domenica 10 maggio 2020

BIAGIO ANTONACCI: «QUANDO PORTAI LAURA PAUSINI IN BUDINERIA A ROZZANO»

Biagio Antonacci e Laura Pausini.
«Voglio un palco grandeee!» esplode Laura Pausini guardando in faccia tra il sorridente e il minaccioso Ferdinando Salzano, promoter di «Stadi 2019», il tour che la guizzante faentina dai cinque Grammy nel cassetto farà il prossimo anno con Biagio Antonacci. «Sarà enorme», risponde lui rassegnato. «Saremo la prima coppia mista in Italia ad affrontare gli stadi», fa eco il cantautore di Rozzano.
Tra Laura e Biagio si nota subito che l’amicizia è salda, e lui, un po’ per cavalleria, un po’ perché la figura di lei è dominante e più internazionale, accetta di stare idealmente un passo indietro.
«Avevamo accennato tanto tempo fa a questa cosa» dice Antonacci  «ma un giorno Laura si è svegliata e mi ha mandato un messaggio alle quattro del mattino. “La facciamo. Puoi venire a casa mia a Roma domani fra le 18 e le 19.45, che facciamo la foto insieme con le transenne?” Certo, chi non ha le transenne a casa? Lei è fatta così».
Biagio era a Sanremo nel 1993 fra i Big quando Laura vinse tra le Novità con «La solitudine». «Mi ritrovai la ragazza dalla voce prepotente» ricorda «che ogni tanto vedevo fare piano bar col padre in un locale di Bologna. Nel 2000 ho scritto per lei il singolo “Tra te e il mare”, che venne ad ascoltare prima a casa mia estasiata. Poi la portai a Rozzano alla “Budineria”, dove avevo esordito io. Tutti a bocca aperta».
«Stadi 2019» partirà il 26 giugno prossimo da Bari, per toccare poi anche Roma il 29, Milano il 4 luglio, Torino il 17 e chiudersi il primo agosto a Cagliari. In totale 10 date. Assente Napoli, ma potrebbe aggiungersi strada facendo perché i due ragazzi (e il loro management) sono tignosi.

(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2018)

sabato 9 maggio 2020

MILANO, FASE 2 * BAR APERTI PER I COCKTAIL DA ASPORTO, UN RISCHIO NATURALE

I Navigli a Milano: i bar aperti son un rischio naturale.
Sono il primo a soffrire (parecchio) vedendo bar, ristoranti e locali chiusi in giro per Milano. E mi spiace doppiamente: sia per le tante persone che non lavorano, sia perché vivere in questa (pur) meravigliosa città senza i tantissimi benefici sociali che offre, ha poco senso. Infatti presto, appena possibile, mi trasferirò per un bel po' in campagna.
Una cosa però va detta chiaramente, e nasce dall'osservazione diretta. Ieri sera, ore 22.30, ho notato che ha riaperto facendo asporto la «Bodeguita del medio» (replica di quella cubana), che sta quasi di fronte a casa mia. Davanti all'esercizio c'erano circa 25 ragazzi, in tre gruppetti, distanziamento spesso ben sotto il metro, mascherine indossate sotto il mento. Insomma precauzioni zero o quasi. Quanti posti così ci sono in giro per l'Italia?

Se un ristorante fa asporto, non ci sono problemi: il rider preleva il cibo e te lo consegna a casa. Contatti assenti. Se il take away lo fa l'hamburgeria, è già un filo diverso: puoi prendere e mangiare sia a casa che nei dintorni del locale, quando ci sono posti a sedere. Se fo fa, come nel caso sopra, un bar o comunque un locale che fa quasi esclusivamente cocktails, avrai senza ombra di dubbio non il rischio ma la ragionevole certezza di creare un assembramento non controllato esattamente davanti al locale. In particolare quando spuntano i primi caldi e la gente esce per divertirsi.
Inoltre i ragazzi se ne battono allegramente e totalmente del coronavirus, e questo l'ho visto più volte personalmente. Se gli apri il locale, loro davanti a quel locale stanno e fanno branco. Tutti insieme. Cazzeggiando. Come è anche comprensibile che sia. Del resto il cocktail da asporto chi andrebbe a casa a berlo? Giusto un deficiente.
Lo so, la questione è complessa, e se non si può fare affidamento sul senso civico della gente, saranno purtroppo i bar i primi a farne di nuovo le spese se dovessero risalire i numeri. E se non si potrà fare un provvedimento limitato a un solo segmento (vado a tentoni: potrebbe essere incostituzionale), ne rifaranno di nuovo le spese tutti. Ne rifaremo le spese tutti.

LA VITA DI ETTORE ANDENNA * DONNE, AMORI, GIOCHI (SENZA FRONTIERE) E POLLI

Il conduttore tv Ettore Andenna.
Se vuoi fare strada (meglio, carrareccia) nel giornalismo “impantanativo”, lavora per Oggi. Il giornalismo “impantanativo” prevede che il soggetto vaghi in auto a Grazzano Badoglio, nelle campagne del Monferrato, a caccia della nobile cascina dove si è rintanato il mitico Ettore Andenna. Proprio lui, l’uomo de «La Bustarella» e «Giochi senza frontiere», che oggi alleva polli insieme con la famiglia.
Vatti a fidare del navigatore satellitare di Mr. Google, che è senz’altro una brava persona ma ritiene praticabile un lungo sentiero fangoso che praticabile di certo non è. Così ti ritrovi con le ruote (quelle dell’auto del fotografo, per fortuna) che iniziano a slittare a vuoto a cento all’ora fischiando nella melma. Non se ne esce. Chiami Andenna in persona, che arriva dopo un’ora con il suo Suv a recuperarti, ma si impantana irreversibilmente anche il conduttore/conducente. Dopo due ore «il Belgio gioca il jolly» (citazione da «Giochi senza frontiere») e con un trattore monumentale spunta il savatore: Giovanni, uno dei figli di Andenna, che estrae dalla mota padre, fotografo e giornalista. Insomma, un film.

Andenna, con un manipolo di eroi ad Antenna 3 Lombardia lei diede vita alle tv commerciali in Italia.
«Non dimentichi l’etere di Radio Monte Carlo. Di recente Piersilvio Berlusconi ha detto di aver comprato l’emittente “fondata” da Alberto Hazan. Ennò, fu ideata e fondata nel 1966 da quel genio di Noel Coutisson e nell’87 rilevata da Hazan. A noi voci storiche si è accapponata la pelle».
Dicevo: un padre della tv commerciale, conduttore brillante, da anni esule in campagna.
«Ma non ho mollato le piazze, tant’è che faccio ancora serate col pienone. È la tv che inspiegabilmente mi ha emarginato. Per un po’ sono stato in panchina ma senza sentirmi sprecato; mi sprecavano gli altri. Ora ne ho le scatole piene di rispondere alla domanda: “Perché non lavori più?”».
Da lì, il business dei polli senza frontiere?
«L’insofferenza per l’aleatorietà del mio mestiere l’ha sviluppata la famiglia. Così tre anni e mezzo fa mio figlio Giovanni ha aperto l’attività, e mia moglie si occupa di tenere i polli in salute. Abbiamo un capannone dove cinque volte l’anno arrivano fra i 23 e i 30 mila pulcini. Il nostro compito è allevarli nelle migliori condizioni di igiene, clima e alimentazione per 51 giorni, finché non raggiungono 3,6-4 chili. Poi vengono prelevati per la macellazione».
E lei?
«Vivo con la mia pensione, ho questa mia proprietà, ma non mi vedrà mai andare a piangere miseria sui giornali, com’è tanto di moda oggi nello spettacolo. Manca di dignità».
Sua moglie Diana Scapolan era valletta de «La Bustarella».
«Lì ci siamo conosciuti. C’era anche Carmen Russo, che scoprimmo per caso con il regista Beppe Recchia, grande appassionato di inquadrature anatomiche. Carmen aveva seni enormi, fatti di travertino».
Ma la scintilla scoccò con Diana.
«Pensavo di andare in giro con una bella moglie di rappresentanza e invece lei da chioccia veneta si è messa qui e ha sfornato quattro figli: Giovanni, Giaele, Gianluigi e Gabriele».
Un esercito.
«Ma ne ho altri tre. Due dal primo matrimonio: una ragazza portatrice d’handicap che sta in un istituto e si trasferisce da noi nel weekend. L’altro figlio la mamma ha voluto tenermelo lontano; l’ultima volta che l’ho visto avrà avuto un anno e mezzo e ora credo faccia il regista a Roma. Poi ce n’è un altro extra matrimonio avuto da una nobildonna – molto nobildonna – toscana che me l’ha tenuto nascosto per sette anni usandomi come stallone, in pratica. Tre anni fa questo ragazzo, Luigi, ha giustamente voluto conoscere il padre e ora è in contatto anche con gli altri miei figli».
La sua vita sentimentale fa impallidire «Beautiful»!
«Non mi sono mai fatto mancare niente. Ho vissuto. Dopo 20 anni m’ha preso persino il guizzo di riprendere un agente».
Ci ricasca con la Tv?
«Mi hanno chiamato per “L’isola dei famosi”, ho fatto un provino, ma non andrò, anche se mi darebbero un sacco di soldi. Ho chiesto di condurre i giochi dall’isola come inviato, invece vogliono vedermi tra i concorrenti. Perché dovrei confrontarmi con questi bimbiminkia, come usa dire oggi?».
Quindi?
«La mia agente mi ha proposto per “Ballando con le stelle”, che farei molto volentieri, ma lì c’è Milly Carlucci che dice che sceglierà. Con lei facemmo una puntata record di “Giochi senza frontiere”: 19 milioni d’ascolto in Italia e 105 in Europa, ma forse si è dimenticata. Non so, dopo che la nostra storia è finita l’ho incontrata una volta in 40 anni e mi ha trattato con estrema sufficienza, e non so perché: devo averle lasciato un cattivo ricordo».
Pensavo aveste solo lavorato assieme.
«Mannò, siamo stati insieme un anno e mezzo… Non capisco le persone che: “Quel periodo della mia vita non esiste”. No, la mia vita esiste tutta».
Che ricordo ha di Enzo Tortora, col quale lavorò ad Antenna 3?
«L’inventore della tv moderna. Rimasi basito quando lo accusarono persino di drogarsi. Enzo spesso aveva scatti d’ira e per controllarli, per non essere troppo reattivo, prendeva regolarmente il Valium. Il contrario del profilo del drogato. Mi sosteneva sempre e mi diceva spesso: Ettore, se in Rai ti sottovalutano vai e picchia i pugni sul tavolo».
L’incontro più emozionante della sua vita?
«Forse con Papa Wojtyla, nel 1997. All’epoca lavoravo molto per il Vaticano. Lo incontrai in un salottino accanto alla sala Nervi con il mio bambino più piccolo, Gabriele. Mi stupì perché prima di dargli la benedizione fece un gesto con la mano sopra la sua testa, come per strappare qualcosa. Chiesi poi spiegazione ad altri: lui era anche un grande esorcista, e mi dissero: “Ha visto sul bambino qualcosa di negativo, e gliel’ha tirata via“».
La tv di oggi le piace?
«È una cavolata immane l’ossessione di rifare vecchi programmi, come “Rischiatutto” o “Portobello”. La gente non vuole vederli per non rovinarsi il ricordo d’infanzia. Poi non lamentatevi se floppano. In Rai, che Tortora chiamava “La lanterna magica di Stato”, vanno in onda show dai costi assurdi. Stendo un pietoso velo sullo stipendio di Fabio Fazio: ho il rimpianto di non essermi mai dichiarato di sinistra. Se uno di sinistra becca più di 11 milioni per tre anni di contratto, beh ragazzi… Sa quanto ho preso io quando mi hanno invitato come ospite a “Stracult”, su Raidue?».
No, mi dica.
«160 euro più il rimborso spese di viaggio. Quante migliaia di volte valgo meno di Fazio? Ma non è un problema. Mia nonna diceva: tre sono i veri potenti: Papi, Re e nullatenenti».

(DAL SETTIMANALE OGGI - DICEMBRE 2018)

giovedì 7 maggio 2020

DODI BATTAGLIA * VI RACCONTO LITIGI, PREGI E DIFETTI DI TUTTI I POOH

Dodi Battaglia, il leggendario chitarrista dei Pooh.
Non fate notare a Dodi Battaglia che i Pooh hanno già festeggiato 50 anni di carriera (per poi sciogliersi), perché lui giustamente puntualizza: «Attenzione, io però entrai nella band nel ’68, quindi i 50 di mestiere li ho appena compiuti. E anche celebrati, con un live a Bellaria Igea Marina davanti a 26 mila persone. C’erano amici, guest come Mario Biondi, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Marco Masini, Silvia Mezzanotte, Mietta, Enrico Ruggeri, Maurizio Solieri e Fio Zanotti. È diventato un doppio cd: “Dodi Day”».

Adesso, però, stiamo un po’ tranquilli.
«No, ora sto facendo un tour teatrale: un progetto che si chiama “Perle – Mondi senza età”. Sono andato a ripescare pezzi amati dal pubblico ma poco suonati dal vivo. Atmosfere sofisticate, che poco si adattavano al nostro tipico clamore da stadio. Non solo lati B. Anche cose pregevoli, mica “La bambolina che fa no no no”. Credo che anche questo tour diventerà un disco».
I discografici vanno accontentati.
«Guardi, i discografici non sanno neppure più loro che cosa vogliono. Li vedo smarriti, che dicono un giorno: “Facciamo i rapper”. Poi: “No, i giovani ma col remix”; “No, facciamo quelli dei talent”; “No, meglio i vecchi: rischi meno e danno sempre un fisso garantito”. È dura per tutti: li capisco».
L’impressione, vedendovi fa fuori, è che voi Pooh vi siate divisi dopo 50 anni di carriera e un anno intero di celebrazioni, non vedendo l’ora di iniziare poi a lavorare ognuno per proprio conto.
«Mi spiace davvero se abbiamo dato questa impressione. Però in parte capisco, se qualcuno può averla avuta. Anche perché se poi, dopo due mesi, rivedi tutti a Sanremo… Io tra l’altro non sono stato, lo ammetto, tra i più grandi fautori di questa chiusura. Però bisogna comprendere che ci sono le individualità. Noi comunque, anche se ci sciogliamo, agli occhi della gente resteremo sempre i Pooh».
Un marchio indissolubile?
«Un matrimonio, anche se finisce. Ma è giusto così. Il legame di fatto resta. Sono sicuro che se uno di noi fa un concerto da un milione di persone, un altro va dal manager e gli dice: “Oh, a me ne vorrai far fare uno da almeno 500 mila?”».
Un ricordo della sua carriera che non sia legato ai Pooh.
«Anni 80. La sera in cui andai in una villa padronale che Vasco Rossi aveva affittato in collina, sopra Riccione, per portargli un pezzo che avevo scritto per lui. C’era, ovunque, una varia umanità policroma incredibile: giovani, vecchie signore, commendatori. Mai visto niente di più variegato. Entro in una stanza, e a un antico tavolone austero era seduto Vasco: estrae il microfono e l’asta dal cassettone e inizia a cantare. Sembrava un concerto fatto al rogito, da un notaio».
Nel 1984, con gli altri, incideste un disco alle Hawaii, «Aloha».
«C’era questo studio di registrazione rinomatissimo, a Maui, dove andavano i più grandi, da Jagger a George Benson. Aveva una fama incredibile. Arriviamo e prendiamo atto che lo studio non era male, ma in fondo niente di che. Normale. Indagini più approfondite ci fecero scoprire che nei dintorni c’era un’enorme piantagione di marijuana di prima qualità. Abbiamo capito così il motivo della buona nomea dello studio. Un giorno il proprietario ci disse che nei giorni successivi sarebbe passato Mick Jagger. Lì fra noi inizio la gag: “Sì, però qui è impossibile lavorare con questi Rolling Stones sempre tra le balle!”».
Siete stati anche ai Caraibi…
«Per dieci giorni in spiaggia, nelle pause, facemmo il bagno con Sting e sua moglie Trudie Styler. Fra gli italiani non posso non segnalare quella sagoma di Gigi D’Alessio».
Che cosa combina?
«Ogni volta che lo incontro - ogni volta - mi rinfaccia in napoletano stretto molto colorito di non avergli fatto un autografo dopo un concerto negli Anni 80 all’Ippodromo di Agnano. Di solito li faccio. Quella sera scappai dalla folla con la mia Porsche azzurra metallizzata. E lui ce l’ha ancora a morte. Per fortuna c’è Luca Carboni».
Che inavece non ce l’ha con lei.
«No, lui prima di avere successo faceva il commesso in un negozio di scarpe a Bologna, e ancora racconta estasiato di quando entrai a comprarne un paio».
I Pooh e quell’immagine unita sempre impeccabile. Però qualche “contenzioso” fra voi l’avrete avuto…
«Semplice e sano spirito di competizione. Il problema, essendo in quattro, cioè un numero pari, era su alcune decisioni da prendere. Se eravamo tre contro uno, nessun problema. Sul due a due ci bloccavamo. Invece di tirare la moneta facevamo decidere alla prima persona che passava in corridoio: una cameriera, la segretaria, chiunque».
Non male come metodo. Le frizioni maggiori saranno state sui pezzi da inserire negli album, immagino.
«Una volta mi misi di traverso. Avevamo la regola che l’autore della musica decideva. Il pezzo l’avevo scritto io su testo di Valerio Negrini e lo volevo cantare io a tutti i costi. Il resto del gruppo decise che a cantarlo fosse un altro. Non volli sentire ragione e arrivai al punto di ritirare la canzone».
Che peccato…
«Sì, ma poi uscì comunque con la musica cambiata e lo stesso testo: era il “Il volo della colomba” e la cantò Facchinetti».
Le chiedo uno sforzo: mi dica il principale difetto di ognuno dei Pooh. Lei compreso naturalmente.
«Ci sto soltanto se mi fa dire prima anche i pregi».
È andata. Il tastierista Roby Facchinetti.
«È uno tra i migliori autori d’Italia e una tra le più belle voci. È anche, di carattere, molto trascinante: così come, quando è in fase entusiastica, ti porta alla luna, alla vertigine, così bisogna tutelarsi quando è in quella negativa e con la stessa veemenza ti trascina all’abisso. Bisogna prendere pro e contro».
Il bassista Red Canzian.
«È uno straordinario comunicatore. Ha una capacità di convincimento incredibile: piazzerebbe ghiaccioli agli eschimesi. La sua capacità di convincimento però purtroppo è talmente grande, che a volte riesce a convincere anche se stesso quando magari non è il caso. Lì viene il difficile».
Il batterista Stefano D’Orazio.
«La persona più simpatica che conosca: intelligente, con mille attività e interessi. Ecco, a volte, portandone avanti così tanti tutti insieme, non sempre alcuni arrivano a definirsi».
Chiudiamo con lei, il chitarrista Dodi Battaglia.
«Sono una persona con una grande sensibilità, nel bene e nel male. E nel mio mestiere la sensibilità non è mai troppa».
Mancano i difetti.
«Io non ho difetti».
Ma figurarsi.
«Anch’io sono uno che lascia un po’ correre: a volte mi perdo via, tralascio. Non metto sempre la stessa enfasi o impegno. D’altra parte la vita è mia, decido io, e finora mi sono sempre trovato abbastanza bene».

(DAL SETTIMANALE OGGI - NOVEMBRE 2018)

PAOLA MINACCIONI * «FACCIO FICTION, CINEMA E TEATRO, MA SOGNO UN VARIETÀ»

Paola Minaccioni.
Zitta zitta, Paola Minaccioni (romana, 47 anni, attrice) a dicembre rischia di entrare nella storia del cinema italiano con il primo cinepanettone di marca Netflix: «Natale a 5 Stelle». Regia di Marco Risi, scritto da Enrico Vanzina e dedicato al fratello Carlo, non vedrà la luce nelle sale ma solo in pay tv.
E lei, Paola, avrà un ruolo da protagonista.
«Sarò la moglie del Presidente del Consiglio. Non è un cinepanettone classico ma una commedia inglese girata fra l’Italia e Budapest. Un successo teatrale adattato e portato al cinema».
Questo 5 Stelle nel titolo rimanda all’attualità.
«Sì, ma è un’attualità sempreverde. Una cosa alla Feydeau, una farsa, che ha per protagonisti uomini politici. Di più non posso dire».
Intanto è a teatro con «A testa in giù», accanto a Emilio Solfrizzi.
«Una commedia cinica e acuta ma popolare del francese Florian Zeller già portata in scena da Auteuil. Emilio e io siamo marito e moglie. L’idea geniale è quella di far sentire al pubblico non solo i nostri dialoghi ma anche i pensieri. Siamo una coppia borghese che subisce uno scossone quando un amico lascia la moglie per mettersi con una ragazza molto più giovane, che entra nelle nostre vite. Finirà a gambe all’aria anche il nostro rapporto, o no?».
Lei ha più visibilità a teatro e al cinema che in tv. È voluto?
«No, casuale. Mi piacerebbe un bel varietà, ma non è ancora capitata l’occasione giusta. Intanto, come compromesso, faccio fiction. Poi sogno un film con Virzì, uno con Garrone, magari una bella serie d’azione, uno con Genovese…».
La classifica delle tre migliori attrici brillanti italiane, escluse le presenti.
«Paola Cortellesi, Virginia Raffaele e Carla Signoris».

(DAL SETTIMANALE OGGI - NOVEMBRE 2018)

BRANDO MADONIA HA SCOPERTO CHE «I PESCI NON INVECCHIANO MAI»

Dal venerdì 8 maggio sarà disponibile in rotazione radiofonica e sulle piattaforme digitali “I pesci non invecchiano mai” (Narciso Records/Believe Digital), il nuovo singolo di Brando Madonia estratto dal suo album d’esordio che uscirà per l’etichetta indipendente Narciso Records, fondata nel 2002 da Carmen Consoli.
Proprio ora che siamo tutti costretti a rimanere immobili ad osservare un mondo che continua a muoversi e a trasformarsi anche senza di noi, cominciamo a scorgerne i dettagli, quei piccoli e grandi particolari che presi dalla frenesia della nostra vita quotidiana non sempre siamo in grado di assaporare. “I pesci non invecchiano mai” parte da un universo fatto di percezioni e dinamiche, che muovono le corde più profonde della nostra esistenza in un momento in cui la musica diventa inevitabilmente portavoce di un bisogno di normalità ma, anche e soprattutto, di prospettiva verso il futuro.
«“I pesci non invecchiano mai” non vuole raccontare una storia - spiega Brando Madonia a proposito del nuovo singolo - sono pensieri, sensazioni, emozioni anche solo temporanee trasposte in musica. Come fosse un sogno in bilico con la realtà. C’è desiderio di una ripartenza, di una rivincita nella vita».
Il videoclip di “I pesci non invecchiano mai” è stato interamente realizzato come una sequenza di disegni creati dalla mano di un bambino. Il video si fa, infatti, trasposizione visiva di un viaggio nei meandri della fantasia tramite l'utilizzo di oggetti comuni: fogli, matite colorate, forbici, così da lasciare fuori tutto ciò che è superfluo e artificiale.


Biografia
Brando Madonia nasce a Catania nel 1990. Gli anni Novanta vedono la città siciliana, contesa tra
vulcano e mare, rinascere nel pieno fermento artistico, che l’ha portata ad essere ribattezzata la “Seattle italiana”. Il giovane Madonia, figlio d’arte, respira sin dai primi vagiti l’atmosfera della musica, grazie al padre, Luca Madonia, voce e frontman della nota band musicale “Denovo”. Cresce assaporando le sonorità di una terra in costante evoluzione, entrando in contatto con tutte le più svariate sfaccettature dell’arte e della musica. Nel 2006 fonda la sua prima band, suonando cover di artisti internazionali e brani inediti in inglese. Dopo aver dato vita a diverse formazioni, nel 2012 insieme a due amici decide di creare la band “Bidiel”, dalle iniziali dei loro nomi, con cui prese parte all’edizione di Sanremo Giovani. Grazie a questa esperienza, Brando si affaccia al mondo musicale nazionale e, con i Bidiel, registra due album cominciando a misurarsi con un tour italiano e la partecipazione a numerosi festival. Il percorso musicale intrapreso da Brando durante questi anni di studio trova espressione in un nuovo progetto discografico, per la prima volta da solista, già in fase di registrazione con l’etichetta discografica indipendente Narciso Records, fondata nel 2002 da Carmen Consoli. “I pesci non invecchiano mai”, brano che anticipa il primo album solista di Brando, sarà disponibile in radio e in digitale dal prossimo 8 maggio.

HIP HOP * BIONDO: «NON CERCO CONSENSI FACILI E DETESTO IL GOSSIP»

Il rapper Biondo, alias Simone Baldasseroni.
La cosa di cui va più fiero? Essere seguito su Instagram da Chris Brown, «Una specie di divinità dell’RnB», dice Biondo, all’anagrafe Simone Baldasseroni, 21 anni, romano, già nel cast di «Amici 17». Il suo genere (da non confondersi con il Rhythm and Blues) è «Una corrente dell’Hip hop famosa in America, cugina della trap».

Qualcosa di ibrido, per uscire dall’omologazione?
«È un genere singolare in Italia: una strada difficile. Ma la sento sempre più mia e credo sia per me una strada ormai in discesa».
Un disco d’oro, 735.000 followers . Non c’è il rischio di montarsi la testa?
«Per il mio carattere è difficile che avvenga. Dico quello che penso, vivo la mia vita. Se poi piace o no, non mi cambia niente. Non vado a cercare consensi per snaturarmi».
Però il nuovo album si intitola «Ego». Come la mettiamo?
«Con ego intendo l’introspettività, qualcosa di nascosto. Quel che si prova a fare un concerto davanti a 4.000 persone da famoso e poi ritrovarti da solo in hotel».
Nelle canzoni dell’ambum c’è l’amore ma anche tanta malinconia di fondo.
«A volte nella coppia si guarda l’insieme ma poi scavando emergono i dettagli. La mia storia attuale con Emma (Muscat, conosciuta ad “Amici” ) mi ha fatto capire come quella con la mia precedente ragazza fosse una cosa finta».
Su Facebook avete una pagina comune seguita da 16.500 persone.
«Manco sapevo che esistesse. Non mi piace che il gossip contamini la musica e una storia vera».
Come si potrebbe migliorare «Amici»?
«Forse accorciandolo. Quando andai io fui il martire di una polemica un po’ anacronistica sulle voci con l’auto-tune».

(DAL SETTIMANALE OGGI - NOVEMBRE 2018)

BEPPE VESSICCHIO * PENSIERI, PAROLE, OPERE DEL DIRETTORE D'ORCHESTRA PER ANTONOMASIA

Un’intervista con Giuseppe Vessicchio detto Peppe («Dirige il Maestro Peppe Vessicchio», ricordate la formuletta di mille Sanremo?) è una finestra sul mondo. Gli butti lì la domanda e lui si apre a un gioco affabulatorio che non puoi non contenere; sennò a Natale siete ancora lì.
Vessicchio è il colpaccio di DeAKids. La rete diretta da Massimo Bruno l’ha reclutato per debuttare come attore, nei panni di se stesso, in «Monstershop», sketch comedy per bambini in onda dal 15 dicembre tutti i giorni sul Canale 601 di Sky.
«In realtà è un cameo, una piccola parte in un episodio» dice l’interessato. «Dopo tanti anni di mestiere è stato un onore. E poi ho incontrato una squadra in grado di lavorare e scrivere testi che mi rendessero tutto molto naturale».

Aspetti che gioco il jolly: lei però nel 1982 già guidava un carro funebre in «Giggi il bullo», B-movie con Alvaro Vitali.
«Lo ammetto. Non ricordo bene se lo guidassi, ma di certo ero su quel carro. Gliene racconto un’altra che non sa quasi nessuno: ho fatto parte della primissima formazione dei Trettrè».
Il trio di cabaret?
«Sì, con Mirko Setaro ed Edoardo Romano. Poi, visto che stavo già seguendo il mio percorso musicale, a malincuore li lasciai. Entrò Gino Cogliandro al mio posto e poco dopo esplosero con “Drive in”. Fui più felice di loro perché mi sentivo maledettamente in colpa».
A quanti Festival di Sanremo ha partecipato come direttore d’orchestra?
«Venticinque. Saltandone quattro».
Un anno, quando si sparse la voce della sua assenza, ci fu una specie di rivolta popolare...
«Dopo la prima serata, nella quale non ero presente, qualcuno mise in giro la voce della mia assenza. I social esplosero, si inventarono anche l’hashtag #escilo. Quando sbucai nella seconda serata, accompagnando quella straordinaria artista che è Patty Pravo, successe ciò che non avrei mai voluto».
Ovvero?
«Lei fu presentata e prese qualche applauso. Poi, quando subito dopo fecero il mio nome, ci fu un’ovazione. Ero imbarazzatissimo, cercai il suo sguardo, la indicai per provare a dirottare a lei quel tributo. Ma Patty capì, sorrise, fu molto comprensiva».
Che cos’è Sanremo?
«Uno spettacolo sempre più televisivo, dal quale la tv ricava oggi il massimo degli introiti. I dischi, del resto, non si vendono più. Sanremo è tante aree: quella dei discografici, quella dei televotanti… Per esempio: nel 2009 Marco Carta vinse con 10 volte i televoti del secondo classificato. La maggior parte dei quali dalla Sardegna. Si può dire che fu la Sardegna a decretare la vittoria di Sanremo».
Poi c’è l’area della spesso criticata «Giuria di qualità», perché ospita chiunque.
«Ecco, io sorrido quando alcuni cantanti soffrono per i bassi voti dati dalla cosiddetta “Giuria di qualità”. Se fra i giurati ci sono, mettiamo, Rocco Papaleo e Milly Carlucci, sarà solo il rispettabile parere di Papaleo e Carlucci. Non facciamone un dramma. La chiamino “Giuria Vip”, sarebbe più coerente. E non parliamo della prima fila».
Che cosa intende?
«L’intoccabile prima fila del Teatro Ariston: una vetrina per funzionari, dirigenti, politici, volti della rete… Uno spazio promozionale. Del resto la Tv è una categoria a parte».
L’ossessione dei nostri tempi, oggi un po’ scalzata dal web.
«Ritengo che per chiarezza a ogni mestiere esposto in video andrebbe aggiunto il suffisso tv: conduttore tv, giurato tv, chef tv… Anche un Maestro di musica che va in tv non è un vero maestro».
Autocritica?
«Direi piuttosto correttezza nei confronti dello spettatore».
Dietro le quinte dell’Ariston lei ne ha viste di tutti i colori.
«1996. Al Festival partecipavano Elio e le Storie Tese con “La terra dei cachi”. Il regolamento di una serata prevedeva che tutti i concorrenti eseguissero il loro pezzo live in una versione condensata di un minuto. Elio si rifiutò per preservare l’integrità della creazione. Era irremovibile. Baudo, col suo vocione: “Come lo fanno gli altri, lo faranno anche loro!”. Scintille. A Elio venne l’idea di velocizzare l’intero brano talmente tanto da portarlo da tre minuti a uno. La follia piacque a Baudo, che si placò e la tenne segreta fino alla fine».
Pippo trasformò un conflitto in un’opportunità.
«Baudo partecipava a tutte le prove dall’inizio alla fine. Fu lui ad aggiungere il pezzetto finale, mancante, a “Con te partirò” di Bocelli. Aveva una cura tale del Festival che, mi spiace per i vari Conti, Fazio, eccetera, non si è mai vista a Sanremo e credo mai si rivedrà».
Al prossimo la rivedremo con Baglioni, quindi.
«Se il mio apporto sarà richiesto, sì. Claudio è un perfezionista. Uno che da una tappa all’altra di un tour trova ogni volta un dettaglio da migliorare».
Lei ha scritto con Gino Paoli un capolavoro della canzone leggera italiana: «Ti lascio una canzone». Che tipo è Paoli?
«Un padre. Ma di quelli particolari: non lo senti per una vita, lo chiami e l’unica frase dall’altra parte è: “Eh, siamo qua…”. Non si pretende, per carità, però lui è così. Lo definirei un gattone un po’ stronzetto».
La proverbiale asciuttezza del ligure?
«Ecco, sì. Mettiamoci anche quello. Poi magari si  sblocca e non finiremmo mai di parlare».
Lei ha collaborato anche ad «Amici» di Maria De Filippi. Come lavora Queen Mary?
«È una persona corretta e determinata che ha in testa un’idea precisa di ciò che vuole e fa tutto ciò che può per ottenerla. Anche rimettendoci di tasca propria».
Beh, per forza: con la sua società, la Fascino, si autoproduce e vende poi il tutto a Canale 5.
«Sì, ma in ogni programma esiste comunque un budget. Se la produzione la avvisa che il budget della puntata è stato sforato e lei ritiene che un ospite vada ingaggiato comunque, ti dice: “Ok, i soldi mancanti li metto di tasca mia”. Non è da tutti. Se questa determinazione fosse applicata non alla tv, ma alla collettività, al sociale…».
Sbaglio, o sta suggerendo alla De Filippi di entrare in politica?
«Sì, lo dico apertamente. Credo che se questo suo modo virtuoso, caparbio ma onesto di affrontare qualsiasi progetto nel quale è coinvolta fosse applicato alla politica, tutta la collettività ne trarrebbe giovamento».
L’artista più pignolo col quale ha lavorato.
«Mario Biondi. Rifà il pezzo cento volte e alla successiva aggiunge, se possibile, un nuovo preziosismo».
E Antonacci?
«Un giocherellone. Una volta in diretta a Sanremo per smorzare il carico di tensione di Biagio facemmo uno scherzo a Baudo facendogli dei gesti con la mano per fargli credere di avere qualcosa sul viso. Baudo provò a ripulirsi senza farsi inquadrare».
Senta, quando incontra un rapper, che cosa fa: tira fuori l’aglio e il paletto di frassino?
(ride). «Alcuni generi non sono al massimo del mio gradimento, lo confesso. D’altra parte Jovanotti con “Non m’annoio” ha fatto cose buone. E di forme embrionali di free style si trova traccia in musica già nel 1830. Però è difficile prescindere dalla melodia, e il difetto del rap è la fissità. Non vedo un’evoluzione e mi preoccupano questi ragazzi che spendono tempo per qualcosa che è destinata a restare ferma lì».
(DAL SETTIMANALE OGGI - NOVEMBRE 2018)

mercoledì 6 maggio 2020

MILANO, COMPLEANNO IN PANDEMIA * MASCHERINA, DISTANZIAMENTO E PARMIGIANA

Il mio primo (e spero anche ultimo) compleanno in pandemia.
Siete stati un esercito, ieri, a farmi gli auguri.
Vi ringrazio tutti insieme con questa foto, da perfetta Fase 2.
Da compleanno bislacco in tempi di pandemia. Guarda un po' che cosa tocca vedere, signora mia.
Eppure con mascherine, distanziamento sociale, salumi e buon vino (naturalmente dell'Oltrepò Pavese), si può fare. In cortile, con pochi vicini che arrivano, pigliano, magnano e bevono e se ne vanno. La bisboccia light. Con tutte le precauzioni del caso.
Notare la finezza: le candeline con scritto 52 sono infilate non sulla torta, ma sulla parmigiana di melanzane. Torneranno tempi migliori, ma intanto prosit!

sabato 2 maggio 2020

RISCHIO CORONAVIRUS A MILANO * SI PARLA POCO DELLE COMUNI DI STUDENTI

Milano. Appena rientrato col cane dopo la rituale passeggiata serale: il solito giro dell’isolato fatto con mascherina chirurgica.
Da lontano vedo che davanti al mio portone c’è un’ambulanza con i lampeggianti accesi. Sarà stato male il vecchio portinaio? Mi avvicino, e dal mezzo scendono due operatori sanitari: un tizio che stava seduto al posto del navigatore, protetto lo stretto necessario, e un’operatrice che sbuca dal retro con tuta bianca e occhialini, bardata “ermeticamente” da capo a piedi come nel film «Contagion», che guarda caso stasera davano su Canale 5 per distrarre un po’ le genti. Giusto, no? Vorrai mica parlare solo di epidemie letali!
Intuisco che stanno davvero entrando nel mio cortile, ma avanza la donna da sola. Per educazione, pur mantenendo le distanze, le trattengo la porta di legno massiccio, che ho appena aperto con le chiavi a mappatura. “Grazie ma lei entri, vada, è meglio che vada”, mi fa con aria grave.
All’interno, ad aspettare nell’androne aperto, ci sono due studenti con mascherina bianca FFP2. Uno, quello sano, accompagna l’amico dolente, che si avvicina camminando incerto, bianco come un cencio e con gli occhi lucidi. Avranno avuto 25-27 anni, non di più. E la cosa mi ha fatto un po’ impressione, devo ammetterlo.
Il mio cortile è rinchiuso da 4 palazzine. Tre un po’ più nobili (per modo di dire) si affacciano sull’interno; una sulla strada. E quella vecchia palazzina mai ristrutturata che dà su strada è piena zeppa di comuni di 4-6 studenti universitari che vengono dall’Italia e dall’Europa. Micro comunità o micro focolai forzati e potenziali, se vogliamo, ai quali mi è capitato spesso di pensare in questi mesi. Se ne parla troppo poco, secondo me.
Che sia (anche) per questo che la città fatica a scendere nella graduatoria dei contagi? Comunque sia, se sono costretti a ospedalizzare dei 25enni, anche i pischelli hanno veramente poco da scherzare.

giovedì 30 aprile 2020

CORONAVIRUS * FIORELLO: «L'APP DOVREBBE CHIAMARSI IMMANE, COME LA TRAGEDIA CHE VIVIAMO»


"È solo una telefonata di controllo, come fanno i genitori". 
Fiorello oggi è intervenuto a sorpresa a Non è un Paese per Giovani, il programma di Rai Radio2 condotto da Tommaso Labate e Max Cervelli dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 14. Ha fatto un’incursione inaspettata, commentando - alla sua maniera- questi ultimi giorni di lockdown: "però domani vado a mangiarmi una pizza a Vibo Valentia". Come aveva già ironizzato qualche giorno fa Fiorello, che compirà 60 anni tra 15 giorni, torna sulla questione dell'uscita scaglionata per la ripartenza proposta da Vittorio Colao per proteggere gli over 60, ma ribadisce "sono sereno, Colao ha detto che non è vero e che i 60enni possono uscire". Fiorello, insieme a Tommaso Labate e Max Cervelli, ha provato anche a fare brainstorming sui possibili nomi da attribuire alla app per il tracciamento anti contagio da Covid19: "QUO VADIS in italiano vuol dire 'ndo vai e non lo so. STAI SICURO - la proposta di Labate - è la più buona. LIBERI TUTTI, proposto da Cervelli, meglio di no. Si presta a tante interpretazioni e rischiamo di avere troppa gente in mezzo alla strada. Io penso sia meglio IMMANE, come la tragedia che stiamo vivendo. Noi cerchiamo di sdrammatizzare, la situazione non è bella. La preoccupazione dell'economia ha superato quella sanitaria. Si comincia a pensare che se lo prendo lo prendo, ma voglio lavorare, perché quando non c'è un introito mensile è dura". E poi ha suggerito di ascoltare la nuova canzone di Checco Zalone dal titolo "Immunità di Gregge" perché ha sdrammatizzato come solo lui sa fare, su melodie alla Domenico Modugno. Molto bella.

martedì 21 aprile 2020

LOCKDOWN * L'USCITA INFELICE DI DE LUCA È STATA UN ASSIST PER FONTANA

Da sinistra, il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, e quello della Campania Vincenzo De Luca.
Lo scenario tragico della disfatta della Sanità lombarda ai tempi del Coronavirus ha consentito nei giorni scorsi allo sceriffo napoletano Vincenzo De Luca, Presidente di Regione, di fare un'uscita particolarmente infelice e divisiva: la speculazione d'immagine e di bottega sulla Campania eventualmente chiusa ai lombardi che reclamavano la riapertura del circo.
Apertura al 4 maggio che credo, lo dico da un po', sia difficile da mettere in discussione. Conte (che pure si è tenuto cauto e con l'occhio ben puntato a virologi ed esperti) sa benissimo che l'economia è alla canna del gas, che la gente a casa (lo vediamo ogni giorno anche qui sui social) sclera che è una meraviglia, e che questa situazione non può essere prorogata ancora. Pena un danno politico che lui stesso pagherebbe.
L'uscita infelice di De Luca (che come metodi e modi ricorda un po', in piccolo, l'ex sindaco leghista di Treviso Gentilini, quello che voleva sparare a chiunque e non a caso anch'egli ribattezzato «Sceriffo») ha consentito al Governatore lombardo Attilio Fontana di contrattaccare con una risposta molto intelligente e non divisiva per il Paese: «Caro governatore Vincenzo De Luca, sappia che qualunque cosa accada noi non chiuderemo mai la porta ai 160mila italiani, tra cui circa 14mila campani, che ogni anno scelgono di venire in Lombardia per farsi curare». L'ovvia risposta astuta e vincente di uno che sin qui le ha sbagliate tutte. Ma proprio tutte. Per non dire cose più impegnative. E che mi auguro passata la buriana se ne vada a casa (per sempre) con tutta la sua allegra combriccola. Ma che quando ha ragione e dice una cosa intelligente, va pur riconosciuto.

lunedì 20 aprile 2020

MATTEO SALVINI * SE NON SI TOGLIE IL TAPPO, L'ITALIA NON SI SBLOCCA

Matteo Salvini.
Finalmente leggo sui social, ultimamente provati da parecchie stranezze (eufemismo) e uscite politiche più o meno distorsive del reale (perché i fatti sono lì da vedere, e hai voglia a cercare di accomodarli perché torna utile alla tua parte, o incolpare i giornali che li raccontano) contrabbandate per somma equanimità, qualche analisi un po' più pacata, trasparente e razionale. Utopistica, forse, ma fa piacere se non altro (lo dico sinceramente, non ironicamente) notare l'impegno. Credo inoltre che sarebbe molto d'aiuto, per favorire processi virtuosi futuri nel Paese, togliere di mezzo figure impresentabili per come operano costantemente, a danno del Paese stesso e per mero e sciacallesco tornaconto di bottega. Con questi personaggi sulla scena (anche se si sono già dati un aratro sui piedi da soli nell'agosto scorso e ora giocano carte disperate), purtroppo, non si va da nessuna parte. Hanno puntato tutto (e l'hanno fatto loro, non altri, solo i ciechi non se ne rendono conto) sull'estrema polarizzazione e sull'odio, e ora ne raccolgono tutti i frutti. Lo valutino bene coloro che si svegliano soltanto adesso (meglio tardi che mai, alleluja!) ma che sin qui hanno dato loro con grande entusiasmo corda, spago e tutta la matassa.

P.S.
Dalla parola "Credo" in avanti la costruzione è un po' involuta ma significa #salvinimerda.

domenica 19 aprile 2020

CORONAVIRUS A PAVIA * ALL'ASTA BENEFICA LA CHITARRA DI DRUPI BATTE PEZZALI, SCOTTI E DE FILIPPI

In alto, Drupi. Sotto, da sinistra, Max Pezzali, Gerry Scotti e Maria De Filippi.
Alla fine, a sorpresa (ma neanche tanto, e poi vedremo perché), la chitarra di Drupi ha battuto tutti. Compreso il giubbotto Harley Davidson di Max Pezzali. Per non parlare della maglia del Milan messa sul piatto da Gerry Scotti e dei due biglietti per la finale di Amici 2021 regalati dalla regina della tv Maria De Filippi. Fanalino di coda tra i Vip.
L'asta benefica on-line «Pavia respira!», promossa da Lara Vecchio e Raffaella Costa per raccogliere fondi nella lotta al Coronavirus, si è chiusa ieri alle 18 con un incasso di tutto rispetto: 24.189 euro.
Che andranno al Policlinico San Matteo e alla Croce verde pavese. La cifra è da considerarsi provvisoria perché ora il notaio dovrà effettuare tutte le verifiche di onorabilità. Finché non arriveranno i bonifici bisogna usare il condizionale, ma l'importo al momento è questo.


La mitica chitarra di Drupi.
La chitarra verde che Giampiero Anelli in arte Drupi suonò in America anni fa per registrare «Piccola e fragile» ha chiuso a 1.410 euro, ed è stato uno tra i lotti più combattuti in assoluto. A seguire (sempre nella graduatoria dei personaggi di spettacolo pavesi) viene il giubbotto indossato da Max Pezzali, che si è attestato sui 1.320. Al terzo posto, con 430 euro, la maglia del Milan con dediche personalizzate che fu regalata a Gerry Scotti e che a sua volta l'ha donata all'asta. Quarta e ultima posizione, con 310 euro, per i due biglietti della finale del talent di Canale 5 prodotto e condotto da Maria De Filippi.

I due personaggi del mondo della musica battono senza appello quelli della tv. Exploit di Drupi a parte, come è possibile, ci si domanderà, che i contributi di due cantanti battano quelli di popolarissime star televisive dall'audience e soprattutto dai guadagni milionari? Semplice: anzitutto la musica crea, da sempre, maggiore mitizzazione degli artisti. Poi va considerato anche il puro valore economico degli oggetti donati. Una chitarra e un giubbotto di marca valgono a prescindere sicuramente più di una maglietta, anche se di Serie A, e di due biglietti per uno show televisivo. Ma quando si fa beneficienza non bisogna guardare troppo all'entità di ciò che viene donato, anche se si ripercuote sul risultato finale. Ciò che conta è il pensiero.
Per la cronaca, l'oggetto di «Pavia respira!» battuto al valore più alto, 3.500 euro, è stato il pallone del triplete, quello utilizzato per la finale di Champions League 2010, donato da Marco Civoli

sabato 18 aprile 2020

HO DECISO DI DIRE BASTA ALLE ANALISI POLITICHE SUI SOCIAL

Ogni giorno me lo riprometto: basta con la politica sui social. Basta commenti o piccole analisi situazionali. Basta con quelle riflessioni più o meno condivisibili, più o meno azzeccate. Anche se a volte viene spontaneo farle. Invece no, bisogna smettere. Sono tutte cose che avvelenano l'anima. E a volte fanno litigare anche tra vecchi amici, non dico fra marito e moglie. Quelli litigavano di gusto già prima.
Sì, diciamolo una volta per tutte: basta. Perché su Facebook è esattamente come essere al bar. Perché scrivi una cosa e magari ti tocca leggere sotto il commento (di cui in genere non ti può fregar di meno, ammettiamolo) di quello che magari è sobrio, magari è al quarto bicchiere e che per dimostrare di averlo più lungo di te parte con un pippone (più o meno intelligente, più o meno delirante) di tre cartelle. E magari ti tocca anche rispondergli. E non hai tempo. O non hai voglia. O entrambe le cose.
Ragazzi, vi rivelo un segreto: l'abbiamo tutti cortissimo. Rispetto a qualsiasi immigrato africano, per esempio. E lo so, dà noia, ma è così. I commentatori dei post dovrebbero sapere che possiamo competere al limite con cinesi e giapponesi. Con il mondo asiatico siamo messi abbastanza bene. Ma guarda se vanno mai a postare il loro arguto pensiero là sotto. Mai. No, vengono a rompere le palle a te, distillando scienza. Hai la tua bella bacheca: usala.
Dunque basta. Basta con questa politica che mi e ci esce dalle orecchie. Insistita, piazzata ovunque. In modo a volte pretestuosissimo. Usando un messaggio, un media o uno stratagemma (basico, in genere, perché saremo anche scemi ma ce ne accorgiamo) per veicolare altri messaggi di parte. Faziosi. Ma fingendo equidistanza. Sì, ho scoperto che c'è anche chi scrive commenti qui sopra credendosi equidistante, dispensatore di equilibrio; osservatore super partes delle cose. Non qualcuno con una visione un po' partigiana, come tutti noi. Che a volte la rende sfacciatamente palese perché è divertente così, e a volte cerca invece di fare analisi meno schierate. Ma è comunque un'illusione. Perché mi tocca svelarvi un'altra cosa: non esiste testo (soprattutto politico) che riesca a essere scevro da una lettura che in fondo è di parte. Io, col mestiere che faccio, ogni tanto ci provo, a volte fatti alla mano. Ma vorrei scriverlo sopra, bello grosso: «È comunque soltanto il mio cazzo di parere». Poi la modalità assertiva fa parte dello stile giornalistico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
Qundi da oggi davvero - lo giuro - basta. Basta con la politica.
Salvini merda l'ho già detto?

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