per allargare la platea c'è poco da fare: bisogna passare per forza attraverso il festivalone.
Vediamo invece come si comporteranno Renzo Rubino e Fabizio Moro in tandem con Ermal Meta, forse le presenze sulla carta più interessanti. Insieme a Elio e le Storie Tese, che il 19 a Milano tengono il loro concerto d'addio; sono il vero colpo di claudione. Ma, intendiamoci, niente che Carlo Conti non sarebbe riuscito a fare.

IL CAST DEFINITIVO DEI BIG DI SANREMO 2018

1) Roby Facchinetti e Riccardo Fogli - Il segreto del tempo
2) Nina Zilli - Senza appartenere
3) The Kolors - Frida
4) Diodato e Roy Paci - Adesso
5) Mario Biondi - Rivederti
6) Luca Barbarossa - Passami er sale
7) Lo Stato Sociale - Una vita in vacanza
8) Annalisa - Il mondo prima di te
9) Giovanni Caccamo - Eterno
10) Enzo Avitabile con Peppe Servillo - Il coraggio di ogni giorno
11) Ornella Vanoni con Pacifico e Bugaro - Imparare ad amarsi
12) Renzo Rubino - Custodire
13) Noemi - Non smettere mai di cercarmi
14) Fabrizio Moro ed Ermal Meta - Non mi avete fatto niente
15) Le Vibrazioni - Così sbagliato
16) Ron - Almeno pensami
17) Max Gazzè - La leggenda di Cristalda e Pizzomunno
18) Decibel - Fuori dal tempo
19) Red Canzian - Ognuno ha il suo racconto
20) Elio e le Storie Tese - Arrivedorci

giovedì 14 dicembre 2017

COMPIO 30 ANNI (DI GIORNALISMO) E LI CELEBRO CON LA LETTERA CHE MI SCRISSE INDRO

Il Telegatto che consegnai ad Anna Fontana per il suo prepensionamento.
La lettera che nel giugno 1993 mi scrisse Indro Montanelli.
Fatemi gli auguri perché compio 30 anni. Non ci credete? È vero, giurin giuretta. Non anagrafici, purtroppo (quelli sono 49), ma professionali. 30 anni passati a cercare di servire al (mio) meglio questo mestiere, sin dal lontano novembre 1987, quando firmai il primo pezzo su «La Provincia Pavese».
Oddio, sulla carta era stampato il mio nome, ma - per essere sinceri - il testo non era manco mio.
Avevo iniziato a collaborare da appena tre giorni seguendo la zona dell'Oltrepò collinare, quando un ragazzo del mio paese, Santa Maria della Versa, morì in un incidente stradale. Mi spedirono a cercare notizie e (soprattutto) a chiedere la sua foto alla famiglia. Il peggiore dei battesimi: forse potete immaginare che cosa voglia dire, psicologicamente, suonare al campanello di qualcuno che ha appena subito un grave lutto, per andare a cercare una foto del parente da mettere sul giornale. La cronaca (locale e non) a volte è spietata. Ti senti un verme, ti aspetti di essere cacciato a calci nel sedere, senti l'imbarazzo che ti si accende sul viso; vorresti sprofondare. Forse non avrei manco dovuto avere un senso di colpa, ma ero giovane, inesperto, e suonai quel campanello sentendomi né più né meno una merda. Perdonate il francesismo.

Poi in realtà mi accolsero con affetto, conoscendomi da anni, scelsero con cura quella foto e parvero persino felici che il giorno dopo si parlasse un gran bene sul giornale del loro povero ragazzo scomparso per una beffa del destino. Ero distrutto. Partii mogio per la redazione di Pavia con qualche informazione più o meno rabberciata (era tardi, e bisognava chiudere) e quella benedetta foto in mano. In uno stanzino per riunioni mi accolse un collega assunto, Claudio Salvaneschi, che raccolse foto e notizie. «Grazie mille, puoi andare», mi disse infine composto senza aggiungere altro. Il giorno dopo trovai il mio primo articolo sul giornale: quattro cartelle scritte da Claudio ma firmate col mio nome e quella foto grande grande. Non avrei mai voluto debuttare in quel modo: con una tragedia che fra l'altro mi toccava indirettamente e un pezzo che non avevo materialmente scritto. Ma andò così. E c'è poco da fare.
«La Provincia», come si dice spesso in questi casi con un luogo comune che mai avrebbe potuto essere più calzante, fu una vera palestra. Devi imparare a scrivere in genere tanto e con poche informazioni (quindi spesso rigirare frittate), pagato pochissimo, molto velocemente (l'equivalente del web per molti giovani colleghi oggi); devi reperire le notizie, farti venire spunti per animare il dibattito politico locale; e poi col tempo e con i tagli ai tuoi pezzi inizi pian piano a capire come si lavora. «Tagliamo, tagliamo: non affezionarti troppo alle tue parole», mi sfotteva un vecchio caposervizio. Oggi sono ancora affezionato alle mie parole, naturalmente, ma molto meno.

Iniziai con la cronaca, ma a me interessava lo spettacolo, sempre e solo quello. Ero in fissa con quello. Così pian piano (tra un pezzo sui lavori al manto stradale della provinciale e un consiglio comunale) m'intrufolai nel settore. Vennero i primi concerti, le prime conferenze stampa a Milano, per tv e musica (fra treno e metro, lavoravo in perdita), e poi il passaggio a «il Giornale», diretto da Feltri (il Feltri di allora, non l'odierno) con Maurizio Belpietro infaticabile uomo-macchina. M'inventai una rubrica di dietro le quinte della tv,
Pippo Baudo e Rosanna Mani.
«Bassa frequenza», che più di ogni altra mi aiutò a far girare la firma, e mi divertii parecchio in altri sei anni di adrenalina.
Così, dopo 12 anni da free lance, Pierluigi Ronchetti e soprattutto Rosanna Mani (l'eminenza grigia) mi assunsero al settimanale per il quale avevo sempre desiderato scrivere, quello che ogni mercoledì da tutta la vita mio padre comprava in edicola e poggiava accanto al televisore: «Tv Sorrisi e canzoni». «La Bibbia dello spettacolo», come veniva definito. Una storia intensa, durata 17 anni. Ora c'è questo periodo di cattività ma si lavora nelle sedi competenti e vedrete che presto, come è vero Iddìo, in un modo o in un altro le cose si sistemeranno al meglio. Giustizia e rispetto, si era detto. E Giustizia e rispetto riporteremo a casa.



Quello che ho allegato a questo scritto bio-celebrativo è un reperto storico. Una lettera che mi scrisse Indro Montanelli nel giugno 1993. A casa si leggeva «il Giornale» di Indro (il più grande di sempre, insuperato e inarrivabile) e io mi bevevo letteralmente tutti i suoi ficcanti editoriali e le taglienti, esilaranti recensioni cinematografiche di Massimo Bertarelli.
A 25 anni, giovane giornalista, scrissi a Indro dopo che nei Tg balenò l'ipotesi di farlo Senatore a vita. La risposta (che in tutta

onestà manco mi aspettavo, ma se uno è un signore si nota) è quella che potete leggere oggi.
Non sapete quanto l'abbia cercata per anni, questa lettera che credevo persa, sfuggita persino alle maglie di mio padre, buonanima, che archiviava tutti i miei scritti, anche i più infimi, e ciò che giornalisticamente mi riguardava; è sbucata due settimane fa improvvisamente da un cassetto. Non ci speravo più.
Ne faccio il simbolo di questi 30 anni, di ciò che verrà in futuro, e vi ringrazio per la pazienza di essere arrivati a leggere sin qui.

P.S.
Non facciamo parallelismi. Sia chiaro che non cado e non cadrò mai nella facile trappola (in cui cadono alcuni) di paragonarmi a Montanelli. Come Indro c'era soltanto Indro. Il resto, nel 90% dei casi, è solo cialtroneria.



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