La prima è l’inspiegabile The Chief of War con Jason Momoa. Arrivato in Italia volutamente senza doppiaggio (solo con sottotitoli carenti o un parlato asincrono tipo documentario, che devi andare a stanare nel menu), è un concentrato di suoni primordiali e gutturali dei componenti della tribù primitiva del figaccione. Più che una serie tv, è il pretesto per mostrare le grazie di Jason, che non nega mai inquadrature alla muscolatura e al posteriore dotato di funzionale perizoma. Peccato perché sarebbe girato bene.
La seconda è il piacevole Murderbot. Sci-fi satirico che racconta la storia di un avveniristico robot utilizzato come guardia di sicurezza di una squadra di umani in perlustrazione su nuovi e pericolosi mondi. La macchina prende lentamente coscienza prima violando il proprio stesso sistema, per poi elaborare emozioni e sentimenti propri. Incurante degli ordini, inizia a pensare e vivere di vita propria. Ammazzare questi ometti o continuare ad aiutarli? Belli i dialoghi, molto piacevole l’idea e la sua realizzazione. L’unico difetto è l’eccessiva brevità degli episodi.
«Vita da Carlo», appena approdata su Prime Video, non è un capolavoro, ma un omaggio onesto, sincero (e comunque gradevole) alla fenomenologia verdoniana e al cinema del regista di «Un sacco bello», «Borotalco», «Compagni di scuola» e una pletora di 28 titoli nati sotto il segno della commedia. Quasi sempre dolceamara.
Sulle prime sembrerebbe quasi un'operazione supponente, di certo volutamente autoreferenziale, ma non è così. In definitiva risulta un giocoso regalo che il buon Carlo ha fatto a se stesso e a Roma, che non è soltanto uno sfondo ma diventa parte del racconto; si pensi al fil rouge di Carlo Verdone possibile sindaco della città.
C'è Max Tortora che gigioneggia, la brava Anita Caprioli che attraversa tutta la mini-serie con grazia, spuntano persino un Morgan credibile e un Alessandro Haber come sempre da leggenda, e i capitoli sono brevi, poco invasivi, si nota la voglia dell'attore di giocare con il registro comedy/autoironico con puntate sul malinconico. La sua ricetta di sempre, spalmata nella serialità. Uno dei pregi è quello di non insistere troppo sul cliché già troppo sfruttato del Verdone ipocondriaco. Si ride meno di quanto si vorrebbe, ma in fondo il motivo lo spiega il regista stesso durante la narrazione. Una stagione è più che sufficiente, ma del resto credo che Carlo non abbia la minima intenzione di girarne un'altra. A prescindere dal successo.
Arriva su Rai2 l’attesissima serie tv “Clarice”, sequel del celebre film “Il silenzio degli Innocenti”. A trent’anni dall’uscita della pellicola che ha segnato la storia del cinema, la serie tv prodotta dalla MGM Television è stata trasmessa per la prima volta su CBS giovedì 11 febbraio negli Stati Uniti. Il debutto italiano è previsto in prima serata il 9 aprile, in esclusiva su Rai2, ed in prima visione assoluta. A ricoprire il ruolo di Clarice, per cui Jodie Foster conquistò uno dei cinque Premi Oscar del film, è la giovane Rebecca Breeds. Al suo fianco, Michael Cudlitz nel ruolo di Paul Krendler, Lucca de Oliveira di Tomas Esquivel, Kal Penn di Shaan Tripathi, Nick Sandow dell’agente Clarke, Devyn Tyler nei panni dell’amica Ardelia Mapp, Marnee Carpenter di Catherine Martin e Jayne Atkinson di Ruth Martin.
La storia è ambientata nel 1993, un anno dopo gli eventi de "Il silenzio degli innocenti". Brillante e vulnerabile, Clarice ritorna ad occuparsi di serial killer e predatori sessuali. Il suo coraggio le dà una luce interiore in grado di affrontare i più pericolosi mostri e criminali. Ben presto si accorgerà che non tutto è come sembra. In una Washington livida e piovosa, dominata dagli affari della politica, Clarice si muove in un ambiente di lavoro fortemente maschilista. A sostenerla, il bisogno di sfuggire dagli inquietanti segreti di famiglia che l'hanno perseguitata per tutta la vita. Produttori esecutivi della serie sono Alex Kurtzman, Jenny Lumet, Elizabeth Klaviter e Heather Kadin. “Clarice” è prodotta da MGM Television e CBS Studios in associazione con Secret Hideout ed è distribuita a livello internazionale da MGM.
Una scena della serie tv di Sky Romvulvs, con Amulius e signora.
Ero immerso nella serie tv di Sky "Romulus". A un certo punto, la plebe barbarica di
non so quale tribù proclama Re il troiano Amulius. Immaginate la scena:
centinaia di uomini sotto la pioggia, di notte, con le torce, che urlano
tutti insieme per una trentina di secondi, scandendo bene le parole:
"Viva Re Amulius, il figlio di Troia! Viva Re Amulius, il figlio di
Troia! Viva Re Amulius, il figlio di Troia!". Che cosa volete che vi
dica: sarò un sentimentale, ma mi sono commosso pensando alla scena in
sala di doppiaggio.
In tema di serie tv fighette, su Amazon Prime Video (che da alcuni giorni ha fatto sparire Amazon dal nome: banale semplificazione o strategia in vista di una decisione commerciale che va nella direzione dell'indipendenza del marchio, e dunque di un abbonamento da pagare a parte, per tradurla in soldoni?) è appena approdata la britannica «Alex Rider».
Si tratta di uno spy thriller all'acqua di rose declinato in otto episodi e interpretato dal teatralmente poco dotato Otto Farrant. Che si cala nei panni di un ragazzo sveglio al quale viene ammazzato lo zio, da anni segretamente al lavoro come agente segreto. C'è poco tempo per le lacrime, perché i datori di lavoro dell'amato congiunto, quelli dell'MI6, ingaggiano il ragazzo per calarlo nelle loro trame. Bisogna scoprire chi sia l'assassino e poi occorre spedire il pischello a indagare, in incognito, in una sospetta scuola tra le nevi gestita da un pazzo con simpatie hitleriane. L'uomo, un personaggio da barzelletta (quando lo scoprono cancella i file uno a uno dal computer, per dirne una: neanche ai tempi dei modem a 14.4) ha come segretaria una virago simpatica come la sabbia nelle mutande e tiene per il bavero uno scienziato che ha ingaggiato per condizionare le menti dei pochi, ricchissimi allievi dell'istituto.
Di più non vi racconto per non togliervi la sorpresa, ma diciamo le cose come stanno: a parte qualche fiammata ogni tanto, siamo di fronte a un prodottino ben girato (con finale che lascia le porte aperte a una seconda stagione, ovviamente) ma con poca anima. Si lascia vedere ma non ti inchioda alla poltrona, c'è poco per cui entusiasmarsi. Fors'anche per colpa di qualche guitteria di troppo. Peccato, perché sarebbe bastato poco per migliorare.
Anya Taylor-Joy sul set di «The Queen's Gambit», ovvero La Regina degli scacchi, in onda su Netflix.
Un consiglio spassionato mi sento di darvelo: «La Regina degli scacchi», serie tv in onda su Netflix di cui parlo bene da un parecchio, e che inizia finalmente a essere notata da pubblico e addetti ai lavori. È la storia (magnificamente recitata) di un'orfana, cresciuta in un istituto fra poco amore e dosi massicce di ansiolitici, alla quale un vecchio inserviente nel seminterrato insegna in tenera età l'arte degli scacchi. Che diventa per la piccola una vera e propria ossessione.
Lei (la sorprendente Anya Taylor-Joy, il cui volto rappresenta come nessuno il vuoto dell'anima, in un perenne straniamento e distacco dal reale) è un piccolo genio, e diventa pian piano campionessa mondiale, restando però prigioniera di alcune dipendenze, tra le quali l'alcol, oltre alle già citate benzodiazepine. Fra parenti di somma aridità e amori dubitabili.
Una volta inziata, vi toccherà finirla in massimo un paio di giorni di binge-watching. Se non siete scacchisti, non preoccupatevi per i tecnicismi del gioco: un po' ci sono (era inevitabile), ma non in maniera disturbante.
Peccato non abbiano mantenuto il titolo originale: «The Queen's Gambit», che trodotto sarebbe La mossa della regina. Stava parecchie spanne sopra quello scelto, didascalico e banalotto. Davvero l'unica nota stonata.
Si aprirà con la seconda stagione de "Il molo rosso" il nuovo anno di Rai2 dedicato al mondo della serialità di qualità.
La creatura di Alex Pina, ideatore della serie "La casa di carta", tornerà in onda con i nuovi episodi, in prima visione assoluta, a partire da martedì 7 gennaio in prima serata, dieci giorni prima dell'uscita in Spagna, paese di produzione.
"La casa de papel" non era ancora diventata un successo planetario e già Alex Pina stava scrivendo questa nuova serie destinata ad aggiungere un altro capitolo alla "complex tv" di matrice europea. Al suo fianco, la sceneggiatrice Esther Martinez Lobato e il regista Jesus Colmenar, entrambi già al lavoro su La casa di carta, ma soprattutto di Alvaro Morte, anche conosciuto come il Professore.
In questa seconda e ultima stagione de IL MOLO ROSSO proseguono le indagini sulla morte di Oscar e verrà finalmente svelato il mistero. Quando Alejandra (interpretata da Verónica Sánchez) rivela a Veronica (interpretata dal volto di Irene Arcos) di essere la vedova di Oscar (Álvaro Morte), la sua confessione minaccia di spezzare per sempre la loro amicizia e la loro nuova relazione. Ma entrambe sono troppo coinvolte per tornare indietro: devono scoprire quale parte hanno avuto i loschi affari di Oscar nella sua morte e anche come la vita può andare avanti da sola. Alejandra decide di intraprendere una sorta di viaggio di auto-liberazione. Allo stesso tempo, Verónica deve chiedersi dolorosamente quanto abbia contribuito alla crisi di Oscar. Insieme, le due donne raggiungono un nuovo equilibrio e senso della famiglia e con l'aiuto del tenente Conrado scoprono cosa si cela dietro la morte di Oscar.
Crisula Stafida è nel cast del film tv "Din Don – Il Ritorno", diretto da Paolo Geremei (e prodotto da Bruno Frustaci e Alessandro Carpigo), che andrà in onda il 29 dicembre su Italia 1 (in prima serata). L'attrice veste i panni de "La Gina", la simpatica cameriera personale della ricca Esmeralda (interpretata da Laura Torrisi), di origine trentina.
"Mi diverto da impazzire a interpretare ruoli in cui posso tirare fuori i miei lati ironici, arrivare alle persone irradiando buon umore mi fa stare bene" - dice Crisula - "E poi 'Din Don il Ritorno' è stata un'esperienza che non si dimentica, ci siamo divertiti lavorando, ed è la cosa più bella che può succedere su un set".
Nel cast, tra gli altri, Enzo Salvi, Ivano Marescotti e Maurizio Mattioli. Con quest'ultimo Crisula ha condiviso anche il set di "Ricci e Capricci", la sit com andata in onda con successo su La 5 di Mediaset, in cui si diverte nei panni della parrucchiera "Lola", un altro ruolo divertente e in perfetto stile "commedia all'italiana" che rivedremo presto nella seconda stagione.
Nel video qui sopra, pubblicato sul mio canale YouTube, parlo di «Euphoria», l'ultimo parto di quei geni di HBO, gli stessi de «Il Trono di spade» e «Chernobil»; è la serie tv del momento, l'ultima frontiere del teen-drama.
Discussa, disturbante, amata e detestata (perché inquieta le famiglie borghesi), è un puro concentrato di disagio. Soprattutto al femminile. Fra consumo di droghe, tradimenti, minacce, famigliole dall'apparenza irreprensibile dietro le quali si nascondono torbidi segreti. Difficile non restare scossi e affascinati al contempo da questo tipo di euforia indotta spesso da sostanze di ogni tipo. Va in onda su Sky Atlantic, che non manca di trasmettere all'inizio di ognuno degli otto episodi le avvertenze del caso. Guardatela, non ve ne pentirete. Magari metterà in discussione qualche vostra certezza, ma è un esercizio tutto sommato salutare.
I protagonisti di «Winter has cum», la parodia porno di «Game of Thrones».
Chissà se entrerà nella storia come alcuni titoli parodistici veri (tipo «Biancaneve sotto i nani»), o inventati ma altamente evocativi (come «La spada nella doccia») o il Tarzan di Rocco Siffredi. Fatto sta che il mondo del porno parodistico da qualche tempo ha un nuovo feticcio, che si rifà alla serie tv del momento, giunta alla sua stagione finale.
Il gioco originale di «Game of Thrones».
Insomma, «Il trono di spade» («Game of Thrones»), che ha com'è noto lo storico claim «Winter Is Coming», si vede ora insediato da «Winter Has Cum» («L'inverno è venuto»). «A XXX Parody» si specifica sopra la grafica del titolo, che ha ovviamente gli stessi caratteri del cult di HBO, che debuttò nel 2011 e tratto dai lavori di George R. R. Martin. In questo momento il sito specializzato Pornhub lo sta utilizzando come contenuto vincente per portare gli utenti ad aderire alla versione Premium della piattaforma, quella a pagamento. E mentre Danaerys, i suoi draghi e tutta la compagnia si dedicano alle due ultime, cruentissime battaglie della season finale, c'è chi combatte (immagino, perché non l'ho ancora visto), in altre e forse più morbide location, altre lotte all'ultimo respiro. E come in ogni porno che si rispetti, io sogno sempre il lieto fine.
Salvatore Esposito nei panni di Genny Savastano in «Gomorra».
«GOMORRA» – Quarta stagione
A marzo 2019 su Sky Atlantic
Torna la produzione originale Sky, Cattleya e Fandango in collaborazione con Beta Film che è stata venduta in oltre 190 territori. Dopo l’inaspettata morte di Ciro (Marco D’Amore) che ha chiuso la terza stagione, Genny (Salvatore Esposito) e Patrizia (Cristiana Dell’Anna) devono stabilire un nuovo equilibrio nel sistema, mentre Enzo (Arturo Muselli) e Valerio (Loris De Luna) hanno confermato la posizione del loro clan nel centro di Napoli. Nuove minacce e nemici spietati attendono i protagonisti, Genny dovrà prendere decisioni difficili per proteggere la sua famiglia. Confermati alla regia Francesca Comencini, a cui è affidata anche la supervisione artistica della quarta stagione, e Claudio Cupellini. Esordio alla regia per Marco D’Amore, già protagonista della serie. Con lui Enrico Rosati, aiuto-regista delle prime tre stagioni e regista di Gomorrah VR - We own the streets, in concorso al Festival di Venezia 2017 nella sezione VR, e Ciro Visco, aiuto regia nelle prime tre stagioni.
Game of Throne.
«IL TRONO DI SPADE» – ottava e ultima stagione
Ad aprile 2019 su Sky Atlantic, in contemporanea con gli Stati Uniti
L’inverno è arrivato e anche la stagione conclusiva della serie più attesa del 2019 a livello globale. L’ottava stagione de “Il Trono di Spade”, in arrivo nel 2019 su Sky Atlantic (in contemporanea assoluta con gli Stati Uniti), è composta da soli sei episodi. Si concluderanno così le storie che l'autore George R. R. Martin ha cominciato a narrare nei suoi romanzi di successo dal lontano 1996. Sui contenuti della stagione, invece, c’è sempre l'assoluto riserbo.
George Clooney (a sinistra) in «Catch 22».
«CATCH-22»
Nella primavera 2019 su Sky Atlantic
Sky Italia co-produce una delle serie internazionali più attese del 2019, che vede George Clooney tra i produttori esecutivi (con il suo partner Grant Heslov), ma anche regista e interprete della serie. Nel cast anche Hugh Laurie, Christopher Abbott, Kyle Chandler e Giancarlo Giannini. La serie – girata anche in Italia, tra Roma e la Sardegna – è tratta dall’omonimo romanzo antimilitarista del 1961 scritto da Joseph Heller. È ambientata nel nostro paese durante la seconda guerra mondiale e racconta la storia del giovane soldato americano John Yossarian, un bombardiere dell'aviazione. Il suo vero problema, in realtà, più ancora che i nemici, sono i suoi stessi superiori, che continuano ad aumentare il numero di missioni da completare prima di poter ottenere il congedo e tornare a casa. Un modo per evitare di dover combattere ancora ci sarebbe e Yossarian vorrebbe provarci. Per riuscirci, però, il giovane finirebbe per incappare nel paradossale Comma-22, che stabilisce che chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma nel momento stesso in cui fa tale richiesta, dimostra automaticamente di non essere pazzo, perché solo un pazzo vorrebbe continuare a volare quelle missioni.
Big Little Lies 2.
«BIG LITTLE LIES» – seconda stagione
Nel 2019 su Sky Atlantic, in contemporanea con gli Stati Uniti
Torna la serie HBO che ha sbancato l’edizione 2018 degli Emmy Awards con ben 8 premi e lo fa con un ingresso del cast non da poco: alle protagoniste della prima stagione (Reese Witherspoon, Zoe Kravitz e Nicole Kidman) si aggiunge infatti anche Meryl Streep che interpreterà Mary Louise Wright, la madre di Perry, giunta a Monterey dopo la morte del figlio per stare vicina ai nipoti e alla nuora, Celeste. I nuovi episodi sono firmati nuovamente da David E. Kelly, che scriverà la sceneggiatura partendo da del materiale inedito firmato ovviamente da Liane Moriarty.
Roberto Saviano.
«ZEROZEROZERO»
Nel 2019 su Sky in Italia, Regno Unito, Irlanda, Germania e Austria
Stefano Sollima dirige la nuova produzione originale Sky tratta dal best seller di Roberto Saviano. ZeroZeroZero racconterà sistemi criminali e familiari diversi tra loro, ma ugualmente violenti e assetati di potere, e come i cartelli messicani, la ‘ndrangheta e uomini d’affari corrotti si contendano la supremazia delle rotte della merce più distribuita al mondo: la cocaina. La serie, in otto episodi, vanta un cast di interpreti internazionali, con protagonisti Andrea Riseborough, Dane DeHaan, Gabryel Byrne, Harold Torres, Giuseppe De Domenico, Francesco Colella e Tcheky Karyo.La serie è sviluppata dallo stesso team creativo di Gomorra - La Serie: Leonardo Fasoli, Stefano Bises, Roberto Saviano e Stefano Sollima e scritta dallo stesso Fasoli con Mauricio Katz. La serie è una produzione Cattleya per Sky, CANAL+ e Amazon.
Stefano Accorsi in «1994».
«1994»
Nel 2019 su Sky Atlantic
Si conclude la trilogia prodotta da Sky e Wildside, nata da un’idea di Stefano Accorsi sugli anni che hanno cambiato l’Italia. Ritroveremo dunque Stefano Accorsi (che interpreta Leonardo Notte), Miriam Leone (Veronica Castello), Guido Caprino (Pietro Bosco), e Antonio Gerardi (Antonio Di Pietro) alle prese con nuove vicende e intrecci.
«CHERNOBYL»
Nel 2019 su Sky Atlantic
È in arrivo nel nuovo anno anche la serie targata Sky ed HBO ispirata ad una delle peggiori catastrofi della storia mai provocate dall’uomo. Un cast internazionale composto da Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, Paul Ritter, Jessie Buckley, Adrian Rawlins e Con O'Neill. Le miniserie in cinque episodi verrà trasmessa su Sky Atlantic in Italia, ma anche nel Regno Unito, Irlanda, Germania e Austria. La serie porterà sugli schermi la vera storia di una delle più terribili catastrofi mai provocate dall’uomo e il coraggio di quegli uomini e quelle donne che hanno fatto sacrifici incredibili per salvare l'Europa da un disastro inimmaginabile.
Catherine The Great.
«CATHERINE THE GREAT»
Nel 2019 su Sky Atlantic
La storia di una delle figure femminili più potenti di tutti i tempi è al centro della produzione originale Sky e HBO con protagonista Helen Mirren, ambientata nella sfarzosa ma politicamente spietata corte russa del 18° secolo. In una corte scintillante e assetata di potere, accanto alla vincitrice del premio Oscar®, vedremo Jason Clark nel ruolo di Potemkin, lo statista preferito di Caterina oltreché comandante militare e amante, Gina McKee, che interpreta la Contessa Bruce, amica e confidente di tutta una vita, e Rory Kinnear nei panni del ministro Panin, abile uomo politico, consigliere del figlio ed erede di Caterina, Paolo I.
Anche Richard Roxburgh si unisce al cast nella parte di Grigory Orlov, uno degli ex amanti di Caterina che, con suo fratello Alexei Orlov (Kevin R McNally), ha orchestrato il colpo di stato che ha portato Caterina al potere.
Su Netflix sono appena approdati l'evitabile, guerreggiante eppure noiosa, israeliana «Quando gli eroi volano» e un prodotto Usa che si lascia guardare senza opporre troppa resistenza: «Titans», della DC Comics. Non un capolavoro, ma se ami fantasy e azione, ci sta. Ammiccando al mondo teen.
I protagonisti di «Quando gli eroi volano».
Tre supereroi guidati dal Robin di Batman in versione bipolare combattono contro i cattivi e soprattutto contro chi li vorrebbe trasformare in cavie da laboratorio: c'è la ragazzina dai capelli blu con un alito che se le gira male uccide e se le gira bene guarisce da tutti i mali (però imponendo le mani, non con l'alito); c'è il ragazzino dai capelli verdi che se lo fai incazzare si trasforma in tigre, e soprattutto una panterona di colore dai capelli rossi che ha il potere di incenerire a palme aperte tipo lanciafiamme. Insomma, manca solo Wanna Marchi.
Ma non è finita: accanto a loro di volta in volta appaiono altri bizzarri superdotati (non nel senso Rocco Siffredi) in una girandola di scene da accettare come sono staccando il cervello. Puro intrattenimento fine a se stesso.
Elizabeth Lail e Penn Badgley, protagonisti di «You».
Nel mare magnum di caricamenti di serie tv (non sempre eccelse, vista anche la quantità) sul server di Netflix, è spuntato un gioiellino. Si intitola «You», ed è un prodotto americano ben girato, intelligente e ricco di sfumature. Se hai amato «Dexter», non potrà non piacerti. La prima stagione me la sono bevuta in due giorni scarsi. Joe (Penn Badgley), irreprensibile libraio americano, si innamora di Beck (Elizabeth Lail), graziosa cliente, lettrice e scrittrice, e i due iniziano a frequentarsi. Il ragazzo, però, sotto sotto, è lievemente psicopatico, e il suo amore per la ragazza si trasforma in un'iperprotettività con istinti omicidi. C'è l'invadente ex di lei, le invidiose amiche della tipa che li vogliono allontanare, l'ossessione del controllo e di un social-mondo che espone a rischi. Insomma, un puzzle intricato che però rappresenta, se vogliamo, l'ordinaria amministrazione della vita di ogni coppia. A meno che non ci sia sotto del marcio perché niente, ovviamente, è come sembra. La costruzione di «You» (anche nei dialoghi e nelle voci fuori campo dei protagonisti, che ne rivelano costantemente il pensiero) è così minuziosa da intrigare e inquietare al contempo. Per non parlare della bella sensazione, ormai troppo frequente, di non perdere tempo alle prese con la solita serie che tira a campare per arrivare alla stagione successiva.
Il protagonista dell'interattivo episodio «Bandersnatch» della serie tv «Black Mirror».
Due mesi di riprese e sequenze che ti fanno entrare subito in un inquietante loop claustrofobico. L'ultimo gioellino di casa Netflix si chiama «Bandersnatch», ed apre la nuova stagione di «Black Mirror». La trama. 1984. Un nerd brufoloso che a Sega non di rado aggiunge Master System lavora a un nuovo videogame interattivo dai molteplici finali. Rimasto solo con papà e in cura da una psicologa, si rivolge a una software house per sviluppare il progetto, «Bandersnatch», tratto da un ignoto tomo. Più di così è meglio che non ti racconti, perché sarai tu (sì, proprio tu) a far procedere gli eventi, dalle azioni più banali agli snodi cruciali della storia decidendo in un tempo molto limitato e con un tocco di vibrante joystick. La classica doppia scelta: dalla colonna sonora, alla decisione se impiegare il protagonista per fargli far fuori papà con un colpo di posacenere di cristallo, oppure risparmiargli la vita. Il trucco c'è, e si vede (a volte ti costringono a marce indietro forzate, mica si possono girare sequenze alternative per tutta la vita), ma il giochino intrippa quanto basta per dedicargli un paio d'orette, riavvolgendo di tanto in tanto il nastro e cambiando opzione. In ogni caso, il meccanismo è studiato così bene che dopo un'ora circa, forse meno, puoi arrivare a un finale. Ma se non ti basta, clicchi di nuovo e alcune scene e dettagli cambiano e ti vengono riproposti. Molto più serio di altri, embrionali esperimenti simili, «Bandersnatch» di «Black Mirror» piace anche perché ammicca continuamente al grande potere decisionale dato allo spettatore, che diventa l'entità oscura che muove le pedine. Tocco di classe per chi è datato: la sigla di coda in midi rimasterizzato, come i vecchi videogames.
Gianni Morandicorre. Morandi del resto, lo sanno tutti, corre sempre. Morandi fa la faccia da Morandi affaticato. Morandi parla col cane Mirto. Morandi con gli anni ha sempre più l'accento di Mike Bongiorno. Morandi si compiace perché la figlia poliziotta ha un fidanzato poliziotto come si deve.
Il fidanzato della figlia di Morandi va a trovare la Canalis. La Canalis è morta sul tappeto del salotto. Arriva la scientifica e la Canalis è morta così male che nel ciak precedente ha la mano sinistra a pugno, in quello successivo il palmo è disteso e poi ancora a pugno.
Morandi è medico. Morandi in pronto soccorso scopre che la nipote ha avuto un incidente in auto col fidanzato della figlia, e di lei (della nipote) padre. Morandi fa la faccia tristissima che mai così tristissima da quando andava a cento all'ora per trovare la bimba sua (e lo multavano).
Morandi non la racconta giusta perché conosceva il tizio scappato dalla scena dell'omicidio della Canalis. La figlia di Morandi intuisce di essere cornuta. Ma è figlia di Morandi, non può reagire male. Al massimo non fa un selfie con Giancarlo Magalli, ma serve understatement.
Morandi si imbarca in una conversazione col giardiniere, persona semplice ma acuta, e fa brevissima citazione letteraria colta. Ma resta umile. Morandi ha per le mani il balordo trovato nella villa della Canalis morta con mano aperta/chiusa/aperta e lo porta a casa sua.
Morandi fece nascere il balordo scappato da casa della Canalis morta. Morandi s'era affezionato perché va bene il distacco, ma lui è fatto così. Lui chiede chi erano i Beatles. Al commissariato del paese c’è una che è più gnocca della Canalis sia viva che morta.
Morandi studia la faccia da fare. Morandi nei dialoghi dice le battute con il ritardo di due secondi tipo collegamento via satellite. La nipotina di Morandi si sveglia dal coma ma è cieca. Morandi è agitato e gli si ingrippa il labiale ma la scena la tengono comunque.
La nipotina di Morandi piange perché l’incidente l’ha resa cieca. Se fosse diventa sorda non avrebbe più potuto sentire le canzoni di Morandi. Morandi a casa non si capacita che il bullo balordo sia bullo balordo. Per fortuna almeno il giardiniere non è democristiano.
Il fidanzato della figlia di Morandi non riesce a dimenticare la Canalis. Soprattutto quando stava con George Clooney. La Canalis recita poco e solo nei flashback. La figlia di Morandi s'incazza perché le corna diventano conclamate. Morandi fa da paciere con tutti e tutte, come Frate Francesco.
Pablo Escobar e l'attore che lo interpreta in «Narcos».
Juan Pablo Escobar che ora ha assunto il nome di Sebastián Marroquín, figlio del re del narcotraffico colombiano Pablo Escobar, è stato intervistato oggi pomeriggio a Caterpillar, su Rai Radio2, da Massimo Cirri e Sara Zambotti.
Sebastian Marroquin oggi vive in argentina, ha un figlio piccolo e fa l’architetto. “L’Onu, la Croce Rossa e il Vaticano ci hanno sbattuto le porte in faccia quando abbiamo cercato di espatriare con il nome di Escobar, ho cambiato identità a 16 anni, l’unica opportunità che avevo per abbandonare la violenza, altrimenti nessuna compagnia aerea ci avrebbe fatto partire”.
“Raccontare la storia di mio padre è un’opportunità per far conoscere realmente la sua storia e le conseguenze delle sue azioni. Analizzando la sua storia ho capito che non avrei mai ripetuto le sue azioni e che avrei potuto utilizzare quanto da lui fatto per far comprendere ai giovani quanto sbagliate possano essere certe decisioni. Ritengo che conoscere la verità sia un diritto per le famiglie delle vittime, mentre credo che sia un mio dovere chiedere loro perdono”.
Riguardo alla rappresentazione quasi romantica di Pablo Escobar fatta in tv, ha dichiarato: “L’ibristofilia in psicologia rappresenta l’attrazione che le persone tendono a nutrire nei confronti di delinquenti, e dal mio punto di vista credo che i produttori televisivi abbiano saputo sfruttare al meglio questo concetto. Cercando di creare un alone di attrazione attorno alla figura fatale di mio padre, raccontando storie caratterizzate esclusivamente dalla violenza. Mio padre ha sfidato la democrazia e un intero paese e questo ha fatto si che la sua figura attraesse molte persone. Quando si guardano le serie tv, soprattutto i giovani si sentono attratti dall’immagine di Pablo Escobar e vorrebbero ripetere le sue azioni, chi legge i miei libri non si sente di ripetere nessuna di quelle azioni. La sua storia è stata utilizzata spesso in modo irresponsabile”.
“In una delle scene di Narcos viene ripreso mio padre intento a bruciare 2milioni di dollari solo perché mia sorella aveva freddo: in Colombia abbiamo legno a sufficienza e mio padre non sarebbe stato così stupido. Questo mostra la volontà da parte dei produttori tv di creare una immagine di mio padre che sembri più potente di quanto non lo fosse in realtà. Nella serie ci sono anche una serie di fatti politici che vengono raccontati diversamente da come avvengono”.
È sbagliato leggere «Come Quando Fuori Piove» di e con Virginia Raffaele, che ha debuttato ieri sera sul canale Nove, come un programma. O comunque con l'occhio con cui si giudicano le normali categorie televisive. Si tratta, in buona sostanza, di un film dilatato. Una serie filmica. Altri ritmi, altro respiro. La prova virtuosistica dell'attrice (che al virtuosismo maniacale tiene parecchio, come del resto l'omologa collega Paola Cortellesi) è una pellicola che si rifà al Carlo Verdone dei tempi d'oro. Un «Bianco, rosso e Verdone» seriale trasmesso in tv. Per la regia di Fabio Mollo. E come tale va giudicato. Gli spunti comici ci sono, senza forse l'irresistibilità di alcune perle dei personaggi verdoniani, ma il prodotto è ben scritto, ben girato e ben montato. Bisogna affezionarsi ai personaggi e (mal che vada) puntare poi al magazzino. Perché «Come Quando Fuori Piove» è pensato per durare. Nei tic maniacali dell'attrice Serena, che ricorda parecchio il piglio di Margherita Buy; nella malmostosità dell'economista Gregoria Barberi Bonanni; nella grinta della sposa Susanna e nelle pischellerie talent di GiorgiaMaria, aspirante concorrente dell'«Amici» di Maria De Filippi (tutte interpretate dall'attrice), ci sono i clichè dell'Italia buffa e un po' devastata vista dalla Raffaele. Che, in mancanza di film veri, ha deciso di regalarsi un monumento al virtuosismo comedy in tv.
Ospite di «Sere d'estate», con Tamara Donà e Andrea Santonastaso, su Rai Radio 2 (il video con l'intervista è qui sopra)racconto che cosa ci aspetta in tv nel prossimo autunno-inverno sul fronte dell'intrattenimento seriale. Dall'avventurosa «Catch 22», con George Clooney, all'introspettiva «Save Me», con uno dei protagonisti di «The Walking Dead» e «Fear The Walking Dead», passando per la carceraria «Escape from Dannemora», prodotta da Ben Stiller. Dopo l'arrivo di «Insatiable», «Disincanto» e «The Innocents», la vera sorpresa potrebbe arrivare non tanto da «Sharp Objects» ma da «Maniac» e soprattutto «Kidding», con il grande Jim Carrey. È la storia del conduttore di un programma per bambini sulla tv Usa, una leggenda e un marchio macina dollari, che si trova alle prese con il franare della propria vita privata. Scopre così che la vita non è soltanto sorrisi sul palcoscenico, ma anche pianti dietro le quinte.
Giuseppe Ganelli nella sua casa-museo di Happy Days.
Il fan club italiano di Happy Days entra nel Guinness dei Primati per il maggior numero di oggetti (memorabilia) dedicati alla serie con il Premio Oscar Ron Howard. Con il record di 1439 gadget a tema, Giuseppe Ganelli, il presidente dell’associazione, è il primo al mondo ad avere raggiunto un simile traguardo legato alla famosa sitcom ispirata alla famiglia Cunningham. Il pezzo probabilmente piu’ “pregiato” è il Flipper originale di Arnold’s drive in direttamente dal set di Happy Days, unitamente alla maglietta originale da baseball del team “Arnold’s” usata da Ron Howard, che interpretava Richie, nella puntata “Padrino per caso” del 1976. Poi oltre a action figure (quella di Fonzie è stato il primo oggetto della collezione iniziata negli anni 70) fotografie autografate, copioni della serie, callsheet, clapperboard, lunch box, asciugamani, cards fanno parte della collezione la divisa da baseball della Reunion per i 30 anni indossata da Erin Moran (Joanie) e la palla da baseball usata nella partita stessa e regalata a Ganelli da Garry Marshall, produttore ed ideatore del telefilm. Anche Henry Winkler (Fonzie nella serie), via Twitter si è complimentato per il record, definendo il presidente “A doctor, a good friend and a true fan, ciao Giuseppe” ("Un dottore, un caro amico e un fan vero, ciao Giuseppe") Giuseppe Ganelli è infatti da anni in contatto con tutto il cast ed è stato invitato a parlare a Milwaukee nel 2008, al “Bronze the Fonz day” condividendo il palco con gli attori della celebre sitcom.
Se anche gli spagnoli iniziano a girare serie tv di buon livello, dove andremo mai a finire, signora mia? Eppure succede anche questo, su Netflix, con la prima stagione de «La casa di carta» («La casa de papel», in originale), ideata da Álex Pina.
Otto ladri si barricano nella Zecca di stato di Madrid agli ordini di un misterioso «Professore» che sta in un rifugio esterno e che ha trascorso metà della sua vita a studiare un piano ingegnosissimo con margini di errore pressoché irrilevanti. L'idea, in sintesi, è quella di mescolarsi agli ostaggi per giorni e giorni, stampando intanto miliardi di banconote da 50 euro. E poi fuggire rocambolescamente.
Le complicazioni però arrivano, eccome, una dopo l'altra, e bisogna essere pronti ad affrontarle con uno studiato gioco di squadra.
Il cast con gli attori spagnoli de «La casa de papel».
Con un ottimo cast, un buon mix fra la costruzione dei personaggi e gli intrecci sentimentali (senza trascurare per un secondo la suspence) e poche sbavature, non si può che darsi a un binge watching sfrenato dei 13 episodi a disposizione. La bravura degli sceneggiatori è stata soprattutto quella di riuscire a dilatare ciò che di norma sarebbe stato solo un film di un paio d'ore, in un lavoro credibile di lunga serialità.
Tanto «El Chapo» Guzman (Netflix) - dì la verità - l'hai già finito, sei già orfano di «Gomorra» e non aspetti altro che ogni settimana scodellino il nuovo episodio di «Snowfall» (Sky Atlantic, con i primi giri di coca nella California black degli Anni 70); la prima parte della seconda stagione di «Designated Survivor» invece ti ha deluso un po', ma è stata compensata dalla magia e dagli effetti speciali di «Stranger Things». E poi, a Capodanno, smaltita la sbornia, inizi la nuova stagione di «Black Mirror» che è appena sbarcata su Netflix. E chi t'ammazza?
Ma dammi retta: anche se è spagnola e non ci puoi credere, butta un occhio su «La casa di carta». Non te ne pentirai.