venerdì 14 novembre 2014

LORELLA CUCCARINI: «RAFFAELLA CARRA', SEI STATA UN'AMARA DELUSIONE»

Lorella Cuccarini contro Raffaella Carrà. Il testa a testa fra primedonne (o ex primedonne) della tv va in scena sul sito internet di Lorella Cuccarini, che attacca Miss Pelloni per averla improvvisamente estromessa, dopo contatti e trattative già avviati da tempo, dal nuovo talent-show che l'ex giurata di «The Voice of Italy» sta per varare su Raiuno, e all'interno del quale la Cuccarini avrebbe dovuto sedersi al tavolo dei giurati. Nel solco della tradizione di questi programmi. L'amaro sfogo della Cuccarini parte dal suo profilo Twitter («Raffa, sei stata un'amara delusione»), e si espande sul suo sito internet, con il comunicato, piuttosto sincero ed esaustivo, che pubblico qui sotto:

«Nel rilasciare certe dichiarazioni si rischia sempre di fare la parte del perdente. E io so di avere tutto da perdere, ma ho deciso di parlare perché credo sia arrivato il momento di segnalare, pubblicamente, l’imbarbarimento a cui siamo arrivati.
Ormai da tempo non ci sono più regole. Non ci si può fidare di nessuno.
Parlo ora e poi… volto pagina.
All’inizio di settembre, sono stata chiamata da Raffaella Carrà. Non mi sono trovata ad un incontro formale come tanti ma di fronte ad una vera e propria dichiarazione d’amore. Raffaella ha avuto per me parole splendide.  Insomma, un appuntamento dal quale sono uscita con l’idea di iniziare un’entusiasmante avventura insieme, nel suo nuovo programma.
La trattativa con la Rai si chiude in tempi brevissimi e, sulla base degli impegni presi, programmo il lavoro a teatro con Rapunzel solo al Brancaccio.
Nelle scorse settimane, sono stata ripetutamente citata e confermata come giudice, su molte testate cartacee e on line. Per serietà, non ho mai rilasciato dichiarazioni in merito perché ritenevo opportuno fosse Raffaella la prima a dare la comunicazione ufficiale. Che non è arrivata. Anzi.
Qualche giorno fa, Bibi Ballandi ha riferito al mio manager Lucio Presta che ci sono stati dei ripensamenti. Ballandi. Non una parola da parte di Raffaella. Non una spiegazione.
Provo una profonda amarezza. Soprattutto perché la responsabile di tutto questo è uno dei personaggi che ho più amato nella mia infanzia e nella mia vita professionale. Il personaggio, appunto. La persona non la conoscevo affatto.
In trent’anni di carriera non l’avevo mai incontrata. Ne starò molto lontana anche per i prossimi trenta».

Perché lasciare a casa la Cuccarini dopo averla contattata? Forse che improvvisamente Raffaella ha ottenuto l'ok da parte di un nome televisivamente oggi più spendibile di Lorella, e ha deciso di metterla da parte? Comunque sia, non pare un bel gesto. La Cuccarini ha come manager Lucio Presta, che deve averla invitata (o convinta) a portare tutto all'attenzione dell'opinione pubblica.

giovedì 13 novembre 2014

FACEBOOK, TWITTER E INSTAGRAM * LE DIFFERENZE CHE SPIEGANO CHI SEI

Facebook è per chi ha qualcosa da dire. Twitter per chi ha qualcosa da comunicare. Sottile differenza, ma non trascurabile. Instagram‬ per chi ha qualcosa da mostrare. E anche se una foto a volte dice più di mille parole (Cit. Baci Perugina), continuo a preferire Facebook. Al netto dell'egogentrismo di chi ci mette del suo nel postare, dei commenti di qualche frustrato, e dei tanti difetti di una piazza senza regole. Ma bella proprio perché non ne ha. 
I 140 caratteri di Twitter sono troppo pochi per esprimere qualcosa di compiuto. E Instagram per troppa gente è solo esibizionismo insistito, filtri che modificano la realtà. Che la piegano al proprio volere. Che trasformano in bello ciò che bello non è. Il coniglio che esce dal cappello. E la bellezza è un valore. Se lo tarocchi, prendi in giro prima di tutto te stesso.

TEATRO * «ALL OUT: LA FAME DI SOLDI PORTA ALL'IDIOZIA DEI GAME-SHOW»

Di Lorenzo Sulmona
Dal 19 al 30 novembre, al Caboto di Milano, va in scena «All Out». Lo spettacolo, imprevedibile, che ha incantato gli Stati Uniti per oltre trent’anni, ora viene rappresentato dalla compagnia milanese Lyra Teatro. Si tratta di una storia agrodolce, diretta da Demetrio Triglia e Laura Tanzi, che inizia come un tipico game-show televisivo per poi trasformarsi in un vero e proprio incubo. Ne abbiamo parlato con l'autore, il drammaturgo statunitense John Rester Zodrow (nella foto).
Mr Zodrow, quando è nata l’idea di “All Out”?
Nel 1976. Ero agli inizi della mia carriera di scrittore. Vidi un programma in televisione che mi colpì molto. “Insight”, un game-show duro, feroce, lungo mezz’ora, capace di mettere in discussione l'etica della vita. Ho pensato di farne subito uno script.
Cosa l’ha colpita del programma?
Una sera vidi i concorrenti del gioco televisivo comportarsi come idioti, erano eccessivamente servili, al limite dell’umiliazione. Credo cercassero soprattutto fama, perché erano in onda in prima serata su un’importante emittente nazionale, ma anche di aggiudicarsi il premio finale: frigoriferi, forni e auto nuove. Mi colpì il fatto che fossero disposti a tutto pur di vincere.
In che senso?
Indossavano costumi imbarazzanti, saltavano come indiavolati, battendo le mani con il volto sudato e gli occhi sbarrati. Abbracciavano e baciavano il conduttore del programma ogni volta che vincevano un tristissimo tostapane. Tutto ciò mi irritava. Mi faceva arrabbiare il fatto che la televisione era riuscita a ridurre in questo stato gli esseri umani, a trasformarli in consumatori rabbiosi per la gioia degli inserzionisti. Considerando tutto questo, mi sono seduto e ho scritto “All Out”.
E’ stato difficile scrivere il testo?
“All Out” è stato scritto nel giro di poche ore. Ero così arrabbiato per quello che avevo visto in televisione che le parole mi uscivano come un fiume in piena! Di solito scrivo molte bozze prima di trovare la giusta sceneggiatura. Per “All Out” è stato più semplice e naturale. Perfetto già alla prima stesura. Ho mostrato il testo ai produttori di “Insight”, i quali hanno immediatamente accettato di produrre lo spettacolo. I risultati sono stati sorprendenti.

Le prime reazioni?
Inizialmente qualcuno ha cercato di fermare la nostra taping alla CBS; poi, quando “All Out” è stato trasmesso in tutta la nazione, molti spettatori, indignati e scandalizzati, hanno chiamato la redazione pensando che fosse un gioco a premi vero e proprio. Il Washington Post, il Los Angeles Times, Herald, Examiner, Variety e altri giornali hanno pubblicato, invece, ottime recensioni. Il gioco ha vinto anche diversi premi e riconoscimenti.
Qual è il messaggio lanciato da “All Out”?
I soldi possono condurre alla pazzia. Il denaro è diventato un dio, una religione che ti annulla, senza la quale pensi di essere inutile. Basta guardarsi intorno. Oggi l'1% della popolazione possiede il 50% di tutte le ricchezze e dei beni. Fortunatamente l’aria non costa nulla, altrimenti i ricchi si approprierebbero anche di questo! Un altro esempio è rappresentato dalle grandi banche: commettono indisturbate attività illegali, ormai anche i criminali più spietati non vengono assicurati alla giustizia. Continuano a fare enormi affari perché il massimo della pena ricevuta è una multa, una goccia nel mare delle loro trasgressioni.
Come è avvenuto il passaggio di “All Out” dal piccolo schermo al palco di un teatro?
La scrittura di un copione è, solitamente, ri-scrittura con più bozze. Alcuni script sono passati attraverso una dozzina o più di revisioni prima che di essere pronti. Ricordo, però, che la prima versione di All Out per il teatro è come se si fosse scritta da sola. Dunque è stato piuttosto semplice.
Ha dovuto apportare modifiche al testo nel corso degli anni?
Inizialmente una compagnia teatrale mi ha contattato per portare in scena la mezz'ora originale della pièce. Una versione corta di “All Out” che è arrivata in alcune Università e nei college americani. Per 30 anni lo spettacolo è andato in scena nei principali teatri degli Stati Uniti, sempre nella versione originale e completa. Nel 2013 ho “aggiornato” il testo rendendolo più attuale: ho aggiunto un nuovo concorrente e sviluppato qualche scena drammatica nel backstage (durante la pubblicità) con l’ospite, il presentatore, il direttore di scena e i produttori. Un modo per colpire più duramente, per rendere più divertente e appassionato il dialogo.
Da Broadway a Milano, città che ha ospitato la prima europea dello spettacolo e che tra poco Lyra Teatro riproporrà al Caboto. Cosa dovremo aspettarci?
A Milano ha debuttato lo scorso giugno. Un grandissimo successo. Io ero presente in platea: quando ho visto in scena gli attori di Lyra Teatro, è stato un colpo di fulmine. Questi attori sono semplicemente… qualcosa da vedere! Preparatevi a essere travolti dalla loro eccellente recitazione. E’ una messa in scena degna di un Tony Award!
Come ha conosciuto i registi Laura Tanzi e Demetrio Triglia?
Nel 2013, dopo aver completato la nuova versione di All Out per Broadway, sono stato contattato da Laura Tanzi e dalla compagnia milanese. Inizialmente ero un po’ scettico. Ma vedendo le performance del gruppo, sono rimasto colpito dal talento e dalla raffinatezza di questi attori. Il testo è stato così tradotto in italiano: una fantastica esperienza di lavoro con Lyra Teatro, grandi professionisti in grado di offrire prove al cardiopalma.
Tre motivi per i quali andare a vedere All Out al Caboto di Milano.
Primo: il gioco è così penetrante che non sarà facile dimenticare tale esperienza. Alcune persone del pubblico e gli attori stessi mi hanno detto che All Out ha cambiato la loro vita. Secondo: lo spettacolo ricorda alcune grandi opere teatrali (Our Town, Morte di un commesso viaggiatore, Casa di bambola) perché tratta importanti questioni di etica, ma anche per il modo di rappresentare la morale e le scelte di vita. E’ un gioco monumentale. Ed è divertente. Terzo motivo, All Out è uno dei pochi giochi nei quali il pubblico diventa membro del cast, l’undicesimo concorrente. Un modo per vivere un'esperienza interattiva, come se si salisse sul palco.

venerdì 7 novembre 2014

IL SOGNO DI SAMMY * AFFETTO DA PROGERIA, IN VIAGGIO SULLA ROUTE 66

Sammy ha diciotto anni, si è diplomato da pochi mesi, e il suo sogno è sempre stato attraversare gli Stati Uniti percorrendo la leggendaria Route 66, che va da Chicago a Los Angeles. In pratica il classico coast-to-coast ma lasciando fuori New York e la rutilante Manhattan.

Sammy ha già visto l’America ma sempre e solo dalle finestre dell’ospedale dove spesso è stato ricoverato per sottoporsi a cure mediche, essendo infatti affetto da progeria, una rara malattia genetica meglio conosciuta come «sindrome da invecchiamento precoce», un invecchiamento che colpisce il fisico ma non la mente. Come lui solo pochissime altre persone al mondo soffrono di questa malattia che interessa un individuo su otto milioni.



Dal 16 dicembre, ogni martedì alle 21:00, Nat Geo People (canale 411 di Sky) propone «Il viaggio di Sammy»: l’emozionante racconto di un’esperienza unica tra luoghi e incontri eccezionali vissuta attraverso gli occhi del protagonista. Con Sammy, i suoi genitori Laura e Amerigo e il compagno di classe Riccardo, attraverseremo gli Stati Uniti, da Chicago a Los Angels, passando per i paesaggi della Monument Valley, del Gran Canyon e le luci di Las Vegas. Incontreremo la vera America, capi indiani, predicatori, amish e personaggi “inarrivabili” come Matt Groening e James Cameron in un viaggio che prende le forme di un sogno che diventa realtà.



martedì 4 novembre 2014

RENATO POZZETTO E NINO FRASSICA DI NUOVO INSIEME IN UNA FICTION PER RAIUNO

Dopo «Casa e bottega», Renato Pozzetto e Nino Frassica, due volti popolarissimi della comicità italiana, torneranno a recitare insieme in una nuova fiction per Raiuno.
Il titolo provvisorio (ma dovrebbe essere confermato) è «Il padre della figlia del sindaco». «Lui sarà il primo cittadino di un paese» dice Frassica «e io il padre di questa ragazza. In pratica, a causa degli eventi, ci ritroveremo a essere padri della stessa persona. Ovviamente non posso dire altro, al momento, per non svelare la trama. È un lavoro che resterà in sospeso fra la commedia e il giallo, sono due ingredienti che vanno sempre molto calibrati in percentuale, in prodotti di questo tipo. Alla scrittura sta pensando lo stesso Pozzetto. L'inizio delle riprese è previsto nei primi mesi del 2015».

lunedì 3 novembre 2014

MAI PIU' SENZA * CONTRO LA CRISI SKY BREVETTA L'ASCENSORE A PIANI ALTERNI

«Ascensore per il patibolo», «Ascensore per l'inferno»... Ai tanti titoli cinematografici del genere, da oggi Sky aggiunge (non per gli abbonati all'on-demand ma - attenzione - con un servizio esclusivo riservato ai dipendenti, vedi foto) il nuovissimo «Ascensore a piani alterni». Magari sbaglio, ma è la prima volta che vedo qualcosa del genere a livello mondiale, quindi sono certo che diventerà in breve un cult, scaricatissimo.
Lo so, se ve la raccontano non vi sembra vera: dovete sedervi, darvi un pizzicotto e riprendere fiato, ma da oggi nella sede Sky di via Monte Penice 7 (zona Rogoredo), a Milano, gli ascensori interni non consentono più fermate a tutti i piani, ma ogni due. Con una zona buia di un piano. Per capirsi: dal livello terra si può andare al secondo, ma non al primo. Dal terzo si può salire al quinto e scendere al primo, ma non passare al quarto o al secondo. La regola vale per tutti, eccetto fattorini e dipendenti del bar, che usufruiscono di un montacarichi speciale. Un «Diabolico piano», insomma. Un «Piano proibito». Una piccola tortura medioevale messa in atto, pare, per disincentivare l'uso dell'ascensore per brevi tragitti, e quindi ridurre le spese. Non è la supercazzora di un redivivo Ugo Tognazzi. C'è tanto di cartello sopra il pulsante di chiamata che lo dice a brutto muso: «Non sale e non scende di un piano». 
Fra le trovate per combattere l'austerity si vocifera anche dell'imminente eliminazione dei buoni pasto, a favore dell'ospitale mensa interna. I bar della zona verrebbero disertati e sarebbe disincentivata anche l'uscita del personale durante la pausa pranzo.

DIFFERENZE UOMO-DONNA NELL'USO DI FACEBOOK A FINI RELAZIONALI: LA PIZZA ALLA CICORIA

DIFFERENZE TRA UOMO E DONNA NELL'UTILIZZO DEI SOCIAL NETWORK A FINI RELAZIONALI E DI COMUNICAZIONE
CASO DI SCUOLA: LA PIZZA ALLA CICORIA
SITUAZIONE A
La donna scrive su Facebook un messaggio privato all'uomo:
«Ciao, mi hanno detto di un posto dove fanno una strana pizza alla cicoria. Andiamo a provarla, stasera?».
Risposta dell'uomo: «Ok, dai! Dov'è il locale e a che ora?».
SITUAZIONE B
L'uomo scrive su Facebook un messaggio privato alla donna:
«Ciao, mi hanno detto di un posto dove fanno una strana pizza alla cicoria. Andiamo a provarla, stasera?».
Risposta della donna:
- Due giorni solari senza nessuna comunicazione.
- Al terzo giorno pubblica in bacheca il seguente post:
«L'altro giorno qualcuno (non faccio il nome perché non voglio dargli troppa importanza) mi ha inviato L'ENNESIMO invito per una cena a base di cicoria. Cicoria, capite? Ma io dico: come si può pensare di associarmi alla cicoria? È offensivo. Forse il messaggio di fondo tra l'altro era: sei grassa, devi dimagrire! Ho dovuto rispondergli un po' seccamente che un no è un no. Che cosa non ti è chiaro in quest'espressione???? NO!!! E non è il primo che fa questi inviti. La gente a volte proprio non vuole capire e bisogna educarla con i dovuti modi» (a seguire due emoticon con simbolo di un cuore e di un braccio che mostra il muscolo).
- Risposta delle amiche al post:
«Bravaaaaaaaaaa!!!! Ma chi è 'sto coglione?».
«Se uno non ti ama, non ti merita!».
«???!!!! È successo anche a mia cugina con 'sta cosa della cicoria: basta mandarli a quel paese!!!!!!!!!».
«Tu e la cicoria siete due cose diabetalmente opposte!!! Non farti incantare. P.S. Stai benissimo con quella frangetta!!!!! Non cambiarla mai mai mai». «Grandeeeeeeeeee. Vorrei avere anch'io la tua grinta e il tuo carattere».
- Al quarto giorno la donna pubblica in bacheca un post con un emoticon con faccina triste accompagnato da una foto con un aforisma stampato a caratteri cubitali scritto su sfondo grigio marmorizzato: «Nessuno più di chi ha la cicoria negli occhi, trova il cuore sordo all'amore» (Oscar Wilde).
- Risposta delle amiche al post:
«Cuccioloooooooooo, stai su di morale, hai capito?!?!».
«Piccola, se hai bisogno di parlarne, sono qua! Chiamami!!!!!!!».
«Se uno non ti ama, non ti merita!».
«La vera cicoria dobbiamo cercarla dentro noi stessi: tutto è cicoria, se ci pensi. Basta saperla cercare e trovare. Poi farai pace con lei e sarà il dono più prezioso della tua vita. Dà retta a una che ci è passata».
«Ma con la Vodafone Special hai 400 minuti su tutti o solo sui numeri Vodafone????????? O è meglio la You&Me??!!!???!!!??????».
- Al quinto giorno la donna risponde all'uomo in posta privata su Facebook: «Scusami tanto per il ritardo, ma stavano operando la mia nonnina di cataratta e dovevo starle accanto!!! (emoticon a forma di cuore). Grazie per il graditissimissimo invito: fra l'altro adoro la cicoria ma non sarei comunque venuta perché mercoledì sera ho il corso di zumba!».

giovedì 30 ottobre 2014

«LA FAMIGLIA ADDAMS» * ELIO E CUCCIARI LUGUBRI MA A CACCIA DI VERVE

«La Famiglia Addams» in versione Elio/Geppi Cucciari convince soprattutto sul fronte dei costumi (di Antonio Marras) e dell'allestimento scenografico (by Guido Fiorato). Nel musical c'è il tocco leggero dell'adattamento ai testi firmato da Stefano Benni (e si sente) e la bravura conclamata di Giulia Odetto nei panni di Mercoledì, figlia della lugubre coppia. Nell'insieme però la trama è esile e il lavoro - comunque divertente - fatica un po' a decollare. Anche il pubblico se ne accorge e applaude senza troppa convinzione.
Elio è bravo, gigioneggia per tutto il tempo, non sbaglia una nota, ma forse siamo abituati alla fisicità di un Gomez un po' più dirompente. Geppi, che è come al solito un po' trattenuta (il sospetto è che l'abbiano presa anche per questo motivo, dopo il sorprendente dimagrimento), ha ripulito la pronuncia e per fortuna perde per strada un po' della sua sarditudine, ma paradossalmente in platea funziona di più quando le scappano le cantilene da gnucca isolana.
Sono uscito dal teatro sognando di portarmi a casa la scintillante, indimenticabile giacca di paillettes di Mr. Storie Tese. Non la puoi usare forse manco a Capodanno, ma è pura leggenda.

Le date
dal 17 ottobre 2014 al 23 novembre Milano, Teatro della Luna
dal 13 al 18 gennaio 2015 Bologna, Teatro Europauditorium
Dal 20 al 25 gennaio Genova, Teatro dell'Archivolto - Sala Gustavo Modena
dal 27 gennaio all'1 febbraio Torino, Teatro Colosseo
dal 4 al 22 febbraio Roma, Auditorium Conciliazione
Dal 10 al 15 marzo Ancona, Teatro delle Muse
21 e 22 marzo Firenze, Teatro Verdi
Dal 25 al 28 marzo Lecce, Teatro Politeama Greco

sabato 25 ottobre 2014

«TALE E QUALE SHOW» * IL PASTICCIACCIO BRUTTO DEI VOTI DI SCAMBIO

La cosa più meschina, inutile e controproducente che si possa fare (in tutti i campi) è negare e non valorizzare il talento.
Succede tutte le settimane a «Tale e quale show», condotto su Raiuno dall'ottimo Carlo Conti.
Se la giuria ufficiale (Loretta Goggi, Christian De Sica e Claudio Lippi) si comporta come si deve, con giudizi a volte discutibili ma improntati a una certa serietà, nel serraglio dei concorrenti vige - costante - la pratica del voto di scambio. Nel senso letterale del termine. Il compagno di duetto vota la compagna (e viceversa), l'amico premia l'amica, un sodale appoggia l'altro, e si finisce per dimenticare il talento, la bravura. Che invece dovrebbero essere i punti di riferimento di un programma del genere. Pur essendo in cima alla classifica e molto amati dal pubblico, ne fanno le spese spesso i migliori. Ieri (e anche la settimana scorsa) è toccato a Serena Rossi, che ha proposto una Mariah Carey da leggenda. Ma la stessa sorte tocca spesso anche al favorito: il sorprendente Valerio Scanu.

Ieri sera il pezzo della Rossi era sicuramente il numero migliore della serata, a detta anche dei tre giudici. Ma dal parterre degli (invidiosi?) compagnucci della parrocchietta solo un voto, quello di Michela Andreozzi, è finito a lei. Che poi l'ha ricambiata, adeguandosi dopo qualche puntata all'andazzo amicale. Tutti gli altri a premiarsi tra loro come sempre fra un sorrisetto e un'ammiccatina. Luca Barbareschi ha addirittura detto sfacciatamente che aveva amato molto il pezzo della Rossi, ma che il suo voto andava d'ufficio alla compagna di duetto, Rita Forte. Complimenti. D'accordo che lavorare una settimana su un'imitazione, fra voce, trucco e parrucco è un bell'impegno, e rischiare di finire in ultima posizione (come Matteo Becucci, con un onesto ma non superlativo clone di Umberto Tozzi) può dare noia al punto di convincersi che sia utile forzare la mano, ma non credo che lo spirito della trasmissione sia il voto clientelare. La scorsa settimana la stessa Raffaella Fico, che ha proposto una convincente Gianna Nannini, ci è rimasta (giustamente) malissimo ritrovandosi sotto la metà della classifica. Penalizzata dai soliti giochetti.
Essere bravi scatena l'invidia di tanta gente, si sa, e scatta l'emarginazione. Peccato che questo andazzo faccia male alla credibilità del programma (San Carlo fa qualcosa), al talento dei penalizzati, e ai votatori stessi, che agli occhi del pubblico fanno una figura meschina. Per non parlare di quelli - alla canna del gas - che votano se stessi.

venerdì 17 ottobre 2014

IL TRAVAGLIO DI MARCO, PERFETTINO CHE NON AMMETTE DISSENSO

Francamente non capisco tutto questo stupore per l'uscita di scena stizzita di Marco Travaglio ieri sera a "Servizio pubblico" dopo lo scazzo con Michele Santoro, il Governatore Burlando e il ragazzo impropriamente battezzato Angelo del fango.
La personalità di Travaglio è cosa nota. Direi arcinota. Si tratta di un'ottima penna brillante, di un egregio professionista molto documentato, a proprio agio soprattutto con la carta stampata e con un ego ormai smisurato. Su carta non ti misuri contro avversari diretti. Scrivi, limi, affili e affetti l'avversario. Il dissenso (che un po' infastidisce tutti noi che facciamo questo mestiere, parliamoci chiaro) è mediato da eventuali lettere, fredde risposte. Smentite e contro risposte. Al massimo interventi a posteriori di avvocati, che poi se la vedono tra loro. Lo studio televisivo è materia viva, a volte incandescente, contempla il botta e risposta, il confronto diretto, sudore, lacrime e sangue. Tutte modalità estranee alla cifra di Travaglio, che ha la necessità di leggere il proprio editoriale-compitino, da intoccabile professore della notizia. E guai a replicare, guai a contraddirlo, perché altrimenti dà di matto. Ha appena sfornato la verità, come ti permetti? Come è successo ieri, quando un esponente non della politica ma del popolo (il ragazzo di Genova) ha osato correggere blandamente una sua affermazione. Marco è andato in tilt, e Burlando ha fatto jackpot.
Col tempo mi sono convinto che Travaglio, la firma-chiave del Fatto quotidiano (che con un bell'editoriale al giorno si regge sulla sua esistenza in vita, non dimentichiamolo), se potesse farebbe volentieri a meno della tv. Ma non può farne a meno il suo ego, ormai di proporzioni elefantiache. E la tv è da sempre un ricco balsamo per l'ego delle firme cartacee, quando in video riescono a funzionare.
Ora che gli ascolti non sono più quelli di un tempo, che Berlusconi non è più l'argomento del giorno e che lo strappo con Michele si è consumato pubblicamente, forse la vecchia coppia sta sparando le ultime cartucce prima di sciogliersi. 


venerdì 10 ottobre 2014

IDOCS CON «E POI» * DUE OMACCIONI CHE SUONANO E SCRIVONO (BENE) D'AMORE

In assenza del conforto di sapidi buffet (non è questo il caso: cibo e vini erano ottimi e abbondanti, nonostante la spending review; ci ha pensato Raffella Moretti a stuzzicare il palato), le presentazioni dei dischi di chi non fa l'artista di mestiere nascondono spesso potenziali insidie. Noie sovrumane, stucchevoli velleità dopolavoristiche o abbondanti sovrastime di se stessi da parte di gente che meglio farebbe a fare altro, nella vita. Di certo non calcare palcoscenici.
Per questo mi ha conquistato lo showcase milanese (spazio Avirex) degli iDocs, duo di giornalisti del settimanale Oggi reduci dal lancio di un Ep intitolato «E poi». Giuro sui miei affetti più cari che quanto sto per scrivere non è frutto di ruffianerie o scambi di favori tra colleghi. Il sospetto è lecito ma voglio fugarlo: avrei optato, piuttosto, per un dignitoso silenzio.
Edoardo Rosati e Mario Raffaele Conti ci sanno fare davvero. La bravura chitarristica di Rosati è sorprendente, e convince anche la voce (ma fa premio la struggente armonica a bocca) di Conti. Viaggiano dal pop leggero ma godibilissimo del brano che dà il titolo al lavoro, disponibile su piattaforme digitali, alle raffinatezze swing di «Amore ballerino» e «La sfida», che ho trovato molto interessante e trascinante.
Rosati e Conti sono due omaccioni che parlano e scrivono (bene) d'amore. Senza scimmiottare qualcuno e giocando sulle sfumature. Il che, in tempi aridi, fa tanto bene al cuore.
 

mercoledì 8 ottobre 2014

DEDICATA AL CICLISTA CHE ATTTRAVERSA SULLE STRISCE PEDONALI

Tu, ciclista cittadino che percorri le strisce pedonali con grinta e spocchia, perfettamente convinto che sia tuo pieno diritto poterle attraversare in qualsiasi momento con la tua bici, fattene una ragione. Se la gente ti suona il clacson, o ti guarda male, non devi impugnare l'arme e brandirle. Non devi inveire. Sei semplicemente in torto. Le strisce pedonali sono, come dice il nome, PE-DO-NA-LI, appunto. Destinate ai pedoni. A differenza di quelle ciclabili, destinate a te. O alle signore con il ciclo.
In condizioni normali, tu dovresti portare le tue due ruote per strada, come fanno tutti gli altri. Perché siamo tutti (quasi) uguali.

lunedì 6 ottobre 2014

TRUE DETECTIVE A MILANO * QUANDO LA SERIE TV TE LA RITROVI FRA I PIEDI

La lunga serialità in Italia sperimenta nuove forme di pubblicità. Da questa foto (scattata a Milano in zona Bocconi) si può notare come «True detective», acclamata serie investigativa in onda su Sky Atlantic, voglia farsi spazio anche tra il cemento. Anzi, direttamente sul cemento di una piccola strada di gran passaggio. Fra studenti universitari e locali da aperitivo. Con un richiamo al sito, per tutte le informazioni aggiungive del caso. Non solo cartellonistica e spot: la società cambia, la tv si aggiorna, le serie stesse cambiano, quantomeno le modalità del racconto, ed è inevitabile cercare nuovi modi per attrarre il pubblico. Anche se forse avrebbe fatto più scena la sagoma di un cadavere a terra, in perfetto stile crime scene da telefim americano.
Una cosa è certa: l'acclamato «True Detective» ce lo ritroveremo fra i piedi per un po'. Letteralmente.

venerdì 3 ottobre 2014

CARO MR. RENZI, L'ARTICOLO 18 NON VA SMANTELLATO, MA DIFESO

L'articolo 18 non va smantellato, caro Mr. Renzi. Non certo per difendere vecchi privilegi, ma sacrosante, difficili conquiste sindacali. Che si stanno perdendo come lacrime nella pioggia. Non va cassato. Non certo per tutelare gli scansafatiche, ma per proteggere tutti gli altri, che sarebbero tremendamente esposti alle bizze di aziende che spesso ormai dimenticano ogni correttezza formale e sostanziale. E che si sentirebbero legittimate a fare di tutto. Cosa che già fanno, peraltro. La correttezza è un valore un po' demodé, me ne rendo conto, dear Matthew, ma non buttiamolo nel cesso tirando lo sciacquone. E poi, da quando ti hanno eletto, a parte frasi a effetto, piacioneria da George Clooney andato a male, e demagogia spicciola, non hai ancora combinato nulla. È forse l'articolo 18 il problema di questo Paese? Ma per favore... Ieri, forse per la prima volta in vita mia, mi è risultato simpatico D'Alema. E mi ha fatto tenerezza il vittimismo di Bersani. Che tutti i torti non li aveva.
La porti un bacione a Firenze, Renzi. Dia retta a me. E, cortesemente, ci resti. Che di cialtroni ne abbiamo già visti a sufficienza. Tante care cose.

mercoledì 1 ottobre 2014

FRANCO BAGNASCO * PANE E TV (CON LA PASSIONE PER SUPERCIUK)

Ecco l'intervista che mi ha dedicato Sabina Negri sul Settimanale Pavese diretto da Bruno Gandini.


L'oltrepadano Franco Bagnasco è la brillante e acuta firma di Tv Sorrisi e canzoni che di recente ha anche pubblicato un cd con la sua band giovanile, i Beagles, riuscendo anche a far cantare in dialetto Al Bano Carrisi.

Bagnasco, esiste ancora il Telegattone?
«È vivo e lotta insieme a noi. In questo periodo sonnecchia, come fanno tutti i gatti. Il suo nume tutelare è Rosanna Mani, una signora che ha tutto il mio rispetto per due motivi: ha attraversato indenne e a testa alta decenni di giornalismo di spettacolo italiano, e poi mi ha assunto a Sorrisi, 14 anni fa. Le pare poco?».

Di TV si parla forse troppo. Sarebbe il caso che si ricominciasse a farla?
«Se intende con talenti veri, non so i tempi. E le giuro che sono tutto, fuorché snob. Per ragioni di bassi costi, dominano talent e reality. Che sono poi lo specchio della selfie-Italia. Per ora va così. Ma ci salva la lunga serialità americana: “Breaking Bad” o “The House of Cards” sono capolavori assoluti».

Pensa di poter essere un bravo autore?
«L’ho anche fatto, per un po’, e quando mi capita di scrivere qualcosa, di solito funziona. Per tenermi allenato cazzeggio su Facebook e Twitter. Mi trovate qui: @franco_bagnasco».

Che trasmissione televisiva vorrebbe veder nascere?
«Un “Chi l’ha visto?” dei reduci del “Grande Fratello”. Di quelli entrati convinti che apparire lì potesse cambiargli la vita, e ora sono totalmente spariti. Con tanto di numero verde per gli avvistamenti: “Pronto? Sì, ho visto ieri sera Pinuccio il figo: serve ai tavoli alla pizzeria Posillipo, a Ravenna. Un’altra telefonata: Marisa la gattamorta? Distribuisce depliant all’IperCoop di Albuzzano. Vediamo una foto».

Su «Sorrisi» si parla poco delle TV regionali. Come mai?
«Sorrisi è da sempre la più completa – e la migliore, mi permetta l’orgoglio - guida ai palinsesti televisivi italiani. E si è ampliata molto anche sul digitale terrestre e il satellite. Coprire tutte le piccole reti del Paese sarebbe impossibile: dovrebbe pesare tre chili e costare il quadruplo. Va in edicola e poi le scende un’ernia».

La musica italiana sembra in fase di stallo. Cosa le manca per darsi in po' di "tono"?
«Un po’ di gente in gamba ci sarebbe anche, ma mancano le vendite. Totalmente sparite. Le entrate del digitale (Youtube, Spotify, iTunes, altri canali) per gli artisti sono palliativi. Guadagnano solo con i concerti. La musica sta diventando come il giornalismo dei freelance: un divertente hobby per gente che sta già bene di suo».

Talent, x factor, festival etc . Si punta più allo spettacolo che al cuore della musica (note e parole). Come mai?
«Generalizzare è sbagliato. “X-Factor” è un programma ben fatto. Non c’è solo fuffa. Basta saper trovare e scegliere. E poi, hanno spettacolarizzato la politica, vuole che non lo facciano con le canzoni?».

«Video killed the radio star», la famosa canzone dei Buggles, è stata profetica?
«Direi di sì. Le facce televisive hanno cannibalizzato le voci radiofoniche. Che infatti vagano per i corridoi dei network con le scatole più girate degli zombies di “The Walking Dead”».

Sono ritornati i Beagles e questa volta con partecipazioni straordinarie (Al Bano e Drupi). Come li avete convinti?
«Conoscevo da una vita sia l’uno che l’altro. Con Drupi è stato più facile, perché doveva cantare un nostro pezzo in pavese. E lui è il re dei pavesi. Ma si immagina che cosa può succedere quando al gran visir del Sud romantico, Al Bano, pugliese fino al midollo, viene chiesto di cantare in oltrepadano stretto “Mai Bei (la tersa gamba)”, una cover di My Way dal testo struggente ma goliardico? Bene, sono andato da lui a Cellino e – miracolosamente - l’ha registrata per me. Ogni volta che ci penso mi commuovo».

A quando un festival della canzone dialettale?
«I tempi sono maturi. Credo che un grande direttore artistico, Gianmarco Mazzi, che ha fatto anche qualche Sanremo, ci stia pensando seriamente».

Passiamo ai sorrisi. Perché si ride poco e forse anche male?

«Perché far ridere è un’arte, e scrivere buoni testi per il cabaret è la base pizza per chi poi si mette sulla scena col compito di far ridere. Se lo sai fare, sforni la migliore delle quatto stagioni. Se non lo sai fare tiri fuori dal forno “Colorado”, quello di Italia 1. Giusto per fare un esempio».

L'ultima volta che ha riso?
«Quando vedo in onda Luca Giurato. È il mio Chaplin».

Dove sarà tra dieci anni?
«In tour coi Beagles nelle cantine dell’Oltrepò Pavese. Ma solo rosso fermo».

Chi è il suo supereroe preferito?
«SuperCiuk, quello del Gruppo TNT. Somiglia a Bondi, ma è più sopra le righe».

Perché ogni giorno, in ogni momento, si vede il ministro Boschi spuntare da ogni media?
«Perché è ubiqua, oltreché carina. Anch’io dalla Boschi mi farei fare di tutto. Tranne la politica».

È parente del cardinale Bagnasco?
«Ma le pare? Oggi sarei direttore di Avvenire, invece di averne uno alquanto incerto».

Dove ha trascorso le vacanze e con chi?

«Con amici tra Mykonos e Formentera. Avrei anche giocato a racchettoni in spiaggia con qualche Velina, ma – inspiegabilmente – preferiscono i ca lciatori a me».

Trascorrerebbe le vacanze a Pavia?

«Solo se qualcuno poi pagasse il riscatto. Adoro il lieto fine».

Il titolo che vuol dare al suo prossimo brano.
«A Natale – è un’anteprima – uscirà una raccolta col meglio dei primi due dischi dei Beagles e si intitolerà “Viti parallele”».

Se è riuscito a far cantare Al Bano in dialetto pavese non mi stupirei di vederlo, fra qualche anno, con l'abito talare rosso ponsò.

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